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Full text of "Mitteilungen des Deutschen Archaeologischen Instituts, Romische Abteilung. Bullettino dell'Istituto archeologico germanico, Sezione romana"

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MITTHEILUNGEN 

DES KAISERLICH DEUTSCHEN 

AECHAEOLOGISCIIEN INSTITUTS 

ROEMISCHE ABTHEILUNG 
Band VIII. 



BÜLLETTINO 

DELL' IMPERIALE 

ISTITÜTO ARCHEOLOGICO GERMANICO 

SEZIONE ROMANA 
Vol. VIII. 




ROM 

VERLAG VON LOESCHER & C». 

1893 



Tip della R. Accademia dei Lincei 



SCAVI DI POMPEI 1891-92. 

(Tav. I). 



Insula V, 2. 

Quando riferii sugli scavi dell'anno 1890-91 feci breve menzione 
{Mitth. 1892 p. 3. 17) di due piccole abitazioni scavate nell'isola 2.* 
della regione Y, e mi proposi di parlarne piü estesamente quando 
fossero scavate altre case vicine. Ora qiiello scavo e stato allar- 
gato in modo da ridare alla luce gran parte del lato N di quell' isola, 
ed e risultato piü interessante di quanto si poteva fin da principio 
aspettare. La nostra tav, I da la pianta della parte dissotterrata. 

Si tratta d'un complesso di cinque abitazioni, fra cui due, 
A B con ingresso dal vico che rasenta il lato dell'isola, tre dal 
lato N ; e fra queste ultimo quella segnata ^ e la piü grande e la piü 
importante di tutte. Pare che almeno quattro di queste case {ABCE 
e forse D) fossero, negli lütimi tempi, riunite in uno stesso proprie- 
tario ; giacche A CE tutte e tre stanno in comunicazione col cor- 
ridoio a, a sin. dell'atrio di ^ , in modo che C q E non potevano 
servirsi del loro posticum che passando per A. Nella casa B poi 
la camera g comunica per mezzo d' una grande finestra, non molto 
discosta dal pavimento, con n della casa C, ciö che non sarebbe 
stato possibile, se le case non fossero state riunite in imo stesso pro- 
prietario o inquilino. Inoltre una porta murata e riconoscibile fra i di 
5 e la cucina e di C, e im' altra fra l'atrio di C ed il cubicolo b 
di B. Fiualmente l'acqna piovana caduta nelVinipluvio di C scolava 
nel cortiletto f e qiiindi nella cisterna in d di B. Quanto a 2), non 
si puö finora constatare, se comunicasse, per mezzo della porta a sin. 



4 A. MAU 

deH'atrio, con E. Pur troppo cioe, non essendo ancora espropriato 
il fondo adiacente, si e doviito lasciar sotto terra il margine N 
dell'isola e qualche parte delle camere che lo rasentano ; e perciö 
non si puö neanche dire se qnalcuna fra queste camere abbia 
im'iiscita sul vico. 

E evidente — giacche si riconosce perfettamente l'angolo che 
iina volta faceva la casa adiacente a S di A — che il corridoio a 
era nna volta im vicolo cieco, sul quäle C e E, e probabilmente 
anche D , avevano il loro j^osticitm. Invece non si puö asserire che 
allora anche A comunicasse con a , giacche pare possibile che quella 
porta sia stata rotta posteriormente. Del resto bisogna osservare 
che A nella sua forma attuale non rimonta al tempo anteriore alla 
chiusura del vicolo cieco: il muro che chiude quest" ultimo, non e 
che la continuazione, fatta nel medesimo tempo, del muro di strada 
di ^, il quäle con la maggior parte dei muri interni (non perö 
quello fra a e b), appartiene ad una ricostruzione dopo il ter- 
remoto dell' a. 63. 

Quando si chiuse il vicolo cieco, fu lasciata una porticina, 
a. 1,46, 1. 0,72; piü tardi anche questa fu murata. 

Se dunque A e posteriore, nella sua forma attuale e con tutto ciö 
che vi e di pitture, all' a. 63, lo stesso non si puö dire delle altre case, 
le quali, se non m' inganno a partito, ebbero a patire poco danno 
dal terremoto, e nella loro forma attuale (presciudendo da qualche 
cambiamento in C) , con tutte le loro pitture, anche dell' ultimo 
stile, rimontano ad un tempo anteriore. 

Cominceremo la nostra descrizioue dalla casa A , per progre- 
dire j)oi lungo il vicolo , e quindi per quello N fino ad E. 

Casa A. 

Giä fu detto che fu ricostruita dopo il 63 ; pare perö che anche 
prima la forma della casa fosse presso a poco la stessa. E ante- 
riore alla ricostruzione il muro S con l'angolo SE, ed e ricono- 
scibile anche che in un tempo ancora piü antico questa parte della 
casa non si avanzava verso E oltre i vani adiacenti. E anteriore 
anche lo stipite sin. dell'ingresso al giardino g, con l'angolo NE 
del triclinio e , al quäle il muro fra gehe stato addossato poste- 
riormente. L'anta d. dell'ingresso al triclinio c e stata innestata 



SCAVI DI POMPE!, INSULA V; 2 5 

posteriormente nel muro autico fra a q bc\ invece l'anta sin. di e 
e anteriore al muro di strada. 

La disposizione della casa e semplice. L'atrio, senza faiices, 
era coperto: e privo d'impliivio ed ha aU'altezza di 4 m. ima fine- 
striua su a ; non si puö dire se fosse iin vero atrium teüudinatum, 
col siio tetto a parte, ovvero se fosse compreso sotto il tetto co- 
mune della casa. Ha nell'angolo a sin. dell'ingresso una bocca di 
cisterna in iin rialzo di materiale. Sull'atrio apronsi due triclinii, 
dei qiiali e, piü cliiuso, poträ chiamarsi triclinio d'inverno, c d'estate. 
Accanto ad e ima scala, che poi passa sopra cl, conduce a due 
camere sovrapposte al cubicolo f q 2i> c. 

Tutti questi vani, meno c-, non hanno altra decorazione all'ln- 
fuori di uu alto zoccolo di stucco di mattoni. Soltanto c e dipinto, 
molto semplicemente, neH'ultimo stile, a fondo bianco. In ognuno 
degli scompartimenti laterali delle pareti e rappresentato un cervo, 
in quelli medii un Amorino, che sul muro sin. porta il noto oggetto 
di culto di forma conica, su quello di fondo nella d. un ramo, 
nella sin. una cassetta, su quello sin. una cornucopia con coperchio. 
Nella parte superiore sono dipinte statue femminili dorate, delle 
quali due, sul muro sin., sono un po' piü conservate: una porta 
un piatto o basso canestro con frondi, T altra pare che nella d. 
abbassata regga tenie, nella sin. alzata qualche cosa che non si 
riconosce. La stanza era alta m. 3,27, ed aveva due finestre : una 
verso E, a. 0,92, 1. 0,75, discosta dal pavimento 2,37, l'altra verso S, 
che si allarga verso l'interno, a. 0,45, 1. 0,27, discosta dal pavi- 
mento 2,80. — Nei vani sovrapposti a c e f non evvi alcuna traccia 
di pittura: pare che non vi fosse che stucco grezzo. 11 cubicolo 
/ riceveva luce dal giardino, per mezzo d'una finestrina. 

Pill alto, circa m. 3,80, era l'altro triclinio e, rischiarato da 
una finestra suUa sti-ada, circa m. 0,55 X 0,25, che si allarga inter- 
namente e rimane discosta dal pavimento 2,65, e da un' altra sul 
giardino r/, m. 1,38 X 0,95, discosta dal pavimento circa 0,85. Pili 
alto ancora era l'atrio. 

II giardino ha sul lato anteriore e sul sin. il canaletto per 
l'aequa piovana, murato e coperto di Signimim, largo 0,80, dal 
quäle un canale coperto, che passa lungo il lato S della cucina h, 
portava l'aequa probabilmeute in una fogna, dacche sulla strada 
non se ne vede, come di consueto, lo sbocco. Dopo la ricostruzione 



6 A. MAU 

i muri del giardino furono lasciati senza stiicco : alcimi avanzi di 
stiTCCo grezzo pare che stiano su parti piü antiche. Non vidi inte- 
ramente sgombrato il giardino. 

La cucina h ha il focolare neU'angolo a d. di chi entra, e 
accanto ad esso, a m. 2,15 dal suolo, ima finestrina sul giardino. 
NeU'angolo NO sta il cesso ; dal fiisorium avanti ad esso im cana- 
letto porta neU'angolo SE, ove imbocca nel sopradetto canale co- 
perto. Le pareti sono senza stucco. 

Degli oggetti trovati in questa casa, per quanto meritano di 
essere qui riferiti, fu parlato Müth. 1892 p. 17 sgg. Aggiungo 
alcime anfore con iscrizioni. Ne furono trovate due il 1 ott. 1891 
(cf. Not. d. Sc. 1891 p. 341) nel corridoio a\ 

1 (forma X): Ql BRITTIO BALBO 

e suU'altro lato, con lettere piü grandi e piü antiche: 

<f>HAIxog 

2 (forma VIII): altro esemplare, poco leggibile della iscri- 
zione pubblicata Milth. 1892 p. 18 n. 3. 

28 anfore e 6 colli di anfore con iscrizioni furono trovati, 
il 19 febbr. 1892, in e. Ne pubblico le seguenti. 

3. In 3 anfore (forma VIII) si legge piü o meno conservato : 

TI • K- 
c\ndPOXd 

4 (forma VIII): <J>dPd 

lOKOYNAOY nPGIMOY 

cf. Müth. 1892 p. 17 sg. 

5 (forma VIII): ÄYT 

M- n • TGYncJNOC 
e presso un manico: XcNÄ 

cf. Müth. 1892 p. 20 n. 12. 

6 In 9 anfore (forma X) si legge, piü o meno conservato: 

cNOTG 
cf. Müth. 1892 p. 18 n. 4. 

r 

7, in due anfore (forma X): K kAOI 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V. 2 7 

8 (forma X): KAGI 

GY 

9 (forma VIII) : MdY 

MAF 

Casa B. 

Modesta abitazione, di forma irregolare, e rimarchevole per ciö, 
che essa non aveva ne compluvio ne impluvio, ma l'atrio coperto 
e accanto ad esso un cortiletto, /", che faceva le veci deH'impliivio, 
dando luce ai locali ch'costanti e ricevendo le acque cadute sui 
loro tetti {}). L'atrio a riceveva luce da / per mezzo d'una fine- 
strina che si restringe verso l'atrio, e probabilmente dalla strada 
per qualche finestrina nella parte superiore di quel mm-o : ima tale 
finestrina si vede miirata, a S della porta ; forse anche nel tetto 
eranvi tegole con lucernari. Nell'atrio 1 e il cesso, che aveva il 
siio tetto orizzontale a parte, ed era alto, col tetto, m. 1,95; pare 
avesse una porta: almeno si riconosce il posto d'ima soglia di 
legno. — 2 e un basso altare (0,60 X 1,12, alto 0,47) con tracce 
di fuoco; sopra di esso e praticata nel muro la nicchia dei Lari 
(0,58 X 0,50). — 3 e il principio d' una scala, la quäle, dirigen- 
dosi a N , conduceva soltanto ad un vano sovrapposto al cubicolo b : 
di tutti gli altri vani nessuno era sormontato da un locale supe- 
riore. II suddetto cubicolo b era alto 2,50 ; il suo pavimento sta 
m. 0,30 sotto quelle dell'atrio; ha verso S una finestra suU'atrio, 
a. 0,62, 1. 0,60, discosta dal pavimento interno 1,20. 

Degli altri locali h puö credersi un triclinio ; ha una finestra 
sulla strada, a. circa 0,50, 1. circa 0,80, discosta dal pavimento 2,0. 
II locale i (dispensa ?) era molto alto {-) ; ha una finestra verso 0, 

(1) Sülle anfore con iscrizioni trovate in f vd. Mitth. 1892 p. 20. 

{*) Un rivestiraento di stucco nell'angolo NO appartiene senza dubbio 
allo zoccolp d'un locale superiore; ma questo stucco sta soltanto sopra l'avanzo 
d'un muro piü antico, conservato in una ricostruzione posteriore, e perciö non 
prova nulla per l'ultima forma della casa. — In A si raccolsero le due cor- 
niole e le sette piastrine di pasta vitrea descritte Mitth. 18^2 p. 21 ; inoltre 
una caldaia ed un ago saccale di bronzo ; due balsamari e due bottiglie di 
vetro; un cucchiaio di avorio (lungo 0,09) e un altro strumento simile che 
perö dovrebbe chiamarsi piuttosto una paletta che un cucchiaio, essendo aperto 
alla punta; due monete di bronzo (N. d. Sc. 1891 p. 20-4. 275). 



8 A. MAU 

e due, fra cui una iu altezza niolto maggiore, verso N ; la siia porta 
stava sul priucipio del corridoio che a d. di h vi conduce. 

A sin. deiratrio / e il giä menzionato cortiletto, che da luce 
all'atrio, a ß, a ^, e a wz della casa C. Un canaletto coperto vi 
porta l'acqiia piovana deU'impluvio di C; senz' alcun dubbio anche 
i tetti circostanti vi versavano le loro acque, che poi, per due cana- 
letti appie del muro 0, potevano esser portate o nella cisterna in d 
nella vasca accanto ad essa. Vi sta un grande dolium e 5 an- 
fore di forme diverse. 

g e un piccolo cubicolo, congiunto per mezzo d'una grande 
finestra (a. 1,10, 1. 095, a m. 0,90 dal suolo) con n della casa C; 
un' altra finestra (a. 0,53, 1. 0,59, a m. 1,24 dal suolo) sta accanto 
alla porta. Appena sopra quella prima finestra, all'altezza di m. 2,0, 
eravi, sopra la parte piü interna della cameretta, un ammezzato, 
sorretto da una trave che traversava la camera da E ad e quattro 
travi minori che con ima estremitä vi riposavano sopra, con 1' altra 
sono infisse nel muro S. Probabilmente sotto questo ammezzato 
era il posto del letto, ed un secondo letto stava sopra di esso. 
II tetto di g si abbassava verso N: se ne vedono le tracce sul 
muro E di /": sporgeva di m. 0,80, ed il suo margine stava a 3,50 
sopra il pavimento di /. Si trovö in / un collo d'anfora (forma VII) 
con l'iscrizione (N. d. Sc. 1891 p. 321) 

CADLARGAfi" 
EXCöLL 

SVMMARV 

inoltre un teschio umano, nn urceo rustico a. 0,23 e una lucerna 
di creta (N. d. Sc. 1891 p. 292). 

d , vano di passaggio, accessibile sopra tre gradini, ha a d. una 
bocca di cisterna con puteale di terracotta (a. internamente 0,40, 
esternamente 0,25, diam. int. 0,475) e accanto ad essa una vasca 
(non del tutto sgombrata) grande 0,75 X 0,64, profonda 0,50. 
Nell'angolo a sin. di chi entra un'altra vasca, grande 0,70 X 0,74, 
era stata formata per mezzo d'un podio a. 0,70, murato sul pavi- 
mento e rivestito di Sigiümiin. 

Per d si passa nel triclinio e, l'unica camera che abbia una 
specie di decorazione, la quäle perö e grossolana e senza Interesse. 
Nell'angolo NO ovvi una finestra (a. 0,77, 1. 0,80) su /"; non puö 



SCAA'I DI I>OMPEI, INSULA V, 2 9 

essere constatato se ve ne fosse una anche siilla strada, non essendo 
coDservato il miiro. 

Casa C. 

Atrio regolare senza peristilio, col giardino preceduto da iin 
portico. Le parti piü antiche (lato posteriore dell" atrio, porta a d. 
deiringresso) sono costruite di massi di pietra calcare di modica gran- 
dezza, non iiguali e non molto diligentemente lavorati, con grossi 
strati di cemento : non v'ha dubbio che la casa non rimonti ai tempi 
del primo stile decorativo, vale a dire ai tempi preromani o ai 
primissimi tempi della colonia. Ma fra le pitture conservate le piü 
antiche sono fatte nel terzo stile, quelle cioe dei primi tempi dell'im- 
pero; siccome perö in h queste pitture cuoprono, su ambedue le 
pareti laterali, porte murate, cosi e chiaro che non rimontano alle 
origini della casa. 

L'atrio e grande m. 9,85X8,80 (9,90 e 8,80 sarebbero 3G 
e 32 piedi oschi) ; i muri nelle parti antiche son grossi fra 0,39 
e 0,41. L'impluvio di tufo, molto piccolo (1,78 X 1,35 internamente) 
ha a sin. una bocca di cisterna con coperchio di lava; il canaletto 
che portava l'acqua piovana nella cisterna, e stato otturato antica- 
mente con stucco e ne e stato fatto un altro per portarla nel cor- 
tiletto f di B. Fu raccolta una tegola del tetto con grondaia in 
forma di testa di cane, che mostra il lavoro decorativo dei tempi 
romani. La decorazione delle pareti dell'atrio consiste di uno zoc- 
colo nero a. 1,45. Soltanto il pilastro fra l'ingresso e la porta della 
Camera a d. di chi entra e decorata un po' meglio a fondo bianco. 
Qui si trova la nicchia dei Lari (a. 0,53, 1. 0.43, profonda 0,31, 
a m. 1,68 dal suolo) dipinta semplicemente, ai tempi del terzo stile^ 
se non m'inganno. 

Dei locali intorno all'atrio l'ingresso, la camera a sin. di esso, 
e la prima camera a sin. dell'atrio, non sono ancora scavati. A d. 
dell'atrio e e la cucina : il focolare e addossato al muro di fondo ; 
il cesso sta nell'angolo posteriore a d., appie del muro d'ingresso 
un sedile murato. Quindi e' e un cubicolo servile: il muro fra e 
e e' Q stato fatto cosi oblique per guadagnare in e' il posto per 
il letto. Fra le camere intorno all'atrio bgm sono cubicoli piut- 
tosto spaziosi, h un triclinio, con una finestra (a. 1,97, 1. 1,32 a 
m. 0,75 dal pavimento) accauto alla porta, e altre finestre piü pic- 



2Q A. MAU 

cole (di cui una e conservata) al disopra di questa e della porta. 
II tablino / serviva anch'esso da triclinio: ne fa testimonianza l'iii- 
cavo nell'estremitä posteriore del muro sin., per il lato corto del 
letto medio ; vi sta un semplice piede di tavola di « travertino » ; 
la finestra nel muro di fondo e a. 1,96, 1. 1,60 ('). ün terzo grande 
triclinio, /, si stava facendo : non aveya ancora ricevuto ne il pa- 
vimento ne lo stncco delle pareti. 

Delle altre stanze h Q m sono dipinte con molta semplicitä 
nel terzo stile. In h (-) e couservato un quadro e un frammento 
d'un altro: 




IF-*k/£f'"" 





H n 



— V« 



(1) Trovaraenti nel tablino : di bronzo due pentole, una pinza, una fibula. 
Di creta: un urceo rustico. 

(2) Trovamenti in h. Di ferro: una zappa e un picozzino. Di creta: 3 lu- 
cerne; una piccola anfora con smalto viireo giallasfro, a. 0,16; un urceo ru- 
stico. Di osso: una tesscra tonda con Tiscrizione : ^,^1 ; alcuni pezzi di cerniera. 
Di marmo: 2 pesi di chil. 1,75 e 0,50 (xN. d. Sc. 1891 p. 375). 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 11 

1, in mezzo al miiro di fondo, a. 1,23, 1. 1,09. Vi si vede 
una statua in bronzo di Ercole, con la clava sulla spalla sin. e la 
pelle di leone suU'avambraccio sin. ; la mano d., alquanto discosta 
dal corpo, regge, all'altezza della coscia, lo skyphos ; e alto con 
la clava 0,19. Egli sta ritto sopra una basetta tonda (a. 0,025) 
sorretta da una colonna corinzia (a. 0,18) con capitello policromo, 
posta sopra una base larga e bassa (a. 0,04) formata da una lastra 
rossastra imposta ad alcuni sostegni. Su questa lastra sta una statua 
femminile di bronzo, che raostra le spalle allo spettatore ed e volta 
un poco a sin. ; regge un basso canestro. La base menzionata poi 
sta sopra un basso ciliudro biancastro (a. 0,03), sul quäle giaciono 
crescono frondi, e questo finalmente sopra una base rossastra 
molto piü larga (a. 0,15), che consiste di un grosso lastroue posto 
sopra un sostegno alquanto piü stretto. Su questo lastrone sta a d. 
una statua femminile di bronzo con lunga asta (a. 0,18), proba- 
bilmente un' Amazone, vednta dalle spalle, a sin. un lione coricato, 
nel mezzo una clava appoggiata al suddetto cilindro biancastro. 
Dietro a tutto questo sta un albero sacro, e ad uno de' suoi rami 
e appesa, per mezzo d'una specie di antenna, una vela, quäle spesso 
si vede nelle rappresentanze di sacelli tanto ovvii fra le pitture 
pompeiane : la sua estremitä inferiore e posta sopra un altro ramo 
dell'albero. Piü a d. si vede un altro albero, quindi una colonna 
sormontata da un vaso e appie di essa un edifizio quadrangolare, 
munito di una balaustrata, e finalmente un cipresso. Nel primo 
piano, avanti a quella specie di edifizio che sostiene la statua 
di Ercole, sta, poco riconoscibile, un altare quadrangolare e a 
d. di esso una persona (della quäle si vede poc' altro che un 
braccio), che vi si china sopra per mettervi una ghirlanda. Piü 
a d. un uomo cammina verso l'altare; e di colore abbronzito, 
imberbe, vestito d'un manto paonazzo in modo da lasciare libera 
la spalla d. e parte del petto; la mano d. s'appoggia ad un lungo 
bastene. A sin. finalmente dell' altare si distinguono due donne, di 
cui una, in veste gialla, sta seduta verso d., cioe verso l'altare, 
l'altra sta ritta dietro di lei; ambedue guardano l'altare. Lo sfondo 
e bianco, come spesso in pitture di questo stile. 

2, in mezzo alla parete sin. Pare che fosse rappresentato 
Perseo che libera Andromeda. E conservata soltanto l'infima parte 
del quadro. A sin. si vede il mostro mariuo, che perö ha piuttosto 



12 A. MAU 

l'aspetto d'un grosso delfino che s'avvicina alla costa, a sin., quasi 
nel mezzo del qiiadro, una cassetta col coperchio in forma d'un 
basso tetto, quäle si vede anclie sopra altre rappresentanze di 
Andromeda. 

II pavimento della stanza e d'una massa grigia ordinaria, nella 
quäle pietruzze blanche, disposte del resto irregolarmente, formano, 
a d. del centro, una croce composta da nove cerchietti ognuno con 
un punto nel mezzo. 

In m, anch'essa dipinta nel terzo stile, ewi al posto dei 
quadri soltanto il fondo bianco (')• 

Le camere, decorate nell'ultimo stile, non sono perö state di- 
pinte negli Ultimi anni, ma rimontano ad un tempo un poco piii 
antico, anteriore probabilmente al terremoto del 63. Specialmente 
in b yari concetti raramentano fortemente il terzo stile. Gli scom- 
partimenti laterali delle pareti sono rossi, bianco quelle medio, e 
qui sul muro di fondo e su quelle sin. sono conservate due delle 
sollte rappresentanze di un sacello. Ambedue mostrano presse il 
sacello due alberi e quattro erme, e un viandante che vi passa, 
chinato fortemente in avanti e appoggiato al suo bastone ; a. 0,40, 
1. 0.45 aH'incirca. Negli scompartimenti laterali sono dipinti gri- 
foni, sfingi, tigri e cigni. 

• II tablino e dipinto anch' esso nell'ultimo stile; ha lo zoccolo 
nero, la parte media a fondo rosso, la superiore a fondo bianco. 
Lo zoccolo e qualche particolare nella parte superiore rammeutano 
il terzo stile ; nella parte media quelle ben note strisce ornamen- 
tali che accompagnano internamente, a qualche distanza, il mar- 
■gine degli scompartimenti, non hanno atfatto le forme sollte e 
sempre ripetute degli ultimi tempi, ma mostrano concetti piü ori- 
ginal!, eseguiti non senza diligenza. Di quadri non ve ne sono che 
i ben noti piccoli paesaggi, accennati piuttosto che eseguiti, che 
mostrano edifizi, per lo piü posti in mezzo all'acqua: dei cinque 

(!) Eitrovamenti in m. Di bronzo: 3 anelli, diam. 0,025; una strigile. 
Di terracotta: un recipiente singulare che pare la metä d'un vaso tondo a 
larga bocca (tagliato verticalmente) messa sul fianco e sorretta da tre pie- 
ducci ; la forma dunque e semicilindrica, ma aperta in una estremitä ; lun- 
ghezza 0,11. Esistono a Pompei altri vasi simili, -in parte peru chiusi aH'estre- 
mitä u ornati cun una o due teste; — alcuni coperchi di pignatta. Di pasta 
vitrea: 49 globetti baccellati di color turchino (N. d. Sc. 1891 p. 375). 



SCAVI DI I'OMl'EI, INSILA V, 2 13 

scompartimenti d'ogni parete quello medio ha un tal quadretto di 
m. 0,30 in ciascim lato; quegli adiacenti di 0,10 X 0,25 ; gli estremi 
li hanuo toiidi del diametro di 0,15. 

In g lo stiicco bianco e diviso in rettangoli per mezzo di 
linee rosse o uere, probabilmente al tempo del terzo stile. 

II grande triclinio i, con larga finestra siil portico^, non era, 
al tempo della catastrofe, terminato: non aveva ne pavimento ne 
stucco siille pareti ('). Quella parte che verso S si avanza oltre 
la linea dei muri posteriori di klm, e di costruzione recentissima 
e quäle siamo soliti a trovarla nei ristauri fatti dopo il 63 d. Cr., 
ed e piü che probabile che prima di quel tempo il muro poste- 
riore di / fosse in quella linea, e che per conseguenza il portico 
che precede il giardino q non occupasse il posto che occupa adesso (|>), 
ma stasse piti indietro, al posto di o. Senz'alcun dubbio la colonna 
appoggiata fra o q p segna il posto di quel portico anteriore. Nel 
portico nuoYO in luogo delle colonne appoggiate fu fatta un' anta 
in ogni estremitä (quella ad E e conservata fino a m. 3,80) ; le 
colonne sono quelle stesse, a quanto pare, del portico antico. 

In , che dunque non e che un avanzo del portico abolito, 
sta accanto alla porta di k un fusoriiim con scolo verso E. A d. 
evvi il cubicolo servile 7i, il quäle, come giä fu detto (p. 3.8), co- 
munica per mezzo d' una finestra col cubicolo g della casa B. E ri- 
vestito di stucco grezzo, sul quäle per mezzo di strisce rosse e 



(') Non pochi oggetti furono trovati in i, ma nulla di quanto si po- 
trebbe aspettare in un triclinio. Di bronzo : 3 casseruole, 3 pentole, un altro 
vaso con breve collo, un coperchio di marmitta, un oleare, 4 laminette per 
garan+ire gli angoli di qualche mobile, a. 0,07; 2 cerniere di porta, lunghe 0,12. 
Di ferro : un picozzino ; una zappa ; uno zappello ; una coppa di mestola ; una 
cazzuola da rauratore; una raspa; uno scalpello ; una lama di coltello ; un ma- 
nico d'utensile ; una lista di ferro cui aderisce una cote. Di piombo : « 2 mas- 
selli nodosi, formati a guisa di nodi vertebrali, a. 0,05 ; altro nodetto piü 
piccolo della specie dei predetti, lu. 0,02 " ; cosi il Giornale degli scavi ; non 
saprei descrivere meglio ne indovinar l'uso di quegli strani oggetti. Di creta: 
7 pignatte, un tegame ed un altro vasetto rustico ; un piatto aretino con marca 
illeggibile; un fondo di vaso aretino con marca: CN • aia (cf. C. I. L. X 8055, 
1 segg.); due frammenti di tegola con la marca l • ■^rgin. Di vetro; 2 bot- 
tiglie e una tazzetta. Di osso: 2 piedi di mobile con anima di ferro, a. 0,11; 
frammento d'una cerniera di cassa. Di avorio: un gomito di una statuetta, 
lu. 0,03; un palettino lu. 0,18 (4. 12 maggio 1892). 



^ j A. VAl" 

gialle e stato formato im alto zoccolo. AI disopra di questo e disegnato 
rozzamente con color giallo sul miiro di fondo una nave. della quäle e 
conservata la sola parte d., o posteriore (a. 0,55, 1. 0,70); sul 
miiro d'ingresso e disegnata, siülo zoccolo stesso, una pentola. — 
n era coperto d'un tetto inclinato sul giardino g della casa A\ 
appie del lato esterno del muro d'ingresso sta un sedile murato, 
al disopra del quäle, a m. 1,30 dal suolo, e ricavata nel muro 
stesso una nicchietta in forma d'edicola (a. 0,28, 1. 0,32) di poca 
profondita. nella quäle e incastrata unalastra di tufo con un jjhallus 
in rilievo. Una lastra poco piü grande, anche col phalhis, e immessa 
in una niccliia simile (a. 0,34, 1. 0,30) nel muro sin. del giardino, 
a m. 2,50 dal suolo. 

Del giardino stesso e scavata soltanto una striscia lungo il 
muro sin.; vi si vedono certi rialzi nei quali si avranno a rico- 
noscere delle aiuole. Nella parte non sgombrata sono visibili alcune 
anfore; ne fu scavata una (forma VIII) con l'epigrafe 

A (^) 
MAP 
II posticum, SU a, fu ridotto da m. 1,74 a 1,0. 

Locali superiori pare che in questa casa non ve ne fossero. 
Quanto ai tetti, pare inevitabile di ammettere che quelli delle ca- 
mere avanti, a sin. e dietro l'atrio fossero tutti inclinati, dalle 
pareti dell'atrio stesso, in fuori, in modo da versar le acque sulla 
strada, nel giardino, e contro il mm-o dell'atrio di D, donde poi, 
fra il tetto ed il muro, dovevano versarsi sulla strada. Pare im- 
possihile cioe, stante I'assenza di locali superiori, che fossero incli- 
nati verso l'impluvio : supponendo cosi, o si dovrebbe dare a quelle 
caraere un" altezza soverchia, o ammettere un grande spazio vuoto 
e inaccessibile fra i loro soffitti ed i tetti. 

Casa J). 

Costruita al tempo del prirao stile decorativo. Perö allora la 

forma della casa era un poco diversa: il tablino era aperto in 

tutta la sua larghezza sull'atrio (le ante dell'ingresso sono un' ag- 

giunta posteriore), e le camere a sin. del giardino, Im, non esi- 

(1) Inoltre vi si trovu : Di crcta: una pignatta. Di osso : una specie di 
ghiera tornita. Di bronzo: un amo da pesca (N. d. Sc. 1891 p. 375). 



SCAVI DI POMPEr, INStJLA V, 2 15 

stevauo ; h era aperta in tutta la sua larghezza sul giardino. II lato 
posteriore del tablino aveva fin da qiiel tempo la sua forma attuale : 
lo dimostra il disegno del pavimento di Signinum con ornati di 
pietruzze blanche, che senza dubbio rimonta ai primi tempi della 
casa ; qiiel disegno cioe ha un rettangolo a guisa di meandro, non 
nel mezzo, ma piü ad., in corrispondenza della porta quäle tuttora 
la vediamo. E per conseguenza anche la camera «, dipinta nel 
primo Stile, vi fu fin da principio. 

Stanno ancora sotto terra le parti che precedono l'atrio {abc), 
E cosi rimane dubbio, se la porta a sin. dell'atrio metta in comu- 
nicazione questa casa con l'adiacente E ovvero se si tratti d'un 
locale appartenuto una volta ad E, ma poi riunito con D: si po- 
trebbe pensare alla cucina , che nelle parti scavate di D non si trova. 

Le camere Im sono state aggiunte posteriormente. Prima A, 
come giä fu detto, era aperta in tutta la sua larghezza sul giardino, 
allora tanto piü grande e comprendente klmn, ed era un piccolo 
portico, con una sola colonna dorica di tufo (a. 3,10), tuttora con- 
servata nel muro fra h q k q iudicata nella nostra pianta. Costruen- 
dosi poi lo spazioso triclinio /, quel piccolo portico fu trasformato 
in un vano chiuso con porta sul giardino, senza soffitto, coperto 
dal solo tetto, che era probabilmente quello medesimo del por- 
tico antico. 

m e posteriore anche a /. E evidente cioe che / era in ori- 
gine meno alta, e che il suo soffitto aveva una forma non troppo 
frequente, ma che pure alcune volte s'incontra a Pompei: erano 
coperte orizzontalmente, all'altezza di m. 2,45, due strisce lungo 
le due pareti lunghe, laddove la striscia media aveva la sua bassa 
volta decorativa, il cui nascimento stava a m. 0,14 sopra i soffitti 
orizzontali. Ed eravi allora nel muro S la tinestra esistente ancora, 
di m. 1,10 in ogni lato, a m. 1,75 dal pavimento. Piü tardi poi 
la stanza fu innalzata e coperta in tutta la sua larghezza d'una 
volta decorativa, il cui nascimento stava all'altezza di 8,42 (non 
tenendo conto della cornicetta al margine superiore della parete) ; 
questo perö soltanto nella parte piü interna (S), ove era il posto 
dei letti tricliniari; la parte anteriore pare che avesse il soffitto 
piano all'altezza della sommita della volta. E nella parte piü alta 
del muro S fu praticata un' altra finestra, la quäle (guardandola 
da m) pare che rimanesse a m. 0,50 sopra quolla prima. E difli- 



16 A. MAU 

eile non credere tali cambiamenti cagionati appunto dalla costru- 
zione di m: Tantica finestra fu lasciata come comunicazione fra 
le due camere, ma ne fu fatta im'altra, innalzando anche il soffitto, 
per dar luce a /; m era senza soflfitto, coperta dal tetto soltanto. 
Vi era anche qualche locale superiore. Sul miiro sin. dell'atrio 
e evidente la traccia d'ima scala, che dirigendosi da S a N doveva 
incontrare il uiuro d'ingresso all'altezza di m. 4. Conduceva a ca- 
mere sovrapposte ad abc, le quali se vi fossero fin da priucipio 
ovvero aggiuute posteriormente, e impossibile per ora deciderlo. 
Inoltre nel corridoio e, a d. dell'ingresso dall'atrio, si osserva un 
rialzo che sembra il principio di una scala, la quäle doveva essere 
molto erta, essende chiaro che h non era sormontato da alcun lo- 
cale superiore. La -scala doveva condurre ad un locale affatto siu- 
golare e senza esempio neue case fin qui conosciute di Pompei, 
ad un portico cioe sovrapposto ad e /(/ e aperto sul lato posteriore 

dell'atrio. 

Le colonne ioniche (in tufo) di questo portico sono in gran parte 
conservate, e stanno ora appie del muro sin. dell'atrio; qualche 
frammento sta anche in g di B, uno nel giardino n. Vi sono 4 basi, 
4 capitelli e 7 rocchi medii di colonne, del diametro fra 0,28 e 0,30, 
e parti di due ante con mezze colonne appoggiatevi. E si possono 
anche distinguere le parti appartenenti ad ognuna delle due ante. 
Le scanalatiu-e cioe delle colonne appoggiate si estendono sulle ante 
da im lato un po' piü che dall'altro; ed e evidente che quel lato 
sul quäle si estendono di piü, e l'esterno, rivolto all'atrio e che 
per conseguenza quei rocchi, sui quali si estendono piü sul lato sin. 
(per Chi sta di faccia alla colonna appoggiata), appartengono all'anta 
che formava Testremitä E, quelli sui quali si estendono piü sul lato d., 
a quella dell'estremitä del portico. In tal modo risulta che del- 
l'anta E vi e la base, un rocchio medio ed il capitello, che insieme 
hanno l'altezza di m. 1,42, dell'anta la base ed un rocchio medio, 
che insieme misurano m. 1,77. Se nell'anta il pezzo del capi- 
tello aveva presso a poco la medesima altezza come nell'anta E, 
m. 0,25, allora l'intera altezza era di circa m. 2,0, ciö che e molto 
credibile. 

Insieme con queste colonne furono trovati tre massi di tufo, 
i quali, ruvidi inferiormente e sul lato di dietro, hanno abbastanza 
liscia la superficie e sul lato davanti son profilati a guisa di cor- 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 17 

nice sporgente di 0,12-0,14; le facce laterali sono lisciate imper- 
fettamente, in modo perö da poter combaciare; sono alti 0,28, 
larghi superiormente 0,48-0,55. Ed e chiaro che su questi massi 
stavano le colonne: su d'alcuni fra essi il posto della colonna e 
indicato per mezzo di due crocette distanti fra loro 0,44 nel senso 
della lunghezza dei massi, la quäle distanza e uguale al diametro 
deH'iufimo torus (0,45) d'una delle basi conservate. Ora di questi 
massi uno e rimasto al posto suo, e precisamente all'estremita d. 
del muro posteriore dell'atrio, a m. 4,0 dal pavimento. Non puö 
esservi dunque dubbio alcuno che questo non fosse il posto di quel 
colonnato, il quäle dovev^a sorreggere un portico nel modo suindi- 
cato. Le colonne, se erano quattro, distavano fra loro m. 1,60, ciö 
che non oflfre diöi.coltä alcuna. 

Tale risultato e sorprendente anche per la grande altezza che 
in tal modo dene ad avere l'atrio. Giacche non e neanche credi- 
bile che il margine superiore del tetto dell'atrio fosse posto im- 
mediatamente sopra la trabeazione delle colonne : senza dubbio 
quel portico, rivolto a tramontana, era destinato ad essere un sog- 




giorno arioso e fresco per Testate; e ciö non poteva essere, neanche 
di sera, se quel tetto, che infuocato dal sole doveva tramandare 
un calore insopportabile , si abbassava avanti agli intercolunnii. 
Per avere una disposizione ragionevole delle altezze, 11 tetto dovcA'a 
stare almeno ad un' altezza tale che il suo margine inferiore cor- 
rispondesse alla trabeazione, nel quäl caso l'altczza dell'atrio, sub 
Lrabes (Vitr. 6, 4, 4), appena poteva essere inferiore a m. 7. Diamo 
qui appresso la sezione trasvei'sale dell'atrio col prospetto ristaurato 
del lato posteriore. 

2 



18 A. M\f 

L'ingresso dalla fauce aU'atho (a. 3,20) era guarnito di pi- 
lastri angolari. Sul pilastro a sin. di chi entra e dipinto, dal lato 
della fauce, fino all'altezza di 1,80, il serpente; la parte corri- 
spondente a sin. e bianca. Segne di sopra una striscia rossa, e 
quindi rilievi di stncco in piü zone, eseguiti al tempo dell' ultimo 
Stile decorativo e dei quali in parte rimangono tracce soltanto. 
Si distinguono perö le rappresentanze seguenti. 

I, dal lato della fauce, cominciando da sopra: 

1, a sin. (per chi entra) due ghirlande sospese; a d. irrico- 
noscibile. 

2, a sin. due uccelli; a d. due Amori in atteggiamento vi- 
vace ma poco riconoscibile. 

3, a sin. due Amori che con mossa vivace si allontanano uno 
daH'altro; a d. due deltini. 

4, a sin. un mostro marino con lunga coda, v. sin. ; a d. due 
pantere sedute che si volgono le spalle. 

5, a d. e a sin. un putto che con ogni mano regge un delfino. 
II, dal lato dell'atrio ; a sin. e conservata l'infima zoua soltanto : 

1, a d. due figure che volando s'incontrano. 

2, a d. un animale poco riconoscibile che salta v. d. 

3, a d. due uccelli stornati fra loro. 

4, a d. un mostro marino. 

5, a d. e a sin. tracce di due putti che con mosse vivaci s'al- 
lontanano uno dall'altro. 

L'atrio ha proporzioni poco felici: m. 7,55 per 8,42 fra le 
pareti rivestite di stucco. L'impluvio e piccolo: 1,50 per 1,55. 
Della decorazione nel primo stile non vi e conservato che una parte 
del pilastro angolare d. dell'ingresso; del resto le pareti hanno 
una rozza decorazione d'epoca tarda: divisione in rettangoli per 
mezzo di larghe strisce nere e gialle. Soltanto le parti fra il ta- 
blino e le porte adiacenti furono dipinte, contemporaneamente, a 
quanto pare, col tablino, nell'ultimo stile, a fondo giallo sopra zoc- 
colo nero. II pavimento e d'una massa grigia ordiuaria con pezzi 
irregolari di marmo (^). 

(1) NeH'atrio fu trovato un oleare di bronzo a. 0,16, sul cui manico sono 
incise alcune lettere, che io copiai : M A C N , e due aste di bilancia a bilico, 
lunglie 0,3G. Di ferro vi si trovu una zappa, di terracotta un'aretta in forma 
di vasetto a un piede, a. 0,10, di pasta vitrea 20 globetti turchini di diverse 



SCAVI DI l'OMPEI, INSILA V, 2 10 

II tablino ha una semplice decorazione neirultimo stile, che 
io perö credo anteriore al terremoto del 68. Gli scorapartimenti 
rossi, tre sopra ognuna delle pareti laterali, ornati d'iina semplice 
linea bianca parallela al margine, sono divisi fra loro per mezzo 
di semplicissimi prospetti architettonici a fondo bianco; la parte 
superiore contiene anch'essa semplici architetture a fondo bianco. 
Gli scompartimenti laterali contengono ognuno un medaglione 
(diam. 0,23) rappresentante un paesaggio leggermente accennato: 
sono sacelli in riva all'acqiia, con barche; in uno si vede un por- 
tico fondato sopra archi che stanno nell'acqua. Nel mezzo poi d'ognuno 
degli scompartimenti medii evvi un medaglione (diam. 0,28 e 0,29) 
contenente il busto d'un giovane coronato di lauro (cosi pare) che 
regge un rotolo di papiro al quäle e attaccata una targhetta ; e su 
queste targhette e scritto sulla parete sin. HOMERVS, sull'altra 
PLATO. Le teste, ambedue di giovani di forse 16 anni, rappre- 
sentano due tipi differenti, non perö individuali in modo da dovervi 
riconoscere dei ritratti. ßitengo del tutto sicura la lezione PLATO ; 
l'asta verticale della L e danneggiata, ma ho potuto con pieua si- 
curezza verificarne l'esistenza. Siccome perö quel nome e stato 
letto diversamente ('), cosi ne do qui appesso il facsimile: 



t^<S^o 



II significato di queste pitture risulta dalle iscrizioni e dal 
caratiere stesso delle teste: sono due giovinetti studiosi, uno con 



dimensioni (5 febr. 1892). Alcuni altri oggetti di broiizo furono trovati fra 
gli strati superiori, provenienti cioe dai locali sovrapposti a quelli avanti e 
dietro Tatrio, e sono : una bilancetta priva del suo romano, una fibula, una 
pentola e un oleare. 

(1) Nelle Not. d. Sc. 1892 p. 28 e stato tentato, sulla base della lezione 
iS)a]]ho, di riconoscere nei due medaglioni Virgilio e Orazio, imitatori di 
Omero e Saffo. Quanto ad Orazio, rettificata la lezione, non se ne puö piü 
parlare. II creduto Virgilio non corrisponde in alcun modo all'idea che pos- 
siarao farei dell'aspetto del poeta. E sopratutto le fisonomie poco sviluppate 
delle due teste dimostrano che qui si e voluto rappresentare due giovanetti, 
non uoniini fatti e celebritä letterarie. L'esecuzione e giudicata troppo sfa- 
vorevolmente nelle N. d: Sc; non e molto dottagliata, niostra anzi un certo 
fare decorativo, a pennello largo, ma non di meno e abile e sopra tutto non 
lascia alcun dubbio sul tipo e sulle forme che il pittore ha voluto esprimere. 



20 



A. MAU 



tendenze poetiche, l'altro piü portato agli studi filosofici : diversitä 
di tendenze che si esprime anche nelle teste stesse. E per mezzo 
delle corone d'alloro souo forse caratterizzati come vincitori in 
qualche gara scolastica. Appartengono alla classe del «^ genere elle- 
nistico " (0, e piü che altro rammentano i celebri busti del giovane 
col rotolo di papiro e della fanciulla col dittico (Heibig 1420. 1422) 




Ed il modo come in queste teste sono misti tratti individuali e 
ideali, e proprio quello delle pittiu-e « di genere « : sono tipi, 
concepiti, a quanto pare, suUa base di teste individuali - si po- 
trebbe dire di modelli - trattati perö e sviluppati in modo da 
sopprimere o alraeno attenuare tutto ciö che sarebbe stato troppo 
individuale e costituirebbe il ritratto, accettiiando aH'iucontro i 



(') Heibig, U'andf/em. ii. 1109 sgg. 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 



21 



tratti tipici, quei tratti nei qiiali si esprime quel carattere, queH'in- 
dole che l'artista si era proposto di personificare. E si osserva in 
questo riguardo una certa ditferenza fra le due teste : nel giovane 
che tiene in mano Omero prevalgono i tratti ideali, ueH'altro i 
tratti individuali. Le diverse tendenze poi dei due giovani si 
rivelano prima di tutto nell'espressione dei visi : l'uno, quello che 




stiidia i poeti, rivolge in su i suoi grandi occhi; la bocca pare 
che sia iin poco aperta, tutto il viso ha qualche cosa di ispirato. 
L'altro invece guarda dritte avanti, con la bocca chiusa, coq espres- 
sione calma e riflessiva ; le sopracciglia, molto avvicinate fra loro 
e alla radice dei naso, esprimono quasi fisicaraente la concentra- 
zione dei peusiero. Insomma, l'espressione nell'uno e di chi si abban- 
dona ad un sentimento, nell'altro di chi inedita. 

Ma la caratteristica uon si arresta qui. L'artista ci tiene a 



22 A. MAU 

farci vedere non trattarsi qui di ima espressione momentan ea, o 
anche abituale, prodotta dalle rispettive occupazioni e da impres- 
sioni ricevute, ma che questi giovani dalla stessa loro indole in- 
nata sono spinti l'imo a questa, l'altro a qiiella occupazione, l'uno 
aH'entusiasmo, all'abbandono, l'altro allo studio, alla concentrazione. 
Nel giovane poeta la fronte e bassa, non arciiata, ma quasi dritta 
si alza dalle sopracigiia e dalla radice del naso alle radici dei 
capelli. Mi pare anche di distinguere quella certa prominenza della 
parte inferiore e media della fronte, che alle teste greche a co- 
minciare dal IV secolo, le teste lisippee e dell'epoca alessandrina, 
imprime quel certo carattere energico ed appassionato. Con ciö va 
d'accordo l'estrema robustezza dell'ossatura, che si esprime sopra 
tutto nella straordinaria larghezza della radice del naso e nel naso 
stesso, corto e robusto. Anche le mascelle sono fortemente svilup- 
pate, il coUo breve e muscoloso. Evidentemente questo e un gio- 
vane fisicamente robusto, appassionato, poco riflessivo, destinato 
piü alla vita — sia attiva, sia di godimenti e di passioni — che 
allo studio. Certo egli non studia Omero come filologo, ma lo legge 
per ispirarsi ai concetti poetici. 

AU'incontro il giovane che studia Piatone ha la fronte alta, 
larga, arcuata in tutta la sua larghezza e anche nella parte su- 
periore, la fronte di un pensatore ('). L'ossatura e fina e delicata: 
ciö si esprime nelle forme piü allungate, nel naso dal dorso estre- 
mamente fino, nel modo come il viso si restringe nella parte in- 
feriore, vale a dire nelle mascelle fine e poco sviluppate. Anche il 
coUo e decisamente meno robusto : basta osservare la curva delicata 
con la quäle si congiunge alla spalla d. e confrontarla con la linea 
corrispondente nell'altro busto, il cui collo fin dalla mascella si 
allarga per congiungersi ai muscoli della spalla. In somma, manca 
qui tutto ciö che indicherebbe la forza elementare, l'appassiona- 
mento; prevale la parte superiore, la sede del pensiero. 

Piü le due teste si studiano, e piü si e convinti che furono 
concepite con l'intenzione di proporre due tipi diversi, due giovani, 
ambedue amabili ed attraenti, colti e studiosi, ma del resto di 

(1) Cio si riconosce con sicurezza, nonostante la conservazione non per- 
fetta: h evidente p. es. che le foglie della Corona si rilevano scure dalla 
fronte chiara, laddove nel giovane poeta, che ha la fronte bassa, si rilevano 
chiare dai capelli scuri. 



SC/VVI DI I'OMPEI, INSULA. V, 2 23 

indole diametralmente opposta; e si e convinti che tale diversitä 
e stata espressa in tiitti i particolari. Ma sopra tutto l'artista ha 
vohito quasi conceutrare la caratteristica nella parte intorno agli 
occhi ed alla radice del naso: nell'uno gli occhi appassionati, in- 
fossati nelle orbite, con qiieU'aügolo profondo fra le sopraciglia ed 
il naso, e fra qiiesti occhi la larga radice del naso con la sua 
superficie piana, espressione dell'abbandono e dell'assenza di ogni 
concentramento del pensiero. Nell'altro gli occhi tranqiiilli, poco 
incavati, mentre le sopraciglia contratte verso la fina radice del 
naso esprimono lo sforzo della meditazione. 

Del pavimento del tablino fu giä parlato a pag. 15 (')• 
Nel cubicolo g e ben conservata la decorazione nel primo stile : 
sopra imo zoccolo giallo iina lila di graudi rettangoli neri e due 
file di piccoli rettangoli variopinti; qiiindi con epistilio, fregio e 
cornice a dentelli e terminata, all'altezza di m. 2,49, la parte de- 
corata della parete; il resto, alto 0,52, non ha che iino stucco 
grezzo (-) 6 al margine superiore una fascia sormontata da cornicetta. 
La lunetta della volta decorativa (asse da N a S) e stata di- 
pinta posteriormente in giallo. II pavimento — signinmn con 
file di pietruzze blanche — fu fatto prima dello stucco delle pa- 
reti. NeU'estremitä interna del muro sin. e stato fatto posterior- 
mente il solito incavo per il lato corto d'un letto. In ognuno degli 
stipiti della porta evvi, all'altezza di m. 1,30, un buco irregolare 
per la sera. 

Nel medesimo stile, ma piü semplicemente, e dipinto il cu- 
bicolo i', perö sul muro d'ingresso e sul principio del muro sin. 
(circa 0,60) la decorazione e di ristauro posteriore e mostra im 
lavoro assai inferiore. E recente anche lo stesso muro d'ingresso; 

(1) Si trovö nel tablino un disco di terracotta del diametro di 0,35, con 
in mezzo un foro del diametro di 0,15, liscio nella superficie, mentre infe- 
riormente s'ingrossa verso il margine del foro; evidentemente doveva rivestire 
qualche apertura tonda. Sulla superficie e scritto con lettere tracciate nell'ar- 
gilla ancora molle : Q.OSCIVS (la prima lettera non puo essere R). Vi si trovö 
anche un collo d'anfora (forma XI) sul quäle e scritto con color rosso : STR (in 
nesso). Vi si raccolse inoltre : di ferro: due ronchette ; tre scuri; una lucerna. 
Di bronzo : uno specchio circolare con piccoli fori tutt'intorno, col raanico che 
termina in un piede di maiale ; un campanello. Un fuso di osso, lungo 0.19, 
e una bottiglia di vetro. 

(2) Cf. Mau Gesch. d. decorat. Wandmal. in Pompeji p. 111. 



24 A. MAU 

la porta e larga 1,18, cioe 4 piedi romani, alta 1,96; ma siccome 
il pavimento, simile a quelli di / e ^, si estende per Tintera Ca- 
mera, cosi questa, anche prima di que' ristami deve avere avuto 
la stessa forma e grandezza. 

La soglia di marmo della porta ha due cardini di feiTO suUa 
parte esterna e piü alta; mancano i buchi dei catenacci: e pro- 
babile dunqiie che la porta si aprisse verso il lato esterno. E pa- 
ragonando tale chiusura imperfetta con quella di g, che aveva 
perfino la sera, direi che g, non i, fosse il cubicolo del padron 
di casa. 

Si riconosce ancora che al tempo del primo stile eravi sul 
principio del mm-o d. di i una porta larga circa 1,23, per la quäle 
si usciva nel giardino, uon esistendo allora /. 

II corridoio e ha le pareti coperte di stucco grezzo soltanto (')• 
h ha uno zoccolo a. 1,49 di stucco bianco, diviso in rettangoli 
per mezzo di strisce veiticali nere; di sopra stucco grezzo. Nel- 
l'ansrolo SO sta un mucchio di calce. 

l: cf. p. 15. Le pareti, senza rappresentanze figurate, sono 
dipinte a fondo giallo sopra zoccolo rosso. Ed era dipinto in rosso 
anche il pavimento composto di una massa grigia con pietre blanche 
in forma irregolare. Oltre le giä menzionate finestre nel mm-o S 
ve n'era un'altra nel muro 0, sul giardino: a. 1,40, 1. 1,17, a 
m. 0,70 dal pavimento. Tanto questa quanto la piü antica di quelle 
ä S avevano un telaio di legno ; e similmente una nicchia sul prin- 
cipio del muro d. aveva le -pareti tutt'intorno (non perö il fondo) 

(1) Fra gli oggetti che vi si raccolsero, riposti probabilmente sotto la 
scala menzionata a pag. 16, e degno di nota un rccipiente ciliiidrico di cuoio, 
a. 0,07 diain. 0,10. La parete di cuoio e retta al margine fra due cerchi con- 
centrici di bronzo; il vuoto interno e diviso in quattro parti per mezzo di 
due lastrine di bronzo che si intersecano a croce; e chiuso da un coperchio 
con pometto e quattro sporgenzc forate, le quali corrispondono a quattro ma- 
glie fisse sul cerchio esterno. Un recipiente affatto uguale fu trovato in m 
(11 genn. 1892). In e si trovo inoltre un'anforetta a. 0,38 con tracce di ri- 
vestiraento in vimini, o paglia; un vaso cilindrico, a. 0,17, diam. 0,14, del 
noto genere delle stoviglie smaltate egiziane, ornato di animali e piante in 
rilievo con due manichi ad anello, di cui uno e conservato ; tre oleari di 
bronzo. Di osso: un fuso con fusaiuola, lungo 0,15; un ago Crinale che finisco 
in una figura di Venere, lungo 0,10. La testa d'una statuetta di marmo bianco, 
con due file di ricci sulla fronte e berretto frigio in testa, a. 0,15. 



Sf'AVI DI POMPEI, INSULA V, 2 25 

rivestite di legno; e a. 0,80, 1. 0,58, o sta a m. 0,96 dal pavi- 
mento (non tenendo conto del legno). 

Uscendo da h ci troviamo prima in uno stretto spazio k : qui 
cioe il muro della casa adiacente non retrocede ancora, come piü 
a S. — k h pavimentato di signinum inclinato verso S e qui mu- 
nit(» d'iin margine rialzato in modo da far scolare l'acqua a SO. 
E accanto a quel margine stanno due pietre di lava, ognuna con 
un buco quadrangolare di 0,10 in ogni lato, profondo piü di 0,20, 
evidentemente per inserirvi dei pali, che forse sorreggevano un 
velum per coprir qiiesto vano, che era senza tetto : ciö puö essere 
constatato sul lato 0, ove l'angolo appartenente alla casa C aveva 
il suo tetto. 

Furono trovate in k, presso il muro 0, 14 anfore, fra cui 7, 
ed un frammento d'un collo, con epigrafi (30 dec. 1891), delle 
quali pubblico le seguenti: 

1 (forma VIT): 

LYMP \£' 

ÄCCCCÄ 

XVIIIS HYMN//// 

M • VALERI • ABINNERICI 

sul ventre, in grandi lettere rosse, e scritto verticalmente : ANR. 
E vi ö graffito: XIIXS. 

2 (forma VII). Identica iscrizione mal conseryata; vs .3 vi e 
soltanto ////IIS ; non si distingue se vi fosse HYMN//// o qualche 
cosa analoga. — Sul ventre in grandi lettere rosse : 

CROCo 
SALARA 

3 (forma IX), due esemplari: 

XPG 

AI 

4 (forma XII), con color rosso: RVF, in nesso. 

Presso il muro E poi si trovarono 13 lucerne, parte semplici 
parte figurate ; e fra queste ultimo una mostra un delfino, una un 
busto elmato, una Giove con l'aquila, e le lettere A • P, una un 
Amore che cammina v. sin. 



26 



A. MAU 



Nel raiiro N di k, ad della porta, e praticata la nicchia 
del larario, fatta a volta, a. 0,60, 1. 0,52, a m. 1,42 dal pavi- 
mento; sotto di essa una lastra rivestita di stucco sporge di m. 0,18. 
L'ornamentazione in rilievo di stucco — ante, trabeazione, Yolta — 
e completamente conservata; e dipinta in rosso, turchino, bianco, 
giallo e verde ed acciisa in modo indubitabile l'epoca deirultimo 
Stile. Nel fondo della nicchia e dipinto Ercole, a. 0,33, di faccia, 
ritto in piedi, barbato, coronato di foglie, con la clava suUa spalla 
sin. e la pelle di leone siiiravambraccio sin.; regge lo skyphos 
nella d. alzata fino al gomito. A sin. e dipinto im altare maimoreo 
con fiamma, a d. un maiale che alza il miiso verso il dio. 




Questo larario fu trovato munito di tiitto il suo corredo. Vi 
stava ima statuetta in bronzo di Merciirio, con tracce di doratura : 
e ignudo, meno una clamide suUa spalla sin., coronato di foglie 
con una punta sulla fronte; la d. abbassata regge la borsa. II 
lavoro e buono, con molti particolari anatomici; a. con la base 



SCAVI Dl POMf'EI, INSULA V, 2 27 

circolare 0,14. Un'altra statuetta, di terracotta, a. 0,13 rappresenta 
Minerva, in limgo chitone cinto, con l'elmo in testa. Alza lo scudo 
in modo da farlo stare dietro la spalla sin. L'interno dello scudo, 
la cresta deH'elmo, la superticie della base sono di color rosa, 
bianco, per qiianto ora si conosce, il resto. — Una terza tigurina, 
di bronzo, a. 0,05 rappresenta una donna inginocchiata con am- 
bedue le braccia alzate e ripiegate in modo da volgere in alto le 
palme. La posizione perfettamente orizzontale di queste ultime e 
l'identitä del loro livello con quello della sommitä della testa po- 
trebbero far credere che la tigura abbia portato qualche oggetto ; 
e forse puö aver servito una volta ad un uso simile; ma qui, 
nel larario, fa posta senz'alcun dubbio come adorante. E vestita 
del Chitone dorico con Yd^roarvyfxa, di stoffa finissima a giu- 
dicarne dalle pieghe. — Inoltre vi stava una testa di Baccante 
coronata di vite, in terracotta, a. 0,12, di lavoro piuttosto rozzo, 
che non ha mai fatto parte di una statua; un'aretta, anche di 
terracotta, in forma di vasetto tondo ad un piede, a. 0,10, con 
avanzi di carboni e cenere ; una lucerna di terracotta con smalto 
verdastro (diam. 0,08); un delftno di bronzo con un anello per so- 
spenderlo; due monete di bronzo (Not. d. Sc. 1891 p. 376). 

NeU'angolo NE di k sta, non al posto suo, un puteale di 
terracotta, semplicemente scanalato, a. 0,50, diam. 0,35, con un 
coperchio di lava. 

Resta a parlare della camera m, dipinta semplicemente nel- 
l'ultimo Stile a fondo giallo, senza rappresentanze figurate. Non ha 
soffitto. ma e coperta del tetto soltanto, inclinato verso 0. E sic- 
come il tetto al suo margine superiore e piü alto del muro S del 
giardino (a. 2,35), cosi, quando si fece la camera. il muro fu in- 
nalzato fino al tetto. stesso ; e su questo muro, il quäle dunque 
discende, come il tetto, verso 0, fu fatto un canaletto per acqua, 
formato di tegole semicilindriche. L' acqua, che questo canale era 
destinato a portar via, non poteva venire che dai tetti dalla casa ß: 
nuovo indizio che le due case appartenessero ad un medesimo pro- 
prietario (^). 

(1) In m, oltre il recipiente di cuoio menzionato a pag. 24, furono tro- 
vate 2 scuri e una ronchetta di ferro, una moneta di bronzo ed un'anfora con 
iscrizione; nel giardino n un'aretta cilindrica di terracotta con un serpe at- 
tortigliatovi intnrno, a. 0,14. 



28 A. MA.U 

Casa E. 

E questa senz'alcun dubbio la parte la piü importante di 
tutto questo scavo: una casa cospicua, con atrio tetrastilo e peri- 
stilio, dell'epoca preromana, che offre delle particolaritä notevoli, 
ed e interessante, oltre che per queste particolaritä, per due cir- 
costanze : la prima che, non essendovi stato, almeno in origine, iin 
piano superiore, si puö indicare quasi con certezza la conformazione 
dei tetti ; la seconda, che con la massima chiarezza si puö trac- 
ciare la storia dei successivi cambiamenti da essa subiti in varie 
epoche. Non e scavata completamente : sul lato E dei peristilio si 
aprono delle porte che conducono in parti non ancora esplorate. 
Fu costruita, a quanto pare, negli ultimi tempi dell'epoca dei 
primo Stile decorativo, cioe probabilmente poco prima della dedu- 
zione della colonia romana. Lo deduco dal modo di costruire, che 
non e quello per es. della casa « dei Fauno « e di altre simili, 
ove negli angoli e negli stipiti delle porte i grandi massi di pietra 
calcare, accuratamente lavorati, o sono sovrapposti uno all'altro 
senza cemento di sorta, o divisi fra loro da un tenue strato di calce 
pura. Qui i massi sono meno grandi e divisi fra loro da grossi 
strati di cemento : modo di costruire che anche in altre case, p. es. 
in quella di Popidio Prisco VII, 2,20 (0, si trova con decorazioni 
nello Stile suddetto. Delle quali nel caso nostro sono pochissimi gli 
avanzi : soltanto in g (che allora faceva parte di h) e in / si tro- 
vano parti di semplicissime decorazioni. Rimontano perö all'epoca 
stessa i pavirnenti dell' atrio {sigtümm con file di pietruzze blanche), 
dei portici dei peristilio (massa composta di pezzetti di pietre di 
vari colori con file di pezzi irregolari di marmo) e deU'esedra y 
(siraile a quello dei peristilio). Che cioe questi pavimenti, omogenei 
fra loro, non siano posteriori alle decorazioni nel secondo stile, si 
puö constatare direttamente nell' atrio ed in y ; che ne siano anteriori, 
lo deduco dal fatto che i pavimenti dl v q x, in musaico e pro- 
babilmente contemporanei, certo non posteriori alle decorazioni nel 
secondo stile, non si congiungono a quello dei peristilio, ma vi sono 
fra questo e quelli piccole lacune riempite con pezzetti di mattoni, 
vale a dire che, quando furono fatti i pavimenti a musaico, quello 

(') Mau, Gesch. d. decor. Wandmal. in Pompeji, p. 93. 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 29 

del portico era rotto, e dovendo il musaico finire in linea retta, 
non rimaneva altro che riempir le lacune con una massa simile a 
quella del pavimento del portico. Questo dunque, anteriore ai mu- 
saici, e per conseguenza alle pitture nel secondo stile, puö con 
tutta la probabilitä ascriversi al tempo del primo stile. 

La disposizione della casa, qiiando fii fabbricata, era, nelle 
parti essenziali, quäle ora la vediamo, perö in alciini riguardi era 
piii semplice. Vi era a ciasciin lato dell'ingresso una camera (bot- 
tega?) con ingresso dall'atrio (che fu poscia murato); quindi a 
ciascun lato dell'atrio tre camere, ognuna con la sua porta dal- 
l'atrio, e l'ala; mancavano le scale g e k e quella in m, ne eranvi 
(come piü tardi) locali superiori. Sembra poi, che a d. del tablino 
vi fosse, invece di p q, una camera uguale a « : il muro fra p q 
da una parte e l'atrio con l'ala dall'altra, e, a quanto pare, anche 
quello fra p eq, sono di origine posteriore. E antico lo stipite E 
della porta posteriore di j;; ma esso poteva appartenere ad una 
porta della stanza p q, aperta sul peristilio. Cosi si comprende 
anche la forma alquanto insolita del corridoio _p (^). E probabile 
infine che il tablino da tutt'e due le parti si aprisse in tutta la 
sua larghezza: le ante che ne restringono l'uscita nel peristilio 
sono d' origine posteriore. 

Anche il peristilio conserva essenzialmente la sua forma pri- 
mitiva ; le porte dei compresi circostanti sono fatte nel modo stesso 
come quelle intorno all'atrio: soltanto quella della cucina s puö 
essere di origine piü recente. 

Negli Ultimi tempi del secondo stile decorativo, circa i primi 
anni di Augusto, la casa, ed in ispecie l'atrio con le camere adia- 
centi, ebbe a subire una trasformazione, della quäle si parlerä piü 
estesamente in appresso (pag. 84). Qui basta dire che le camere 
laterali, prima molto alte, furono ridotte a bassi locali con am- 
mezzati sovrapposti, murandosi nel tempo stesso alcune porte ed 
aprendosene delle altre. 

E probabile che al medesimo tempo fossero fatte le ante che 

(>) Similmente la stanza a d. dol tablino fu trasformata nella casa '> di 
Sallustio ", e se ne fece il corridoio e due altri vani (Mau Gesch. d. decor. 
Wandm. in Pompeji p. 30. Overbeck-Mau Pompeji p. 303). La forma autica, 
con due stanze quadrate accanto al tablino, senza corridoio, si trova per es. 
nella casa « del Chirurgo » (Overbeck-Mau Pompeji p. 270). 



30 A. MAU 

restringono Tuscita dal tablino nel peristilio (mattoni alternati, 
ma irregolarmente, con pietre di forma analoga). E forse fin d'al- 
lora fu miirata, in fondo all'ala sin., una grande finestra (oporta? 
l'ala non e del tutto sgombrata); era larga m. 2,22 e arrivava al- 
l'altezza di 2.50 dal pavimento. 

Fatti questi cambiamenti, la casa fu dipinta nel secondo stile^ 
il quäle perö qui si presenta in una delle sue ultiuie fasi: deco- 
razione conservata nella parte superiore delle pareti dell'atrio con 
le ale, nella parte anteriore di v, in x tj s. 

Pill tardi la stanza a d. del tablino {p q) fu divisa nel 
modo suddetto, e fu fatta la grande porta con la quäle n si apre 
sul peristilio : cambiamenti che, per il modo di costruire, mi sem- 
brarono contemporanei fra loro. II loro posto cronologico risulta 
da] fatto che l'anta della porta di n ne e contemporanea e fatta 
come d'un pezzo con quella del tablino, ne puö essere anteriore, 
giacche allora dovrebbe vedersi l'angolo fra essa e la parete sin. 
del tablino stesso; invece la linea irregolare con la quäle questo 
tratto di muro finisce verso 0, presuppone una continuazione, cioe 
appunto l'anta del tablino. Sono diinque le ante d' ingresso di n 
posteriori a quelle del tablino, e in ogni modo a quei cambiamenti 
che precedettero la decorazione del secondo stile. 

Dell'anta che restringe 1' ingresso all'ala d., diversa, per il 
modo di costruire, anche dai cambiamenti ora accennati, si puö 
dire soltanto, che la sua costruzione precedette l'ultima decorazione 
della casa, nel quarto stile. Si puö dunque sospettare che quegli 
altri cambiamenti, accauto al tablino, fossero seguiti da una de- 
corazione nel terzo stile o in quello a lui contemporaneo « dei 
candelabri " , nel quäle e dipinto (oltre la parete S di e) l'angolo 
SO del peristilio: avanzo d'una decorazione che doveva estendersi 
una volta suU'intero peristilio e forse a qualche camera adiacente. 
L'ultima decorazione della casa fu fatta nel quarto (ultimo) 
Stile, ma prima dell'anno 60 d. C. Ciö vien provato dalla iscrizione 
segueute, graffita nello stucco d'una delle colonne del peristilio, 
che fa parte appunto di quest'ultima decorazione: 
Nil RON II CA II SAR II AVGVSTO 
COSSO LENTVLO COSSI FIL CoS 60 d. C. 

VIII IDVS FIIBRARIAS 
DI IIS SOLIS LVNA XIIIS NVN CVMIS V NVN POMP II IS 



SCAVI DI POMPEF, INSri,A V, 2 31 

Le diie ultime righe souo interessanti per la iiidicazione del 
giorno della settimana e per la data del mese lunare ('), della 
quäle non si avevauo finora che esempi di epoca assai posteriore (-); 
pur troppo perö non si prestano ad una interpretazione del tutto 
soddisfacente. Nessuna spiegazione si trova per il segno aggiuuto 
al numero XIII, che rassomiglia piü ad S che ad altro, ma non 
e una vera S. II febbraio poi dell'a. 60 d. C, non fii domenica. 
ma mercoledi, ne la XIII, bensi la XV (3) giornata del mese lu- 
nare. Dimque o il calendario di ciii si servi lo scrittore, non era 
in regola (cf. Cic. Verr. II 129), o egli stesso, calcolando forse 
la fase lunare da lettere come quelle apposte al calendario filo- 
caliano, commise qualche sbaglio. Quanto alla domenica invece del 
mercoledi, lascio riflettere a quelli che meglio se ne intendono, se 
si possa credere, sia che la coutinuitä delle settimane venisse iuter- 
rotta fra il 60 ed il 205 d. C. (C. /. L. III 1051 : giovedi 23 maggio), 
sia che ne" primi tempi imperiali vi siauo state, in questo riguardo, 
differenze locali. Nel giorno cosi indicato era il mercato, NWNdl/iae, 
di Cuma, e due giorni piü tardi, V {id. febr.), 8 febbraio, quello 
di Pompei. SuUe nundine delle varie cittä e sulle tavole che le 
indicavano vd. C. I. L. I- p. 299 (dietro il calendario di AUife) ; 
I.R.N. 6747; Not. d. Sc. 1891 p. 238; Müih. 1886 p. 254. 

Se la casa ha softerto dei danni per il terremoto del 63 d. C, 
essi certo furono di poca importanza. Forse il mm'O N dell'ala sin. 
con le sue due porte, fu fatto in quel tempo: qui la muratura 
rassomiglia a quelle parti della casa ^ che possono con molta pro- 
babilitä attribuirsi ai ristam-i dopo il terremoto. Alcuni ristauri 
allo stucco rosso dello zoccolo delle colonne dell'atrio possono cre- 

(i) Parlando di questa iscrizione in un'adunanza dell' Istituto, fraintesi 
la luna XIII ; sono obbligato al prof. Zangemeister di avermi avvertito 
deH'errore. 

(2) Mommsen ChronoL"- p. 312 cita: CIL. III 1051. XII 1497. De 
Eossi /wscr. ehr. I 11.172.443. Si puö aggiungere C /. Z. III 5938; nessuna 
di queste iscrizioni e anteriore al 3 sec. 

(3) II prof. Zangemeister consultü a questo proposito il eh. sig. M. Wolf, 
professore di astronomia airuniversitä di Heidelberg, il quäle gentilmente gli 
calcolu le date seguenti: genn. 21 22 novilunio ; 5 febbr. pleniluuio ; 20 f.bbr. 
novilunio; 4 apr. pleniluuio (eclissi); 19 apr. novilunio (eclissi). E noto che 
il mese lunare degli antichi cominciava [luna I) col ricomparire della luna, 
il giorno dopo il novilunio astronomico, di modo che il plenilunio era luna XIV. 



32 A. MAU 

dersi posteriori al 63, ma non hanno da fare col terremoto. — La 
Camera n era, quando sopravenne la catastrofe, priva d'intonaco e 
doveva ricevere una nuova decorazione. 

Tracciata cosi la storia della casa attraverso quasi due secoli, 
ci rivolgiamo a considerarne le singole parti. 

Per la fauce larga m. 2,74 (10 piedi oschi) si entrava in un 
atrio dei piü spaziosi di Pompei: m. 16,46 X 11,92. Forse la prima 
intenzione era di dargli 60 X 45 piedi oschi (m. 16,50 X 12,375): 
i m. 0,04 che mancano alla lunghezza, possono calcolarsi sullo 
stiicco delle pareti; la larghezza fu ridotta di un piede e mezzo 
per dare un po' piü di ampiezza alle camere laterali. Ciö trova 
una perfetta aualogia in quanto ho esposto altrove (') suUe misure 
della casa « del Chirurgo ". 

L'atrio e tetrastilo. Le quattro colonne, croUate durante l'eru- 
zione del 79 e raccolte fra le masse vesuviane, sono state rimesse 
in piedi ed hanno Taltezza di m. 7,80. Calcolando l'architrave e 
l'inclinazione del tetto, risulta per le pareti dell'atrio un'altezza 
di circa 10 m., altezza grandissima, ma conforme al precetto di 
Vitruvio VI 3, 4, che cioe l'altezza dell'atrio {mh traben) sia 
uguale a tre quarti della larghezza: questa e poco meno di 12 m., 
l'altezza fino a tutto l'architrave doveva avvicinarsi assai a 9 m. 

Furono trovate anche le grondaie del compluvio con teste di 
leoni del tipo della casa del Fauno (-). E si raccolsero inoltre nel- 
l'atrio stesso (8 luglio 1892) delle antefisse in forma di teste mu- 
liebri. Pare adunque che al margine del tetto queste si elevassero 
sopra le grondaie. 

L'acqua venne raccolta nella cisterna, dietro l'impluvio, mentre 
il solito canaletto coperto, con uno sfogatoio fra le due colonne 
anteiiori, portava suUa strada l'acqua sporca, e anche l'acqua pio- 
vana, quando se ne aveva abbastanza. Nell'impluvio stesso, presso 
il margine posteriore, una base (m. 0,51 X 0,54, alta 1,20) rive- 
stita di marmo, portava senza dubbio una statuetta, che lasciava 
cadere un getto d'acqua in una vasca circolare di marmo (diam. 
m. 0,78). E nella stessa vasca cadeva un altro getto dal lato an- 
teriore della base stessa, ove e conservata la bocca del tubo, che 



(1) Pompejan. Beitr. p. 38 sgg. 

(2) Von Rohden Terracotten von Pompeji tav. V, 2. 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 33 

era rivestita di una testa di cinghiale in bronzo ; il tubo che con- 
diiceva alla statuetta e visibile sulla superficie della base, e dietro 
di questa, nel pavimento, un tubo piü grosso col rubinetto per chiu- 
derlo. Sta pure dietro la base un grazioso puteale di « travertino » . 

Sull'atrio aprivansi in origine (oltre la fauce, le ale ed il ta- 
blino) dieci porte, alte m. 4,15, larghe circa 1,38: tre camere su 
ciascun lato, due accanto alla fauce e due accanto al tablino. 
Quest'ultimo e largo m. 6,58, cioe 24 piedi oschi (6,60), piü della 
metä della larghezza dell'atrio, laddove Vitruvio (VI 3, 5) vuole, 
quando l'atrio e, come qui, largo fra 40 e 60 piedi, che il tablino 
non ne abbia che due quinti. L'altezza, non inferiore a 6 ra., a 
giudicarne dai pilastri d'ingresso larghi 0,71, restava perö sotto 
quella dell'atrio, in conforraitä del precetto di Vitruvio VI 3, 6. 
Invece il largo passaggio dal tablino al peristilio non era piü alto 
di m. 3,85; era chiuso da una porta massiccia a quattro partite, 
di una parte della quäle si e potuto fare l'impronta in gesso 
(esposta nel piccolo museo di Pompei); e vi sta al posto suo 11 
cardine che congiungeva due partite. Dalla parte dell'atrio il ta- 
blino non aveva porta. A ciascun lato dell'ingresso stava fissato al 
muro S dell'atrio, all'altezza di 2 m., una lastra circolare di bronzo 
(diam. 0,15), dalla quäle sporge una prora di nave (lunga 0,13): 
si potrebbe credere destinata a reggere una portiera; ma forse la 
sporgenza e troppo piccola per una portiera tanto grande. Del resto, 
essendo questo ornamento sovrapposto allo stucco dipinto nell'ultimo 
Stile, non rimonta certo alle origini della casa. Era antico invece 
quanto la casa stessa un altro ornamento, di cui vi sono rimaste 
le tracce soltanto. AI disopra cioe di ognuna delle suddette dieci 
porte si vede nel muro un incavo, lungo circa 2,30, nel quäle 
doveva essere immesso un membro a guisa di cornice, quäle spesso 
si osserva al disopra delle porte di strada nelle case dell'epoca 
preromana (p. es. in quella di L. Cecilio Giocondo V 1, 26). Qui 
perö questi ornamenti erano di legno, e perciö nulla ne e rimasto ; 
la loro contemporaneitä alle origini della casa risulta appunto dal 
posto che occupano al disopra delle porte in parte abolite prima 
della seconda decorazione. 

Delle camere circostanti aU'atrio b & c erano forse botteghe : 
tanto questo quanto la loro divisione da e i non si puö verificare 
nello stato attuale dello scavo. Le camere laterali erano cubicoli 



34 A. MAU 

e forse in parte dispense, mancando altri locali che abbiano potiito 
servire a quest'uso. Hanno la profonditä di circa m. 3 senza il 
muro, grosso circa 0,41 (1 piede osco e mezzo). Quanto alla loro 
altezza originaria, e conservata in / e A la fascia sporgente rossa 
che a m. 4,60 segna il margine siiperiore della parete. E vero 
che non vi si vede traccia alcuna del soffitto; ma siccome e dif- 
ficile a credere che in pareti lisce del resto, e senza decorazione, 
quella fascia non abbia avuto la fimzione appunto di segnare il 
margine superiore, cosi bisogna supporre che in vece del soffitto 
vi fosse una volta decorativa. E supponendola anche a tiitto sesto, 
pure l'altezza totale difficilmente poteva oltrepassare 6 m. E che 
non fosse maggiore, lo couferma anche il modo come in un'epoca 
alquanto piü tarda le camere laterali furono divise nel senso del- 
l'altezza. 

Camere superiori in origine non vi erano. E evidente che fu- 
rono fatte posteriormente, prima della decorazione nel secondo stile. 
Allora, per fare un ammezzato, l'altezza delle camere fu ridotta a 
circa 3 m., quella delle porte a 2,40, e queste furono anche fatte 
piü strette. b, c, i e m ebbero murate le porte dalla parte del- 
l'atrio; i fu unita probabilmeute ad una bottega ; a m fu aperto 
un nuovo ingresso dal lato dell'ala ; ed ivi stesso fu fatta la scala 
del locale sovrapposto. Similmeute accanto alla porta chiusa di i 
fu fatta la scala k. Ai locali superiori del lato opposto si montava 
per la scala g, accessibile da /; da h si accedeva al sottoscala. 
Non si puö decidere, nello stato attuale dello scavo, se i locali 
superiori si estendessero sopra ab c, certo no p q ne erano privi. 

II livello tanto basso dell' ammezzato non conferma soltanto 
ma basterebbe anche da se solo a dimostrare quanto fu detto sopra 
suU'altezza originaria delle camere: se fossero state, tutto com- 
preso, piü alte di (3 m., certo le camere inferiori non si sarebbero 
ridotte a soll 3 m., facendole piü basse di quelle sovrapposte. Cal- 
colando dunque 6 m, al massimo l'altezza originaria, essa resta 
circa 4 m. sotto quella presumibile per il muro dell'atrio: diffe- 
renza importante per un'altra questione, alla quäle ora ci rivolgiarao. 

Se cioe domandiamo, come potesse essere formato il tetto che 
copriva tanto l'atrio quanto le camere adiacenti, bisogna prima di 
tutto escludere aflfatto l'idea, che l'intero tetto sia stato inclinato 
verso il compluvio: in tal modo il muro in fondo alle camere si 



soAvi DI pompp:i, INSULA V, -2 35 

sarebbe alzato circa m, 5 sopra le camere stesse, rinchiiidendo, 
col miiro dell'atrio, un vano perdiito e inaccessibile dell'altezza 
minima di poco meno di 4 m. Ma non sembra neancbe credibile 
che da im comiine comignolo, sul muro dell'atrio, il tetto di que- 
st' ultimo fosse incliuato lerso il compluvio, qiiello delle camere 
verso il lato esterno, Cosi il muro in fondo alle camere si sarebbe 
alzato circa m. 2,50 sopra le camere stesse, e sarebbe stata questa 
l'altezza minima del vano morto. E avendo bisogno di locali su- 
periori, sarebbe stato tanto piü semplice rendere accessibile questo 
vano morto invece di ammezzare le camere. Mi pare dunque quasi 
inevitabile l'ammettere che il tetto delle camere fosse incastrato 
nel muro dell'atrio molto al disotto del tetto dell'atrio stesso, e che 
lo spaccato dell'atrio con le sue camere Ibsse quäle si propone 
nelle flgure qui appresso con le quali si e cercato di dare un'idea 
dell'aspetto che la casa poteva offrire nei suoi primi tempi; e ac- 
cennata perciö sulle pareti una decorazione nel primo stile. Per 
maggior chiarezza e iudicata la suspe/isura del caldario, beuche 
sia forse d'origine posteriore. Vd. le figure p. 36, 37. 

Kesta a ricercare se il risultato cosi ottenuto abbia ad esten- 
dersi, e in quäl grado, ad altre case della stessa epoca; giacche 
pur troppo per 1' epoca precedente (quella « della pietra calcare«) 
si puö dire fin da principio che nulla si poträ constatare. Ma anche 
per le case piü o meno conternporanee alla casa nostra la ricerca 
incontra gravi difficoltä, essendo raramente riconoscibile l'altezza 
dell'atrio, raramente anche quella delle camere adiacenti. Kiser- 
vandomi dunque di tornare sull'argomento depo averlo studiato piü 
minutamente, per ora mi limito a dire che in pochi casi soltanto 
le camere adiacenti agli atrii dell' epoca in questione erano sor- 
montate da locali superiori, e che p. es. nella casa del Faune e 
difficile che non vi sia stata fra il grande atrio tuscanico e le ca- 
mere adiacenti una ditferenza tale di altezza, da rendere necessaria 
una disposizione dei tetti simile a quella qui proposta. 

Fatto che fu l'ammezzato e gli altri cambiamenti suddetti, 
la casa, o almeno gran parte di essa, fu dipinta nel secondo stile. 
Nell'atrio questa decorazione imitava, come tante volte, un'incro- 
stazione in marmi di vari colori, ed era terminata, all' altezza di 
4 m., da un epistilio dipinto ; piü sopra probabilmente la parete 
era coperta di stucco grezzo. Soltanto sul piccolo tratto fra il ta- 



36 



A. MA.U 



blino e l'ala sin. questa decorazione rimase intera fino all'a. 79 ; 
in tutto il resto dellatrio e nelle ale la maggior parte di essa, 
dal pavimento fino a tutti i rettangoli grandi (a. 1,68, 1. 1,19, 
neri, rinchiusi ogniino in un margine rosso-cinabro) fu rimpiazzata, 
prima dell'a. 60, con una pittura nell' ultimo stile, la quäle perö, 




Sezione longi+ndinale. 




I 



Sezione trasversale per il peristilio. 



nella divisione della parete ed anclie nei colori, poco si scostava 
dall'antica decorazione. Soltanto l'esecuzione e meno buona, i colori 
piü ordinari (senza cinabro) ; lo zoccolo e diviso in modo un 
po' differente per mezzo di linee e ornato di plante dipinte, e in 



SGAVI m POMI'EI, INSU LA V, 2 37 

vece dell'antica cornice verde e terminato da iina striscia ornamen- 
tale a fondo giallo. 

Nella decorazione del secondo stile alcune particolaritä accen- 
nano decisamente agli Ultimi tempi di qiiesto stile. Cosi il fregio 
al disopra dei rettangoli graiidi, verde con stelle blanche sulle 




Sezione longitudinale. 




Sezione trasversale per Tatrio. 



pareti laterali, giallo con stelle sciire su quella di fondo ; e sopra 
qiiesto la cornice dipinta con pochi dettagli, piuttosto nella ma- 
niera dello stile - dei candelabri " (')• Nelle tre file poi di piccoli 
(') Mau Gesch. der decor. Wandmal. in Pompeji p. 374 sgg. 



38 A. MAU 

rettangoli al disopra di questa cornice mancano affatto le imita- 
zioni di marmi screziati; sono tutti colori imiti, e qiiesti scelti 
senza alcun riguardo a quelli delle varie specie di marmi. E la 
fila media di queste tre e tutta composta di quadrati neri, che 
hanno alternativamente gli uni il margine verde e nel mezzo ima 
maschera, gli altri il margine giallo e nel mezzo un fiore. Tutti 
questi particolari, in ispecie le stelle nel fregio. le maschere ed 
i tiori ne' rettangoli, sono estranei alle forme piü antiche del se- 
condo Stile, come lo troviamo p. es. nella casa « del Laberinto » . 

Fra le camere laterali e (non scavata) ha avanzi d'una deco- 
razione nello stile « dei candelabri "1/(0 piuttosto g) e h i giä 
menzionati avanzi del primo stile, m pareti rozze; soltanto l e 
stata dipinta nell'ultimo stile, contemporaneamente senza dubbio 
alla parziale rinnovazione della decorazione dell'atrio. 

l e grande 3,32 X 3,65 ; il soffitto aveva la stessa forma di l 
della casa B (vd. p. 15); lungo ognuna delle pareti lunghe, al- 
l'altezza di m. 2,90, una striscia orizzontale, larga sul lato d'in- 
gresso 0,40, sul lato opposto 0,50 ; sulla striscia media una volta 
decorativa alta 0,37. La pittura delle pareti, a fondo bianco, e 
semplice e senza Interesse quanto alla parte decorativa. Nel centro 
di ognuna parete evvi un medaglione del diam. di m. 0,32 ; quello 
a d. e del tutto irriconoscibile ; sono mal conservati anche sul 
muro sin. e di fondo ; vi si riconoscono perö in ognuno due teste, 
probabilmente di carattere bacchico. 

1, sul muro di fondo. A sin. una testa di giovine donna, chi- 
nata sulla spalla sin.; guarda in giü con l'espressione (molto gra- 
ziosa) di chi ascolta le parole d'un altro. A d. una testa piü grande, 
virile a quanto pare, senza barba ; guarda la donna, con espressione, 
a quanto pare, bramosa. 

2, sul muro sin. A d. una testa, che sembra femminile, co- 
ronata di vite, volta leggermente a sin. (per chi guarda) ; pare che 
la mano d. regga un'uva avanti al petto. Sopra la sua spalla d. 
comparisce un altro busto di proporzioni un po' piü piccole, con 
berretto frigio in testa ; le mette la mano sin. sulla spalla sin. e 
guarda negli occhi di lei. 

m, alta cii'ca 2,75, traversata dalla scala (in legno) del locale 
superiore, era ima dispensa: vi sono in tutt'e tre le pareti i buchi 
per i mutuli di una scansia. 



scAvi DI POMPEi, insl:la V, 2 39 

Nelle ale la pittura non differisce da quella dell'atrio. Quella 
sin. aveva in origine una linestra nel muro di ibndo (vd. sopra 
p. 30). L'altezza delle ale nou e riconoscibile. 

Nel tablino o (cf. p. 29) la pittura nell' ultimo stile, conser- 
vata fino all'altezza di m. 3,85, e di poco interesse. Sono degne 
di nota soltanto le piccole e graziöse scene di Amori nella striscia 
a guisa di fregio frapposta fra lo zoccolo e gli scompartimenti 
grandi, sotto gli scompartimenti laterali delle due pareti d. e sin. 

3. Sul muro sin., a sin. Biga di pantere. A sin., verso d., 
il cocchio; un Amore (v. sin.) e occupato a alzarne il timone; 
piü a d. una pantera coricata ; quindi l'altra pantera, in piedi v. d., 
che beve da un bacile d'oro o dorato, che le porge im Amore in- 
ginocchiato v. sin. Altezza 0,18. — L'estremitä d. del mm-o sin. 
e occupata da una porta. 

4. Sul muro d., a sin. Biga tirata da animali della famiglia 
delle capre (?) ma con le corna curvate in avanti. A sin. un Amore, 
che verso d. monta sul cocchio, mettendovi il piede sin, ; ha nella 
d. la frusta, nella sin. la briglia. Ma gli animali non obbediscono ; 
quello a d. si e messo per terra, l'altro si e distaccato e corre 
verso d., rovesciando un altro Amore, che e caduto sul sedere e, 
mentre s'appoggia sulla mano sin., alza spaventato, per proteggersi, 
la mano d. e la gamba d. Altezza 0,18. 

5. Sul muro d. a d. ; e conservata la parte d. soltanto. Un 
Amore con grande sforzo tira a d. un caprone, che fa resistenza 
allargando le gambe ; piü a sin. i piedi di un altro caprone. Al- 
tezza 0,19. 

II corridoio p e dipinto nell'ultimo stile, con zoccolo nero, 
scompartimenti rossi, parte superiore a fondo bianco. Nello scom- 
partimento medio del muro d. e conservato : 

6. un piccolo paesaggio, a. 0,15, 1. 0,30. E rappresentato un 
lacfhetto circondato da monti e su d'esso una barchetta. — Clli 
scompartimenti laterali contengono ognuno un cigno volante. 

La Camera adiacente al corridoio jj, il cubicolo (a giudicarne 
dalle dimensioni) q, e per le sue pitture, ed in ispecie per la parte 
decorativa di esse, piü interessante che tutto il resto della casa. 
Le pareti sopra uno zoccolo rosso sono dipinte a fondo bianco; e 
conservato lo zoccolo e la parte media, manca quella superiore. 
Fanno parte queste pitture di una classe di pareti, il cui piü noto 



40 A. MAU 

rappresentante e la celebre «^ parete nera " , una classe che per lo 
piü ha il fondo d'im sol colore (qualche volta, come qui, sopra uno 
zoccolo di color differente), e a preferenza nero o bianco. Evita quelle 
Dote strisce ornamentali a guisa di galloni che accompagnano in- 
ternamente il margine de' grandi scompartimenti, e in loro vece ado- 
pera piante stilizzate e tralci di plante naturali. Gli scompartimenti 
stretti poi, frapposti fra qiie' larghi, sono rinchiusi fra architettm-e 
sottili, adoperate con grande parsimonia, e riempite di strisce or- 
namentali composte in modo fantastico e qualche volta molto ori- 
ginale da piante, parte stilizzate parte naturali, ed elementi figurati. 
L'interesse speciale di questa camera, e cio che la distingue 
da altre pareti della stessa classe, non dipende tanto dai concetti — 
benche le strisce ornamentali ora menzionate siano rieche ed ori- 
ginali, specialmente sulle pareti lunghe — quanto dalla esecuzione 
affatto particolare ed originale. Essa si distingue per la estrema 
leggerezza del disegno, che si compone di tratti di pennello leg- 
gerissimi, i quali, trascurando ognuno per se la bellezza della linea, 
pure formano un insieme elegante e piacevole. Quasi si direbbe 
che rammentino un'iucisione ad acqua forte. E mirabile poi la 
leggerezza e sicurezza del « tocco " , il modo come con pochi tratti 
di pennello e abbozzata una figm-a umana o animalesca, con po- 
chissimi particolari, rendendo perö con indubitabile chiarezza la 
mossa e ciö che con essa si esprime. Vi si aggiunge il trattamento 
dei colori, originale anch'esso e ditterente da altre pareti simili; 
i colori cangiano fra il verde, giallo e paonazzo. Non conosco al- 
cima pittura eseguita dalla stessa mano. 

Sulle pareti lunghe le piü volte menzionate strisce ornamen- 
tali frapposte fra gli scompartimenti grandi, sono composte, sopra 
un piede formato da una pianta stilizzata, dai seguenti elementi 
figurati : Amore con piatto e pedum (questo anche sui muri corti) ; 
due Pani che ballauo intorno ad un erma di sfinge; maschera su 
fondo verde (in una cassa?) ; cavalli marini (se ne vedono quattro, 
ma debbono immaginarsi sei) che dall'asse della striscia saltano 
in tutte le direzioni; un essere marino (Scilla?), mal conservato, 
sopra una grande conchiglia ; ha la parte superiore umana, e vibra 
un timone sopra la spalla d.; due leoni seduti; figura alata mal 
conservata, che regge qnalche oggetto sulle mani; aquila sul globo. 

Ognuno degli scompartimenti grandi (meno quello centrale) 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 41 

delle pareti liinghe contiene un gruppo di due Amori (o Amore e 
Psiche) volanti. Ne sono un po' meglio conservati i seguenti: 

7. Siü muro sin. a sin.; a. e 1. 0,21. Amore e Psiche (questa 
a d.) volano verso d. ; egli alza il ginocchio d. e sopra di esso 
regge con ambedue le mani ima maschera tragica ; giiarda Psiche, 
che guarda dritto avanti a se. Ella e vestita d'un lungo chitone 
giallo con margine turchino chiaro, egli di una veste svolazzante 
a guisa di sciallo, turchino-chiara, a quanto pare, da un lato, e 
rossa dall'altro. 

8. Sul muro d. a sin. ; a. e 1. 0,24. Due Amori, intorno a 
cui svolazza una veste a guisa di sciallo, volano in su verso d. ; 
quello a sin. porta sulla spalla sin. il noto oggetto conico, di color 
giallo. 

9. Sul muro d'ingresso, a d. di chi entra, monocromo bru- 
nastro: Frisso sull'ariete che galoppa verso d. 

Sotto gli scompartimenti laterali delle pareti lunghe sono qui 
pure strisce (0,73 X 0,22) a guisa di fregio, che contengono sul 
fondo bianco scene di Pigmei. 

10. Sul muro sin., a sin. Un Pigmeo corre v. d., guardando 
in dietro a sin. A d. e a sin. di lui stanno due griii, alle quali 
ambedue egli, con le mani stese, da da mangiare. Un altro Pigmeo 
accorre da sin.; regge nella sin. protesa qualche cosa, che egli pro- 
babilmente vuol dare alle grui. Ambedue sono nudi. 

11. Sul muro d., a d. Una grue sta ritta v. sin. Dietro di 
lei un Pigmeo, con trampoli ai piedi, caduto per terra, si appoggia 
sulla mano sin. e guarda la grue. A sin. un altro Pigmeo, sui 
trampoli, porge con la sin. qualche cosa alla grue, guardando nel 
tempo stesso un terzo Pigmeo, senza trampoli, che arriva da sin. 
e gli mette ambedue le mani sulla spalla d. 

12. Sul muro sin. a d. A d. sta seduto un Pigmeo (v. sin.) 
cui, a quanto pare, un manto cuopre la spalla sin. e le parti in- 
feriori; alla spalla sin. e appoggiato uno scettro: evideutemente 
egli e un re ; stende in avanti la mano d. Gli sta dietro (alla 
sua d.) un uomo con scudo al braccio e lancia sulla spalla sin. ; 
ha la testa coperta d'un elmo con cresta e stende anch' egli la 
mano d. Incontro a loro stanno due Pigmei, di cui l'uno, un sol- 
dato, con elmo ed esomide verde, spinge avanti a se, verso il re, 
r altro, che e nudo ed ha le mani legate sul dorso. 



42 A. MAU 

13. Sul muro d. a sin. A d. il re, come in 12 ; il braccio e 
steso piü fortemente. Incontro a lui diie soldati, vestiti di tunica, 
con scudo, elmo e lancia, di cui iino arriva con passo rapido, guar- 
dando in dietro (v. sin.) suU'altro, che sta li fermo evidentemente 
contrariato e con espressione di malcontento ; pare che quel primo 
accusi il compagno. 

Nel centro di ogniina delle pareti lunghe stava im qiiadro, 
a. 0,59, 1. 0,54 senza il margine; quello a d. manca in gran parte, 
ma anche l'altro e mal conservato. 

14. Sul muro sin. Replica piü completa e arricchita di qualche 
figura del quadro Heibig 1147. A d. Ercole siede sopra un sedile 
di cui nulla di piü preciso si riconosce. Poggia la sin. sul sedile; 
vicino ad essa e visibile l'arco ed il turcasso. La poca conserva- 




SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 -13 

zione non permette di riconoscere la clava, dipinta probabilmente 
fra l'arco ed il margine del quadro. Sotto il ginocchio sin. com- 
parisce, a quanto pare, la pelle di leone. La d. protesa regge nna 
Corona di foglie color giallo-grigio, dalla qnale pende un nastro, 
ed un'asta lunga e molto sottile. Gli sta incontro im fanciullo ric- 
camente vestito alla foggia Orientale: porta uno stretto costume 
azzurrognolo, che ciiopre anche le braccia e le gambe, e sopra 
qiiesto im liingo mantello rosso affibbiato sulla spalla d. Nell'altra 
replica il costume e piii ricco ancora: vd. Heibig 1. c. Egli stende 
ambedue le mani verso l'eroe, il quäle pare che gli porga l'asta 
e la Corona; in fatto quest'ultima e troppo piccola per ]a testa 
di Ercole, mentre si adatterebbe a quella del fanciullo. Delle due 
donne che stanno ritte dietro quest'ultimo, ambedue, a quanto pare 
in Chitone azzurrognolo, quella a sin. (sulla cui coscia sin. si vede 
una veste gialla, di significato non chiaro) dimostra, con l'intero 
suo atteggiamento, un certo imbarazzo : abbassa un poco il viso e 
con una mossa involontaria e senza scopo alza la mano d. avanti 
al petto. Nonostante la poca conservazione si riconosce che la sua 
posa era bene ideata e molto espressiva. Tutt'altro e il contegno 
della donna a d. II suo viso — mi pare di riconoscerlo con suffi- 
ciente chiarezza — e rivolto francamente e con una certa premura 
ad Ercole; la sua mano sin., protesa con la parte interna in su, 
accompagna il gesto delle braccia del fanciullo ; giacche, se si ri- 
volgesse ad Ercole per conto proprio, dovrebbe protenderla piü in 
alto. Sopra il braccio d. di Ercole si vede un braccio ed una mano 
appoggiata al tianco, che sembra reggere un'asta simile a quella 
da lui tenuta ; e alla stessa persona deve appartenere lo scudo 
tondo dorato visibile dietro la testa dell'eroe. Inflne sopra la spalla 
sin. di Ercole comparisce, assai mal conservata, una tigura in piedi, 
avviluppata in una veste azzurrognola ; anche la testa e coperta 
sia dalla veste stessa sia da un berretto del medesimo colore ; pare 
che con la mano d. tocchi il mento e guardi Ercole. 

L'interpretazione della scena rappresentata fu data dal Mi- 
nervini (') a proposito dell'altra replica, tuttora esistente nella casa 
« del Naviglio ": quel fanciullo e Priamo, per il quäle la sorella 
Esiona, dopo la presa di Troia e l'uccisione di Laomedonte, im- 

(^) II mito di Ercole e di Jole, nelle Mem. dell'Acc. Ercol. V p. 238, 



44 A. MAU 

plora la grazia del vincitore. Delle diie donne dunque una e Esiona, 
l'altra poträ chiamarsi la mitrice. E mi par fuor di dubbio che 
Esiona sia la donna a sin.: quel contegno imbarazzato e nel 
tempo stesso dignitoso conviene alla figlia del re, non alla serya. 
Nell'altra replica vediamo una donna sola, che con ambedue le 
mani spinge amorevolmente il fanciiillo verso Ercole, al quäle ri- 
volge lo sguardo; ha la testa avvolta d'un fazzoletto turchino, a 
guisa di cuffia: noto costume delle serve e specialmente delle nu- 
trici (^). Anche la sua azione rassomiglia piü a quella della nu- 
trice che non a quella della Esiona del quadro nuovo, nel quäle 
sembra che le due donne siano state, nel loro contegno, un poco 
assomigliate fra loro. Forse nel comune originale delle due repliche 
la nutrice spingeva con una mano il fanciullo, con l'altra ne ac- 
compagnava il gesto supplichevole, come nel nuovo quadro. II 
pittore dunque della replica della casa del Naviglio, non consape- 
vole abbastanza del significato della rappresentanza, invece di una 
figura secondaria ne ha tralasciato una principale : quella cioe che 
prendeva meno parte all'azione e della quäle appunto perciö gli 
sembrava che piü facilmente si potesse fare a meno. Per la figura 
con lo scudo si puö pensare, se e virile, a Telamone, se e fem- 
minile a Minerva, protettrice di Ercole. L'altra ravvolta nella 
veste e probabilmente una personificazione locale: rammenta la 
divinitä locale nel gran quadro di Adone ferito. 

Ein qui tutto e semplice. L'anica dißicoltä consiste nell'asta 
e nella corona tenute da Ercole. Una Corona si comprenderebbe 
come simbolo della vittoria; ma egli dovrebbe tenerla in testa, 
non porgerla alle persone che gli stanno incontro ; ne cosi si spiega 
la piccola dimensione della corona ; e nessuna spiegazione si trova, 
sulla base dei costumi greci, per l'asta. Non vedo per questo par- 
ticolare altra spiegazione che di ammettere che qui costumi romani 
siano stati imniischiati nella rappresentanza del mito greco. II mito 

(1) Stephan! CR 1863 p. 176 sgg. Siccorae lo St ephani nella donna del 
quadro in discorso riconosce appunto la nutrice, cosi egli rigetta la spiega- 
zione del Minervini e pensa (1. c. p. 187) ad un figlio di Ercole ed Onfale, 
del quäle nulla si sa e che difficilmente sarä stato altro che un nonie genea- 
logico, un eponimo di qualche cittä o popolo. II nuovo quadro con la figura 
di Esiona dilegua i dubbi dello Stephani, ben giustificati dinanzi a quel- 
Taltra replica sola. 



SCAVI DI POMPEI, INSULA. V, 2 45 

(Apollod. II 6, 4) raccontava che ad Esiona fosse data facoltä di 
portal* con se cM ella volesse dei prigionieri ; ella sceglie l'unico 
fratello superstite, Podarce, ed Ercole glielo accorda, a condizioae 
perö che, essendo egli prigioniero e dovendo esser venduto, ella lo 
compri. In fatto ella lo compra a prezzo del suo velo, xalimxQa (i). 
E da qiiesta compra {ngiaal^ai) fu dato al fanciullo il nome di 
Priamo. Ora sembra che qiiella risposta di Ercole, il pittore abbia 
voliito esprimerla per mezzo della hasta e della Corona^ notissimi 
simboli, presso i Romani, della vendita dei prigionieri. 

Con tutto ciö non credo che questa sia nna composizione di 
origine romana. Sappiamo per le ricerche di Heibig, che le pit~ 
ture delle cittä campane sono, in generale, derivate da originali 
greci e specialmente dell'epoca alessandriua, e che i pochi quadri 
ritraenti soggetti romani si distinguono dagli altri anche per la 
loro inferioritä artistica. Nel caso nostro il soggetto, prescindendo 
dall'asta e dalla Corona, non e romano, e non era neanche stato 
popolarizzato da poeti romani. Quanto poi alla inferioritä artistica, 
essa e innegabile nella figm*a di Ercole: il viso e brutto e insi- 
gnificante, le forme del corpo goffe e volgari, la posa ne bella ne 
espressiva. L'esecuzione, a giiidicarne dal poco che e conservato, 
era assai mediocre, ciö che nuUa decide riguardo all' originale. 
Quanto perö al resto della composizione, non vedo motivo per dirla 
inferiore in alcun riguardo a tante altre che si credono, e debbono 
credersi, derivate da originali greci. La figura di Esiona e oltre- 
modo espressiva ed ispirata in ogni modo ad un sentimento piü 
delicato, ad un'arte assai superiore a quella dell' Ercole. La nutrice, 
se la sua azione nell'originale era quella sopra accennata, era an- 
ch'essa una figura espressiva e bene ideata. Ed era felice il con- 
trasto fra le due donne di carattere e atteggiamento diversi. Delle 
due figure a d. troppo poco e rimasto per formarcene un giudizio. 
L'insieme poi della composizione non puö biasimarsi, e l'effetto 
sarebbe migliore ancora, se i due gruppi, composti ognuno da tre 
persone, fossero piü avvicinate fra loro; in fatto nulla impedisce 
di credere che lo fossero nell'originale. 



(') A torto il Minervini volle riconoscere Ta xccXimxQcc nel fazzoletto che 
la donna deU'altra replica porta intorno alla testa. Vd. sulla xaXvmQu Heibig 
Das hom. Epos'^ p. 215. 



46 A. MAU 

Pare adimque — la cattiva conservazione ci impone ima certa 
riserva — che l'etfetto poco favorevole consista soltanto nella figura 
di Ercole. E perciö la conclusione la piü naturale e questa, che 
la coinposizione possa essere, come in generale anche le altre, di 
origine greca, ma che im pittore pompeiano abbia sostituito al- 
r Ercole delVoriginale la figura che ora vediamo. La rappresentanza 
non sembrandogli abbastanza intelligibile, gli venne l'idea di ren- 
derla piü chiara per mezzo dell'asta e della Corona, e ciö lo trasse 
a trasformara l'intera figura. Ed il fatto stesso che l'aggiunta ro- 
mana stuona col resto del quadro, e si da subito a conoscere, con- 
ferma vieppiü l'origine greca si di questa composizione che di tutte 
le altre. Non si puö decidere, se anche nell'altra replica Ercole 
abbia tenuto l'asta e la Corona. 

15. Sul muro d. ; e couservato soltanto l'angolo inferiore a d., 
a. m. 0,30, 1. 0,35. Si riconosce, vicino al margine d,, im piede 
d'una grande sedia ; a sin, di questo qualche cosa come uno scettro 
che sta in direzione obliqua ; piü in giü un' aquila. Era dunque 
senza dubbio rappresentato Giove. 

II peristilio r e un i^eristylium Rhodiaciim. Vitruvio VI 10 
(7), 3, parlando della casa greca, dopo di aver descritto la gijnae 
conitis comincia a parlare ^aWaiidronitis (che e appunto il pro- 
totipo del peristilio italico) con queste parole : coniimguntur autem 
Ins domus amiüiores habentes lautiora peristylia, m quibus pares 
sunt quattmr 'porticus altitudinibus_, aut uiia^ quae ad meridiem 
spectat, excelsioribus colitmnU constituitur ; id autem per isty Hon 
quod unam altiorem habet porticum, Rhodiacum dicitur. Qui 
il portico piü alto e 1' anteriore, che e appunto rivolto a mezzo- 
giorno, ed ha cinque colonne doriche, alte 4,27, con una trabea- 
zione, murata sopra una traye di legno, alta 0,(32 ; le colonne degli 
altri tre portici sono alte 3,10, e sono sei sul lato di dietro, cinque 
a d. e a sin. senza l'angolare anteriore, alla quäle e appoggiata 
un'anta; qui pure la trabeazione e alta 0,62. 

Questa forma del peristilio rimonta agli origini della casa. 
Le colonne del portico anteriore sono di tufo e evidentemente del 
tempo del primo stile ; il materiale delle altre non si riconosce, 
staute la perfetta conservazione dello stucco; ma e atfatto escluso 
che esse siano uu'aggiunta posteriore e che in origine vi fosse il 
portico anteriore soltanto. Siccome cioe le colonne angolari di que- 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 47 

st'ultimo non sono scanalate sul lato S, cosi e chiaro che tiu da 
principio vi erano addossate le ante dei portici laterali. La con- 
formazioiie dei tetti doveva essere come nell'edifizio di Eumachia 
(vd. le tigiire Mltth. VIT, 1892, p. 132 e tav. IV, V); qiiella 
parte dei tetto dei portico anteriore e piü alto, che corrispondeva 
ai portici laterali, era sorretta sii ciascun lato da im arco che 
tuttora congiunge la colonna angolare con la parete laterale. Tutto 
ciö risulterä piü chiaro dalle nostre figure a pag. 36, 37. 

Le colonne grandi sono fino all'altezza di m. 1,50 gialle e 
senza scaualature, di sopra blanche. II loro stucco e qiiello del- 
l'ultima epoca, ma segue le forme antiche, dando soltanto un poco 
piü di protilo all'abaco; la parte inferiore aveva fin da principio 
le scanalature accennate soltanto. Sulla trabeazione non e conser- 
vato lo stiicco. Sugli altri tre lati le colonne sono tonde e rive- 
stite di stucco rosso scuro fino a m. 1,28, quindi blanche ed ot- 
tangolari; l'abaco ha ornamenti in rilievo nella maniera deH'ultimo 
Stile. La trabeazione, murata, come sul lato anteriore, sopra una 
trave di legno, e ben conservata, in gran parte con i suoi ornati 
in istucco e le sue pitture, che sono dell'ultima epoca. Presenta 
dal lato esterno una superlicie liscia ed imita, sulla quäle sporge 
il margine dei tetto. Vi e dipinto, al di sopra d'ognuna colonna, 
un bucranio o un medaglione contenente un fiore su fondo tur- 
chino, sopra ogni intercolunnio un campo incorniciato con animali 
uccelli in varie posizioni; e ben conservata la rappresentanza 
dei primo intercolunnio a d, : un cinghiale, v. sin., contro il quäle 
salta, da sin., una tigre; da d. s'avvicina, a quanto pare, una volpe. 
AI margine superiore poi evvi prima uno stretto fregio turchino, 
quindi una fila di ovoli, di lavoro non molto fino, e flnalmente la 
cornice, bianca, che porta il margine dei tetto con le sue antefisse 
in forma di maschere. E ornamentato anche il lato inferiore del- 
l'architrave, a fondo bianco, ma poco ne e conservato, e cosi anche 
i summenzionati archi fra le colonne angolari e le pareti laterali : 
il loro margine e ornato da una delle tanto frequenti cornicette 
variopinte in istucco. lÖ superfluo il dire che al tempo dei primo 
Stile tutto ciö doveva oflfrire un aspetto molto differente e piü 
severo. 

Le pareti dei peristilio sono dipinte anch'esse nell'ultimo stile. 
La pittura distingue il portico anteriore dagli altri tre per mezzo 



48 A. MAU 

di colori piü chiari e piü vivaci : grandi scompartimenti rossi, in- 
termediati da semplici prospetti architettonici a fondo giallo e sor- 
montati da un fregio bianco con mostri marini. Invece dugli altri 
tre lati gli scompartimenti grandi sono neri, e quegli stretti frap- 
pösti fra essi contengono ognimo su fondo bianco un candelabro o 
qualche cosa simile ; nella parte superiore i soliti motivi di questo 
Stile SU fondo bianco; la divisione fra il portico anteriore ed i la- 
terali e fatta dagli archi suddetti. In uno degli scompartimenti 
rossi del portico anteriore e dipinto: 

16. ün piccolo tripode color d'oro con coperchio a punta; e 
posto, a quanto pare, sopra una lastra quadrangolare, la quäle, 
sorretta da alcuni piccoli sostegni, poggia sopra una roccia. A. 0,22 ; 
1. 0,15. 

17. Pare che in ognuno degli scompartimenti neri dei portici 
laterali fosse dipinto un xeiüon (Vitr. YI 10 [7J, 4); ne e con- 
servato uno, a d. dell'ingresso di v. due pani ed un uccello morto. 

Quella specie di nicchia che il portico forma nell'angolo SO, 
e dalla quäle si accede a x, conserva la pittura fatta nello stile 
« dei candelabri », a fondo rosso-paonazzo. Si puö supporre che 
questa parte fosse coperta da una tenda e che perciö la pittura 
(estesa senza dubbio un tempo sopra l'intero peristilio) non fosse 
rinnovata. 

Nel canaletto per l'acqua piovana appie del portico anteriore 
giace un tubo dell'acquedotto, il quäle, proyeniente da E, si divido 
presse la colonna angolare NO in due rami, di cui uno monta 
addosso alla colonna, e mandava dal lato E di essa (a quanto pare) 
un getto d'acqua nel canaletto; l'altro prosegue verso la cucina e 
la vasca del bagno. 

Nel giardino rinchiuso fra i portici si riconosce, quasi nel 
mezzo, un rialzo circolare di circa 3 m. di diametro. Su di esse 
stavano in giro figure di animali della nota pasta egizia smal- 
tata (') : una rana (verde), un rospo (giallastro) e due coccodrilli 
(giallastri), tutti press'a poco della stessa grandezza: il piü grande 
dei coccodrilli e lungo m. 0,40, il rospo alto 0,18. 

Non isfuggirä credo ad alcuno la ben calcolata gradazione 



(') Von Rühclen Terracotten von Pompeji p. 29. Dressel Ann. d. Inst. 
1882 p. 5. 



SCAVI DI POMPEI, INSL'LA V, 2 49 

delle altezze, dall'altissimo atrio totrastilo per il portico anteriore, 
alto ancora, ma meno dell'atrio, ai portici bassi e graziosi degli 
altri tre lati : unico esempio finora di iina casa nella quäle ci sia 
dato di vedere la distribuzione dolle altezze dominata in tutte le 
parti da un comiine pensiero. Ciö da alla casa stessa im certo ca- 
rattere monumentale, per il quäle nessun'altra le si puö paragonare. 

Ma il peristilio rodiaco qui scoperto ha ancora un altro In- 
teresse. Ed e l'egregia illustrazione, e si puö anche dire conferma, 
che esso da alla restituzione da me ultimamente esposta dell'edi- 
fizio di Eumachia {Math. YII p. 113 sgg.), che anch'esso e un 
peristilio rodiaco, con la differenza perö che il portico anteriore e 
piu alto non e rivolto a mezzogiorno ma a levante, e che tutti e 
quattro i portici sono sorretti non da uno ma da due ordini di 
colonne. Ivi pure il portico anteriore si distingue dagli altri per 
la decorazione delle pareti, incrostate di marme, laddove gli altri 
tre lati non hanno di marmo che lo zoccolo. 

Fra le adiacenze del peristilio dobbiamo per ora lasciar da 
parte ciö che sta sul lato sin. (Ej: soltanto col progredire degli 
scavi sapremo dove conducono le tre porte ivi visibili. — Sul lato 
anteriore il grande triclinio n ha le pareti prive d'intonaco, e do- 
veva ricevere una nuova decorazione, quando sopravenne la ca- 
tastrofe. 

Sul lato posteriore abbiamo un'esedra y fra due cubicoli ,z' ^, 
tutti e tre dipinti nel secondo stile. La pittura dell'esedra y e 
monocroma in giallo e rappresenta un muro terminato superiormente 
da epistilio, fregio e cornice, che sta sullo zoccolo, dietro pilastri 
(due in ognuna parete). Avanti al largo fregio stanno a guisa di 
mensole varie tigure: Centauri, un suonatore di flauti (Satiro?), 
imo che balla (Satiro?) col 2^edum, danzatrici, una Sirena, cioe 
una figura femminile con piedi d'uccello ('). Sopra la cornice stanno 
piccole architetture, poco variate e di proporzioni alquanto pesanti, 
che pure sono i precursori di que' leggiadri motivi architettonici 
che specialmente su pareti del terzo, ma anche dell'ultimo stile 
riempono questa parte della parete. I suddetti pilastri a m. 0,25 
sopra le architetture sorreggono l'architrave dipinto che ivi termina 
la decorazione. 

(^) Cf. Mau Gesch. der decor. IVaadinal. in Pompeji p. 145. 

4 



50 A. MAU 

Le pitture dei cubicoli ,e j imitano incrostazioni con marmi 
di vari colori, in modo perö da distinguere la parte piü interna, 
ove stava il letto, dal resto della camera. Anche il musaico bianco 
e nero dei pavimenti segna questo posto, il quäle era coperto di 
un'alta volta a botte, con la lunetta in fondo; il nascimento della 
volta sta a m. 2,50, la sommitä a 3,30 dal pavimento. II resto 
delle camere sembra che avesse il soffitto piano all'altezza di 3,373. 
Si noti ancora che in qiiest' ultima parte la decorazione non arriva 
al soffitto, ma linisce al livello dei nascimento della volta della 
parte interna; piü in su evvi iino stucco di qualitä inferiore con 
tracce incerte di colori. 

Puö sembrar strano che x , oltre una porta larga quasi 
come la camera stessa, abbia anche sul portico una porticina 
laterale. Lo scopo era questo, che la porta grande rimanesse 
nell'estate aperta anche di notte (gli antichi erano molto sen- 
sibili al caldo), neH'inverno perö restasse chiusa, o si aprisse 
forse una volta al giorno per dare assetto alla camera, e che allora 
si uscisse e si entrasse per la porticina. Ed e appunto questo caso 
qui che rende certa una tale spiegazione: in tutti gli altri casi 
simili, che sono numerosi, la porticina da in un triclinio adiacente, 
e si poteva pensare che per uno scopo qualunque si volesse mettere in 
comunicazione le due camere ; qui ogni altra spiegazione e esclusa. 

Sul lato d. il grande triclinio iv ha il pavimento bianco con 
margine nero; l'ornamento a guisa di soglia ed il rettangolo che 
segna il posto della tavola, sono eseguiti in bianco e nero. La de- 
corazione delle pareti e tutta a fondo nero; gli scompartimenti 
grandi son divisi fra loro per mezzo di leggere architetture, di cui 
e ornata anche la parte superiore. ün pilastro dipinto in giallo 
divido sopra ognuna delle pareti lunghe la parte anteriore da quella 
destinata ai tre letti e alla tavola : in quella prima ogni parete e 
divisa in due, in questa in tre scompartimenti. In quelli della 
parte anteriore, ed in quei centrali delle pareti laterali e nei la- 
terali della parete di fondo della parte interna son dipinte 

18, figuro femminili volanti senz'altro vestimento all'infuori 
d'un largo manto, che esse portano in maniera diversa. Tutte vo- 
lano in giü e sono alte fra 0,40 e 0,42. — Invece nella parte in- 
terna sopra ognuno degli scompartimenti laterali delle pareti late- 
rali, e SU quello medio della parete di fondo eravi un medaglioue 



SCAVI DI POMTKI, I.NSILA V, 2 51 

con due teste, a quanto pare, dal diametro di 0,855 senza il mar- 
gine. Sono perö quasi totalmente svaiiiti; soltauto in quello piü 
interno del muro sin. si riconosce 

19, iina testa piü grande con diadema color d'oro intorno 
ai ricci biondi, e a sin. tacce di una testa piü piccola. — Final- 
mente fra i due scompartimenti della parte anteriore del muro sin- 
e dipiuto 

20, un xenion, rappresentante un'anitra; a. 0,16, 1. 0,34.- 
Presso ran^olo interno a d. evvi sotto il muro d. un tubo 

per il quäle, quando si lavava il pavimento, l'acqua scolava nel 
piccolo bacino 2 posto all'angolo SO della vasca del bagno di cui 
parleremo adesso. 

tuv, con la vasca 1 situata nel cortile, sono un piccolo bagno. 
V e l'apoditerio, diviso per mezzo di due ante in una parte ante- 
riore e una interna, quella dipinta nel secondo stile ad imitazione 
d'incrostazione di marmo, questa nell' ultimo. Nella parte anteriore 
la decorazione arriva fino all'altezza di 2,75 ed ivi finisce con una 
cornice dipinta; ma la camera era piü alta. La decorazione della 
parte interna e a fondo giallo, e sopra oguuaa parete e dipinto, 
in alto, un xenion : 

21, sul muro di fondo, a. 0,19, 1. 1,41: a sin. un cavriuolo 
con le gambe legate; a d. sopra una piccola base cubica due 
frutti, la cui specie non puö definirsi, essendone distrutta la parte 
superiore. 

22, sul muro d. : a sin. un gambero ; in mezzo una zuccbetta, 
e sopra di essa, a quanto pare, un uccello ; a d. un mazzo di ci- 

pollette. 

II pavimento e di musaico. Nell'ingresso dal portico esso 
rappresenta in bianco e nero un ponte sorretto da cinque piloni e 
quattro archi; sopra ognun pilone, fra gli archi, e praticata un'aper- 
tura in guisa di finestra a volta, per lasciar passar l'acqua in casi 
di piena. Di sopra un parapetto. Nella parte anteriore della ca- 
mera il musaico forma un disegno composto di triangoli in nero, 
bianco, rosso, verde e giallo; e negli stessi colori e fatto l'ornato 
a guisa di soglia fra le due ante. In fondo alla parte interna il 
musaico segna il posto d'un letto : bianco con soglia bianca e nera. 
Questa parte era coperta d'una volta decorativa, la quäle perö 
non si puö decidere se si estendesse sul posto del letto soltanto 



52 A. MAU 

ovvero su tutta la parte entro le due ante. II nascimento della 
volta sta all'altezza di 2,65, ed e conservata la lunetta iino a 3,56. 

Come in w cosi qui pnre presso l'angolo interno a d., sotto 
il miiro di fondo, e praticato un canaletto per il quäle, quando 
si lavava il pavimento, l'acqua scolava nel piccolo bacino 2. 

Uscendo dalla porticina di v si faceva, a cielo aperto, il bagno 
freddo nella vasca 1. Potrebbe far meraviglia la scelta del posto, 
in un cortile (4) traversato da chiunque dal j^ostieum audava sulla 
strada e viceversa ; ma penso che a tale inconveniente si riparasse 
in qualche modo, sia che vi si mettesse un paravento, un velo, o 
cosa simile, sia, ciö che e anche piü probabile, che vi fosse pian- 
tato un boschetto; e forse 4 meritava piü il nome di giardino che 
di cortile: in tal modo la vasca rinchiusa fra cespugli e forse 
anche ombreggiata poteva offrire, nella stagione calda, un bagno 
assai gradevole. Essa e grande 3,85 X 3,00, profunda fra 1,05 e 
1,10; vi si discendeva dal lato e nell'angolo SE sopra due gra- 
dini. L'acqua vi cadeva da un cippo di marmo con testa di lione 
in rilievo, posto sul margine 0. 

Nella vaschetta 2 (m. 0,56 X 0,40) imboccano gli scoli sum- 
mentovati da z; e lü. Da 2 poi un canale sotterraneo conduce nel- 
l'altra vaschetta 3 (m. 0,72 in ogni lato, pro fonda 1,15). In questa 
stessa vaschetta imbocca da NE un altro canaletto simile : a giu- 
dicarne dalla direzione potrebbe provenire da q (che non vidi del 
tutto sgombrato), nel quäl caso doveva incrociarsi con la fogna 
della latrina s', passando sopra di essa. Dal fondo poi di 3 un 
canaletto conduce nell'adiacente angolo di 1, e vi imbocca vicino 
al fondo, che pende verso quest'angolo, di modo che tutti gli scoli 
dell'acqua sporca andavano a finire nella vasca del bagno. Vice- 
versa poi da questa, 1, al margine superiore di essa e appie del 
muricciuolo che la circonda, un canaletto conduce in 3, destinato 
a portarvi l'acqua eccedente quando la vasca era piena. E chiaro 
che questi due Ultimi canaletti non potevano fimzionare contem- 
poraneamente. Quando la vasca 1 era piena, e destinata a farvi 
il bagno, essa versava, per il canaletto al margine superiore, le 
sue acque in 3, nella stessa misura come atttuivano; lo scolo in- 
vece, che dal fondo di 3 conduce in 1, doveva restar chiuso: al- 
trimenti le acque sporche si sarebbero mescolate con quelle del 
bagno ; e doveva esservi, da 3, un altro scolo : altrimenti le acque 



SCAVI DI POMPEI, IMSULA V, 2 53 

eccedenti di 1 non sarebbero state smaltite. Ed e altrettanto chiaro 
che, se la vasca 1, quando era vuota, riceveva le acque sporche, 
doveva partir da essa, e precisamente dall'angolo presse 3, un 
canale d'espurgazione, per mezzo del quäle poteva anche essere 
vuotata. Non mi e riiiscito constatare direttamente l'esistenza di 
qiiesti due canali, ma non v'ha dubbio che vi fossero. II fondo di 1 
e, in quell'angolo, molto distrutto, ma l'esistenza del canale risulta 
in modo indubitabile dalla forte pendenza di tutto il fondo verso 
quest'angolo stesso. In 3 poi mi e sembrato che vi fosse nell'an- 
o-olo NO. Ambedue dovevano condurre in qualche fogna, forse in 
quella stessa che dalla latrina s\ passando sotto a, conduce verso 0. 
Tutto questo e perfettamente chiaro; soltanto non si comprende, 
perche si sia voluto aprire alle acque sporche uno scolo anche 
nella vasca del bagno, mentre vi era qneU'altro; forse quest' ultimo 
era stato danneggiato, e fu temporaneamente rimediato in quel modo. 
II tepidario u (2,34 X 2,51 fra lo stucco delle pareti) ed il 
caldario t (3,52 X 3,46, compreso il vuoto nelle pareti) rimontano 
alla primitiva costruzione della casa; perö non si puö assicurare 
che fin da quel tempo avessero i pavimenti sospesi e le pareti 
vuote; anzi gli apparecchi per il riscaldamento sono fatti con 
mattoni, modo di costruire estraneo alle origini della casa, ed 
e probabile perciö che siano un'aggiunta posteriore. Anche gli 
stipiti della porta fra tepidario e caldario sono di mattoni: forse 
qui pure e stato fatto qualche cambiamento. II pavimento so- 
speso lo hanno ambedue, ed e sorretto da pilastrini vuoti di ter- 
racotta, fatti appositamente per quest' uso, tondi, con piede ed 
una specie di capitello quadrangolari. II caldario aveva vuote 
tutte e quattro le pareti, il tepidario soltanto quella che lo divide 
dal caldario. E conformemeute a ciö il caldario ha due buchi per 
la uscita del fumo e dell'aria calda (cf. 3Iitth. VI, 1891, p. 266), 
uno in ogni estremitä del muro 0, il tepidario uno soltanto al- 
l'estremitä N di questo muro: sono tubi di terracotta che passando 
per il muro sboccano sul cortile. Forse evvi inoltre nel caldario 
un avanzo d'un condotto simile che rimonta ad un'epoca quando 
vi era il pavimento sospeso, non perö le pareti vuote. Nell'angolo 
NO cioe, appena sotto il pavimento, si scorge 1' estremitä di un 
tubo di terracotta che incastrato nella parete conduce in su, leg- 
germente inclinato verso l'esterno (cf. anche per questo 1. c. p. 267). 



54 A. MAU 

Nella parete del tepidario, a m. 0,68 dell'angolo NO e 
a 1,04 dal pavimento e couservata la bocca d'un tiibo deH'acqiie- 
dotto, dal diametro interno di 0,025; vi e stato messo posterior- 
mente. Ha la forma di quei tiibi che nel caldario delle donne 
nelle terme Stabiane (Overbeck-Mau Pompeji "" p. 230) ed in quello 
degli iiomini nelle terme presso il foro (1. c. p. 211) debbono cre- 
dersi destinati, per il posto che occupano ed anche per la loro 
forma, a portar via l'acqua eccedente quando la vasca era piena. 
Qui perö una tale spiegazione e esclusa, sia perche non vi fu mai 
una vasca murata, sia perche il tubo sta troppo in alto. E perciö 
pare inevitabile di ammettere che mandasse un getto d'acqua in 
iina bagnaruola che vi si poteva mettere quando si voleva fare im 
bagno nel tepidario. Rammento che, come questo tubo, cosi la vasca 
nel tepidario degli uomini nelle terme Stabiane e un'aggiunta 
posteriore. Confesso perö che nel caso nostro non ci vedo chiaro : 
la forma del tubo non e affatto adatta all'uso suddetto, e poi e 
curioso che non vi sia un rubinetto per poter chiuderlo. 

Ambedue i locali erano dipinti nell' ultimo stile, il tepidario 
a fondo giallo, il caldario, ove pochissimo e conservato, a fondo 
rosso. Nel tepidario sono conservate due piccole rappresentanze, 
che stanno senza cornice sul fondo giallo: 

23, sul muro d. a sin. Un vaso al quäle e appoggiato un 
ramo di palma. 

24, sul muro d. a d. Un vaso, e a d. di esso un rullo. 

25, sul muro d'ingresso. Un tripode simile a quello riprodotto 
Mitth. V, 1890, p. 244, ma piü largo; nel recipiente di sopra 
si vede un liquido rosso. A sin. un cerchio, a d. un oggetto ir- 
riconoscibile. 

s e la cucina. Alla parete e addossato il focolare, e sopra 
di esso evvi: 

26, la pittura lararia. Nel centro un altare tondo, sul quäle, 
fra le altre cose, si distingue una pigna, e intorno al quäle si 
avvolge il serpe. Ai due lati i Lari, a. 0,64, nel solito atteggia- 
mento. A d, dietro il Lare un uomo che conduce il porco rilut- 
tante. La zona sottostanto e distrutta; rimangono soltanto le punte 
delle plante fra cui eravi senza dubbio il serpente. 

Apple del muro S evvi l'apertura per la quäle si accendeva 
il fuoco sotto il caldario, e a sin. di essa un rialzo di materiale, 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V. 2 55 

quadrangolare (1,13 X 0,97, alto 1,35), siil quäle da N conduce 
una scaletta di tre gradini. Qui, secondo l'analogia di altri bagni, 
stava l'acqua per il bagno caldo: non poteva essere riscaldata sul 
liiogo stesso, ma doveva esservi portata calda. 

s e la latrina. Sotto il muro di fondo si vede il canale, che 
passando sotto il cortile e sotto il corridoio a (ove il suo corso e 
segnato da im rialzo di fabbrica) conduce nella fogna che deve 
supporsi sotto il marciapiede della strada. Dal muro sin. sporge 
una bocca d'acqua chiusa da un rubinetto. 

Apple del muro E della cucina sta un puteale di tufo (diam. 
interne 0,40) in forma d'un capitello dorico capovolto; non ho 
potuto verificare se stia sopra una bocca di cisterna. E li vicino 
si trovö un recipiente di bronzo di forma ellittica, con margine 
che si allarga orizzontalmente ; ha maniglie mobili ai lati ed e 
coperto d'un coperchio in bronzo ancli'esso con maniglia mobile 
nel mezzo ; lung. 0,47, a. 0,23. Una piastra circolare per serratura 
e alcuni ornamenti in bronzo, raccolti ivi stesso, sembrano aver 
fatto parte di una cassa. Di marmo vi si trovö una basetta ci- 
lindrica, di osso un cucchiaino lungo 0,09, di terracotta un piatto 
aretino e tre urcei rustici. 

Del resto gli oggetti raccolti in questa casa sono di poca 
importanza. Nell'atrio si trovö (8 luglio 1892) una borchia orna- 
mentale con grappa retrostante, una chiavetta di serratura, e 4 
piccoli arpioni, tutto di bronzo: avanzi, come pare, di qualche 
cassa ivi coUocata; insieme furono trovate 5 catenelle di bronzo 
unite ad una estremitä per mezzo di un anello (lungh. 0,09). Nella 
parte occi dentale si raccolsero 20 denari, 7 monete di bronzo, e 
un'agata ellittica con l'incisione di un leone. Inoltre vi si trovö 
(fra atrio e ale) qualche vasetto di vetro e di terracotta e qualche 
lucerna. Nell'ala d. s'incontrö (9 agosto 1892) un'anitra di marmo 
(lunga 0,15), nella sin. gli avanzi, come pare, deU'ornamentazione 
in bronzo di una bardatura di cavallo da sella: placche, rosoni, 
dischetti, bottoni, tutto questo ornato di mascherette d'argento, e 
due fibule. Nel peristilio poi, oltre le giä menzionate figure di 
animali (p. 48) si trovarono 12 anfore e 3 frammenti di anfore, 
in gran parte con iscrizioni (vd. in appresso) ; un recipiente cilin- 
drico di piombo, ornato di scudi con figure ed ornamenti, a. 0,53, 



56 A. MAU 

diam. 0,47, e probabile che avesse il suo posto sotto la bocca 

d'acqua presso la colonna angolare NO (p, 48). 

Vi si raccolsero inoltre, nella parte occidentale, 10 pesi da 

telaio, di terracotta, un'aretta tonda, a. 0,10, diam. 0,10, anche 

di terracotta, con tracce di colore, iina lucerna fittile con rappre- 

sentanza di Giove fra Minerva e Fortuna, una « pelvi " con la 

marca 

M • STA^^' 

/LOREN// 

e sulla parte opposta dell'orlo un cinghiale ed iin cane in rilievo 
{CIL. X 8048, 36), e una quantitä delle note cerniere di osso. 
Di bronzo si trovö ivi stesso un triente republicano, un braccia- 
letto in forma di serpe (diam. 0,10), un ago Crinale ed un oggetto 
di significato non chiaro, una specie di cassonetto cioe con alette 
sporgenti, lungo 0,05, che ramraenta i creduti crogiuoli Mitth. V, 
1890, p. 139. Di ferro inline vi si incontrö una specie di tridente 
ripiegato, lungo 0,13. 

Kesta a registrare brevemente, per quanto lo merita, il ma- 
teriale epigrafico di questa casa. 

Di iscrizioni graffite evvi un numero considerevole. 

1-4 stanno sul muro sin. dell'atrio; 1 fra la prima e la se- 
conda porta, 2-4 fra la seconda porta e l'ala. 

1. LVCIVS AVGVS 

2. FIRMILVS 

3. a d. di 2. LVCIO ALBVCIO SORATO. 
La R di Sorato e poco chiara. 

4 a d. di 3. RVSTIO SI. 

La lezione non h chiara. Del segno che ho letto O, non si 
vede che C; di S non vi e che la parte superiore, ma mi pare 
che non possa essere altro; l'asta seguente e ripiegata nella estre- 
mitä superiore a guisa di L : non di meno e difticile di credere 
che non sia stato scritto Rustio sal. 

5-9 sulle colonne del peristilio; stucco dell'ultima epoca. 

5, lato anteriore, col. media: 

RVSTIVM 

6, ivi stesso : vd. p. 30. 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 57 

7, lato d., col. seconda: 

GMNHCeH QeO<Pl 

Aoc BGPOHC en A 
rd0(jj ndPöv Ti-i KYPi(\ 

II i-icordarsi di una persona f/r' dyaO-rö nella preghiera che 
si fa ad una divinitä, e noto dalle iscrizioni di Philae piibblicate 
dal Letronne (i). Ivi stesso l'epiteto di xvQia e dato costantemente 
ad Iside. Ed era senza dubbio nel tempio d' Iside che Teofilo, fa- 
cendo le sue devozioni, si ricordö di Beroe, augurandole fortuna. 
L'iscrizione ricorda quella pubblicata Bull. d. Inst. 1874 p. 90, 
ove pure s'incontra il iivriaOi^vtu e/r' dya^M, ed anche la parola 
di xvQia, senza che si possa spiegare nel medesimo modo; pare 
che ivi qualcuno si sia rammentato di queste formole, ma le abbia 
adoperate in altro senso. 

8, Lato posteriore, seconda col. da E: 

ANIROIIPV 

9, lato d., col. penultina: 

MI 

CACARIT 

10, col. angolare fra i lati d. e posteriore: 

CONTIQVERE 

OMNES 

11-26. Sülle pareti del peristilio. 11-16 nel portico posteriore 
fra £c e l'angolo, sopra stucco dello stile « dei candelabri ". 

11, SCRIPSI . 

12, a d. di 11: 

QVO • QVO • VEN 

13, sotto 12: 

CIIRTV 

14, sotto 13 : • 

SILVA 

15, a d. di 14: 

CIENSIIADT 

16, sotto 14: 

CIEIVSINDT 

(1) Inscr. grecqucs et latines de VEgypte, vol. II. • 



58 A. MAU 

17-26 sopra stucco deiriütimo stile. 17, 18 nel portico d. 

17, incontro alla colonna angolare anteriore: 

MVRINE 
WA 
S^RVS 

La lezione del vs. 2 (vale?) non e molto chiara; vs. 3 avrä 
a lesfsrersi Sums. 

18, incontro al pemiltimo intercolimnio : 

LVCIVS 
19-26 nel portico sin. 

19, incontro alla 2^ col. : 

MVSSICVS 
LYLYRIA\ 

20, nel vs. 2 di 19: 

AVGVSTVS 

21, sotto 19: 

MIMOS 

22, a d. di 20: 

AMPLIATVS 

2:3, a d. di 22: 

CVSPIVS • MVSICVS 

24, sopra 23: 

SVC 

25, sotto 22: 

C- CVSPIVS -IIVPHILIITVS 
C • CVSPIV 

C CVSIOI 

CV SIMILIS 

26, a d. di 23, piü in alto: 

SVCCIIS|VS 
SVCCIISS 

27. Nelle pareti di 2 (secondo stile) sono graffite tre serie 
di numeri. 

1, sulle pareti sin. e posteriori: 

lacuna II III IUI V lacuna VII 

e suUa parete posteriore: VIII Villi X 



SCAVI DI POMPEI, INSULA V, 2 59 

2, siiUe stesse pareti : XII, e sulla parete posteriore : XI X 
I numeri di qiieste due serie sono alti 0,07. 

3, sulla parete sin., a. 0,11: 

XII VII VI II I 

28-41 in ?y (2° stile). 

28, snl principio del muro sin. : 

re Ni vs 

GIINIIVS 
29, in mezzo al muro sin. : 

oyonvM COM 

POST AD EANDE 

Le ultime quattro lettere sono poco chiare. 

30, sotto 29: 

QyiSQVIS • AMAT • VENIAT VENERI LVMBOS VO 

cf. CIL. IV 1824. 

31, nel mezzo del muro di fondo: 

IISVRIT DAN NU II 
COSVMA 

vs. 1 (ove danne e scritto invece di Danae) ricorda il graffito 
Mitth. IV, p. 122, 11: Aureus est Danae; forse abbiamo qui due 
frammenti di una poesia che trattava il mito di Danae travesten- 
dolo nel senso indicato da Orazio od. III 16, 7. Per avere anche 
nell'iscrizione nostra il principio di un esametro, si puö conget- 
turare esuriet. 

32 a sin. di 31, piü in basso: 

IVLIVS CI AN HD IIS 

33, sopra 31 : 

HIILIINE CINAVETVS 

34, sotto 31 : 

FELLATOR 

35, sulla stessa parete : 

SVTI CICIIRO • VAPLA 

BIS 



60 A.. MAU 

II raro gentilizio Sutius si trova C. I. L. X 8059, 388. 

36, sotto 32: 

VERVS 

37, a d. di 36: 

FAVSTVS 

la F e scritta male e sembra S. 

38, sotto 37: 

All CR VII VS A/LRES VERATIVS 

39, sotto 88: 

AVRVW 

40, sul principio del muro d.: 

rewi 

41, a sin. di 40: 

CONTICV 

42, in X (2° stile) sul muro di fondo : 

DELIV\ 

43, nella parte anteriore di v (2° stile) sul muro sin.: 

MON 

Delle iscrizioni scritte suUe anfore trovate nel peristilio tra- 
lascio quelle che non sono intelligibili. Le altre sono le seguenti. 
1 (forma XIII; 17 maggio 1892): 

CL'MVCI SYPO 
2, 3 (f. YIII; 25 maggio 1892): 

2. TI • K 3. ÄYT 

dnö.POXd M • K • 

GYPY 

4, due anfore, f. VIII, 27 maggio 1892: 

ÄYT 
M- n- 

TGYnwNOC 
e presso un'ansa: X(^\ 

5 (f. VIII, 15 giugno 1892): 

ÄYTTIOC 
M-n-TGYnu)NOC 



SCAVI DI POMPEI, INSLLA V, 2 61 

6 (frammento, f. X? 27 maggio 1892); con color rosso: 

ALBVCIO • CELSO 

L. Albucio Celso e noto da programmi elettorali. 
7-10, 15 giugno 1892. 

7 (f. XII): 

/////I EVSCEMI 

8 (f. VIII): 

op 

9 (f. VIII): 

ANTIOXOY 

vs. 1 la seconda lettera e probabile che dovesse essere k. 

10 (f. XII): 

ÄdY 

e a d. scritto con pietra bianca : 

VEI 
RVFI 
vs. 2 RVF in nesso. 

Un'anfora (forma simile a Bull. Com. 1879 tav. VII, VIII 
n. 11) ha la marca di fabbrica TIBISI. 

Un fi-ammento di tegola (26 aprile 1892) ha la marca di 

fabbrica L \£'RGIN {CIL. X 8042, 106). 

A. Mau. 



LE MUSE CHIGIAXE 

(Tav. II III). 



II rilievo pubblicato sulla tavola II III da ima negativa re- 
galataci dal nobile possessore del Moniimento, marchese B. Chigi- 
Zondadari esiste ogginella villa Cetinale a 10 miglia da Siena. Due 
secoli prima perö stava a Roma nel palazzo de! Card. Flavio Chigi, ove 
fu disegnato da Pietro S. Bartoli e pubblicato l'a. 1693 neue Admi- 
randa romanarum antiquitatum, tav. 62, donde fii ripetuto nel 
Montfaucon, Änt. expl. III, 2 p. 130, ma, come spesso accadde. 
rovesciato e con lo stile talmente corrotto, che in un opuscolo recente, 
0. Bie, die Musen in der antiken Kunst p. 59, IV, 8 invece di 
occupare il primo posto di tutti i moniimenti trattativi, appena 
se ne fa menzione, ed all'autore rimase incognito perflco il luogo 
del monumento (^). 

La lastra col rilievo e lunga m. 1,60, alta cm. 60, 11 
rilievo figurato alto da 5 a 7 ceutim. ; lo zoccolo e semplice come 
la cornice, la quäle viene retta agli angoli da due pilastrini con 
capitelli a doppio ordine di foglie e le inferiori larghe di acanto, e 
le superiori strette a lancia (come Boetticher, Tektonik tav. 4, 4 
e 43, 1). La forma e misura del monumento lo fa supporre la facciata 
di un sarcofago, destinato non per un adulto ma per un adolescente, 
sarcofago non romano ma greco, dai pilastri angolari come la famosa 
urna delle Amazzoni a Vienna e quella piü splendida e piü ricca, 
anche per l'architettura, detta des ideureiises. Incastrato come e 
attualmente il rilievo nel muro, con una cornice di marmo giallo, 
non se ne puö disgraziatamente osaminare il rovescio, dal quäle ben 

(1) Ne^li inventari di casa Cliigi, anche in quello delFa. 1705 (Docu- 
menti p. s. alla storia d. mixsei II, 175 e IV, 399), non si trova. 



E. PETERSEN, LE MISE CHIGIANE 63 

presto si avrebbe piena siciivezza. L'idea di un rilievo votivo, arn- 
missibile per la forma, pare sia esclusa dalla composizione e dal- 
rinsieme delle figiu-e. 

II marmo, benche di grana fina, e greco, come l'arte di leg- 
gieri si concederä esser gi'eca del secolo qiiarto, ma non l'opera 
d'un maestro di prirao ordine, ciö che facilmente si capisce in un 
sarcofago. Havvi dappertutto nella composizione dei gruppi, nel 
disec^no delle singole figure e dei vestimenti, nelle mosse tanto va- 
riate delle mani la semplice ed ingenua grazia greca della mi- 
gliore epoca. Le figure non essende piü alte di 48 centim. in circa, 
le teste sono di proporzioni assai minute, ma di una finezza deli- 
ziosa. Fui sorpreso perö nel vedere gli angoli delle bocche corae 
quelli iuterni degli occhi forati col trapano, fori, e vero, appena 
visibili, tutt'altro che nei sarcofagi del secolo III e IV d. Cr. Un di- 
fetto piü forte sembrano i solchi del panneggio talvolta troppo 
paralleli, troppo dnri, anche essi con tracce del trapano troppo ma- 
nifeste. Ma ciö, in parte almeno, e l'effetto di queH'infelice smaiiia 
di pulire che ha danneggiato tanti monumenti d'Italia, assotti- 
gliando la superficie del nudo come dei vestiti, e cosi peggiora i 
passaggi dalle parti basse a quelle piü rilevate. Del resto il rilievo 
e intero, meno un piede del trono e tutti i nasi, di cui un solo e 
di restauro, come pm*e lo sono due pezzi del cornicione. 

Delle tredici figure dieci sono ritte in piedi, tre sedute, e 
queste ultime fanno spiccare la simmetria della composizione, seb- 
bene per moderarne la severitä quella a destra, come pure l'altra 
nel mezzo, sono spostate un po' verso la sinistra. L'intera compo- 
sizione si riduce allo Schema 3 2 3 2 3. Corrispondono cioe due 
gruppi estremi di tre figure : si guardino pure le due sedute con 
le mani nel seno, le due involte nel manto e le due col gesto dimo- 
strativo. ün terzo gruppo di cui fa parte la terza figura seduta 
sta nel centro; e fra questo e i due gruppi angolari vi sono a 
destra come a sinistra due figure, una virile l'altra di donna, con 
questo spostamento che a destra 'uomo e donna hanno cambiato 
posto. 11 contrasto delle loro posizioni perö rimane intatto, stor- 
nandosi i due l'uno dall'altro, dimodoche il giovane si accosta 
al gruppo centrale, la donna all'augolare, mentre a sinistra si vol- 
tano la faccia. Con tutto ciö la corrispondeaza delle due donue 
viene iudicata mediante la quasi identica disposizione si del manto 



64 E. PETERSEN 

che dei capelli, e qiiella degli uomini mediante la figura non molto 
differente. Quello a sinistra cioe si riconosce corne ragazzo dai capelli 
lunghi acconciati a giiisa di donna; l'altro come efebo dalla statura 
come dai capelli corti e ricciuti. Essi dunque coH'uomo barbato 
rappresentano tre etä diverse. Fra le donne non c' e uguale diffe- 
renza ; ma forse si riconoscerä con me un certo contrasto fra le due 
estreme ritte in piedi, vedendo cioe nell'una i capelli acconciati 
da ragazza, l'altra di aspetto piuttosto matronale. 

Ora se evidenti sono le nove Muse, la decima, che tanto per 
l'anzidetta asimmetria quanto per l'apparenza piü dignitosa si separa 
dalle altre e fuor di dubbio che dovrä chiamarsi Mnemosyne, la madre 
delle Muse, la quäle in simile atteggiamento e nello stesso modo 
involta nel manto con nome ascritto si vede in una statua vaticana 
(Visconti, miiseo Pio-Clem. I T. XXVII) e piii somigliante anche 
per il posto distinto sulla tavola di Archeiao da Priene, ove fu 
riconosciuta dal eh. S. ßeinach, nella Gazette archeol. 1887 p. 135 
con la tavola XVIII. Le Muse stesse, e vero, sul rilievo Chigi 
si presentano ditferenti assai dalle statue vaticane, da affreschi e da 
rilievi come quello di Archeiao e altri posteriori in gran numero. 
Non si ritrova cioe il globo di Urania, ne le maschere di Melpomene 
e Talia, non la graziosa Polimnia, sia appoggiata ad un rocchio 
come nei musei di Berlino e del Louvre, sia incedente con passe 
leggero. In somma quelle caratteristiche che distinguono con evi- 
denza le rappresentanti dei vari generi della poesia: l'epopea, la 
tragedia, la comedia e via dicendo. Siffatte caratteristiche perö 
che sentono della scuola alessandrina e specialmente della storia 
letteraria e che, distinguendo ed individualizzando le Muse, ne 
dissolvono la comunanza, isolando le singole figure, benche spesso 
con alternazione di figure ritte e sedute, non sono anterior! al se- 
colo III a. C. ('). 

I monumenti piü antichi al contrario rappresentano le 
Muse in relazioni piü strette fra loro, in gruppi di due o 
tre, conversando o suonando la lira, la cetra, il mandolino, i 
tiauti leggendo le une, ascoltando le altre, in somma unite iu 
studio ed occupazione. Cosi, mentre le Muse dal secolo secondo in pol 

(1) Cf. 0. Jahn negli Annali dell'Ist. 1842 p. 203; A. Trendelenburg, 
der Musenchor. 30. Berl. Winckelmanns- Programm; 0. Bie, die Musen in 
der antiken Kunst; S. Reinach, 1. c. p. 133. 



LE MUSE CHIGIANE 65 

haiiiio ogiiiina meno Polimnia, involta coino la inadco, propri stru- 
meuti miisicali, delle Muse chigiane sei non hanno stnimento di 
sorta, mentre una ne ha due : cetra e dittico, o meglio tetrattico, 
quest' ultimo piü tardi attributo della storia, quello della urica co- 
rale, o due sole ne hanno uno: flauti e rotolo, o piuttosto una ta- 
vola (') sulla quäle sta scrivendo. Giacche di tutt' altra importanza 
sono gli attributi per le Muse del sec. IV che non per quelle del 
secondo. Queste ultime cioe, tanto quelle raffigurate sui denari di 
Q. Pomponio Musa, le quali si credono copiate dalle statue tra- 
sferite nel a 187 a. C. da Ambracia a Roma (-), quanto quelle 
di Archeiao e della base di Halicarnasso, per far spiccare meglio 
ognuna la sua specialitä, fanno mostra degli attributi senza usarli, 
meno forse la lirica e la citarista. Quanto ne dillerisce la Musa 
seduta nel centro del rilievo Chigi, tutta assorta in ciö che vede 
scritto nel tetrattico, una nuova canzonette come pare, per la qiiale 
sta componendo la melodia, toccando con la sinistra le corde della 
cetra, mentre la destra con una mossa involontaria e senza scopo 
auraeuta l'impressione della astrattagine. Si guardin poi le due 
accanto di essa, l'una tutta intenta allo scrivere, ralt:a del pari 
partecipante alla riflessione, mentre il giovane che con una certa 
famigliaritä si appoggia alla scrivente, vi sta piuttosto per impa- 
rare, come daH'altro lato il ragazzo, il cui portamento ha piii di 
rispetto che di familiaritä, suoua la lira evidentemente sotto la 
direzione e l'insegnamento della Musa, la quäle, mentre nelle mani 
tiene il flauto, attento gli presta l'orecchio. E neauche con i tlauti 
e inattiva, perche cerca con la destra le note quasi preparasse un 
accompagnamento. E guardando finalmente i due gruppi estremi, 
la serietu delle due figure che parlano e delle quattro che ascol- 
tano ci fa credere non trattarsi di una lieve conyersazione qua- 
lunque, bensi di nobili pensieri. Ecco dunque le Muse non donne 
savie soltanto ed inventrici di canti e melodie, ma nello stesso tempo 
maestre che insegnano l'arte musicale ai ragazzi, e rivelano agli 
adulti e maturi — tre etä e tre tempi, presente passato futuro — 

{') Una tavola pare sia anclie Toggetto teiiuto clalla Musa a destra di 
Apollo sul rilievo di xVrchelao, non, come volle il cli. Rcinach 1. c. p. 135, 
un volume. 

(2) V. Babelon, description hist. et chron. des monn. de la r^publ. rom. 
II p. 301 sgg. ; Bie op. c. p. 235 sgg.; Fnrtwängler, Eosclier, Lexieon I p. 2190. 



E. PETERSEN 

Tcc z'eövTu TccT'iaGoneru ttqo rVorr«, quali appunto i poeti piü 
antichi Omero ed Esiodo le celebrarono. 

Soltanto im momento, credo, si puö diibitare se con Muemo- 
sine, la madre delle Muse nella ligura deiruomo sul trono non sia con- 
giiinto piiittosto Giove, il padre ; come pure suUa tavola di Ar- 
cheiao Mnemosine sta vicina a Giove; e di fatto i capelli deiruomo 
seduto si alzano sulla fronte come sogliono vedersi in Giove. La nostra 
tigura perö e piiva dello scettro e del fulmine e di qualunque altro 
simbolo del sommo dio, al quäle poco converrebbe 1' insegnamento 
della Musa. Lo stesso vale per gli altri due maschi qui uniti alle 
Muse. La loro apparenza esterna tutt' al piü permetterebbe di rite- 
nere l'uno per Hermes, l'altro per Apollo ; ma come mai Apollo, invece 
di musageta, sarebbe stato fatto l'allievo delle Muse, e come mai 
Zeus, Hermes, Apollo, tutti e tre in tal modo congiunti con le Muse? 
Sara dunque un mortale anche l'uomo seduto, ma un personaggio 
diguitoso, sia Omero, secondo i primi versi deU'Iliade e dell' Odissea 
pel quäle l'ha ritenuto chi ascrisse al rilievo nella Cetinale il 
verso latino /lo/i Paniaswm sed Celinalem adamavit Homenis, 
meglio che Esiodo, secondo la Teogonia v. 22 sgg., sia un re, giacche 
in uno dei proemi della Teogonia Esiodea v. 80 delle nove muse 
l'ultiraa si dice preeminente a tutte per essere la compagna dei 
venerabili re, appunto come nel marmo chigiano quella Musa che 
parla al supposto re non e soltanto 1' ultima come Calliope presse 
Esiodo, ma puranche di apparenza piü dignitosa di tutte le sorelle. 
Gli altri due in ogui caso devono essere due poeti mitici, allievi 
diletti delle Muse quali furono Line, Museo, Tamira. Ma forse 
il vedere unite le tre etä diverse della vita umana ci deve am- 
monire che i tre Scolari hanno significato piuttosto generico che 
individuale. Tale idea, essere cioe stati i primi e piü antichi poeti 
discepoli delle Muse non comparisce in opere d'arte prima del 
secolo IV, a. C. e fin' ad ora non fu ritrovata che su vasi a figure rosse. 
Ora egli e appunto sui piü antichi di tali vasi e che rammentono 
ancora un poco lo stile severe, che le Muse, invece di fare ognuna 
da se, rassomigliano piü alle nostre chigiaue, si per quella comu- 
uanza di studio che per i'intensita del fervore poetico e non raeno 
anche per il modo come insegnano a poeti mortali. 

Cito prima quelli con Muse sole, non una ma piü, perche 



I.E MUSE CHIGIANE 67 

iina sola non renderebbe chiaro il siiddetto carattcrc ('). L'alliiiitä 
con le Muse chigiane, raanifesta negli stnimenti poco variati e 
tutt'altro che caratfceristici di individualitä, essendo dati iu modo 
identico a piü di iina Miisa in Tin medesimo dipinto, si palesa 
puranche neiraggruppamento, nel quäle la forma di composizione 
prediletta e la triade di una Musa assisa fra due ritte, e ciö tanto 
sui vasi che sul rilievo, ove tre volte l'abbiam trovata leggermente 
Yariata, con due diadi frappostevi. Di tali triadi p. e. sul vaso 1* 
SB ne vedono due con due paia di Muse ritte a destra e a sinistra, 
una fra simili paia sul d. 2 (-) ; sul 3 una fra due singole figure unite 
alla triade (3), e cosi pure sarebbe sul n. 9, se non si fosse, per evitare 
troppa simmetria, preferito allo scheraa regolare a. r. a. r. a. (a. sono 
le assise. r. le ritte) l'irregolare : a. r. r. a. a.). Lo stesso studio 
di asimmetria fece aggiungere sol tanto una Musa a destra, che 
pure ritta mette le maui sulle spalle della sorella ('•). Tale gruppo, 
che rende manifeste il tenero atfetto delle sorelle e quella comu- 

(1) Mi riferisco alPelenco del Bie noU'opera piü volte citata, p. 12, 2, III, 
omettendone pero III 5 che e a figure nerc, 6, 7, 8 che non hanno che una 
Musa ciascuno, 10 perchö il vaso Blacas, inesattamentc descritto nel Bullcttino 
d. Inst. 1829 p. 20, non puo cssere, tutto considerato, che il vaso Blacas III 2. 
Restano i seguenti : 1 Monaco 805 = Elite ccram. II, 8G : tutte le nove Muse ; 
(un altro di tutte e nove cni loro nonii ascrilti nienzionato nel testo ([oWEhte 
p. 281 come possesso da W. Zahn, e rimasto ignoto) ; 2 non una coppa come 
dice Bie, ma il coperchio di una lecane nel Mmee Blacas tav. IV = Elite 
II, 86 A, = Denkm. a. Kunst II, 733; 3 idria nolana descritta da Panofka 
Jl/usee Blacas i\ 18,22: 4 Londra 726 =- Gerhard Auserl. Vas. IV, CCCIV; 
9 Berlino, Furtwängler n. 2391. Ai quali io aggiungo V Gerhard A. V. IV, 
CCCV con non meno di dieci donzelle musiciste suH'esterno della kylix, e 
altre due neirinterno ; 9^ idria ateniese, Dumont e Chaplain, Vases de la 
Grece propre I tav. VI. 

(2) Qui l'assisa nel bei mezzo della triade e tale quäle il famoso ti])o 
della creduta Olympias di v. Duhn (Mon. incd. d. Inst XI tav. XI, Ann. 1879 
p. 176) e Milani (v. questo BuUett. 1891 VI p. 326 sg.). 

(3) Quella piü a sinistra si dice portare un kalathos. Qui dunque il la- 
voro manuale sarebbe riunito con lo studio musicale nello stesso quadro, mentre 
altrove sono contrastanti. Cf. p. e. i due vasi di Berlino presso Furtwängler 
2391 sg. le due idrie di Braunschweig nella Archaeol. Zeitung. 1881 
tav. XV sg. 

(■*) Sul rovescio stanno ritte due altre, l'uua con le tibie alla bocca, 
l'altra con la lira protesa. Una cassetta apcrta (di voluniiV) sta frammezzo 
di loro sul suolo. 



68 E. PETERSEN 

uanza di studio, si ritrova sul vaso 4 con tre Muse disposte se- 
condo la formola r. r. a. , le due ritte, l'una abbracciata daU'altra 
piene di aminirazioiie per la terza, assisa, la quäle pare or ora abbia 
terminato di suonar le tibie, di cui con la mano destra sta asciu- 
gaudo 11 böcchino. Sul rilievo chigiano e il giovane scolare, che con 
simile sentimento di famigliaritä e di vivo Interesse si appoggia 
alla Musa scrivente sulla tavola. 

E perche finalmente non confrontare col gruppo aH'estremitä 
sinistra del rilievo Giiigi le tre donzelle del vaso riprodotto da 
Hancarville, cmtif[itUes Hamilloii I, p. 164? ^^ Inghirarai vasi litt. 
II tav. CXCI, disposte a. r. r. , come quelle, prive di qualunque 
strumento musicale ma in conversazione ugualmente vivace, le due 
ritte quasi identiche alle chigiane anche per la posizione, i gesti, 
11 vestiraento. 

L'affinitä dei vasi piuttosto del principio che della fine del se- 
colo quarto col rilievo chigiano, assai cospicuo nelle Muse stesse, in 
inodo piü speciale si raanifesta per l'aggiunta degli Scolari. II ri- 
lievo, e vero, rimaue unico per lo insieme delle tre etä: ragazzo, 
giovane, uomo, istniite contemporaneamente dalle diviue maestre; 
ma almeno il ragazzo discepolo di uua Musa ce lo mostrauo puranche 
dipinti vascolari, mentre l'uorao maturo, attento all'insegnamento 
divino ci si presenterä in monunienti alquanto posteriori, ma che 
ora, mediante il mouumento chigiano, si ' riconoscono dipendenti 
da tradizioni piü antiche. 

Qui pure mi servo degli elenchi del Bie a p. 11 sg., I, 1-13 
e II 1-5. Dei vasi ivi citati parö sono inutili al mio scopo tutti 
quelli ove le Muse assistono alla gara musicale di Apollo e Marsia 
(I, 5-12), perche, anche ove in gran numero ad essa assistono, non 
lanuo da maestre, e nemmeno sono unite per lo studio, come su 
i vasi anzidette, bonsi vi stanno isolate, alcune oziose ; ed e questo 
un buon passo verso le Muse specialiste alessandrine. 

II primo posto si deve al vaso B(ie) I 4, Berlino, Furtwängler 
2388 = Gerhard Trinksch. u. Gef. tav. XVII sg. 1-3, ove sei Muse 
sono disposte a due a due, due facendo un concerto di cetra e lira, 
due di flauto, l'una cioe suonando, l'altra tenendo il dittico con 
iscrittavi la melodia, due occupate allo studio della dauza ('), 

(') L'astragalo a sinistra del pino o ulivo (v. Gerhard \). 35) di cui tace 
Furtwänfijler dovc attribuirsi o al caso o a uiia iiiterpolaziunc fatta per spie- 



LE MUSE CHIGIANE 69 

insegnaiido l'una, l'altra ballando. La settima — figiira sposso ri- 
petiita, anche in senso alquanto diverso, come p. e. diunanzi a 
Marsia condannato presso Overbeck, Apollon p. 439, 14 — con im 
volume iscritto fra le mani sta dirimpetto ad un ragazzo, coro- 
nato di alloro e vestito d'imazio, il quäle tiene la lira nella 
sinistra, il plettro nella destra. Gerhard, Furtwängler Bio lo 
cliiamano Apollo e Furtwängler dice la Musa pronta a cantare 
con l'accompagnamento di Apollo. lo vedo una Musa che sta 
leoforendo lo sc/itto del volume e un ragazzo che ascolta ciö 
che in appresso dovrä cantare al suono della sua lira(i), donde 
risulta che egli, nonostante il palmiccio che gli sta dietro, come 
altre specie di alberi appariscono in altre parti della scena, non e 
Apollo. ' Non esisterei di chiamar coll'editore Apolline quel giovane 
colla lira' dice lo Jahn (Annali 1852 p. 204) ' se non sembrasse 
piuttosto timido anziehe modesto nella posizione dirimpetto alla 
Musa severa, ciö che meglio certamente conviene ad un discepolo 
di essa ' ; giudizio che oggi vien confermato dal rilievo chigiano, 
ma che fu confermato giä dallo stesso Jahn ■ col confronto di altri 
vasi, come quello Bie II 1 = Mon. ined. d. Inst. V, 37 con la 
bella triade — anche qui come nei seguenti lo Schema della com- 
posizione e quello r. a. r. — di una ' Terpsicora ' assisa tutt' orec- 
chio al proprio arpeggiamento, di una seconda Musa 'Melelosa ' , 
che le sta dietro con le tibie nelle mani, e di un ragazzo ossia 
giovane con Corona, lira e pallio che le sta dirimpetto. Questo pure 
si chiamerebbe forse Apollo senza l'iscrizione che lo dice ' Mu- 
saios '. Ma qui pure lo ascoltare cosi attentamente la musica altrui 
ci fa conoscere piuttosto il discepolo delle Muse, quäle Musaios 
espressamente si dice nella tragedia Rhesos v. 947, che il loro 
corago e maestro. La composizione poi di un cratere, di disegno 
molto inferiore, Bie I, 1 = Inghirami v. f. IV, 170 = Fllte II 79 
e similissima meno gli strumenti delle Muse permutati e il ra- 
gazzo privo di lira (Jahn a torto, mi pare, crede che egli la tenga 
sotto la veste) ma con ramo, imazio e con la stessa attenzione 



gare poco bene le mosso delle due Muse. Lo Jahn, Annali 1852 n. 203 si 
studio di spiegare Tastragalo. 

(1) Cf. il ragazzo similmente istruito nella scuola di Duris, Arch. Zei- 
tung 1873 t. I = Mon. ined d. I. VIII, 51 = Wiener Vorlegebl. VI, VI. 



70 E. PETERSEN 

modesta. Invece sul cratere ciimano Bie I. 2 = Gerhard Trliiksch. 
u. Gef.^Nll sg. 4 5 (al quäle pare si accosti il vaso di Monaco, 
JaliQ 235) , ove al giovane di aspetto simile (meno i capelli lunglii) 
sta ascritto il nome di Apollo, ratteggiamento delle due Muse e 
non lievemente alterato, da mostrarle sorprese daH'intervento del 
Corifeo. 

Un'altro tipo ci offre l'idria ateniese Bie I, 3 = Stackeiberg, 
Gräber t. 19 = Elite II, 83 = Deakm. a. Kamt II 732: a 
siuistra uua coppia di Muse l'uiia coi flauti l'altra con la lira, a 
destra un ragazzo, il quäle si per la statura piü piccola, che per 
lo ascoltare attentamente ciö che la Musa del tipo sopra mentovato 
gli sta recitando, rassomiglia anche egli ad uno dei ragazzi nella 
sopracitata scuola di Duris. 

Un bei cratere a colonnette della collezione cornetana Bruschi 
(v. l'autotipia) invece presenta Apollo stesso assiso fra due Muse in 
piedi. La statura e la posizione e forse i capelli lunghi non la- 




sciano alcun dubbio se sia il discepolo ovvero il maestro delle 
Muse. Ed e questo forse il piü antico vaso a figure rosse con Muse. 
Anzi il contrasto delle due donzelle : la lirista piü leggera di co- 
stume e se non m'inganno di mente, la citarista piü seria e tutta 
immersa, da non curare la sua apparenza, rammenta assai le due 
cultrici di Aphrodite Erycina (v. questo Bull. 1892 p. 227 giacche 
la spiegazione proposta dal Wolters nella '£y/y/t. dq^- 1892 p. 227 
si lasci al suo autore) e oltracciö la citarista si accosta alla ' Fe- 



LE MUSE CHIGIANE 71 

nelope '. Quindi credo che nelle rappresentanze suddette il posto 
piü antico sia di Apollo, il quäle soltanto piü tardi ravrebbe ce- 
diito a poeti mortali. 

Non poco difterenti poi sono alcime rappresentanze di Tamira 
Bie I 13, Napoli, Heydemann 3143 = Mon. ined. d. I. VIIL 43, 2 
e Bie II 2 = M. i. d. I. II 23, e di Orfeo Bie II 5, Napoli, 
Heyd. 1778. = M. i. d. I. VIII 43,1, tutte e tre fatte sui me- 
desimi modelli. Qiü cioe l'allievo modesto e timido e diventato 
maestro, ammirato e ascoltato dalle Muse stesse, di cui due nei 
vasi Bie II 5 e I 13 formano lo stesso gnippo che piü sopra tro- 
vammo ascoltaudo il suono di una sorella. Anche sul bei vaso ru- 
vese B II 3, pubblicato dal Michaelis Thamyris u. Sappho, e 
meglio dallo Jatta stesso in questo BuUettino 1888 t. IX, Ta- 
mira pomposamente seduto uel mezzo e come un artista di fama, . 
attira gli sguardi delle Muse, le quali la maggior parte sono iso- 
late e si mosti-ano oziose e prive di quel fervore poetico e musicale 
caratteristico delle rappresentanze piü antiche. 

Da simili rappresentanze pare dipendano certi sarcofagi ove 
la figura del defunto talvolta anche una donna (Bie IV 15 17) 
sta assisa (p. e. Bie p. 59, IV 9 e 12) o ritta in piedi (Bie IV 13 
14^^ IG 18), nel centro — o come Bie IV 4 piü verso Testremitä — 
della facoiata, circondata dalle Muse ritte. 

Un altro tipo di sarcofago poi, con le Muse in piedi o due 
ficfure sedute verso le estremitä, una donna a sinistra, un uomo 
a destra (Bie IV, 3 6), si avvicina per l'insieme della composi- 
zione, al rilievo chigiano, come anche il gruppo di un poeta filosofo 
seduto in conversazione con una o piü Muse che gli stanno dm- 
nanzi o attorno, gruppo piü volte posto sui lati corti di sarcofagi 
con altre Muse sulla facciata ('). 

E nel gran musaico del Monno di Treveri {Änt. Denkmäler 
I tav. 47 sgg.; Jahrbuch 1890 p. 1) portino ognuna delle nove Muse 
era in tal modo composta con un poeta ora seduto ora ritto; se 
non che ivi come pm-e nel dittico del Louvre, pubblicato dal Froehner 

(1) Filosofo con una Musa Museo Capitolino IV t. 27 sg. = Clarac 
mus. 205, 45; Bie IV 23. Cf. pure il cosidetto gruppo di Socrate e Diotinia; 
con due Muse il copercliio di un sarcofago bcrlinese Bie p. 59 III 9 = 
Arch. Zeitung 1843 t. VI = Beschreib, d. ant. Skulpt. n. 845; con tre Muse 
Bie IV 7= (Jarac 118, 48; Bie IV, 24; Anc. marhles of the Br. Mus. X 34. 



72 E. PETERSEN 

Musees de France tav. 36 e nei sarcofagi suddetti le Muse sono 
evidentemente quelle alessandrine specialiste. Basta perö confron- 
tare la composizione del tutto analoga del bei rilievo Lateranese 
Bennd. e Schoene 245* del sec. III per riconoscere come la 
Musa entrata nello studio di un poeta drammatico presenta uu 
lipo piü antico e che si avviciiia abbastanza delle Muse cbigiane 
in ispecie di quella terza da sinistra. In somma fra tutti i vari 
monumenti citati sono i vasi piü antichi che offrono la maggiore 
analogia col rilievo chigiano, il quäle per conseguenza deve attri- 
buirsi piuttosto alla prima metä del sec. IV che alla seconda. 

Da quatfcro anni perö si ha un monumento il cui confronto 
col nostro relievo riesce di maggiore importanza per ambedue. Sono 
le tre lastre a rilievo che nel 1887 furono trovate dai Francesi 
. allato sad dell'antica Mantinea non troppo distanti, come para, dal 
sito del tempio d' Apollo, e che cou molta probabilitä si credono 
avere appartenuto alla base delV Apollo di Prassitele descritta troppo 
brevemente da Pausania VIII, 9, 1 ('). 

La ricomposizione delle tre lastre esistenti, una con Apollo 
e Marsia, le altre due con tre Muse oguuna e della quarta siip- 
posta con le tre Muse mancanti, rimane iucerta pnranc!ie dopo un 
recente saggio del Waldstein American Journ. 1891 p. 1 tav. I II 
Papersof the American school. V p. 284 t. XV, ma gli argomenti coi 
quali si e voluto provare (-) che i rilievi, invece di rimontare all'epoca 
di Prassitele -giacche al grande raaestro stesso uessuno li attribuisce - 
abbiano a scendere al secolo II a. C, questi argomenti sono poco vale- 
voli. Ed ora il confronto delle Muse chigiane rende piü manifeste che 
mai che le sei Muse di Mantinea non sono quelle specialiste del 
sec. II bensi quelle unite in studio comune del secolo quarto. II ri- 
lievo Chigi e ben superiore per la composizione piii connessa e piü 
variata, la quäl varietä in gran parte si deve all'aggiunta dei mor- 
tali ; nel relievo di Mantinea invece le tigure sono piü sciolte qua- 
siche fossero copiate da statue (cf. ciö che dice Overbeck d. 1. 

(1) liassomigliano puranchc le Muse (con Ercole) del rilievo pur iroppo 
logoro di Icaria, Amer. journ. of arch. 1889 p. 409. 

(2) Overbeck Berichte d. Sachs. Ges. d. IViss. 1888 p. 284, Kanstmijth. 
Apollon p. 421 e454; Hauser die neuatt. Reliefs p. 151 e 179. Le diflicoltä 
trovate nelle parole di Tausania furono feliceniente eliniiiiate dal Robert 
Jahrbuch 1890 p. 228, 10. 



LE MUSE CHIGIANE 73 

p. 291). ma per qiiesto esso va d'accordo coll'idria vulcento. Oltre • 
alla somiglianza generale quasi ognuna delle sei figiire di Mantinea 
in im tratto o l'altro trova im riscontro in figure dal vaso e del 
rilievo, e piü di tutte la quarta nella quarta chigiana, e la quinta 
che preforma il tipo della Polinnia alessandriua, nella prima del 
vaso e nella seconda chigiana. E mentre piü tardi, p. e. siiUa ta- 
vola d' Archeiao tutte le Muse hanno la medesima acconciatura 
dei capelli meno Polinnia, sul marmo chigiano, come sulVidria vul- 
cente, appariscono tre acconciature ditFerenti, ed anche ie sola tre teste 
conservate della seconda lastra di Mantinea ce ne offrono tre di- 
verse, di cui la quarta corrispondc completamenta alla quarta chi- 
giana, la terza alquanto all'ottava i cui capelli sono annodati sul 
vertice appunto nel modo dichiarato prassitelio dal Furtwängler 
Samml. Sahurojf a tav. XXII. 

Un altra analogia particolare fra questi due monumenti e nel 
vestimento: fra le sei Muse di Mantinea vi sono due, la seconda 
cioe e la quarta, che portono un fino chitone ionico a maniche sotto 
il dorico ('), e lo stesso ho notato per la quinta e settima (fig. 6 e 8) 
chigiana o la disposizione del manto biasimato dal Hauser sul 
rilievo Chigi si presenta almeno due volte. 

Ma ecco per dileguare ogni dubbio, il bei sarcofago giä sopra 
citato ' des jüeitreitses ' che lo stesso anno 1887 ci ha regalato con 
gli altri tesori dell'ipogeo di Sidono, opera che non si puö non attri- 
buire all'epoca di Prassitele. II sentimento di vero e profondo lutto, di 
cui son penetrate le diciotto donne piangenti molto veramente si allon- 
tana dalla nobile e moderata ilaritä delle Muse chigiane e mantinesi, 
ma, astrazione fatta anche dalV acconciatura piü semplica dei capelli, 
adattata al lutto, le piangenti sono del resto somigliantissime alle 
Musa chigiane, e piü ancora alle mantinesi, pelpresentarsi ora difaccia 
ora piü ora meno di profilo, per l'unirsi nonostante le colonne frap- 
poste a triadi, qui pure secondo la formola r. a. r., per il vesti- 
mento di doppio Chitone : ionico sotto il dorico, e il modo di met- 

(>) Costume raro sui rilievi sepolcrali attici del secolo quinto, quasi re- 
guläre invece su quelli del quarto ; ove e figure singolo e gruppi non di rado 
rammentano assai il marmo chigiano. Cf. p. e. n. 229 276 300 304 del- 
Topera di Conze, il quäle non manca di accennare al costume. 



74 E. PETERSEN 

tersi il manto {VdraßoXt] rov ifuaiov), il cui orlo inferiore (ciö 
che dispiacque allo Hauser nelle mantinesi), qiii pure piii di iina 
volta corre orizzontalmente al di sopra delle ginocchia (v. uue necro- 
jmle royale de Sidon par Hamdij-Bejj et Theodcrre Reinach tav. 

VI sgg.). 

L'aiiitante di Prassitele, dovendo rappresentare sulla base di 
Apollo a Mantiuea le uove Muse assistenti alla gara musicale di 
Marsia con Apollo, come non avrebbe preso i modelli fra opere 
Prassitelie, se esistevano Muse del gran maestro? Ed ecco le Te- 
spiadi di Prassitele, statue di donne, che furono da Lucio Mummio 
trasferite a Koma da Tespie, cittä situata sotto l'Elicone la sede 
delle Muse. Niente di piü probabile che la conghiettiu-a ultima- 
mente appoggiata da M. Mayer Athe7i. Mittheül. 1892 p. 261, 
che eioe le Te^piadi fossero le Muse. DaH'imitazioiie piü o meno 
fedele di tali statue dunque si spiegherebbe quel carattere sta- 
tuario, pel quäle le figure dei relievi di Mantinea furono censurate 
anche dallo Hauser. Ne mancano certi indizi dell'arte prassitelia 
in ambedue le rappresentauze : la Musa involta nel manto, la se- 
couda chigiana, la quinta mantinese, il prototipo della Polimnia 
alessandrina ci offre il medesimo tipo che giustamente fu ascritto 
all'epoca prassitelica dal Sybel che nella sua Weltgeschichte p. 255 
gli pose di faccia, seguendo altri, una replica del cosidetto Sarda- 
•napallo Vaticano appunto per la disposizione del manto, la quäle 
poco differisce dalla Mnemosine chigiana. 

Chi poi esamini accuratamente le teste delle Muse 3, 4, 5 
di Mantinea e le chigiane 4, 8 troverä non poca somiglianza non 
solamente tra loro ma anche con la testa della Venere Cnidia 
nell'ovale della faccia e particolarmente nella radice del naso larga 
e unita alle sopracciglia in una curva fortemente rialzata. Sopra tutto 
perö il giovane appoggiato alla Musa settima del rilievo chigiano, 
non solamente si accosta molto per la posizione e per la testa, 
al ben noto satiro in riposo ma sembra proprio un fratello del 
famoso Hermes di Olimpia. 

Staljilita cosi l'intima affinita dei due relievi fra loro e con 
l'arte di Prassitele e di sua scuola, ora con piü certezza si po- 
tranno ricercare nci Musci le imitazioni di tigure prassiteliche di 
donne vestite. Per ora mi limito a citare come esempio, una di 



I.E MUSE CHIGIANE 75 

diie statne Esqniline, conservate nel nuovo Museo Capitolino (v. Bull, 
comun. 188 p. 1875 t X, la quäle, se a ragione serabrava chiamata 
Musa dal Visconti 1. 1., dava perö a pensare per la nou poca differenza 
fra essa ed i tipi comuni. Ora questa dilferenza pel coufronto dello 
Muse mantiuesi e chigiane si riconosce esser la medesima che fu con- 
statata per quelle, e derivare appunto dalla origine piii antica o 
piü vicina a Prassitele. 

Petersen. 



FRAMMENTO DEL FREGIO DEL PARTENONE 



Qiiando, iiella primayera di quest'anno, visitai il Museo di Pa- 
lermo, la mia atteuzione fu attirata da un frammento di riliero piiit- 
tosto grande, il quäle nel secondo cortile, siil lato liingo a sinistra, si 
trova in mezzo ad un gran numero di avanzi insignificanti, e forse 
per ciö e sfuggito finora all'attenzione degli archeologi visitatori 
di quel Museo. II frammento porta il numero 781, e alto centim. 35, 
largo 34, erto 95 millimetri; la sporgenza massima del rilievo e 
di 45 millimetri. II marmo e pentelico. E rappresentata la parte 
inferiore della gamba destra, col piede, di una donna seduta, 
vestita di cliitone ed himation, e a d. l'avanzo di un sediie, il cui 
piano e ricoperto di un tappeto. La conseryazione e buona: sol- 
tanto il lato posteriore e stato tagliato liscio, da mano moderna. 
II lavoro e buonissimo, lo stile evidentemente quello della fine del 
quinto secolo, lo stile del fregio del Partenone. 

E sul fregio del Partenone subito si rivolse il mio pensiero. 
Giacche, per quanto poteva ricordare, il frammento doveya corri- 
spondere esattamente con una parte del fregio stesso, yale a dire 
con la gamba destra della Peitho e la sedia dell'Afrodite (^). Questa 
parte finora si conosceva soltanto dal disegno di Carrey ed in parte 
da un gesso, fatto fare probabilmente da Fauvel circa l'anno 1800 (}). 
E per quanto potesse sembrar strano che a Palermo si troyasse 
una parte del Partenone, tutte le ulteriori ricerclie non fecero che 
confermare la prima idea, e resero certo che infatto il frammento 
di Palermo, riprodotto qui, e 1 'originale smarrito di quel disegno 
e di quel gesso. 

Dal confronto stesso col disegno di CaiTey e col gesso risulta 
la piü perfetta corrispondenza. ih identico poi il marmo del fregio 
e quello del frammento ; e cosi anche la sporgenza del rilievo, che 

(1) Michaelis, Parthenon t. XIV pl. VI 40-41. 

(2) Nuove Meraorie 1865, pl. VUI, p. 183 ^gg. (Michaelis). 



W. AMELUNG, FRAMMENTO DEL FREGIO DEI, PARTENONK 77 

nel fregio e, secondo Michaelis [Parthenon p. 203) fra 45 c 
50 millimetri in media. L'altezza si accorda con l'altro fraramento 
conservato della Peitho (')• E linalmente esiste nel Museo dell'Acro- 
poli di Atene un piccolo framraento che combacia esattamente col 
lato destro del frammento di Palermo, e metle in tal modo fuor 
di dubbio la pertinenza di quest'iütimo al fregio del Partenone: 
dico il frammentino con iin piede d'iina sedia e con la veste di Afro- 
dite, riconosciuto nel 1875 contemporaneamente da NeAvton e da 
Eobert (-). Con gentile permesso dell'eforos generale, sig. Kavvadias 
ho potuto fare eseguire un gesso del frammento di Atene e por- 
tarlo a Palermo ; ed ivi, unendo i due frammenti, fu constatato il 
loro perfetto combaciamento nella rottura. La nostra autotipia mostra 
le due parti unite. 




Stabilito questo, rimane a ricercare in quäl modo questa par- 
ticella del fregio del Partenone abbia potuto venire a Palermo. 
Stando alla testimonianza del gesso di Fauvel, il pezzo nell'anno 1800 
stava ancora insieme con le altre parti della lastra VI. Sappiamo 
inoltre dalla testimonianza del dott. Hunt, cappellano della lega- 

(1) Michaelis, Parthenon t. XIV, pl. VI 40. 

(2) The Äcadcmy 2 ott. 1875 e Rev. archöol. 1875 p. 400 sg. Arch. 
Ztg. 1875 p. 103 c. 



78 W. AMELUNG, FRAMMENTO DEL TEMPIO DEL PARTENONE 

zione inglese, che l'intera lastra era stata rotta nel 1801 (Michaelis 
p, 70) , e finalmente che i frantumi del lato con le divinitä spa- 
rirono sotto la terra, perche una parte fii cavata nuoYauiente nel 1886. 
E cosi sparisce anche il frammentiuo nostro, ricomparso ora nel 
Museo di Palermo. 

L'inventario del Museo di Palermo dell'anno 1857, che de- 
scrive il frammento sotto il niimero 235, lo dice proveniente uon 
da Atene, ma da Tindari, ed e di lä che e venuto nel museo, in- 
sieme con alcuni altri pezzi provenienti dagli scavi colä intrapresi 
dall'inglese Fagau, scavi che ebbero luogo nel quarto decennio di 
questo secolo. In quel tempo dunque il nostro frammento, certo non 
trovato a Tindari, era posseduto da Fagan, e, per qualche caso, 
dev' essere stato unito alla spedizione per Palermo. Bisogna ricordare 
che appunto nel 1836 l'altra parte della medesima lastra del fregio, 
con Poseidone, Apollo e la parte superiore della Peitho fu scavata 
avanti alla facciata Orientale del Partenone ('). Appena si puö dii- 
bitare che contemporaneamente e al medesimo posto non fosse tro- 
vato il frammento nostro, il quäle perö, a causa del soggetto poco 
interessante, rimase inosservato, e cosi passö nel possesso di qualche 
negoziante, il quäle, per potere piü facilmente venderlo e traspor- 
tarlo, ne fece tagliare la parte di dietro. E cosi ridotto lo acquistö 
Fagan, certo senza sapere che cosa egli acquistasse: altrimenti 
non l'avrebbe lasciato, a Tindari, uscire dalle sue mani. 

Cosi press'a poco possiamo immaginare le strane vicende di 
questo fi-ammento. Ed in tal modo Palermo, per una serie di casi, 
e venuta in possesso d'una particella di quella somma e regale 
Corona del tempio ateniese, particella che accamto ai grandiosi avanzi 
della scultura siciliana giace dimenticato e senza valore in un angolo : 
destino indegno certo anche del piü piccolo avanzo di quell' eterno 
capolavoro. Invece in Atene potrebbe unirsi a quel piccolo fram- 
mento dell'Afrodite e all'altro grande dei tre dei, e formar con essi 
un insieme hello c prezioso. Non c e bisogno di altre parole per 
esprimere tino a quäl grado tutti i cultori di archeologia si senti- 
rebbero obbligati alla gentilezza italiana, so questo pezzo, piccolo 
ed isolato, fosse ridato alla siia patria ed alla scienza. 
Roma, dicembre 1892. 

W. Amelung. 

(1) iMioliaelis, Parthenon p. 259. 



DAS COMITIUM UND SEINE DENKMALER 
IN DEK KEPUBLIKANISUHEN ZEIT. 



Fast fünfzig Jahre sind vergangen, seit Th. Mommsen in seiner 
epochemachenden üntersnchnng de comitlo romano {Aiinall del- 
V Uütiito 1845 p. 288 tf.) zwischen dem Markt und der Dingstätte 
des römischen Volkes scharf geschieden nnd beiden annähernd ihren 
richtigen Platz angewiesen ; mehr als dreissig, seit Detlefsen [de 
comitio romano, Amiali deW Istituto 1860 p. 128 ff.) den Bau- 
zustand beider Plätze in der republikanischen Epoche planmässig 
darzustellen versucht hat. Auf den Resultaten dieser beiden Aufsätze 
fussen alle neueren Arbeiten, welche die Untersuchung weiter ge- 
fördert haben : ich nenne Urlichs (Verhandlungen der Heidelberger 
Philologenversammlung, 1865, S. 53-63); Brecher (Die Lage des 
Comitiums und der Curia Hostilia im Verhältnis zum Forum, Progr. 
Berlin 1870); Nichols the Roman Forum {I^IQ) Cap. IV p. 143- 
195(')- Alle drei Genannten haben ihre Ansicht über das repu- 
blikanische Comitium gleichfalls durch Pläne verdeutlicht: ver- 
gleicht mau diese untereinander und mit denen ihrer beiden 
Vorgänger, so findet man freilich Uebereinstimmung in einigen 
Grundzügen, im Detail aber eine solche Füll*^ von Abweichungen, 
dass es scheint als müsse man darauf verzichten, mit Hülfe 

(') Der Versuch von Dernburg füber die Lage des Comitiums und des 
präti)rischen Tribunals: Zeitschr. für Reclitsgeschichte Bd. II S. 67-100), gegen 
Detlefsens und Mommsens Ansicht die ältere von Bunsen und Becker zur 
Geltung zu bringen, ist schon bald darauf von Mommsen (über die Lage des 
prätorischen Tribunals, Jahrbücher des gem. deutschen Rechts— XXV I S. 389 ffj. 
abgewiesen worden: die Resultate der späteren Ausgrabungen entscheiden, 
wenn dies noch nötig wäre, definitiv gegen üernburg. 



80 CH. HÜLSEN 

der Zeugnisse alter Autoren sich ein topographisches Bild einer 
Stätte zu entwerfen, welche noch unter Schutt und modernen 
Gebäuden begraben liegt. Derjenige Forscher, Avelcher neuerdings 
die ganze Frage am bedeutendsten gefördert hat, indem er den 
Bauzustand dieser Gegend in der Kaiserzeit klar stellte, Lanciani, hat 
diesen Verzicht ausdrücklich und entschieden ausgesprochen. AI 
'punio, sagt er cui e pervenuto lo studio della romana topografia, 
poco nulla di nuovo puö ricavarsi dalle ricerche dt tavoUno.daUo 
spoglio dei testi clamci, dalle sottigliezze filologiche. Qiiesto campo 
puö dirsi mietvAo e spigolato dalla sciiola itcdo-germanica fmo al li- 
miti delp)ossibile{l'aula e gli ufjßsj del Senato romano, Memorie dei 
Lincei Ser. 3, vol. XI, 1883 p. 22). Sein Ausspruch scheint denn auch 
den neuesten Bearbeitern der römischen Topographie durch seine 
Bestimmtheit imponirt zu haben. Weder Jordan noch Eichter, we- 
der Middleton noch Gilbert haben ihren zum Teil sehr ausführli- 
chen Auseinandersetzungen (i) graphische Darstellungen des Comi- 
tius der republikanischen Zeit beigegeben. 

Auf den folgenden Seiten kann ich freilich weder unbeachtetes 
Quellenmaterial, noch neue monumentale Funde beibringen, aber 
ich bekenne, dass ich von der Berechtigung des Lanciani' sehen 
Urteils über die Methode der scuola italo-gennanica, welcher 
die verdienstlichen Arbeiten der oben genannten Vorgänger an- 
gehören, niemals überzeugt gewesen bin. Die philologische Seite 
der topographischen Untersuchung muss neben der Monumenten- 
forschung ungeschmälert ihr Recht behaupten. Eine Methode hin- 
gegen, welche in unserem Falle dazu führt, eins der wichtigsten 
Zeugnisse, das des Plinius, als rom'picapo o logogrlfo einfach 
über Bord zu werfen und dem Comitium die Grundfläche eines 
grossen Saales zu geben (-), muss sehr bedenklich erscheinen. 
Selbst wenn es je gelingen sollte auch die Fläche des Coraitiums 
von Schutt und mode;nen Bauten zu befreien, werden wir der 
ricerche di tavolino nur bis zu einem gewissen Grade eut- 

(') Jordan Topo«,'nipliic I, 2 p. 2tH ff. 301-318; mditcr Topogr. p. 60 if.; 
Gilbert Topogr. 2, 70 f., 3, 138 f.; Middleton Remains of ancient Rome 
(1892) 1, 231 ff. 

(2j L'areadcl Comizio i nascosta dalla piazzetta triangolare d'innanzi 
S. Adriano (L'aula del Senato p. 9). Das ist ein rechtwinkeliges Dreieck mit 
den Katheten 27 und 14 ni., also 594 qm. Fläche. 



DAS COMITIUM 81 

behren könnon: um so eher glaube ich jetzt, wo jede Hoffnimg die 
Ausgrabungen im Norden des Forums in grossem Masstabe fortgesetzt 
zu sehen, geschwunden ist, die folgenden Erwägungen den Mit- 
forschern auf topographischen Gebiete zur Prüfung vorlegen zu 
dürfen (•). 

I. 

Eine kurze Vorbemerkung ist notwendig über die Reste der 
Bauten aus der Kaiserzeit, welche die uns beschäftigende Gegend, 
vom Severusbogen bis zum Augustus-und Nervaforiim, einnehmen. 
Da es eine hinlänglich grosse neue Aufnahme dieses Terrains 
nicht giebt, musste für den beigefügten Plan (Tf. IV) auf Ca- 
ninas Plan in 1:1000 zurückgegangen werden, dessen Angaben im 
Einzelnen, wo nöthig, nach besseren neuen Detailaufnahmen corri- 
girt sind. In letzterer Hinsicht bemerke ich folgendes: wie die 
Südgrenze des Nervaforums sicher zu constatiren ist, habe ich 
Animll 1884 p. 352 angegeben. Der Grundplan der Curia Julia 
(S. Adriano) und des Secretarium Senatus (S. Martina) ist ein- 
getragen nach den von Lanciani veröffentlichten Zeichnungen des 
Antonio da Sangallo (Florenz, Uflizj 896) und Baldassare Peruzzi 
(ebda. 625) (-). Vom Carcer und den Tabernen des Cäsarforums 
besitzen wir eine gute Aufnahme in genügend grossem Massstabe, 
die des Architekten de Mauro {Ichiiographia teterrimi carceris 
Mamertini, Rom 1868, 1 Bl. Lithographie 1 :300, verkleinert aber 
durch Eintragung neuer Funde erweitert bei Parker, Archaeo- 
logy, iwimitive fortißcations pl. XL ed. 2). Der Lauf der Cloaca 
maxima ist eingetragen nach Richters Plan, Antike Denkmäler 
I, 37 (1890). 

Der Plan De Mauros giebt nun ein wichtiges Detail an, über 
welches die meisten anderen Aufnahmen und Rekonstruktionen 



(1) Die Grundzüge dieses Aufsatzes sind in der Sitzung des Instituts vom 
18. Dezember 1891 vorgetragen: graphisch verdeutlicht in dem kleinen PLanc 
des republikanischen Forums, welcher meiner liekonstruktion des Forum ßo- 
manum (liom 1892) beigegeben ist. 

(2) Die Details unserer Grundriss-Rekonstruktion sind hier nicht zu 
erörtern. 

6 




82 CH. HÜLS 

aclitloti hinweggehen (1): die sechs Tabemen nämlich an der südli- 
chen Langseite des Forum Julium sind nicht, wie es nach den 
geläufigen rekonstruirten Plänen scheinen könnte, alle von regel- 
mässig rechteckiger Form: vielmehr haben drei >on ihnen, die 
(von Osten gezählt) erste zweite und fünfte zm- Grundfläche ein 
Trapez, die längste vierte aber ein unregelmässiges Fünfeck (s. Fi- 
gur). Von den beiden rückwärtigen Seiten dieses 
Fünfecks fällt die eine AB ziemlich (mit einer 
Abweichung von er. 8° nördlich) in die Kichtung 
der Front des Carcers, die andere, darauf rechtwin- 
kelige BC wird annähernd fortgesetzt durch die 
Rückwand der östlichsten Tabernen. Beide Li- 
nien sind an sich höchst auffallend und nur zu 
erklären, wenn sie durch Rücksicht auf andere 
benachbarte Bauten bedingt sind. Dabei erhebt 
sich sogleich freilich eine Schwierigkeit: Cäsars Forum beseitigte 
rücksichtslos die früheren Bauwerke derselben Gegend: die alte 
Curia, die Basilica Porcia, vielleicht auch das Atrium Liber- 
tatis (-) haben ihm weichen müssen. Welches könnte das Gebäude 
sein, das vor der Cäsarischen Anlage bestanden, und doch durch 
dieselbe nicht beseitigt wäre? Die Lösung des Räthsels wird uns 
wie ich glaube im folgenden gegeben werden. 



(') Eine Ausnahme macht der Plan des Architekten Engelhard {Monu- 
menti dclVIstituto II tav. 33. 34). Dass er gerade für diese Eeste auf re- 
cherches tres-minutleuses et misures prises sur les lieux rncmcs beruht, sagt 
Bunsen Annali 1836 p. 270. Caninas Plan {Edifizj a. a. 0. und schon früher 
sowohl in den Atti clelV Accademia Pontißcia di archeologia VIII, 1838 
zu p. 118, als in der Monographie sugli antichi edifizj giä esistenti nel 
luoßo ora occupato dalla chiesa di': S. Martina, 1840) giebt die Unre- 
gelmässigkeit zwar an, aber nicht correct, und ohne in der Rekonstruktion 
auf sie Rücksicht zu nehmen. 

(«) Die Lage dieses Gebäudes, über welches Jordan FÜR. p. 81 am besten 
gehandelt hat, bleibt immer noch ein Problem. Dass im Gten Jhdt. n. Chr. 
ein Nebenraum der Curie den Namen atrium L. geführt habe, ist von Momm- 
sen (Hermes 1889, G21 ff.; vgl. dazu Mitth. des röm. Instituts 1891 S. 40) 
nachgewiesen worden : wie aber damit die Zeugnisse aus früheren Epochen zu 
vereinigen sind, bleibt ungewiss. Zu Ciceros Zeit lag es vom Forum Romanum 
nicht weit entfernt, aber durch Privathäuser von ihm getrennt, die Cäsar zu 



DAS COMITIUM 83 



IT. 



Dass das Comitiiim ein vom Forum getrennter kleinerer, an 
dessen Nordseite anstossender Platz gewesen sei, kann als feststehend 
selten : ebenso dass an der Grenze des Forums die Eednerbühne, 
an der gegenüberliegenden Seite die Curia Hostilia lag. Weniger 
einig sind die Neueren in der Ansetzung der übrigen Monumente 
des Comitiums, wie sie uns in einer bekannten Stelle des Varro 
{de l. l. V 32 p. 154) verzeichnet werden. Ich gebe diese Stelle 
nach Jordan (S. 337 Anm. 33), der Wilmanns kritischen Apparat 
benutzt hat: 

Comitium ab eo quocl coibant eo comitiis curiatis et litium 
causa. 

Curiae duoriim generum^ nam et ubi curarent sacerdotes 
res divinas, ut Curiae veteres, et ubi se)iatus humanas, ut curia 
Hostilia, quod jjrimum aedificavit Hostilius rex. 

Ante hanc rostra, cuius id vocabulum {quod schiebt Müller 
ein) ex hostibus capta fixa sunt rostra. 

Sub dextra hiiiiis a comitio locus substructus, ubi nationum 
subsisterent legati, qui ad senatum essent missi. Is Graecostasis 
appellatur a parte., ut multa. 

Senaculum supra Graecostasim, ubi aedes Concordiae et ba- 
silica Opimia. 

Beginnen wir unsere Erörterung mit der letzten Gebäude- 
gruppe (>). 

1 . Die Grenzen des vortiberianischen Concor dientempels 
sind nicht genau bekannt: doch hat es hohe Wahrscheinlichkeit 



Gunsten seiner Forumsenveiterung ankaufte {ad Att. 4, IG, 4): noch im J. 69 
n. Chr. scheint es vom Forum Romanum durch ganze Strassen geschieden ge- 
wesen zu sein (Tac. Mst. 1, 31 ; Sueton. Galba 20). Wenn nicht die Bauten 
Cäsars, so haben vermutlich die des Trajan das Atrium von seiner alten Stelle, 
gleich der Curie, mehr nach Süden wandern lassen. 

(1) Ich führe wenige Hauptstellen in extenso an: die übrigen Zeugnisse — 
es sind fast lauter seit 300 Jahren viel behandelte — findet, wer die folgenden 
Aufstellungen nachprüfen will, in den. Eingangs citirten Monographieen, beson- 
ders bei Detlefsen, sorgfältig verzeichnet. 



84 CH. HÜLSEN 

dass die Axe des älteren und jüngeren Baus dieselbe geblieben, 
und die Erweiterung durch Tiberius im Wesentlichen eine Ver- 
grösserung der Cella nach rechts und links gewesen sei, wodurch der 
Tempel das bekannte ungewöhnliche Schema erhielt. Für die Ba- 
silica Opimia ist Platz weder vor noch hinter noch linker 
Hand (südl.) vom Concordientempel zu finden; es bleibt nur der 
Kaum rechts (nördl.), zwischen Tempel und Carcer (^). 

2. Dieser Kaum, er. 3-400 G m. Fläche, ist nun entschieden 
zu klein um neben der Opimia noch eine zweite Basilica, die 
Porcia, aufzunehmen. lieber diese vergleiche 

Livius 30, 44 : Cato atria dm, Maenianum et Tltium in Lait- 
tumiis et quattiior tabernas in publicum emit basilicamque ibi 
fecit, quae Porcia apptellata est. 

Ascon. ad Milon. p. 29: quo igne et ipsa curia conflagravit, 
et item Porcia basilica^ quae ei erat iuncta, ambusta est. 

Da die Lage der Lautumiae am Abhang des Kapitels nicht 
zu bezweifeln ist, lag die Basilica Porcia an der diesem Hügel zuge- 
wandten Seite des Comitiums, und von der Curie durch kein grös- 
seres Gebäude, namentlich nicht durch den Carcer, getrennt: die 
einzig mögliche Lage ist nördlich vom letzteren. Dazu stimmt denn 
was wir über das nächste Denkmal wissen:' 

3. Die Columua Maenia. 

Pseudascon. zu div. in Caecil. 16 p. 120 Or. : Maenius cum 
domum suam venderet Catoni et Flacco censoribus., ut ibi basilica 
aedißcaretur, exceperat sibi ius imius colmnnae, supra quam teclum 
jjroiceret ex provolantibus tabulatis, imde ipse et posteri eins spe- 
ctare mimus gladiatorium possent, quod etiamtum in foro dabatur. 

Aehnlich Porphyr, zu Hör. Sat. 1, 3, 21 ; beide erzählen aus 
gemeinsamer Quelle, aus Lucilius. Dass die Anekdote erfunden ist, 
anknüpfend an die Namensgleichheit des Besiegers der Antiaten, 
dem die columna mit dem Keiterstandbilde 410/338 errichtet wurde, 

(') Auch die Worte Ciceros pro Seat. G7, 140: {L. Opimius) cuius r.ele- 
herrimum monumcntum in foro wird man lieber auf ein den Namen des Mannes 
tragendes Denkmal, als auf eine IJestauration des Concordientcmpels beziehen; 
woraus dann folgt, dass die Basilica Opimia vom Forum, wahrscheinlich auch 
von den Rostra aus, sichtbar war. 



DAS COMITIUM 85 

und des Hausbesitzers, auf dessen Grundstück Cato 154 Jahre später 
seine Basilica erbaute, bleibt für uns gleichgültig : sie hätte nicht 
so erfunden werden können, wenn nicht Columna Maenia und Ba- 
silica einander nahe gelegen hätten. Daraus ferner dass Pseudo- 
Asconius a. a. 0. p. 121 von den für es et servi nequam spricht, 
qui apud triumviros ca^ntales apud columnam Maeniam puniri 
solent, hat man mit Recht Nachbarschaft der Columna und des 
Carcer gefolgert. Weiteres s. u. S. 92. 

4. Während diese drei Monumente teils spurlos verschwunden, 
teils erheblich verändert sind, ist eines, das sie an Alter alle über- 
trifft, noch wohl erhalten, der Carcer, welcher, wie Jordan S. 323 
überzeugend auseinandergesetzt hat, vom Comitium durch kein 
grösseres Gebäude getrennt gewesen ist. Auf seine Orientirung nah- 
men die südlich anstossenden Monumente Rücksicht, wie noch heut 
der Parallelismus der Längsaxe des Concordientempels mit der linken 
Seitenwand des Carcers zeigt. Aehnliches dürfen wir also von der 
nördlich anstossenden Basilica Porcia vermuten : ihre Front wird 
die noch existirende des Carcer fortgesetzt haben, und damit ge- 
winnen wir eine Grenzlinie des Comitiums, die westliche. 

Es ist nun sehr merkwürdig, dass zu dieser Grenzlinie die 
oben genannten unregelmässigen Rückwände der Tabernen des Fo- 
rum Caesaris in unverkennbarer Beziehung stehen. Der Winkel, 
den beide Richtungen bilden, weicht nach de Mauro vom Rechten 
nur unbedeutend, um 6-8° (s. o. S. 82) ab (Engelhard-Bunsen geben 
ihm sogar genau 90°). Nun ist es unzweifelhaft, dass das Comitium 
ein templum war, und höchst wahrscheinlich, dass es quadratische 
Gestalt hatte (Jordan S. 319). Wir dürfen daher die Vermutung 
aussprechen, dass jene auf der ersten senkrechte Linie eine zweite 
Grenze des Comitiums, die nördliche repräsentirt ; und die Wahr- 
scheinlichkeit dieser Vermutung wird sich steigern, wenn es ge- 
lingt durch sie sowohl das oben berührte topographische, wie ein 
von den neueren Forschern umgangenes historisches Problem, die 
letzten Schicksale der Curia Hostilia und des Felicitas-Tempels, 
zu lösen. 

Die im J. 702/52 von Faustus Sulla restaurirte Curia Hostilia 
wurde bekanntlich wenige Jahre später auf Cäsars Befehl nieder- 
gerissen, und für das Senatslokal der Gebäudecomplex errichtet, 



86 CH. HÜLSEN 

dessen Reste jetzt unter S. Adriano und S. Martina liegen, Dass im 
Jahre 709/45 die alte Curie noch stand, während die neue schon 
im Bau war (dedicirt ist sie erst 725/29), schliesst man mit 
Recht aus der gleich anzuführenden Stelle Ciceros de fin. V, 1 
(Jordan p. 253 Anm. 85). An Stelle der Cmie, so wird Aveiter 
überliefert, errichtete Caesar einen Tempel der Felicitas, der 
nach seinem Tode von dem magister equiium Lepidus vollendet 
wurde. Neben diesen Bauten geht nun die Errichtung des seit 700/54 
geplanten Forum Jidium, das im J. 709/45 schon soweit gediehen 
war, dass am 26. September der Tempel der Venus Genetrix de- 
diziert werden konnte Die neue Curie und das Forum entstammen 
einem einheitlichen Baugedankeu, ihre Axen sind parallel (Jordan 
S. 441) : dass der Felicitas-Tempel von Caesar ganz unsymme- 
trisch auf die Area seines Forums gesetzt oder gar nur gebaut sei, 
um sofort nach Vollendung des Forums wieder abgerissen zu wer- 
den, wird ist unglaublich. Wir müssen also für ihn eine Stelle 
suchen, die es ermöglicht, ihn mit Caesars Forum und Curie gleich- 
zeitig existirend zu denken. Einen Platz der allen Vorbedingungen 
entspricht finden wir nur links (westlich) von S. Martina, gerade an 
der Stelle wo die Rückwand der Forums-Tabernen jenen unregelmäs- 
sigen Verlauf hat. Das Terrain, etwa 200 qm., reicht für ein Heilig- 
thum von massigen Dimensionen aus : und dass Caesar das ganze Areal 
des alten Senatshauses für den Tempel geopfert hätte, wird niemand 
sehr wahrscheinlich finden, der an die Schwierigkeiten der Grund- 
stückserwerbung für jenes Forum denkt. Ist aber die Lage des 
Felicitas-Tempels bestimmt, so ist auch über die Lage der Curia 
Hostilia entschieden. 

Ueber die Ausdehnung der Curia Hostilia haben wir we- 
nigstens einen Anhaltspunkt, das Wort Ciceros de fin. V, 1 (ge- 
schrieben 709/45): curiam nostram — Ilostiliam dico, non haue 
novam, quae minor mihi videtur postquam est maior. Die Gruppe 
S. Adriano - S. Martina hat eine Front von nicht ganz 60, eine 
Tiefe von (mindestens) 25 m. Der Curia Hostilia haben wir auf 
unserem Plan vermutungsweise eine Front von er. 40, eine Tiefe von 
12 m. gegeben ('); auf ihrem westlichen Drittel ist vermutlich das 

(') Da überliefert ist, dass beim Umbau der Curia durch Faustus Sulla 
die Statuen des Pythagoras und Alcibiades, -welche in cornilus Comitii sian- 
den, beseitigt wurden, könnte man denken, dass die alte Curia mehr quadra- 



DAS COMITIUM 87 

templum Felicitatis errichtet, das übrige in die Anlagen des Cae- 
sarforums hineingezogen worden. 

5. Kurz fassen können wir uns über die noch übrigen in der 
Varrostelle genannten Denkmäler des Comitiums. Die K o s t r a der 
republikanischen Zeit haben, wie oben bemerkt, auf der Grenze des 
Comitiums und Forums gelegen, also auf einer zur Front der Curia 
Hostilia parallelen Linie: da sie sehr ausgedehnt zu denken sind, 
haben sie vielLicht nahezu die Hälfte des Seite des Comitiums 
eingenommen. Die Graecostasis lag nach Varros ausdrücklicher 
Angabe rechts von den Rostra vom Comitium aus gesehen : dass 
sie gleichfalls auf der Grenze des Forums gelegen habe, ist nicht über- 
liefert, aber sehr wahrscheinlich. Ebenso gestattet die Angabe, dass 
das Senaculum «oberhalb" der Graecostasis, d.h. dem Kapitols- 
abhang näher gelegen habe, nur eine approximative Ansetzung. Doch 
ist der Spielraum bei den Dimensionen des Comitiums gering, 
und die von uns vermutete Ansetzung an der SW-Ecke des Platzes 
stimmt zu den Schlussworten des Varro : ubi aedes Concordiae et 
basüiea Opimia, von denen wir ausgingen {^). 

Für die Ostgrenze des Comitiums haben wir keine sicheren 
Anhalte : doch wird eine nicht zu überschreitende Linie fixirt durch 
die grosse später vom Nervaforum ersetzte Strasse des Argiletum, 
deren Zug uns durch den Gang der Cloaca Maxima bekannt ist (vgl. 
Lanciani bull. com.. 1890 p. 95 ff.; Mltth. des röm. Inst. 1891 p. 87 f.). 
Auf unserem Plane (Tf. IV) hat der quadratische Platz des Comitiums 
eine Seitenlänge von er. 65 m., eine Fläche von gegen 4000 qm. — 
Vom Argiletum scheint ein Fahrweg zu Curie gegangen zu sein 
(Jordan S. 306) : Monumente an der Ostseite des Comitiums werden 
in unserer Ueberlieferung nicht ausdrücklich lokalisiert. 



tische Form hatte und von Sulla durch seitliche Anbauten erweitert wurde. — 
Urlichs giebt seiner Curia Hostilia er. 25 X 00, Eeber 25 X 40, Detlefsen gar 
nur 10 X 30 m. Grundfläche. 

(1) Ein Wort mag noch hinzugefügt werden über das öfter mit dem Se- 
naculum und der Graecostasis zusammen genannte Volcanal. Es muss 
ursprünglich ein ausgedehnter Platz gewesen sein, der durch Erbauung des 
Concordicntempels und später der Basilica Opiniia sehr reduziert wurde 
(s. Detlefsen S. 149-151; Jordan 338-341). Die Nachricht bei Plinius 16,236 



88 CH. HÜLSEN 

III. 

Ist was wir bisher auseinandergesetzt haben richtig, so muss 
unsere Theorie die Probe bestehen an der Interpretation einer Stelle, 
mit welcher seit Niebuhr alle römischen Topographen sich abge- 
müht haben, und die gerade von den neusten (Lanciani, l'aula del 
senato p. 9 ; Eichter Top. S. 76) als desperat aufgegeben wird. 
Ich meine 

Pliuius n. h. 7, 212: Duodecim tabulis ortus tantum et oeca- 

sus nominantur. 

Post aliquot annos adiectus est et meridies, accenso consu- 
lum id prommtiante, cum a curia [auguria die Hss.] inter ro- 
stra et graecostasim prospexisset solem. 

■ A columna Maenia ad carcerem inclinato sidere suiwemam 
promnliavit, sed hoc serenis tantum diehus iisque ad primum 
Punicum bellum. 

Es liegt auf der Hand, dass zum Verständnis dieser Stelle 
die genaue Orientirung des Comitiums von höchster Wichtigkeit 
ist. Unter den vorliegenden trigonometrischen Aufnahmen der Stadt 
stimmen die alte durch ihre Zuverlässigkeit berühmte Nollische 
(1748) und die neue des Census (über dieselbe vgl. Jordan I, 1 
p. 111) ziemlich überein: auf Nollis Plan (1:3000) weicht die 
Fassade der Kirche S. Giuseppe dei Falegnami er. 2° östl. vom 
Meridian ab, auf der publizierten juanta del censo (1 :4000) steht 
dieselbe genau in der Richtung NS. Dagegen giebt Canina, dessen- 



von der lotos in Volcanali coaeva urhi lehrt uns ein zweite Oertlichkeit 
kennen : radices eins in forum usque Caesaris per stationes municipiorum 
penetrant. Diese stationes werden sonst nie erwähnt ; dass sie beim Carcer zu 
suchen seien, ist wahrscheinlich, wenn auch für Gilberts Yermutung (S. 1G4), 
sie hätten mit dem Carcer und den triimviri capitales eng zusammengehan- 
gen, kein positiver Beweis vorhanden ist. Die Entfernung des Forum Juliura 
von dem nördlichsten Punkte, den wir für das Volcanal in Anspruch nehmen 
können — dem Kapitol gar zu nahe zu kommen verhindert uns der Umstand, 
dass ein Teil des Terrains der Basilica Porcia schon in Lautumiis lag — beträgt 
er. 60 m. Dass Plinius d^'e Basilica P( rcia, unter deren Stelle nach unserem 
Plan die Wurzeln des Baumes auch durchgegangen sein mussten, nicht nennt, 
kann nicht befremden, da sie zu seiner Zeit längst nicht mehr existirte. 



DA.S COMITIUM 89 

Plane die Originalaufnalimen des Ccnsiis (1 : 1000) zu Grunde 
liegen, eine Divergenz von 6° (womit der Plan Monumenti del- 
l'MUuto 11 tav. 33/34, der auf dieselbe Quelle zurückzugehen 
scheint, stimmt) : aus Nissens Orientiruug der Kirche S, Giuseppe 
dei Falegnami 277" (Rliein. Mus. 39, 424) würde für die Carcer- 
front eine östliche Abweichung von 7*^ resultiren ; und noch be- 
trächtlicher sind die Diiferenzen in den Orieutirungen neuerer 
architektonischer Aufnahmen ('). Die bei dieser Sachlage unerläss- 
liche Nachprüfung an Ort und Stelle habe ich durch die Freund- 
lichkeit des Hrn. Cav. P. Narducci ausführen können. Die 
Abweichung der Kirchenfront von der NS. -Linie wurde coustatirt 
auf 14^00 (-) Die magnetische Deklination betrug, nach einer gü- 
tigen Mitteilung des Leiters der Kapitolinischen Sternwarte, Hrn. Dr. 
di h^gg^, Anfangs 1893 für Rom 10° 30'. Die Front der Kirche 
und des Carcer differirt mithin von der Meridianlinie um 3 V2 G^i'^d 
östlich. Die gleiche Abweichung hat also die von uns rekonstruirte 
westliche Grenze des Comitiums: die nördliche würde nach dem 
oben (S. 82) bemerkten von der OW.-Linie 2 V2 bis 4 V2 nörd- 
lich abweichen. Beide Divergenzen sind aber für die Orientirung 
in uralter Zeit geringfügig, und ich halte es für sicher, dass das 
römische Comitium ein nach den vier Himmelsge- 
genden orieutirtes Templum war. 

Sofort klar ist nun der zweite Absatz der Pliniusstelle : « Der 
Amtsdiener der Consuln hatte Mittag auszurufen, wenn er von der 
Curie aus zwischen Rostra und Graecostasis die Sonne erblickte » , 
Die Curia Hostilia wandte nach dem oben gesagten ihre Front 
genau nach Süden: der ausrufende Diener wird seinen Platz vor 
dem Eingang in der Mitte gehabt haben. Ein Blick auf unsere 
Tafel IV macht weitere Erläuterungen überflüssig. 

(1) Nach Carislie z. B. beträgt die Divergenz 14° (dieselbe Orientirung 
bat der Plan von Angelini-Fea). Bei de Mauro steigt sie sogar auf 18°! frei- 
lieb wird man zu der auf letzterem Plane eingezeicbneten Windrose, auf 
welcber magnetiscber und vvabrer Nord um 38° differiren, von vornherein 
wenig Zutrauen haben. Und dass architektonische Aufnahmen in der Ein. 
tragung des Meridians nicht selten die wünschenswerte Genauigkeit vermissen 
lassen, merkt Nissen (Templum 217) mit Eecht an. 

(2) Wir bedienten uns zur Messung einer englischen Bussole auf Stativ, 
deren Teilung in halbe Grade noch eine Ablesung von 10' im Spiegel des 
Diopters gestattete. 



90 CH. HÜLSEN 

Schwieriger bleibt der dritte Absatz, zunächst desshalb, weil 
der Begriff der siqrrema nicht in gleicher Weise astronomisch fest- 
liegt, wie der des meridies (')• Soviel aber ist sicher, dass die 
Abrufiing der suprema im Interesse des Gerichtstages festgesetzt 
war (-), und dass sie, während die zwölf Tafeln sie mit Sonnen- 
untergang gleichsetzten, später dem Sonnenuntergang voraufging: 
ähnlich wie im neueren Rom das Ave Maria, welches auf 24 Uhr 
italiänisch, eine Stunde vor Dunkelwerden, fällt, mit der Sonne 
durch die verschiedenen astronomischen Stunden von 5 (im 
Dezember) bis 8 V4 Uhr (im Juni) wandert. — Eine solche su- 
prema von einem das ganze Jahr hindurch festen Punkte, mit 
Hülfe der Sonnenpassage durch zwei gleichfalls feste Punkte nor- 
miren zu wollen, ist freilich ein Unsinn, den man den römischen 
Pontifices unmöglich zutrauen darf. Dass die Passagepunkte fest 
gewesen, aber der ausrufende praeco je nach der Jahreszeit eine 
veränderte Stellung eingenommen habe, ist bei der Art der Beobach- 
tung, namentlich bei ihrer Beziehung zum Abrufen des Mittags, 
wenig wahrscheinlich. Vermutlich hat Plinius seine Quelle nach- 
lässig excerpirt : was in ihr stand, darüber gestatten unserer topo- 
graphischen Resultate wenigstens eine Hypothese. — Zur Zeit des 
Wintersolstitiums geht in Rom die Sonne um 4 h. 27' unter: schon 
einige Zeit, etwa eine halbe Stunde vorher, verschwindet sie füi- den 
auf dem Comitium stehenden Beobachter hinter dem Kapitolini- 
schen Hügel, auf der Gerichtsstätte wird es dunkel, die Sitzung 
muss geschlossen werden. Für den vor der Cm-ie stehenden Beob- 
achter erfolgt dies, wenn die Sonne über die NOEcke des Car- 
cers gelangt ist. Diesen Punkt hat meines Erachtens die Quelle des 

(1) vgl. darüber Bilfinger, die antiken Stundenangaben, Stuttgart 1888. 
S. 54; Marquardt-Mau Privatleben der Römer 255 f. 

(2) Die bekannten Hauptstellen sind: Varro de 1. 1. VI p. 187: Suprema 
summum diei, id a superrimo. Hoc tcmpus XII tabulae dicunt occasum esse 
solis ; sed postea lex Plaetoria id quoque tempus iubet esse supremum, quo 
praeco in comitio supremum pronuntiavit populo. — Censorinus de d. n. 
24, 3: Quamvis plurimi supremam post occasum solis esse existimant, quia 
est in XII tabulis scriptum sie: solis occasus suprema tempestas eslo. Sed 
postea M. Plaetorius tribunus plebiscitum tulit, in quo scriptum est: Praetor 
urbanus qui nunc est, quique posthac fuat duo lictores apud se hubeto t 
usque supremam ad solem occasum iusque inter civis dicito. Wie die letzten 
offenbar corrunipirten Worte herzustellen sind, ist nicht gewiss. 



DAS COMITIUM 



91 



Pliniiis a]s einen unter mehreren für Beobachtung der siiprema 
festgesetzten genannt: für dasselbe Abrufen in anderen Jahreszei- 
ten, mindestens an den Aequinoctien und der Sommersonnenwende, 
müssen andere topographische Fixpunkte existirt haben ('): ob 
dieselben in der lex Plaetoria selbst genannt waren, oder erst später 
bestimmt wurden, muss dahingestellt bleiben. 




CVRIA 
H03TILIA 



(S)cr. 



COMITIVM 

GS CO LVM NA 
2^AENIA 

ABCER 



GRÄ.CO 

STASI5 



F ORVn. 




a. ^TAirWA ATTI NÄVI 

I).F1CV^ RVMINALl/ä 

C.PVT^E AL, 

d.TABVLA VALEf^IA 

e. 5VB5ELL1A rrPdBVNoRVM 

o 10 so 30 "^0 



50 Mt. 



Q) Das Azimuth der Sonne beim Untergang ist auf unserem Plan Taf. IV 
nach den Tieleschen Tafeln (bei Nissen Templum S. 244) auf 58° für De- 



cember, 123° für Juni angenommen. 



92 GH. HÜLSEN 

IV. 

Um das Bild des republikanischen Comitiums in einigen 
Details lebendiger auszuführen, erörtern wir, im Anschluss an 
das oben (S. 84) über die Columna Maenia bemerkte, die nament- 
lich für die Rechtspflege interessante Gruppe {^) von Denkmälern 
zwischen Cmie und Carcer. Gehen wir aus von 

Cicei-o ^ro Sesf. 8, IS: puteali et faeneratorum gregihus in- 
flatus, a quibus conpulsus olim, ne in Scyllaeo illo aeris alieni 
tamquam in freto ad columnam adhaeresceret, in trihunatus por- 
tum perfugerat. 
und dazu schol. Bobien.: 

dicit factum Gabinium superbiorem illo praecipiie quod esset 
aere alieno defaeneratus. Et utitur ambiguis loconim nominibus: 
nam puteal vocabatur locus in vicinia fori, ubi erat columna 
etiam Maenia, apud quam debitores a creditoribus proscribebantur. 

Das Puteal ist das des Attius Navius, in dessen Nähe die 
Statue des wunderthätigen Augurs stand: 

Livius 1, 36: Statua Atti capite velato quo in loco res acta 
est, in comitio in gradibus ipsis ad laevam curiae : cotem quoque 
eodem loco sitam memorant, ut esset ad posteros miraculi eius 
monumentum. 

Cic. de divin. 1, 17, 33: cotem autem et novaculam defossam 
in comitio supraque impositum puteal accipimus. 
und in der Nähe befand sich auch der von demselben Wunder- 
täter vom Lupercal aufs Comitium versetzte heilige Feigenbaum 
(die Stellen s. bei Jordan I, 2 p. 387 Anm. QQ). Zwischen Puteal 
und Columna, wie zwischen Scylla und Charybdis {-) steuert Ga- 
binius hindurch, um zum Hafen des Tribunensitzes zu gelangen: 
die topographische Spitze wird recht klar durch einen Blick auf 
unsere Figur S. 91. Dass die Tribunensitze der Basilica Porcia 
benachbart waren, bezeugt 

Plutarch. Cato min. 5 : /; de xaXoi\aeirj UoQxia ßaaiXix)] 
Tifji7jTi)c<ji' ijV clvd^rjf^ia tov naXcaov KuzcDVog. Elo^xßÖTeg ovv sxn 

(1) s. darüber Mommsens oben S. 79 Anm. citirten Aufratz. 

(2) Die columna in frclo ist natürlich Anspielung auf die Columna Re- 
gina {ajvXiq 'Prjyu'oji') um frelum SicuJum. 



DAS COMITIUM 93 

yorjuciii^i-iv ol öii'n^iaq^oi xal xioiog toTq öicfqoiq efxnoöo)r iirai 
doxovvToq fyr(o(fav ixff-Xah- avrd rj ßSTaarijaca, wo Detlefsen p. 144 
die xKov zweifellos richtig mit der columna Maonia identifizirt 
(zustimmend Gilbert Topogr. 3, 165). Diese selben Tribuuensitze 
werden auch bezeichnet als bei der tabula Valeria gelegen 
(Cic. in Vatimum 9, 21; episl ad famil. XIV 2, 2). Von diesem 
Gemälde sagt Plinius n. h. XXXV 22 : Valeriits Messalla prin- 
ceps tabulam pictam proeli, quo Carthagiiiensis et Illeronem in 
Sicilia vieerat, proposuit in latere curiae anno ab urbe condita 
CCCCXC. Die gewöhnliche Ansicht, es sei ein Gemälde auf der 
Aussenwand der Curie selbst gewesen (so ürlichs S. 60 ; Jordan 
262 Aum. 94) begegnet mehrfachen Schwierigkeiten. Ein Wand- 
gemälde heisst nach plinianischem Sprachgebrauch nicht tabula 
sondern pictura (s. Silligs Index, und besonders die Stelle XXXV 
118); ferner ist schwer verständlich wie das Bild noch zu Ciceros 
Zeiten, nach dem Umbau des Dictators Sulla, existirt haben könnte. 
Auch Gilberts Hypothese (Topogr. 3, 165), die tabula sei auf 
einer (sonst nirgends bezeugten) Umfassungsmauer des Comitiums 
angebracht gewesen, befriedigt nicht. Ich nehme an, dass sie in 
irgend einer architektonischen Umrahmung, aber freistehend (wie 
die zahlreichen von Plinius genannten tabulae puhlicae auf dem 
Forum) seitwärts der Curie gestanden habe. Ab tabula Valeria 
riefen die Tribunen ihrem Collegen Vatinius zu, um die Freilassung 
des Consuls Bibulus zu erwirken, aber Vatinius Hess ohne sich 
daran zu kehren quer über das Comitium (in einer Länge von etwa 
100 m.) aus zusammengeschobenen Sitzungsbänken eine Brücke 
bauen, über die er den Consul zum Carcer transportirte {ante 
roslra pontem continuatis tribunalibus^ per quem consul populi 
Romani .... turpissimo miserrimoqne spectaculo non in carcerem, 
sed ad supplicium et ad necem duceretur (Cicero in Vatin. 1. c.) ('). 

(') In der bekannten Anekdote von Caesars Triumphzug: triumphanti 
et suhsellia tribunicia praetervehenti sibi umcm e collegio Pontium Aquilam 
non adsurrexisse adeo indignatus (est) iit proclamaverit : repete ergo a me 
Aquilam rem publicum tribunns! (Sueton. Div. Julius 77) findet Urlichs (S. 55) 
einen Beweis, dass die subsellia tribunorum unmittelbar au der sacra via gestan 
den hätten. Ganz richtig bemerkt dagegen Jordan (S. 307 Anm. 136) dass die 
Erzählung in die Jahre 708-710, d. h. in die Zeit der Umsiedlung der Rostra 
und des Neubaus der Curia fällt, wo die subsellia tribunorum sehr wohl 



94 CH. HÜLSEN, DAS COMITIUM 

Soviel Über die Topographie der Monumente zwischen Curie 
und Carcer : ich zweifle nicht, dass auch über andere, besonders die 
in der Nähe der Rostra gelegenen, bei eingehender Prüfung 
der Stellen, namentlich aus Cicero, noch manches zu ergründen 
ist, so dass sich dann ein wenigstens schematisches Bild des re- 
publikanischen Comitium wird entwerfen lassen. Eine Correktur 
desselben dm-ch neue Funde auf dem Terrain neben und hinter 
S. Martina ist gewiss höchst wünschenswert und liegt auch nicht 
ausser dem Bereiche der Möglichkeit. Die gelegentlichen Nach- 
forschungen der letzten Jahre, z. B. bei der Canalisation von Via 
Bonella und Via della Salara Vecchia {Notizie 1880, 51) haben 
freilich nichts über die Monumente des Comitiums gelehrt : sie sind 
aber auch nicht unter die Tiefe der Bauten aus der Kaiserzeit ge- 
drungen, unter welcher wenigstens Spuren der älteren noch zu fin- 
den sein dürften. Unscheinbarste Mauerreste können an dieser 
Stelle Grundlinien von hohem historischen Interesse ergeben: eine 
möglichst gewissenhafte Aufnahme aller gelegentlich hier zu Tage 
kommenden alten Reste desshalb kann nicht genug anempfohlen 
werden. 

Rom, Mai 1893. 

Ch. Hülsen. 



provisorisch an einer anderen Stelle gestanden haben können. Aber selbst 
die Sitze ad tabulam Valeriam sind von dem nächsten Punkte der Triumph- 
strasse, — da wo der Clivus Capitolinus vor der Front des Concordientempels 
eine Wendung nach Süden macht, s. Jordan a. a. 0. — wenig über 50 m. ent- 
fernt, so dass von dort die Unbotmässigkeit des Tribunen dem Triumphator 
sehr wohl sichtbar, des letzteren Zuruf dem anderen hörbar sein konnte. 



FUNDE. 



Auf dem Palatin, wo man für den Besuch S. Majestät unseres 
Kaisers das Stadion gesäubert hat, sind in dem Schutte welcher 
das NO-Ende desselben noch füllte, namentlich im nördlichen Win- 
kel eine Anzahl kleiner aber werthvoller Stücke zum Vorschein ge- 
kommen. Voranzustellen ist ein Stück, welches bereits 1878 ge- 
funden, aber seitdem verborgen geblieben ist. 

1. Eeplik des schon zweimal wenigstens vorhandenen Kopfes: 
im Berliner Museum (Beschreibung n. 605, Abbildung : Arch. Zeit. 
1877 T. 8) und im Louvre (s. a. 0.), nach einem Original der 1. 
Hälfte des V. Jhdts. Der Marmor ist griechisch, erhalten nur der 
obere Theil des Kopfes mit seiner Bedeckung. Die Uebereinstim- 
mung mit dem Berliner ist genau, doch ohne dass wie dort die 
einzelnen Strähnen des regelmässig gewellten Haares durch gra- 
vierte Linien dreigetheilt wären. 

2. Weiblicher Kopf mit attischem Helm, also Athena oder 
eine Amazone. Der Marmor, wenn ich nicht irre, griechisch, die 
Erhaltung leider ungenügend, sonst wäre dies vielleicht das werth- 
vollste von allen Stücken. Unter dem Nackenschirm des Helmes 
liegt ein Haarwulst. Der Schnitt der Brauen, die trotz des Bruches 
kenntliche Schmalheit des Nasenanfangs, die nicht in Ueberschnei- 
dung zusammengehenden sondern an einem Spalt endenden Ober- 
und Unterlider, die derb natürliche Unterlippe, dies alles weist 
auf die Mitte des 5. Jahrhunderts oder auch noch etwas frühere Zeit. 

3. Obertheil eines dem Doryphoros Polyklets ähnlichen Kopfes. 

4. Untere Hälfte vom Kopfe eines 14 bis 15 jährigen Knaben, 
von parischem Marmor. Durch Abspaltung des Oberkopfes ist das 
1. Auge ganz, das rechte stark beschädigt, auch die Nase abgebro- 
chen. Das Untergesicht ist gut erhalten und von feiner Arbeit, so 



96 E. PETERSEN 

namentlich der Mund und das zierlich gekräuselte Haar im Nacken, 
wo es sich theilt, an den Schläfen und vor den Ohren, in deutli- 
cher Wiedergabe eines Bronzeoriginals. Der Kopf neigt sich stark 
ausgesprochen auf seine r. Seite, und, alles zusammengenommen, 
scheint mir kein Zweifel, dass das Original der Lykiskos des Po- 
Ivklet war, s. unten S. 102 f. 

5. Mehrfach gebrochener Torso mit einem Theil der Beine von 
dem einschenkenden SatjT, dessen Praxitelischen Ursprung kürzlich 
Ghirardini Bullett. comun. 1892 S. 237 noch wahrscheinlicher ge- 
macht hat. Ueber eine andre von ihm entdeckte, in Privatbesitz be- 
findliche gute Replik wird wohl Studniczka bald berichten ; ein 
drittes Exemplar steht jetzt bei Marinangeli ohne Arme, mit schlecht 
ergänztem Kopf. Das palatinische Exemplar hat das Schwänzchen. 

6. Weiblicher, lebensgrosser Kopf von griechischem Inselmar- 
mor ; der Hinterkopf abgespalten. Das Haar ist wie bei den sogen. 
Sapphoköpfen von einer Binde mehrfach umwunden, nur ein ge- 
ringer Theil um die Stirn, und etwas mehr an den Schläfen, liegt 
frei, in kleine unregelmässige Wellen zertheilt. Obgleich der Bruch 
im Hals dicht unter dem Kinn durchgeht, an der r. Seite sogar 
bis zum Ohr hinauf, so ist doch zu erkennen, dass der Kopf sich 
ein wenig gegen seine r. Seite neigte, und die grossen i^ugen richten 
(lesend ?) den Blick niederwärts. Daher legen die kräftigen Augen- 
lider sich deckend ziemlich weit über den Augapfel. Die Nase ist 
grossentheils abgesplittert, der geschlossene fein geschnittene Mund, 
mit vollen Lippen bekommt durch die etwas vortretende Unter- 
lippe einen Anfing voq Verachtung. Ein schönes Stück, lässt es 
doch, irre ich nicht, die griechische Hand vermissen, zumal an 
den unteren Augenlidern; denn das Haar könnte absichtlich ver- 
nachlässigt sein. Jedesfalls kaum vor der Mitte des IV. Jhdts 
denkbar. 

7. Unterleib und r. Oberschenkel eines Knaben auf der r. 
Schulter eines Mannes (Satyrs?), von griechischen Marmor und 
guter Arbeit, jedoch etwas verscheuert. 

8. Wiederholung der Dresdener ' Ariadne ' (Friederichs-Wolters, 
Gipsabgüsse n. 157(3) von italischem Marmor, dekorativer Arbeit. 
Fehlend: Kopf, r. Arm, 1. Hand, welche eine Stütze unten am 
Felsensitz hinterlassen hat und, nach Beschaifenheit des Felsens 
darunter, einen Gegenstand gehalten zu haben scheint. — N. 1 



FUNDE 97 

bis 7 sind bereits ins Thermenmuseum gebracht, G auch bereits 
würdig aufgestellt, 

Dieses rasch anwachsende Museum hat vor seiner feierlichen 
Eröffnung allerlei Veränderungen erfahren, die mit einem Worte 
zu erwähnen sind. Die Säulenhallen des prächtigen Kreuzgangs 
sind rings geöffnet und geben, mit drei anstossenden Kabinetten, 
den Skulpturen Raum. Wandgemälde und Mosaiken sind in die 
oberen Gemächer geschafft, deren statt sieben jetzt siebzehn sind. 
Die Wandgemälde sind an ihrem neuen Platze wirksamer, und 
die Aufstellung einer Anzahl von Büsten daneben, wenn auch nach 
lediglich dekorativen Gesichtspunkten, einstweilen gutzuheissen. 

E. Petersen. 



AGGIUNTA ALL' ARTICOLO : SCAVI DI POMPEI, p. 30 sg. 



Tornato a Pompei trovo cambiato l'aspetto del graflfito dell'a. 
60 d. C, e specialmente della cifra enimmatica XIIIS. Le pioggie 
hanno portato via qualche ruvidezza del colore che pare nascon- 
desse alcune lineette ora comparse o almeno meglio visibili di 
prima. Fra le due prime aste di III ne e apparsa una quarta e 
ciö che sembrava S ora si palesa composto di qualche lesione ca- 
suale e della parte sin. di una X, che ora si vede tutta, piü pic- 
cola della prima, e posta un po' piü in basso. E cosi si legge 
XIII Ix- Ciö puö significare XVI : forse lo scrittore avea sbagliato, 
e poi si corresse, e nacque cosi questa scrittura insolita e curiosa. 
Ora il 6 febbraio 60 d. C. e luna XV; ma dando alla luna co- 
minciata in dicembre 29 giorni invece dei soliti 30, come sem- 
brano accennare le lettere luuari del calendario ülocaliano (Mommsen 
Rom. Chronologie^ p. 309 sg.), allora era in fatto luna XVI. E 
cosi forse almeno la data lunare trova la sua spiegazione. 

Pompei 13 giugno 1893. 

A. Mau. 



SITZ üNGSPßOTOCOLLE. 



13. Januar: Löwy über ein Bruchstück vom Parthenonsfries. — 
Mau über ein kürzlich in Pompeji aufgedecktes Haus (s. S. 28 f.). — 
Petersen über den Bogen von Benevent. 

LoeWY: presenta il disegno di un fraramento di rilievo in marmo pcn- 
tclico che egli nel 1885 vide fra altri frammenti di scultura nel museo del- 
l'acropoli di Atene. Vi e conservata la parte posteriore di una testa di doniia 
con cuiBa e velo rivolta verso d. Cosi lo stile come la qualitä del marmo 
fanno pensare al fregio del Partenone, le teste del qnale soiio di grandezza 
uguale ; e dal confronto dei disegni del Carrey risulta trattarsi di un fram- 
mento dclla testa di Aphrodite del fregio Orientale (Michaelis tav. 14, 41). 

20. Januar : R. Lanciani über einige Werkstätten römischer 
Steinmetzen der Gosmatenzeit. — Hülsen Bemerkungen über den 
Tempel des Capitolinischen Juppiter und die ihm benachbarten 
Heiligthümer (s. Mitth. später) : Dazu Lanciani. 

3. Februar: Pigorini über einige altitalische Bronzen der 
Provinz Aquila. — Mau über das Peristyl des neuentdeckten pom- 
pejanischen Hauses (s. S. 46 f.). 

17. Februar: Petersen über die Sarkophage von Sidon. 

Petersen : risulta dalla pianta deiripogeo quäle e descritta nella Nc- 
cropole royale ä Sidon di Hamdy-Bcy e Th. Reinach c discgnata sulla tav. TU, 
riprodotta nelle parti essenziali qui apprcsso, che cominciando dal vestiholo 
si cavarono prima i vani laterali I II IV V (ritengo la numerazione di Hamdy). 
E se V fu da principio un socondo vestibolo per dare ingresso ai vani VI 
VII, il IV si supporrcbbe cavato prima del V. Ma da per se h credibile 
altresi che V originariamente sia stato una camera al pari di I e II. Nel 
quäl caso V potrebbe esserc anteriore a IV, e soltanto dopo occupati tutti e 
quattro i vani laterali si sarebbe proceduto a cavarne altri nuovi agli angoli 
del principale vestibolo : VI VII, accessibili da V, espressamente vuotata; pol 
il III, l'ultimo, mentre il quarto angolo rimase sempre scnza cavo, forse 
per non essere accessibile, n6 da IV wh da I. Che di fatto qucsta ultima sup- 



SITZUNGSPROTOCOI.LE 



99 



posizione sia preferibilc risulta daU'esame delle urne trovate neH'ipogeo. Esse 
si clividono in quattro classi: 

1. a guisa di cassa da mummia, (eyf^Qconostdt^g secondo il dire di Ero- 
doto 2, 86 : 17 (di pietra nera egizia, manca nella pianta per essere stata in- 
terrata sotto 1.) 3 11 (v. Hamdy-Bey p. 24) ; 

2. neirinterno come quelle della 1^ classe, nell'esterno cassc regolari 
con copercliio in forma di tetto a due pioventi: 8 (v. Harady p. 32) 16 15 
13 (I. c. p.32); 

3. regolari anche neirinterno: 2 (1. c. p. 80) 10 12 14; 

4. regolari come la terza classe, una (16) come la seconda, raa ricchi di 
rilievo storiato : 9 1 7 (6 5 4 senza storie nia del resto molto simili a 7). 
E manifeste che la seconda classe passa dalla prima alla terza e quarta; le 
quali ultime in parte possono essere conteraporanee, come anche Turna 16 per 
la fonna appartiene alla seconda classe, per gli ornamenti alla quarta 




u 




E vcro che della maggiore antichita della prima classe si dubita. In un 
ipogeo confinantc cioe si son trovate due urne della prima classe, quelle di 
Tabnit e Esmunazar, deposte contomporaneamente ovvero posteriori airuliinia 
urna della 4^ classe nciripogeo Hamdy. Ma da questo fatto il Th. Eeinach iiello 
spiritoso articolo della Gazette des beaux-arts 1892 VII p. 99 a torto ha vo- 
lutodedurre che la maggior parte o tutti i sarcofagi chOQwnodtfsig siano 
di data piü recente. Giacche quclli di Sidone e Palermo e di aliri siti fenici, 
che sono greci e di materiale e di lavoro, pubblicati da Renan {Mission de 
Phenicie tav. LIX) da Longpericr {Musee Napoleon III lav. XVII) e da Chi- 
piez et Perrot Ilist. de Vart. III fig. 124-134, presentano l'arte genuina del se- 
colo V e IV ed evidcntemente fanno supporre l'uso ancor piii antico di tipi pu- 



100 



SITZUNGSPROTOCOLLE 



raraente egizii o fenicii, tipi che in Egitto, ove le urne di Tabnit e Esnmnazar 
sono State lavorate, avranno perdurato. II piü forte argomento per Tantichitä 
dei sarcofagi Hamdy della 1^ classe sta neH'essere stati sotterrati due, l'uno 
17 per cedere il posto al sarcofago 1 nella prima raetä del sec. IV, Taltro 3 
per far passare il sarcofago 7, verso Tanno 330. E sembra naturale che cedes- 
sero il posto non le urne ultimamente deposte, bensi le piü antiche. Quindi 
sommati gli argomenti presi dalla pianta e quelli presi dallo stile delle urne, 
la storia delFipogeo puo idearsi nel modo seguente : 



Si scavo 
prima il vano 
poi " » 



I per Turna 
II 

n n n V " " 

n n n IV n " 

fpoi si traslocö a VII » 

e si pose nel VI » n 18 15 

Nello stesso tempo incirca 

si aggiunse nel VI Turna 

» » V » 

» « VII » 

ij n IV " 

!5 I » 

nel III " 4 5 6 



sopra 17 
smosso 8, 



17 

3 

11 

8(2) 
11) 
16 

14 
10 
12 

9 
1 

7 



P classe 



2* classe 



8* classe 



4^ classe 



L'ordine delle urne storiate 
avvicinandosene la prima (16 : op 



16 1 7 pare non incorra alcun dubbio, 
c. täv. 18 sgg.) per il disegno dei cavalli 
delle flgure ritte ad frontone Orientale del tempio di Giove in Olirapia ; la 
seconda 9: op. c. tav. 12 sgg.) al fregio del Partenone, la terza (1: tav. 6 sgg.) 
l»er l'architettura piii nobilmente sviluppata, per le donne piangenti ed il son- 
timento predominante in figure poco messe, mentre le altre tre urne quasi 
esclusivamente presentano figure in piena e vivace azione, all'arte di Prassi- 
tele, laddove la quarta (7: tav. 25 sg.) straricca e con Tornamento architet- 
tonico giä un po' decadente h appena anteriore al 330, a. Cr. 

Un particolare unico, come parve allo Hamdy-Bey, delFurna 1 e il pa- 
rapetto o attico con figure in rilievo che corre tutt'attorno il tetto-coperchio, 
])iü alto dei frotoni, ai quali non puco sovrasta. A me pare che da siraile mo- 
dello derivi il fregio lungo il lato nobile dei coperchi di non pochi sarco- 
fagi, p. e. Robert, Griech. Sark. II n. 27 43 59 64 69 e via via. Ma l'origine 
di tale decorazione del tetto deve stare neH'architettura vcra, non imitata, e son 
])ropenso a riconosccrla nella grondaja, quäle per Tantico tempio di Artemis 
in Efeso sagacemente fu ricostruita dal eh. Murray nel Journal of hell. 
alud. X 1889 p. 1 sgg. cf. Hist. of greek sculpt.V p. lOSornata di combatti- 
menti a rilievo. Allo stesso tempo incirca appartengono antefisse di terra- 



(1) Cf. Furtwiingler, Zu den olymp. Skulpturen p. 71. 

(2) Hamdy-Bey p. 33 c'y])onc ptrclie 8 si deve credere deposta prima di 9. 



SITZUNGSPROTOCOLLE 101 

cotta, trovate a Cervetri, gik possedute da AI. Castcllani. Sono Statuette anti- 
camente unite coi piedi ai tegoloni, non tutti di un tipo o di due altcrnanti 
(cume quelle figure di uomiiii e donne alate aflPerranti bestie con le mani, Ic 
quali appartengono a un'epoca beii posteriore, e furono trovate a Civita- 
Castellana, Alatri e in altri siti), ma individuali di ogni specie: correnti, ca- 
denti, ginocchioni, rappresentando tutti insieme un combattiraento come i ri- 
lievi della grondaia efesina. Ne troppo ardito sarebbe il credere che da tali 
gruppi, siano di raarmo siano di terracotta, derivino lequadrighe e altre flgiire 
poste sui tetti dei terapii romani come quello di Giove Capitolino oltre agli 
acroteria (cf. Furtwängler, ArrA. Zeit. 1882 p. 345). 

3. März : Mau über die vermeintlichen Bilder des Vergil und 
Horaz in Pompeji (s. S. 19 f.). — Hülsen über die Lokalität ad gal- 
lims albas und die Grenzen der 4. und 6. römischen Region, (s. 
Mitth. 1892 S. 307). 

17. März: zugleich zur Feier von H. v. Brunn's 50 jährigem 
Doktorjubilaeum. Die von Schülern und Verehrern des Jubilars 
geweihte, von dem Bildhauer v. Rümann ausgeführte Büste war, 
mit dem Lobeer geschmückt, im Saale aufgestellt. Es sprachen 
lauter Schüler Brunn's: Petersen gab einen Ueberblick über die 
Arbeiten des Meisters, zum Nachweis, dass derselbe den Grund zu 
seinen Erfolgen und seinem Ruhme während seiner römischen Thä- 
tigkeit gelegt, und also kein Platz mehr als die Bibliothek des Insti- 
tuts in Rom. und zwar hier die Stelle gegenüber dem 1887 auf- 
gestellten Bildnis W. Henzen's mit einem Bilde Brunn's geziert zu 
werden geeignet sei. — Preger über einen von ihm für den Orontes 
vor der Antiochia erklärten Torso der Galleria Lapidaria (s. Mitth. 
VIII, 2). — Bulle über Karyatiden-und Mänadenstatuen römischer 
Sammlungen (s. Mitth. VIII, 3). — Strzygowski über die Säulen 
des Arcadins und Theodosius in Constautinopel. 

7. April: Mau über uin pompejanisches Graffit mit Kalender- 
datum (s. S. 80. 97). — Petersen legt die neue (4.) Auflage vonOver- 
becks Geschichte der griechischen Plastik vor. — Derselbe über 
einen für Narkissos erklärten Statuentypus. — Hülsen über eine 
archaische lateinische Inschrift (s. Mitth. später). 

Petersen combatte l'opinione di Heibig (Rendiconti d. E. Accad. d. 
Lincei 1892 p. 790) che un tipo statuario del sec. V av. Cr., noto da parec- 
chie copie antiche, rappresenti Narcisso neiratto di ammirare la propria bel- 
lezza in una fontuila ai suoi piedi. Alle quatlro copie enumerate dall'Helbig 
1 cioe Londra: Kekule, Idolino t. IV med.; Brunn-Bruckmann n. 4G; 2 col- 
lezione Baracco t. XXXVIII sg.; Kekule 1. c. a destra; 3 Ateuc 'ßr/:»;/^. «p^. 



102 SITZUNGSPROTOCOLLE 

1890 t. 10 sg.: 4 Dresda, Arch. Am. 1892 p. 67, 1, il rif. aggiungo tre altre 
copie romane: 5 giä Maraini, ora presso Marinangeli, riconosciuta or son quatiro 
anni dal Kalkmann, priva della testa, delle braccia e della gamba s. dal gi- 
iiocchio in giü(i); 6 torso della Villa Albani, nel portico a sin. n. 46 [7 
torso ivi nella sesta stanza dietro il portico a d. n. 222 e 8 ravviso con 
W. Klein nel torso di Berlino, Beschreib, n. 514]. Lo (inoaxonstf, ravvisato 
da Heibig nella mossa della man d. del tipo, non sarebbe disadatto ad un 
pastore o cacciatore come Narcisso, ma inopportuno per cbi guardasse un 
oo-o-etto tanto vicino e basso. Tecnicamente poi il restauro della man. d. pro- 
posto da H. viene escluso daH'attacco visibile alla testa della replica 3, troppo 
grosso e neanche al posto voluto per la palma tenuto al di sopra degli occhi. 
E moralmente e storicamente un tale concetto, quanto e adatto al sentimento 
alessandrino — cio che meglio di ognnn altro aveva dimostrato lo stesso 
Heibig — tanto h estraneo alla plastica del secolo V terminante. 

Un altro ostacolo forma il palmizio, sostegno della gamba s. nella re- 
plica n. 1, qualora questa aggiunta non voglia attribuirsi con Heibig alla 
spensieratezza del copista. Ma ecco lo stesso palmizio aggiunto anche al n. 6, 
e tutte le altre copie pare abbiano la gamba sinistra rotta appunto ove ter- 
minava lo stesso sostegno. E certo dunqiie che il tipo in discorso rappresenta 
un atleta vincitore, ed h probabile che la sua man d. abbia tenuto una Corona 
(di bronzo s'intende) per mettersela in testa, quäle era l'idea di Winnefeld (2), 
perche Tavambraccio d. del n. 2 per la non sofficiente torsione esclude l'idea 
di un'asta. Molto probabile quindi la congettura del Collignon, hist. de la 
scult. gr.l p. 1 essere l'originale delle nostre copie la statua del Mantinese 
Kyniskos, ncc?g nvxTug, opera di Policleto, il cui stile il rif. vi aveva riconosciuto 
nella statua di Londra (n. 1) {Arch. Zeit. 1864 p. 132). Di questa statua po- 
licletea fu ritrovata in Olimpia la base (v. Löwy Inschr. gr. Bildh. p. 43) con 
la quäle potrcbbe farsi Tesperimento nel British Museum. L'ho fatto con una 
copia esattamente ingraudita su misura del facsimile di Purgold [Arch. Zeit. 
1882 p. 189). Ad essa la statua Maraini (n. 5) sembrava adattarsi perfettamente, 
ma stanteche questa copia manca della inferiore parte della gamba s., la pruova 
non poteva essere del tutto concludente. Quindi mi rivolsi al eh. A. H. Smith, 
del British Museum, il quäle gentilmente mi ha secondato. Trovando perij dififi- 
coltä di segnare sulla mia copia della base policletea le pcdate della statua 
Westmacott (n. 1), egli saviamente sottopose a quest'ultima una carta, dalla 
quäle poi toglio le pedate. Ora mettendosi questa carta sulla mia copia, i due 
bucchi pel piede s. delForiginale e l'uno per quello del pie d. combaciano 
nel modo piö preciso con le plante della statua Westmacott. Una pruova piü 
stringcnte ancora si poträ fare in un Museo, applicandosi un calco — sia pure 
di carta — della base originale a un gesso della statua londinese, ma Tiden- 
tificazione proposta dal eh. Collignon giä ormai sembra quasi certa, tanto piü 

(1) Sarebbe sua la testa (S'"") menzionata da Puchstein Arch. Ans. 1892 
p. 99 n. 2200 ? Da un calco della rottura c una fctugrafia della statua nian- 
dategli, Otto Puchstein crede di no, oane geiililnienU- mi risi)osc. 

(«) Cf. E. Caetani-Lovatelli, Un maiiicu di coltello p. 5 sg. 



SITZtJNGSPROTOCOLLE 10 

che l'avanzo disgraziatamente piccolo di una 9. replica ultimamente uscitu 
dalla terra (v. p. 96) e che supera tutte le altre per Li finezza del lavoro, 
agli occhi miei almcno oiFre il piü puro stile policleteo. Neirinclinazione della 
testa del ragazzo vincitore il Collignon vide espressa la modestia, benissimo, 
come c'insegna l'esempio di Autolico nel convivio di Senofonte. 

21. April Paliliensitzung : Petersen nimmt es zmii guten 
Omen für die ' ewige ' Stadt, dass ihr Geburtstag diesmal, verherrlicht 
durch die Anwesenheit Seiner Majestät unseres Kaisers und Königs 
und Seiner erhabenen Gemahlin, in verheissungsvoller Weise, gleich- 
wie ein verbindendes Glied, zwischen zwei bedeutsame Feste sich 
einfügt, das eine dem geistlichen Oberhaupte der katholischen 
Christenheit, das andre dem erlauchten Herrscherpaare dieses Landes 
geltend. Der Vorsitzende dankte sodann dem Königlich Italiäni- 
chen Unterrichtsministerium dafür, dass es zum Schmucke dieser 
Sitzunaf eine Reihe von zur Publication bestimmten Tafelblättern 
auszustellen veranlasst habe, und kommt danach auf sein Thema: 
die Germauen in der römischen Kunst. — A. Pasqüi über die 
neuesten Entdeckungen im Faliskischen Gebiete, daran anschliessend 
eine Erläuterung der ausgestellten Tafeln. 

Petersen fasst, nach einem raschen Ueberblick über Darstellungen 
der Germanen aus dem 1. und der ersten Hafte des 2. Jahrhunderts, als durch 
ausführliclie und vielseitige Darstellung wichtigstes Denkmal die columna A u- 
reliana ins Auge, eine Nachbildung der c. 60 bis 70 Jahre älteren Trajaiii- 
schen, im technischen Aufbau, gleicher Höhe des Schaftes, gleicher Zahl der 
Trommeln, fast auch der, nur regelrechter sich schraubenden, Windungen des 
Eelief bandes, endlich in vielfachen Einzelheiten der Darstellung, so namentlich 
Anfang und Ende derselben und der in die Mitte gestellten auf den Schild 
schreibenden Victoria. Freilich, schon als Nachbildung, ohne die unerschöpf- 
liche Fülle der dem Leben abgesehenen Züge, die am Trajanischen Vorbild 
zu bewundern ist, aber bei weitgehender Uebereinstimtnung in der Charakte- 
ristik der Germanen hier, der Daken dort, doch auch manches Abweichende 
bei den Germanen der Aurelischen Säule, das nun um so gewisser als der 
Wirklichkeit entnommen zu gelten hat. Aber wie wenig die bisherigen Abbil- 
dungen {}) genügen, so bewunderungswürdig sie in ihrer Art sein mögen, lassen 
die vorgelegten drei photographischen Aufnamen (2) erkennen, welche dank 

(1) Columna cochlis etc. notis I. P. Bellorii iUustrata etc. et a P. S. 
Bartolo iuxta delineationes in BibUotheca Barherina asscrvatas . . . incisa . . 
iterum prodit, Rom 1704. Die Zeichnungen habe ich in der Barberinischen 
Bibliothek vergebens gesucht. Nur eine Wiederholung ist D. Magnan, Calco- 
grafia della colonna Antonina Rom 1779. Dagegen selbständig theilweise, aber 
auch nicht frei von Interpolationen Piranesi, trofeo ossia magnifica colonna 
coclide u. s. w. hinter Taf. XXI auf Taf. VI. 

(2) Dieselben sind käuflich beim Institut. 



104 SITZUNGSPROTOCOLLE 

einem vom Kgl. Italiänischen Unterrichtsministerium überlassenen fliegenden 
Gerüst gemacht werden konnten, den 2. 3. 4. Streifen von unten, etwa im 
halben, dem Corso zugekehrten, Säulenumfang wiedergehend, mit dem bekann- 
ten Regengott in der Mitte (i). Sie enthalten Proben der wesentlichsten Dinge. 
"Wir sehen die Germanen in offenen Orten wohnend; ummauerte, wie beiden 
Daken, kommen nicht vor; nur einmal eine Verschanzung (Bellori t. 36 nach 
Trajanssäxile Fröhner t. 97) (2), die Häuser aus vertikal gestellten, mit Bin- 
sengeflecht verbundenen Balken oder Stämmen gefügt, die innen (also ohne 
Bewurf) wie aussen sichtbar sind; von gleicher Construction die, in den Sti- 
chen weggelassenen, Thüren nicht nur sondern auch die bald geschrägten bald 
gewölbten Dächer, die nur in den Stichen, aber nicht am Original, sich als 
strohern (3) zu erkennen geben. Zweierlei Tracht der Männer, die vollständi- 
gere, welche zu Mantel, Hosen, Schuhen noch, über langärmeligem Hemd, 
ein kurzärmeliges Wamms fügt, offenbar die vornehmere, da nur sie von den 
im Eathe Versammelten oder vor dem Kaiser Erscheinenden getragen wird. 
Deutlicher unterscheidet sich die Frauentracht der Markomannen oder Quaden 
von der Dakischen: kein Haarbeutel sondern lose hängendes Haar, höchstens 
mit einem Band um den Kopf gebunden; der Mantel nicht so künstlich in 
den Gürtel geknüpft, das Untergewand mit oder ohne Ärmel, auch wohl die 
Brust theilweise bloss lassend. Die Ähnlichkeit mit der ' Thusnelda ' war von 
Göttling richtig bemerkt. Die Waffen der Männer nicht wesentlich anders 
als der Daker; Reiterei häufiger, aber auch auf selten der Römer. Dazu einige 
ethische Züge : im Kampfe grosser Ungestüm, der noch in der Lage der Ge- 
fallenen sich ausspricht, aber keine Beweise von fanatischer Wildheit und 
Rohheit, wie die gepfählten Römerköpfe bei den Dakern ; auch bei den Wei- 
bern keine Scene wie die ihre entblössten Gefangenen mit Bränden martern- 
den Dakerfrauen; vielmehr überall massvoll edle Haltung, mehr als eine 
Gestalt auch darin der ' Thusnelda ' gleichend; die Männer minder bereit als 
die Daker, den Sieger kniefällig um. Gnade zu bitten. Kurz ausser dem einen, 
dass germanische Fürsten gegen die eigenen Stammesgenosseu zu Rom halten, 
kaum ein Zug in diesem von Römern aufgestellten Bilde, dessen sich die 
Nachfahren zu schämen hätten. 



(1) Dass die christliche Legende wesentlich dem Säuleurelief ihren Ur- 
sprung verdankt, konnte nur angedeutet werden. 

(2) Das seltsame Bauwerk Bellori t. 29 löst sich am Original in drei 
über- statt nebeneinander stehende, natürlich römische Sänften auf, jede mit 
einer fensterartigen Oeffnung in der faltigen Bedeckung, aus welcher der 
Lihaber herausschaut. 

(■■') Trotz der an sich richtigen Beobachtung Helbigs, die Italiker in der 
Poebenc S. 3. 



LE PITTÜRE PARIETAL! DEL COLOMBARIO 
Dl VILLA PAMFILI. 



Delle decorazioni parietali dei sepolcri romani, ima grao parte 
non ci e conoscinta che da vecchie pubblicazioni ('). Altre, ben- 
che conservate, non si trovano piü nei sepolcri stessi, ma sono 
passate nei miisei, corae quelle dell' Esquilino (') e quelle di 
Ostia (3). Siü posto sono rimaste le decorazioni — pittiire e stucchi 
— solo in pochi moniimenti sepolcrali, come nelle tombe della 
via Latina {■^) e in alcuni colombari. Fra questi lütimi, la deco- 
razione nei suo insieme e meglio conseryata nei monumento che 
forma l'oggetto di questo lavoro. 

Esso fu scoperto nei febbraio 1838 in Villa Pamtili (■'), ove 
lungo l'antica via Aurelia giä prima erano venute in luce, piü 
Yolte, delle tombe ('')• Per ordine del re Luigi I di Baviera il 

(1) V. specialmente Bartoli, pitture antiche delle grotte di Roma e 
del sepolcro dei Nasoni, Roma, 1706-, Bartoli, gli antichi sepolcri, Roma, 
1727; Piranesi, antichitä di Roma II tav. 12 segg. 

' (2) Brizio, Pitture e sepolcri scoperti sidV Esquilino, Roma, 1876 t. II. 
{Mon. delVIstituto, X t. 60) [ora nelMuseo delle Taimo]; Bull. Com. 1889 ta- 
vola XI-XII [nei palazzo dei Conservatori]. 

(3) Mon. delVIst. VIII 28 [nei Laterano, Benndorf e Schöne N. 588 91]. 
Ana. deirist. 1866 tav. d'agg. S [nei Laterano], T [Biblioteca Vaticana]. 

(4) Petersen Ann. delVIstituto 1860, 348 segg., 1861 pag. 190- segg.; 
Mon. delVIst. VI tav. 43 '44, t. 49/53. 

(5) Braun. Bull. delVIst. 1838 pag. 4; Beschreibung Roms III, 3 pag. 633. 
(«) Bartoli, antichi sepolcri pag. III ; Bartoli presso Fea Miscellatiea I 

pag. CCVII; Niebuhr, kleine Schriften I pag. 337. — Un piccolo colomba- 
rio con avanzi di stucchi molto guasti esiste ancora nella villa Pamfili vi- 
cino al grande sepolcro. Inoltre vi si trovano numerosi avanzi di muri di 
sepolcri di varia costruzione, tra cui la facciata di un monumento in grandi 
blocchi con una porta finta scolpita nei mezzo. [ E infondata pero Fässer- 



106 E. SAMTER 

pittore Caiio Kuspi di alcime delle pitture parietal! del coloml)ario 
fece delle copie a colori che si trovano ueirAntiquario di Monaco (^). 
Qiieste copie furono pubblicate in litografia nel 1857 da Otto 
Jahn nelle Abhandlungen der IC Bayr. Akademie der Wissen- 
schaften (I. Klasse, VIII. Band, 2. Abteiig) ("-) e da lui illustrate 
coUa sua solita dottrina. Le rappresentazioni da lui pubblicate non 
soao perö che una piccolissima parte delle pitture del colombario 
che saranno qui appresso completamente descritte (^). 

Ma prima che a questo ci accingiamo, sarä necessario di fare 
brevi osservazioni suUa costruzione del monumento, in quanto sono 
necessarie per intendere la distribuzione delle rappresentazioni. Mi 
richiamo perciö alla pianta (corrispondente alla seconda iila sopra 
al suolo) data nella pag. 107, che e dovuta, corae pure la veduta 
della parete della scala, alla geiitilezza del sig. architetto Hol- 



zinger. 



Le pareti del colombario che non s'incontrano perfettamente 
ad angolo retto, consistono di opera incerta, coperta di reticolato 
e cogli angoli di tufo tagliato in guisa di mattoni. Solo la parte 



zione del Braun {Ball. 1838 p 4): ' molte saranno state le tombe che taci- 
tamente furono aperte e ricoperte ; di ein pare che ne dia certo indizio la 
condizione del suolo alla terrazza vicina al casino. Gli sfogatoi che quivi esi- 
stono danno a supporre che tutto ne sia vuoto, appunto perche sopra i di- 
strutti colombaj o simili sottcrranei furono ricostruite moderne volte. ' — lo 
nel 1882 ebbi occasione di entrare in quel corridoio sotterraneo, ch'e aifatto 
moderno, e congiunge il casino con la vicina cappella. A metä incirca di esso 
si trova una cella sepolcrale con loculi incavata nel tufo, ma di epoca tarda, 
e tanto alterata da cambiamenti antichi e moderni che non offre piü nessun 
Interesse. Ch. H]. 

(}) Christ e Lauth, Führer durch das Kgl. Antiquarium in München 
(1876) pag. 19. I disegni fatti per ordine del governo pontificio e del possessore 
della villa, principe Doria (Welcker, alte Denkmäler I pag. 305), non furono 
pubblicati. 

(2) Fatta eccezione di tre quadri che non si poterono esporre e pubbli- 
care pel soggetto osceno. 

(') Una notizia suUo stato di conservazione differente dalle indicazioni 
dello Jahn fu data dal Woermann, die Landschaft in der Kirnst der antiken 
Völker, pag. 342. — 11 prof. Petersen, nell'adunanza delP Istituto del 18 marzo 
I8!t2,parlö delle pitture parietali del colombario Pamfili; ma una relazione 
non ne fu pubblicata. In questa mia descrizione ho potuto usare di notizie 
del prof. Petersen, messe gentilmente a mia disposizione. 



LE PITTIRE 1>ARIE:TALI DEL COLOMBAHIO DI VILLA. PAMl'lI.I 



107 



inferiore e conservata; e non si puö stabiliro con esattezza, quanto 
aH'insii si estendesse ('). Tracce dell' attaccatura del tetto non sono 




3 4 



visibili nemmeno all'ottava fila delle nicchie. Dell'ottava fila vi e 
im avanzo nella sola parete c d\ nelle altre sono conservate, piü o 
ineno completamente, sette file, di cui l'inferiore ha loculi quadrati, 

(1) [Che per5 manchino poche, o forse nessuna fila di nicchie, si pu(> 
dedurre dalle dimensioni della scala e deH'entrata La porticina che mette 
neir ipogeo, si trova all' altezza della sesta fila delle pareti abcde (quinta 
della parete della scala, v. lo spaccato a p. 128). Ora nei colombari meglio 
conservati, corae quelli di vigna Codini (Canina via Appia II tav. 4) e dei 
liberti di Livia (ib. tav. 7-8), la fila piü alta delle nicchie uguaglia l'altezza 
deiringresso, o almeno non supera la soglia superiore della porta. Quindi 
potrebbe bene credersi, che l'ottava fila delle olle fosse Tultima : ed in ciö 
veniamo confermati dall'assoluta mancanza di una galleria sporgente, o di 
apparecchi per ponti di legno (quali si vedono p. es. nei monumenti di vigna 
Codini), che potrebbero dare accesso alle file piü alte di nicchie. Ch. H]. 



108 E. SAMTER 

mentre gli altri sono semi-circolari. L'estensione delle pareti si 
ha dal seguente prospetto : 

Parete Numero delle nicchie di ciascuna fila (i) 

ab 16 

b c 16 

cd 7 

d e 6 

a g 10 

Pill irregolave che iü queste pareti e la distribuzioue dei lo- 
culi sulla parete della scala. Come si vede dalla pianta e dalla 
veduta a pag. 128, iindici gradini conducoüo giü al colombario. 
Della parete che si erge accanto alla scala sono conservate cinque 
file di nicchie con 2, 4, 6, 7, 7 olle, di cui le lütirae a destra 
in parte coperte dai gradini. Sotto la scala si trova un arco che 
contiene in fondo due file a tre olle, e sul lato sinistro due olle 
l'una siiH'altra. La parete destra dell'arco e forraata dal principio 
della parete a rj, dove nella prima e seconda tila 11 primo lociilo e 
la maggior parte dal secondo giacciono sotto l'arco {^). Inoltre la 
parete della scala lia altre due file, la prima con tre, la seconda 
con una nicchia. 

Nel mezzo del colombario vi e un pilastro centrale molto dan- 
neggiato, simile nella costruzione alle pareti, probabilmente desti- 
nato a sostenere la volta. Fu adoperato perö anch'esso a contenere 
olle, di cui si sono conservate tre file con sette nicchie ciascuna. Era 
collegato colle pareti a fj e h c per mezzo di archi, le cui attac- 
cature si vedono sopra la quarta fila di queste pareti, e lä, neUa 
5-7 fila, oceupano lo spazio di due nicchie, compreso lo spazio 
per le relative rappresentazioni. 

Essendo danneggiata la parte superiore delVedificio non si pu5 
Stabilire piu il numero delle olle che una volta erano nel co- 
lombario. Calcolando per le pareti a b, b c, c d, d e, a g % pel 
pilastro centrale otto file di nicchie e aggiungeudo il numero dei 
loculi conservati nella parete della scala, arriviamo a un numera 
di 506 olle. 

(1) Alcune irregolarita verranne osservate piü sotto. 

(2) Le file seguenti della parete n g cominciano soltanto sopra l'arco 
(Iftlla parete della scala, onde in essa mancano delle file I, II i due loculi 
posti sotto l'arco; queste file perciu non contengono che otto olle. 



LE PITTURE I'AKIETALI DKL COLOMBARIO DI VILLA PAMKILI 109 

Le pareti sono coperte di im bellissimo intonaco bianco, in 
parecchi punti caduto. e che a poco a poco sempre piü cade a 
piccoli pezzi ('). La parete e divisa con linee rosse orizzontali in 
due specie di strisce, le ime piü alte per le file delle olle, e tra 
queste le altre piü basse per le pitture. Linee rosse verticali dividono 
le prirae file in campi per le singole olle, non perfettamente qua- 
drati (alt. circa 33 cm., larg. tra 35 e 40), e le strisce figm-ate 
in quadri rettangolari. Le divisioni delle strisce figurate general- 
mente non corrispondono a quelle delle nicchie; anzi i quadri 
occupano per lo piü, oltre lo spazio di una o due nicchie intere, 
anche la metä del campo a sinistra o a destra, sieche le linee di 
separazione cadono circa nel mezzo delle nicchie (-). Fanno ecce- 
zione quei pezzi delle pareti a g e b c che sono posti sötte l'attac- 
catura dell'arco. In queste parti, consistenti di quattro file di nicchie 
(ciascuna di due olle) e altrettante strisce di pitture, regolarmente i 
due loculi si alternano con un quadro intero. Inoltre la divisione delle 
nicchie e delle pitture corrisponde ancora in alcuni punti della 
terza fila della parete b c, mentre non e cosi nelle altre file della 
medesima parete. Fatta eccezione di questo caso e di alcuni altri 
in cui un solo quadro di una fila occupa lo spazio di due delle 



(') üna parte clell'intonaco con figure oscene e stata tolta apposta. Cf. 
Bull. delVIst. 1838 pag. A. Sul pilaslro centrale si sono conservati avanzi 
del rivestimento sotto la sola prima fila. — Nell'intonaco delle pareti si vedono 
circa all'altezza del margiiie superiore delle nicchie, a distanza quasi rego- 
lare, dei buchi per chiodi, per lo piii sulle linee di divisione, ina talora an- 
che fuori di essa. Anche i chiodi sIessi sono in parte conservati. Una volta 
si tro\a una doppia serie di chiodi a destra e a sinistra della linea di divisione, 
alcune volte se ne trovano in mezzo alla fascia figurata. Lo scopo di questi chiodi 
viene illustrato da una analogia pompeiana indicatami dal signor prof. Mau. 
Cola appresso una serie di chiodi infissi in un muro si vedono due chiodi 
dipinti, a cui sono sospese due tenie dipinte anch'esse [Bull. deWht. 1890 
p. 229). Probabilmente anche nel colorabario Parafili i chiodi servivano per 
ornare le pareti con ghirlande e tenie. Inoltre sotto alcune nicchie esistono 
tracce di altri chiodi, destinati a fissare le iscrizioni. 

(2) [Questo sistema di linee orizzontali e verticali, e queste ultime 
alternanti a me fa l'impressione che si volesse imitare pareti costruite di 
quadroni di marmo bianco messe a testa e a lungo. P.] Per brevitä indicherö 
questo rapporto con la formula ^i-> 1, Va 1 'A ecc, quantunque la divisione 
dei quadri non cada perfettamente suUa metä della nicchia. 



110 E. SAMTER 

altre file, si e osservata la regola di far la medesiraa divisione in 
tutte le strisce di ima parete. 

La distribuzione delle rappreseutazioni secondo il diverso argo- 
mento si puö desuraere dalla segiiente descrizione. Sia premesso sol- 
tanto, che anche qui si osseiTa una certa simmetria, con maggior 
rigore nelle file inferiori di ogni parete, neue qiiali si alternana 
rappreseutazioni di stagni e di frutta o di animali ('). Non cosi 
rigorosa e la distribuzione simmetrica dei singoli soggetti nelle altre 
file, ma anche qui paesaggi e rappreseutazioni d'uccelli si alter- 
nano con una certa regolaritä : se non che qua e lä sono intercalate 
rappreseutazioni meno comuni. Anche uella sovrapposizione delle 
rappreseutazioni in linea verticale non si puö disconoscere una certa 
regolaritä nello scambio dei diversi soggetti, la quäle perö qui e 
ancora piü spesso trascurata. l^e singole pareti sono tra loro col- 
legate in modo che agli angoli s'incontrano sempre rappreseutazioni 
simili (-). 

Lo stato di conservazione delle pitture e ben diverso. Una parte 
ne e intatta, specialmente quelle della parete b c, da cui togliamo 
la maggior parte delle riproduzioni; ma anche in tutte le altre pa- 
reti si trovano quadri perfettamente illesi. Altre hanno molto sof- 
ferto e specialmente i paesaggi, alcune poi sono quasi distrutte e 
si riconoscono con difficoltä. In molti casi coll'acqua si pote far 
piü chiaramente risaltare le singole parti dei quadri. Di quelli co- 
piati dal Ruspi non esistono piü Jahn tav. I 1, II 4, V 15, VI 16, 
VII 19 (•'^), e inoltre due rappreseutazioni oscene (cf. pag. 106,2)- 
Ho indicato i colori per quanto lo permette lo stato attiiale di con- 
servazione; spesso perö per l'indeterminatezza delle gradazioni di 
colori le indicazioni hanno soltanto un valore approssimativo. 



(1) Solo nella parete u ;/ stanno vicine una rappresenfazione di frulla 
(I, 1 a) e una di uccelli (I, 1); per» qui il rapporto Ira le due rappresenta- 
zioni e un po' diveroo, per cio che la prima si trova ancora sotto l'areo della 
parete della scala. 

(2) Nei campi dell'anjfolo sinistru della parete d e (v. sotto pag. 126, ij, 
cio non si puo piü stabilire: airangolo dostro della stessa parete la norma 
dovette essere trascurata, iiicontrandosi la parete della scala. 

(3) Sulla tav. III 7 cf. piü sotto. 



LE PITTURE PARIETALI DEL COLOMBARIO DI VILLA l'AMFILI 1 I 1 

Parete a h (lig. 1). 

Sono conservate ciuque file di rappresentazioni ; della quinta 
perö — couto le tile da sotto in su e i siugoli quadri da sinistra 
a destra — bolo un piccolo pezzo a destra. 







',ö9S^äSJ/ 











Fig. 1 (parte destra della parete ö Äj. 



Schema della distribuzione dei quadri. 



Nicchie 


2 V2 


7-2 2 V2 


1/ 91/ 

/ 2 •^ / 2 


V2 2 ', 


V'2 1 V2 


Quadri 


1 


2 


3 


4 


5 



V2 1 2/ 
6 



1'-^ tila (alt. cm. 15, 5) 

1) Happresentazioue di uno stagno. In uno stagno nuotano due 
paia di anitre; accanto una capanna, delle palme, canne e altre 
plante acquaticlie. 

Cf. la rappresentazione simile lig. 3. 



112 E. SA.MTER 

2) In mezzo im piatto (giallo) con iiva. a sinistra frutta, a 
destra im ramo con frutti (giallo-rossastri). 

3) Stagno con plante aequatiche, fra le quali piccoli tiori 
azzuiTi. Nello sfondo im albero e diie capanne, a destra e a siuistra 
due paia di anitre nuotanti. 

4) Nel mezzo piccole frutta rosse con foglie, a sinistra due 
mela, a destra altre frutta (rape?). 

5) Come il numero 3. 

6) ßamo con frutti rossi e accanto due mela. 

2'^ fila (alt. cm. 18) 

1) Manca, essendo caduto l'intonaco. 

2) Manca la parte sinistra. E conservata la parte anteriore 
di un piccolo uccello (probabilmente una colomba). Segue im vaso 
rovesciato e un ramo su cui becca una colomba (bianco-azzurra). 
a destra im vaso in piedi ('). 

8) Paesaggio. Nello sfondo parti architettoniche (tempio, por- 
tico, torre). ün uomo con un sacco siilla schiena, sotto il cui peso 
si piega, si dirige vei'so una base con un idolo. A destra una donna, 
che tiene nella sinistra una tazza, s'inclina sopra un oggetto poco 
riconoscibile (probabilmente un altare). A destra di essa due donne 
si diiigono verso un sacello aperto, cui sta accanto un albero 
sacro. A destra un altro uomo, che porta un peso come il primo. 
piü in lä un altare su cui e appoggiato un bastone. Da destra 
vengono due donne ed una ragazzina. 

4) Kamo, a destra e a siuistra un uccello (quello a sinistra vio- 
letto, rosso, giallo: quello a destra, forse una upupa, azziuTO-grigia 
con alta cresta e becco lungo alquanto ricurvo). 

5) Gallo e gallina che beccano delle spighe. 

6) Paesaggio. A sinistra nel fondo un piccolo colonnato. a 
destra di esso un tempio. Sul davanti un uomo che porta un peso 
come nel quadro n. 3, Segue un piccolo colonnato e piü nel fondo 
una costruzione alta e stretta con frontone, e avanti ad essa sopra 
una base l'immagine di una dea con in mano un lungo bastone 
lancia che sia. Piii a destra un uomo con la clamide svolazzante 

(•) Dci due vasi irii ci sono che Inicce incerte. 



LE I'ITTl RE I'ARIETAI.I DKL COLOMBARIO DI VILLA I'AMFILI 113 

siilla schieua e con una verga iiella sinistra, spinge verso destni 
un animale cornuto: coUa destra tieue una corda legata ad una 
delle gambe posteriori dell' animale stesso ('). AH'estremitä destra 
del quadro un idolo su una base alta in forma di colonna. 

3=^ fila (alt. cm. 19,5) 

1) Manca. 

2) Paesaggio (-). E conservata solo la metä destra. 

3) L'intonaco e conservato solo nella metä destra, ma la rap- 
presentazione non si riconosce piü. 

4) Piatto (giallo) con frutta (verdognole) ; a destra un ramo su 
cui becca un corvo (violetto). 

5) Paesaggio. 

6) A sinistra tracce incerte. A destra un capriolo (bruno- 
rossastro) inginocchiato, che mangia, a quanto pare, una corda. 

La quarta fila si distingue dalle altre strisce in quanto non 
e divisa, come queste, da linee in una serie di quadri isolati 
ma sembra immaginata come fregio continuo. Ad onta di ciö an- 
che qui sono congiunte delle rappresentazioni affatto diverse, con- 
nesse solo in ciö, che in tutte il soggetto e tolto dalla mitologia. 
Sulla completa diversitä nella trattazione di queste rappresentazioni 
dalla maggior parte delle altre del colombario parlerö piü sotto. 

Questa striscia mitologica e alta cm. 19.5; le rappresenta- 
zioni si seguono da sinistra a destra cosi: 

1) Pimidoiie di Dirce, riprodotta dallo Jahn tav. IV, 11 (3). 
Si debbono osservare le seguenti divergenze dalla copia. La parte 
superiore del corpo del primo giovane e alquanto volta verso il 
dinanzi, e la testa sta quasi di faccia. II braccio destro non e 
tanto piegato come sul disegno. II vestito di Dirce, non indicato 
chiaramente sul disegno, caduto giü sul davanti, copre solo la 

(') E possibile che anche la « verga » non sia che iina corda a cui era 
legato un altro animale che piü non si vede. 

(2) Poiehe nei paesaggi si ripetono sempre gli stessi motivi, mi limiio 
a descrivere per saggio due di queste rappresentazioni e tratterö piü tardi 
dei loro elementi. 

(3j Nei quadri pubblicati giä dallo Jahn non indico che le divergenze 
delle copie del Ruspi daU'originale. 



11-t K. SAMTER 

parte inferiore del corpo e sopra il fiauco destro va all' indietro. 
II seeondo giovane e, a qiianto sembra, veduto non dal davanti, 
raa dalle spalle. Tra questo giovane e la figura sediita, che lo Jahn 
pag. 18 (') ha con ragione spiegato per Kithairon, e rappresentato 
iin albero, fiori rossi ed erba. A destra di Kithairon, separate da 
im albero, segne un giovane nudo, seduto su im sasso o in atto 
di alzarsi. Nella mauo sinistra porta un istrumento irriconoscibile. 
Per im remo, a ciii del resto assomiglia piü, e troppo largo ; piutto- 
sto potrebbe essere un sacco legato ad un bastone. II giovane aveva 
forse il cappello ; ai suoi piedi giace un cane. Non ne posso pro- 
porre una spiegazioue certa, forse sarä uno spettatore indifferente. 
II Chitone di Dirce e rosso, la sopraveste verde. II vestito di 
Kithairon e bianco, soltanto gli orli sono rossi. 

Nell'indicazione della figura principale mi sono attenuto alla 
spiegazione dello Jahn, che fii perö combattuta dal Ribbeck {Rom. 
Tragödie pag. 298), il quäle ha voluto riconoscere nella scena non 
la punizione di Dirce, ma la liberazione di Antiope e quindi la 
donna giaceute al suolo spiegö per Antiope, mentre Dirce, seduta 
SU un sasso in costume di caccia, colla destra ordina quello che 
essa stessa dovrä poco depo sopportare. II ßibbeck stesso perö 
(1. c. pag. 682) ha rinuncialo alla spiegazione data della figura 
seduta per Dirce, perche fondata su di una descrizione errata. II 
Dilthey {arch. Zeit. 1878 pag. 45) ha con ragione notato che si 
deve attenersi alla spiegazione dello Jahn. Perö ritengo dubbia 
la spiegazione data dal Dilthey del seeondo giovane (Amphion 
seeondo il Ribbeck e il Dilthev: lo Jahn non aveva dato il nome 
ai due fratelli). II Dilthey (1. c. pag. 53) crede di riconoscere in 
esso dei segni di spavento, come su un quadro di Porapei (1. c. 
tav. 9*). Piuttosto, come ha giä indicato lo Jahn a pag. 13, egli 
corre contro Dirce per afferrarla o per aiutare in altro modo il fra- 
tello (-'). 

2) Alla scena di Dirce seguo il 2° quadro, separato da tracce 

(') Cito le pagine deirestratto. 

(*) [Non fa d'uopo dire che la rappresentazione di Dirce, molto piü vi- 
ciiia che il noto quadro pompeiano di Laoconte al Laoconte, si collega al 
grande gruppo marinoreo, le cui figure sono state staccate Tuna dalTaltra in 
quantii visibili nel prospetto. Modelli plastici esistevano anche per Endi- 
miono (2), Ercolc (3), Prometeo (5) e i Niobidi (6). P.J. 



LE PITTIJRE PARIETALI DEL COLOMBAKIO DI VILLA PAMFILI 



115 



di colore verde (probabilmente avanzi di iin albero), la rappresen- 
tazione cioe di Endimione, riprodotta presso Jahn tav. VI, 18 ('). 

3) Ercole in lotta coi ceritaurl (Jahn tav. I, 2). La colonna 
(verde) coU'idolo non e isolata, ma unita al principio di iina archi- 
tettura. A sinistra e a destra di questa, delle piante. Tra l'edifi- 
cio ed il centaiiro tracce di colori. II corpo equino del centauro e 
grigio-verdoguolo, la pelle d' Ercole, come la clava, gialla. 

4) Rwppresentauone di pigmei. ün pigmeo igniido giace verso 
destra sul ventre, e sembra che stenda le mani in atto di pre- 
ghiera. Sul suo capo e sul suo dorso sta un uccello con lungo 
coUo, che gli ficca il becco nell'ano. Da destra accorrouo due uo- 
mini con berretto a punta (bianco) e scudo rotondo (giallo). Dietro 
ad essi, separate da piante poco chiare, un uomo ignudo con la* 
mano sinistra protesa cavalca su un animale cornuto. A sinistra 
altre tracce di colori. II soggetto e evidentemente tolto dalla sto- 
ria della lotta dei pigmei colle grü (-). Sul cavalcare del pigmeo 
sul capro cf. Plin. VII, 26: « fama est {Pijgmaeos) iiisidentes arie- 
tum caprarumque dorsis.... ad mare discendere et ova j^ullosqiie 
earum alitimi (cioe delle grü) consumere. " (^) 

5) Liheraziom di Prometeo. Riprodotta a fig. 2 (''), Jahn 




Fig. 2. 



tav. I, 3, quindi ripetuto in Milchhöfer, Befreiimg des Prometheus 
{Berliner Winkelmamisprogramm del 1882) pag. 14, cf. ivi pag. 7 

(1) La parte indicata dallo Jahn per zolle, neiroriginale e gialla, il fondo 
inferiore verde. E quella forse una pelle ? — Le capre hanno colore grigio. 

(2) Cf. Jahn, arch. Beiträge pag. 418 segg. 

(^) Una copia della rappresentazione si trova, secoiido una gentile co- 
municazione del sig. prof. von Christ, fra le Ire suddette copie del magazzini) 
AqW Antiquar i um di Monaco (cf. p. 106, 2). 

(*) Per dare del genere di queste figure mitologiche un'inimagine piii 
fedele, che lalitografia dello Jahn, le rapjiresentazioni di Prometeo e dei Niobidi 
soiio qni riprodotte da una fotografia. (Cf. Parker /(/«^/»Afy^ö^r. n. 2695-2708). 



116 E. SAMTER 

e Fiu-twängler, Arc/i. Zeit. 1885 pag. 220. II chitone del vestito di 
Atana e bianco con orlo azziirro, il mantello avvolto a metä del 
corpo e pendente da sotto lo sciido, e rosso. 

6) Morte dei Niobidi. Riprodotta a tig. 2 ; presso Jahn, 
tav. II, 6, ripetuto da Starck Niobe tav. XL 1, cf. pag. 163 segg. 
L'Abeken {Bull. delV Mit. 1839. 38), il AYelcker {alte Denk- 
mäler I pag. 304) e lo Jahn pag. 11 n. 10, inesattamente asse- 
riscono che sia couservata solo la testa della Niobide che si appog- 
gia alla madre o ad iina sorella piü grande ; la figura della ra- 
gazza e invece conservata completamente e il suo disegno presso Jahn 
corrisponde all'originale. La fanciiilla porta im chitone bianco con 
orlo azzurro, che le lascia scoperti i piedi. II vestito della madre 
e bianco, rosso invece il suo mantello, che si vede anche tra il 
braccio destro e il corpo. II mantello svolazzante del figlio e egual- 
mente rosso e cosi il vestito delle due divinitä. La parte superiore 
del corpo ed i piedi di Apollo sono igniidi. 

Della quinta fila di questa parete e conservato solo un pic- 
colo pezzo dell'angolo destro (alt. cm. 17,5). Vi sono iigurate le 
scene riunite dallo Jahn (tav. III, 9) in im quadro solo, ma che 
nell'originale sono separate da un albero. La parte destra e pub- 
blicata, secondo un nuovo disegno piii esatto, da 0. Keller in questo 
Bullettino 1890 pag. 158, e certo a ragione egli vi vede la rac- 
colta dei datteri. 

L'altra rappresentazione per la caduta dell'intonaco della parte 
sinistra e ora incompleta. sieche mancano la testa e il mantello 
svolazzante della donna inginocchiata. II vestito della donna e rosso. 
ma del resto i colori sono molto sbiaditi. 

La chiave della spiegazione ci e data da una pittnra parietale 
di Pompei trovata nel 1882 (') (riprodotta nella Revue arcli. XIII 
tav. in e in verbeck Porapeji IV ed. pag. 306), che ha comuni 
con quella del colorabario le parti essenziali : un uomo cioe e in 
procinto di tagliare a metä un bambino che giace disteso su una 
tavola, mentre una donna prega grazia per esso. NeU'intendimento 
invero i due quadri si distinguono in ciö, che quelle di Pompei 
ha il carattere di parodia. Inoltre nel colombario mancano alcune 



(') Cf. Le Blant, de quelquea monuments antiques relatifs ä la suite 
den affaires criminelles (nella Revue arch. XIII pag. 24). 



LE l'ITTURE PAKIETAM DEI, COLOMBARIO Ol VILLA I'AMKII.I 117 

figuve, che nell'altro esemplare facilitano la spiegazione; il re sul 
suo tribunale, circondato dal segiiito, e l'altra donna che tiene il 
bambino fermo sul tavolo. L'omissione di queste tigure nel colom- 
bado e veramente curiosa, senonche si puö osservare in proposito, 
che da im lato tale oinissioue si piiö bene attribiiire al pittore 
delle rappresentazioni mitologiche, fatte rozzamente e senza abi- 
litä, e che dall'altro e anche possibile, che alla parte sinistra, ora 
perduta , ci fossero altre figiire. Ad ogni modo , combiuando nel 
pimto principale le diie rappresentazioni , non si puö dubitare 
che si riferiscano allo stesso argomento (^). Qiiando il Sogliano 
uelle Notiüe degli scavl 1882 pag. 323, pubblicö la prima descri- 
zione della pittura parietale, la spiegö per il giudizio di Salomone. 
Difatti, la concordanza della rappresentazione col racconto della 
bibbia e grandissima, per quanto possa sembrare a prima vista strano 
il ritrovare ima scena biblica sulla parete di ima casa pompeiana. 
II De Rossi pero {Bull. dell'Istit. 1883 pag. 37) con ragione os- 
serva, che se non su suolo romano, pure in Alessandria per la 
grande parte che ci aveva la popolazione giudaica, poteva sorgere 
benissimo una tale rappresentazione tolta dalla storia ebrea. Non si 
puö dubitare che il quadro pompeiano sia derivato da un modello 
alessandrino (-), e tale origine si ha da supporre pure per le rap- 
presentazioni del colombario, staute la loro affinitä colle pitture pa- 
rietal! di Pompei. L'opinione perö del De Rossi, che in Alessandria si 
sia trattato l'argomento soltanto in caricatura, non si puö sostenere 
in faccja della pittura del colombario che riproduce la scena giu- 
diziaria senza quell'idea. Si deve anzi ammettere che la narrazione 
del giudizio del re sapiente abbia dato veramente ad uu artista 
alessandrino argomento di una composizione seria e che questa poi 
fu parodiata in un quadro corrispondente a quelle di Pompei (3), 



(1) Cf. Petersen röm. Alitt. 1890, 160 il quäle ha rifcrito pel prima 
anche la rappresentazione romana al giudizio di Salomone. 

(2) Prescindendo dalle considerazioni generali sugli original! della pit- 
tura parietale della Campania deve considerarsi che anche sulle altre pareti della 
Camera dove si trova la scena giudiziaria, sono rappresentate scene egiziane 
di paesaggio e di pigmei (Cf. Notizie de(jli scavi, 1. c. pag. 322). 

(3) [E da notarsi che anche il quadro che sta accanto a quella sopra 
descritta, la raccolta dei datteri ha il suo compagno nel niondo dei Pigmei : 
dico il quadro riprodotto presso Presuhn, fasc. 9 e ripetuto dal Syhel, Welt- 



1 18 !•■• SAMTKH 

laddove nella rappresentazione del colombario abbiamo iina copia 
della trattazione seria di queirargomento. Naturalmente Don si piiö 
negare la possibilitä che la stessa narrazione corresse anche a pro- 
posito di altri re dell'antichitä, come lo crede il Lumbroso (Mem. 
deH'Acc. dei Lincei XI p. 303). Ma non trovo ragione sufficiente 
per pensare col Lumbroso al re Boccoii (')• 

Paretc h c 

II numero delle strisce figurate e sei. 



Schema della distribuzione dei quadri. 



Nicchie IIV2 
Quadri 1 



V2 2 


2 


2V2 


V2 2 V'2 


V2 2 '/2 


2 


3 


4 


5 


6 



•All 
7 



P fila (alt. cm. 14.5) 

1) Ramo con due frutti rossi. 

2) Stagiio. Cf. le rappresentazioni siraili nella parete a b, cui 
questa corrispoude quasi esattaraente. 

3) Uccello (giallastro) con la testa rossa innanzi ad im fascio 
con foglie e quattro ciliege. A destra foglie e frutta. 

4) Stagiio (riprodotto alla figura 3) con canne e piccoli tiori 
azzurri, due paia di anitre nuotanti ; un terzo paio grigio azzurro- 




FiG. 3. 



(jeschichte paf,'. oA(y, il cui urigiiiale era notu anche al ))itt(>iv dol nostro 
colombario (cf. b c II. 5). Qai certamente la ragione deirarrampicarsi sta nel 
fuggire come lo Jahn per (.rrore ha supposto per quollo che s'arrampica in 
a h Y. P.J. 

(') La spiegazione del (|uadro di Pompei pel giudizio di Salomone fn 
combattutü anche dairOverbeck (Pompeji IV. ed. pag. 584). Non ho potuto 
vedere Particobj di Victor Schullzc ivi citato a pag. 652, not. 219. 



LE FITTCHE l'AKIETALI DKL < ÖI.OM BARIO DI VIM.A I'AMKILI 119 

gnolo alla riva, inoltre iina capaima (verde) coperta di canne e 
due palme. In fondo im editicio. 

5) Quattro rami con frutti (arancioui siil primo ramo, vio- 
lett! sngli altri). 

G) Stagao. Due paia di aniti-e nuotaüti, capaaua, caune ; sulla 
grande foglia di ima pianta palustre una rana (nero-azzurra). In 
fondo editicii. 

7) ßamo con frutti (arancioni). 

2^ fila (alt. cm. 18.5) 

1) Paesaggio molto guasto. 

2) Ramo con due mala, a destra una grande anitra sta man- 
giando una foglia. 

3) Paesaggio. 

4) Scena di tragedia. Riprodotta presso Jahn tav. IV, 10 e in 
Lanciani Christian and j^agan Rome, pag. 271 (spiegato erronea- 
mente come giudizio di Salomone). Difficilmente si poträ dubitare 
dell'unione del gi'uppo sinistro col destro, che lo Jahn aveva rite- 
nuto non probabile per il numero delle persone, troppo grande per 
una ti'agedia. Essi non sono tra loro piü separati che altrove sin- 
goli gruppi dello stesso quadro. 

La sedia del re e giallo-grigia, il suo chitone azzurro, il suo 
mautello violetto, lo scettro e l'oncos rossi, il giovane a destra 
del re ha un mantello azzurro-violetto. La donna che g.li sta vi- 
cino ha il chitone giallo, il mantello azzun-o-chiaro. Le tre piccole 
figure femminili non sono, come dice lo Jahn, nude nella parte 
superiore del corpo ; sono invece tutte coperte di un vestito rosso- 
violetto, per la quäl ragione non si possono spiegare per il uoto 
gaippo delle Grazie (Jahn pag. 40). Anche la loro posizione non 
e iudicata esattamente nel disegno dello Jahn; pare piuttosto che 
s'appoggiuo colla schiena l'una contro l'altra. 

La donna a destra di queste ha un chitone rossastro e un 
soprabito bleu-violetto. Delle tre figure femminili del gruppo de- 
stro, la prima a sinistra ha un vestito azzurro e un mantello vio- 
letto, il quäle non arriva come nel disegno sino alla spalla sinistra, 
ma sotto al gomito. Le altre due donne sono vestite bleu-violetto; 
in quella di mezzo non si distingue la sopravveste della quäle lo 
Jahn parla a pag. 40. La lunghezza delle maniche non si puö co- 



120 



E. SAMTER 



noscere, i capelli nella prima e nella seconda sono accoraodati 
quasi egiialmente, 

5) Sceiia di pigmei. Riprodotta presso Jahn tav. VII, 20. 

A destra del coccodnllo (giallo-bnino) e rappresentata un'al- 
tra capanna. II grembiale del primo pigmeo e giallo, quello del 
secoudo azzuiTO. 

6) Uccelli e frutta (Jahn tav. V, 13). Le orecchie dell'uccello 
a sinistra (cf. Keller 1. c. p. 159) sono indicate esattamente nella 
riprodiizione. I diie uccelli sono grigio-azzurrognoli, la testa di 
quello a sinistra violetta, le frutta rossastre. 

7) Piccolo uccello (azzurro e rossastro) volto a sinistra; a si- 
nistra un fiore azzurro. 

3^ fila (alt. cm. 18.5) 

1) ün caprone bruno in piedi sta mangiando una fune legata 
alle sue gambe. La rappresentazione e certamente in rapporto con 
quella simile della parete a h (III, 6) che le sta accanto. 

2) Paesaggio. 

3) Riprodotto a fig. 4. Grande anitra (bianco-giallognola col 
becco giallo) tra plante acquatiche con tiori rossi. Sotto una pianta 
una rana (verde). 




Fig. 4. 



4) Paesaggio. 

5) Riprodotto a fig. 5. Tre colombe (bianco azzurre), col becco 




Fig. 5 



LE PITTURE PARIETALI DEL COLOMBARIO DI VILLA I'AMFILI 121 

tengouo im nastro a ciii tra l'una e l'altra sono fermati dei fiori rossi. 
Luughezza : 72 + 2 nicchie. 

6) La terza parte a sinistra del qiiadro e distmtta per la ca- 
duta deH'intoDaco. E conservata la rappresentazione seguente (ri- 
prodotta a fig. 6) : su ima cesta (gialla) rovesciata con uva sta 




Fig. G. 

im piccolo Corvo (nero-azzurro). A destra una cesta simile in piedi, 
sul davanti due maiali (rosso-brimi), Limghezza: 3 nicchie. 
7) Paesagglo. Limghezza : 2 nicchie. 

4^^ fila (alt. cm. 18.5) 

1-2) La fila comincia con una rappresentazione che occupa 
quattro nicchie, nou ne e perö conservata che la parte a sinistra 
e qnella a destra. Distrutta per la caduta dell'intonaco la parte 
centrale, non si puö con sicurezza stabilire l'argomento, probabil- 
mente una scena di caccia. Nella parte conservata a sinistra si 
vedono anzitutto delle strisce molto rozze che possono rappresen- 
tare una rete distesa, poi un cane che salta verso destra, quiudi 
delle strisce poco chiare (una rupe?), a destra un piede e una mano di 
una ligura virile ignuda e tracce di colore bruno (forse avanzo di un 
animale). A destra si vede la parte posteriore di un cane che corre 
verso sinistra; una figura virile con una lancia nella sinistra corre 
nella stessa direzione. 

3) Immediatamente sotto l'attaccatura dell'arco e perciö piii 
basso degli altri quadri (alt. cm. 15). — Tra due fiori un uccello 
(azzmTo e violetto) seduto su un sasso. A destra un altro uccello 
(azzurro e giallo) con le ali distese in atto di sollevarsi da un sasso. 

4) Due colombe (azzurre-bianche-violette) a destra e a sinistra 
di un ramo che giace a terra e di cui una foglia sta nel becco 
della colomba. 



122 



K. .SAMTER 



5) liiprodotto a tig. 7 coii omisöioue della parte destra niolto 
danneggiata. A sinistra ima tigura che corrisponde esattamente 
airUlisse di Jahn tav. III, 7, fatta eccezione perciö che e giova- 
nile e imberbe (vestito azzurro, elmo azzuiTO-biancastro); avanti 
ad essa, precisamente come colä, im cane (bnmo-rosso). Le altre 
tigiire del quadro sono rappresentate in misura inolto piü piccola, 



-*^.",__ y. 



J^i vM^m ^^^ 




Fig. 7. 



onde si deve ritenere che la prima e grande fignra stia molto siü 

dinanzi. A destra di questa, un porticato con sopra im vaso e die- 

tro un albero. Piü a destra un tempio, e davanti ad esso un tri- 

pode; un uomo con un limgo bastone va frettoloso verso questo. 

Inoltre nel fondo un lungo colonnato e sul dinanzi uu pescatore ingi- 

nocchiato su un sasso. Piü a destra una donna si piega su un piccolo 

altare, a destra del quäle su un'alta base sembra esservi un idolo. 

Come si puö spiegare 1' esatta corrispondeuza della prima 

figura di questo quadro con la tigura centrale della riproduzione 

suddetta dello Jahn, di cui uon si trova piü l'originale negli af- 

freschi del colombario? Ancora in un altro caso almeno ('), noi 

troviamo l'originale di una figura della stessa riproduzione in 

una figura del colombario che non sta in nessun rapporto col di- 

segno del Ruspi. tj questo il giovane a destra del supposto Ulisse 

( parete della scala N. 5, riprodotto a fig. 10). Evidentemente dun- 

que il Ruspi ha riunito a Capriccio in un quadro solo figure che 

non vanno insieme, ed ha egualmente a Capriccio aggiuuto la barba 

al giovane del quadro qui riprodotto. Probabilmente egli tolse l'ul- 

tima figura dal grande quadro, perche la ritenne una figura mito- 

logica. Perö 1' insieme a cui appartiene non lascia dubbio che si 

tratti di una semplice figura di genere. Un « ritorno di Ulisse " non 

c'e stato quindi mai tra i quadri del colombario. 



(') Forse aiicora in un terzo caso. Cf. pag. 131. 



6) A destra ed a sinistra due pesci incrociati, nel mezzo una 
cesta (?) rovesciata con pesci. 

7) Paesaggio molto danneggiato. 



5^ Fila (alt. cm. 14.5) 



1 i 



c Distriitti per la cadiita dell'intonaco. 

'^ i 

3) Lo spazio e occupato daU'attaccatura dell'arco (v. sopra 
pag. 108). 

4) Riprodotto a fig. 8. Nel mezzo due capanne (verdognole). 
Siil tetto di ima di esse nna cicogna grlgia. A sinistra intorno a 
un albero pascolano dei biioi (bnmo-rossastri). A destra un pastore 
s'appoggia ad im albero tenecdo nella destra im bastone. Sulla 




Fig. 8. 

spalla sinistra ha la clamide (rossa, identica nel colore al corpo 
ignudo). Innanzi al pastore siede un cane (bruno-rosso) col capo 
rivolto verso di lui. 

5) Riprodotto a fig. 9. Un gallo (rosso-bruno, punte delle 
ali azzuiTOgnole) fugge con ali aperte verso sinistra ; a destra ima 




-zz^r^^^'z)^ ""' 




Fig. 9. 



gallina (gialla, con le punte delle ali egualmente azzurrognole) e 
afferrata da un animale simile a un gatto (bnmo-violetto). 

6) Paesaggio. 

7) Uccelli. 



124 E. SAMTER 

6* fila (alt. cm. 17.5) 

1-3) Come nella quinta fila. 

4) Cesta (gialla) con frutta rosse, a destra un pavone (giallo- 
azzniTO-rosso), innanzi alla cesta im frutto al suolo. 

6) Paesaggio. 

7) In mezzo ima cesta (gialla) con frutta rosse; a sinistra 
uu gallo (bruno-rosso e azzurrognolo) becca ad im ramo che giace 
a terra. A destra im iiccello dl colore azzurognolo. 

7) Paesaggio. 

Pavele c d 
6 strisce figurate. 

Schema della distribuzione dei quadri. 



Nicchie 1 | 'A 
Quadri 1 



/3 I 2 I V, 
2 



'A I 2 



3 



1^ fila (alt. cm. 14) 

1) Ramo verde. 

2) Non e conservato che l'angolo sinistro: rappresentazione 
di imo stagno. 

3) Non e conservato l'intonaco che all'angolo destro, ma non 
vi si riconosce piii niente. 

2^ fila 

Solo ai due angoli e conservato un piccolo pezzo d'intonaco, 
ma non vi si riconosce piü niente. 

3'-^ fila (alt. cm. 18) 

1) Paesaggio. La metä destra e ^distrutta, essendo caduto 
l'intonaco. 

2) Distrutto essendo caduto l'intonaco. 



LE PITTURE PARIETAI.I DEL COLOMBARIO D[ VILLA I'A.MFILI 125 

3) Rappresentasione di Oknos. Riprodotta dallo Jahn tav, III, 
8 e ripetuta presso Bachofen Gräbersymbolik der Alten tav. 2. 
Corrisponde aH'originale che Oknos non treccia la fune ma si ri- 
posa (•). La parte arehitettonica non si riconosee molto chiaramente, 
ma pare che non sia indicata esattamente nella copia : a destra e a 
sinistra della grande torre si vedono parti di un edificio rotondo, 
dentro al quäle sta la torre. A destra dal pilastro (o della torre?) 
un colonnato, dietro un albero. 

4^ lila (alt. cm. 17.5) 

1) Paesaggio molto danneggiato. 

2) Nel mezzo un ramo con tre frutta. A sinistra un'oca (bianca 
e violetta) con ali aperte e capo alzato, a destra un'oca (violetta), 
col capo piegato sul ramo. 

3) Paesaggio. 

h^ fila (alt. cm. 17.5) 



1) Uccello molto danneggiato. 

2) Scena di danza (Jahn tav. IV, 12). Molto danneggiata. 

3) A sinistra frutta, nel mezzo una cesta con fiori o frutta, 
a destra una cicogna col becco piegato sulla cesta. Molto dan- 
neggiato. 

6^ fila (alt. cm. 16) 

1) Paesaggio. 

2) A sinistra un capriolo giacente (rosso-bruuo), nel mezzo 
una cesta con fiori e foglie ; a destra un capriolo che mangia una 
fune, fermata alla sua gamba sinistra posteriore (cf. la rappresen- 
tazione a b III, 6 e ^ 6? III, 1). Tra il quadro 1 e 2 di questa 
fila la linea di separazione non si vede piü. 

3) Paesaggio. 

(1) Un Ohnos che si riposa si trova anche nella rappresentazione di un 
lekythos di Palermo {Arcli. Zeit. 1871, pag. 43, tav. 31): perü il si- 
gnificato di questa rappresentazione pare molto differente di quella del co- 
lombario. Cf. Arch. Anzeiger, 1890 p. 24-25. 



126 E. S^MTER 

Parete d e 
6 strisce ligiirate. 

Nicchie Va | 2 ] ^ V2 I 2 

Quadii 1 (') 2 O 

P fila (alt. cm. 12) 

1) Rapirresentcuionc di niw stagiw. La parte sinistra e di- 
strutta, essendo caduto Tintonaco. 

2) Tra diie rami coa foglie e frutti violett! im piccolo uccello 
(rosso e violetto) Yolto a desti-a. 

2^ fila (alt. cm. 17.5) 

1) Scena di pigmei. Nel mezzo del quadro ima barca (gialla) 
mossa con remi da due pigmei igaudi volti verso sinistra; su essa 
e steso im coperto (verdognolo). Un terzo pigmeo sta siil rostro 
della nave (fatto a forma di becco d'uccello) e fa cadere i siioi 
escrementi nella bocca aperta di un ippopotamo che sta a sinistra 
e verso cui gira la testa il pigmeo, che e volto a destra {^). Tra 
la nave e l'ippopotamo (rosso-bruno) due anitre (azzurro-violette) 
nuotano verso destra, dietro all' ippopotamo diverse piante. A sini- 
stra della nave due anitre che nuotano verso sinistra. 

2) In raezzo una cesta, con dentro piccole frutta rosse (ciliege?) 
e foglie. A sinistra un uccello (azzurro-grigio), il quäle becca le 
foglie che escono dalla cesta (un aironeP). A destra un uccello 
(raperino) che becca una foglia per terra. 

3^ fila (alt. cm. 18) 

1) Nel mezzo frutta (violetto) e foglie, a sinistra e a destra 
un uccello (bleu-violetto). 

2) Paesayfjio quasi tutto distrutto. 

(1) I quadri di questa parete segnati col ii. 1 non cominciano imme- 
diatamente airangolo sinistro della parete, ma alla loro sinistra evvi ancora 
un campo largo 16 cra. circa c separate da una linea: su esso pero non 

si vede nulla. 

(2) Oltrc allo spazio di due nicchie e mezza i quadri sognati col n. 2 
occupano anche l'angolo destro della parete, a destra deirultinia nicchia. 

(3) Cf. l'atfresco pompeiano n. 1541 del catalogo deirHelbig. 



LE PITTURE I'ARIETALI DEL COLOMBARIO DI VILLA PAMKILI 127 

4-'^ Fila (alt. cm. 17.5) 

1) A sinistra un capriolo giacente (rosso-bruno), a destra per 
terra un grande dolio, in mezzo covoni incrociati (verdi), in mezzo 
ad essi e sotto strisce rosse di siguilicato incerto. 

2) A sinistra avanzi di editicii. A destra iina scena di danza 
molto simile a qiiella a g II 1 (Jahn tav. II, 5). Un giovane 
ignudo e coronato danza con uua mossa molto vivace. Egli toltosi 
il vestito verde, lo tiene nelle mani per due capi in modo che 
formi lo sfondo alla tigura. La mano sinistra e alzata, abbassata 
all'incontro la destra. II movimento delle gambe corrisponde a 
quelle del primo danzatore a sinistra in Jahn tav. II, 5. A destra 
segue una fanciuUa coronata, coperta di lungo vestito (bruno) volta 
a metä verso sinistra e con la testa di prospetto. Nella sinistra 
tiene un piccolo vaso. Accanto a lei una fignra femminile che 
guarda a destra colla parte superiore del corpo piegata al dinanzi 
e con le braccia protese ; questa forse batteva le mani (cf. le 
tigure maschili in simile posizione presso Jahn tav. II, 5 e tav. 5, 
12). Tra questa e la fignra suindicata si vede nello sfondo, la 
parte superiore del corpo di una donna inghirlandata. Piü a destra 
una donna grande con lungo vestito e col braccio sinistro steso 
verso destro; alla sua destra un suonatore di flaute (vestito giallo- 
bruno) del tutto corrispondente a quelle riprodotto presso Jahn tav. II, 
5; dietro a lui una donna inghirlandata, con lungo vestito e con 
una mano alzata: sulla sua spalla siede un bambino che egual- 
mente protende in alto una mano. Seguono poi alti'e tracce di co- 
lore non chiare. 

5^ fila (alt. cm. 17.5) 

1) Paesaggio in parte molto danneggiato. 

2) In mezzo dell'uva con foglie, a sinistra una piccola lepre 
(b.-uno e con le orecchie violette), a destra un uccello bruno. 

6^ fila (alt. cm. 17) 

1) Nel mezzo un ramo con foglie e frutti (rossi), a sinistra 
un piccolo uccello (azzurro). 

2) Paesaggio. 



128 



E. SAMTEH 



Oltre le sei strisce descdtte, la parete d e contiene aucora 
due figiire nella qiiiüta fila di nicchie. A destra della prima nic- 
chia e rappresentata iina tigura miüiebre, a destra della S'* ima 
maschile. Sono rivolte l'una verso l'altra e si tendono ima mano. 
La donna ha im lungo vestito (azzurro e violetto). L'uomo porta, 
a quanto pare, timica e toga. Essi rappresentano evideutemente 
due coniugi. Che la figura della donna non sia stata collocata, 
come vorrebbe la simmetria, a sinistra della P nicchia, si spiega 
col fatto che all'angolo della parete non ci bastava lo spazio. Le 
ceneri della donna erano certamente collocate nella prima oUa, 
quelle dell' uomo nella terza, quella di mezzo avrä contenuto le 
ceneri di un altro membro della famiglia, forse d'un figliiiolo. 

Parete della scala 
(v. il prospetto a ciii si riferiscono i numeri dei singoli qiiadri ('). 




Q (^^(^ QIQ Q 



10 



11 



Q QQQß 



-a 



Q QG^ 



1 L 



jQl 



17 




18 



Q 



16 



□ □ □ 



Ch i^ d 



?3 



2 + 



□ □ □ 



-1 — I I I — ^ 



■ . ■ 1^ 



^ 



-^ 



_f4K. 



(') L'ancjolo sinisiro flflbi fila 'li'llf nicchie e ricinpito di vapiJveseiita- 
zioni (2, 5, 8, 12). poiche 1« spazio ii"lla parete era .s^-iä occupato dalle olle 
poste neiranifoln destro della paroto cl e. 



LE PITTIKE PAKIETALI DKL COLOMBARIO DI VILLA PAMKILI 129 

Sopra la scala 

1) Rappresentiuione dl luio stagno. Liinghczza cm. 43, alt. 

cm. 12,5. 

2) Uccello (azzurro-grigio) coq becco aperto volto a sinistra. 
Lunghezza cm. 32.5, alt. cm. 41. 

3) Paemggio. Luugh. cm. 52, alt. cm. 17. 

4) Stagno. Lunghezza cm. 82 alt., come il niimero 8. 

5) Riprodotto a tig. 10 e presso Jahn tav. III, 7 (cf. sopra 
pag. 122). Un uomo con un corto vestito (giallo con orlo rosso) e 




Fig. 10. 



mantello rosso tiene in ambediie le mani una cesta (gialla con 
strisce rosse) con frutta rosse per porle su una piccola base. Lungh. 
cm. 33.5, alt. 33.5. 

6) Paesaggio. Lungh. come il n. 3, alt. cm. 17,5. 

7) Molto danneggiato, nel mezzo manca una parte dell' into- 
naco; si vede ancora a sinistra un ramo con frutti rossi, in parte 
distrutto, a destra un piccolo uccello (verdognolo) volto verso de- 
stra. Lungh. m. 1.42, alt. come al numero 6. 

8) Uccello, seduto su un sasso, volto a destra. Lungh. cm. 34, 
alt. cm. 34. 

9) Paesaggio. Lunghezza come il numero 3, alt. cm. 17,5. 

10) In mezzo un albero e intorno ad esso dei grandi gambi; 



130 E. SAMTER 

adestra e a sinistra colombe (biaaco-violette). Limgli. m. 1.12, alt. 
come il niimero 9. 

11) Paesarjgio. Lungli. cm. 59,5, alt. come il nmnero 9. 

12) Avanzi dl ima figura in piedi. Limgh. cra. 34, alt. cm. 32. 

13) La maggior parte del quadro e distrutta per la cadiita 
dell'intonaco. Si vede ancora ima donna con lungo vestito, con 
im limgo bastone nella destra e im oggetto irriconoscibile nella 
sinistra; essa si piega aH'innanzi, probabilmente sii di im altare. 
Lungli. come al niimero 3, alt. cm. 16.5. 

14) Sceiia di PigmeL Riprodotta a fig. 11. A sinistra siede in 
una catinella iina pigmea con vestito violetto, cuffia in testa, ba- 
stone nella sinistra e con la destra alzata. A destra im pigmeo 
con un vestito (verde) che gli copre anche la testa suona il flaiito 
e batte il krupezion. Piü in lä una pigmea suona la lira: ha il 
vestito rosso di colore quasi identico a quello del viso; dietro a 




Fig. 11. 

lei danza uu pigmeo iguudo. A destra s'allontana un pigmeo ignudo; 
volge la testa indietro; con la sinistra tiene suUa spalla un bastone , 
ad un capo del quäle e legata una cesta, all'altro una scatola; 
con la destra s'appoggia ad un bastone. Xello sfondo in diversi posti 
confuse tracce di edificii (azzurri). Lungh. come il numero 10, alt. 
come il numero 13. Le figure dei pigmei in questo quadro pare 
che siano la parodia di altre figure umaue del colombario. II pig- 
meo che batte il krupezion e insieme suona il tlauto corrisponde 
quasi esattamente al suonatore dei quadri della parete d e IV, 2 
e « ^ II, 1 (.Jahn tav. II, 5); il pigmeo danzante e affine ai dan 
zatori degli stessi quadri.j Figure simili a quello che porta il peso 
si trovano nei paesaggi ('). Non si capisce che cosa significhi la 

(') Simili figure di pigmei A'ifwre rf'.ß'rc. III pag. 131-135. Una pigmea 
che suona il flaato e batte nello stesso tempo il krupezion, si vede in un 
quadro delle tenne scoperte recentemente a Napoli, esposto ora nel museo 
nazionale. 



LF. PITTIRE PARIETAI.I DKI, COLOMBARIO DI VILLA I'AMFILI 131 

pigmea nella catioella. Per la sua posizione rassomiglia im po' alle 
figure di divinitä in trono dei paesaggi; la catinella potrebbe essere 
caricatura della base di qiiegli idoli ? 

15) Paemggio. Lungh. in. 1,04, alt. come il niimero 13. 

Solto La scala 

16) Nella parte sinistra raanca l'intonaco. Sono conservati un 
ramo cou foglie e a destra iin altro con pera. Lunghezza dolla 
parte conservata m. 1.10, alt. cm. 16.5. 

17) Piccolo uccello. Lungh. cm. 31, alt. cm. 38. 

18) Uccello (azziuTO-verde) che becca ad nn ramo. Lungh. 
cm. 32,5. alt. come il nuraero 17. 

19) In gran parte distrutto per la caduta deU'intonaco. E con- 
servata solo la parte superiore di una testa ed un cane la cui te- 
sta e egualmente perduta. Lunghezza del margine superiore circa 
un metro, alt. cm. 47. E possibile che la rappresentazione sia 
identica alla parte sinistra di quella cosi detta di Ulisse presso 
Jahn tav. III, 7, sebbene non si vede nessuna traccia di una se- 
conda testa. 

20) Paesaggio. Lungh. del margine inferiore circa un metro, 
alt. cm. 21. 

21) GramU paesaggio. Riprodotto a fig. 12. Primo "piaiio. A 
sinistra tracce confuse di colori. A destra uno stagno. Sulla sponda 
sinistra siede un pescatore con cappello (rosso, identico al colore 
della carne) guarnito d'un fiocco e con un mantello (azzurro-vio- 
letto) fermato sulle spalle. Piega innanzi la parte superiore del 
corpo e tiene nella destra una bacchetta da pesca. A destra siede 
in riya su d'uno scoglio un secondo pescatore col vestito e col cap- 
pello eguale al primo. 2° piano. A sinistra una donna con lungo 
vestito (violetto) in moto verso destra con una tazza e un piccolo 
bastone nella destra alzata, dietro a lei una ragazzina; vanno 
verso un piccolo altare (verde). Piü a destra a certa distauza un 
vaso (verde) su d'una base (verde). 

Le figure della parte destra del 2° piano sono rappresentate 
in misura piü grande. A destra un sacello ad albero dal quäle 
(rosso) pende una borsa (grigio-violetto); in alto sul sacello sta un 
vaso (grigio-violetto). Sulla sostruzione dello stesso sta un uomo 



132 



E. SAMTER 



vestito come i due pescatori, che teude la mano destra sulla tavola 
che circonda il sacello Da sinistra vengono due donne con Inogo 
vestito (l'una in azziirro, l'altra in rosso-giallo). Hanno ambedue 
nelle mani un piatto con su un oggetto incerto. In fondo edificii. 
Massima larghezza m. 1.72, massima altezza m. 1. 17. 

Sotio l' Circo (1) 

22) Pavone gontio tra due galli. Lungh. m. 1.8, massima alt. 
cm. 54. 

23) Piatto giallo con frutta rosse e avanti ad esso un uccello. 
Lungh. cm. 54.5, alt. cm. 16. 

24) Cesta con frutta e innanzi ad essa un uccello. Lungh. 
cm. 53.5, alt. come il numero 23. 





^r' 



Fig. 12 ß. 



Lato sinistro deUarco 



Cesta (gialla) con frutta rosse e davanti ad essa un uccello 
che becca una foglia. Lungh. cm. 58, alt. cm. 16.5. 



(') Tutti i quadri solto Tarco sono molto dannogjjiati. 



I.E I'ITTLKK PAIUETALI DEL COLOMBARIO 1)1 VILLA l'AMl'ILI 133 

Parete a g 
Cinque strisce tigiirafce. 



Distribuzione dei quadri 



Nicchie 
Quadri 




Fig. V2b. 

P lila (alt. cm. Iß) 

1«) A sinistra una cesta con frutta e foglie, poi im ramo 
con un fratto e iin ramo cou diie (giallo-rosüiccio) ; a destra una 
cesta con frutta rosse e con foglie. 

{}) II quadro segnato 1 a si trova nella prima fila sotto Farco della 
parate dc41;i scala, manca quindi un quadro corrispondente nelle altre file. 



134 E. SAMTKK 

1) Cesta (gialla) rovesciata da cui cadono frutta rosse. Verso 
di essa va im fagiano con testa piegata. 

2) Stagao (sotto Tattaccatiira dell'arco). 

3-4) (') A sinistra im gallo (bruno-rosso) con testa piegata 
va verso un frutto giacente a terra. A destra una cesta con frutta 
rosse, poi im frutto rosso a terra, verso il quäle si dirige con 
testa piegata nn'anitra, a destra un uccello con capo piegato, volto 
a destra, e innanzi a lui una locusta. 



2^ fila (alt. cm. 16.5) 

1) Scena di danza molto danneggiata. Eiprodotta presse Jahn 
tav. II, 5. Lo spazio tra i gruppi della parte sinistra sino alla 
quinta figura e le altre figure e piti grande che nella copia. 

2) Hcena di pigmei. Un pigmeo siil cui dorso svolazza il man- 
tello (azzurro) corre in fretta verso destra. Innanzi a lui im pigmeo 
ignudo, protendendo le mani, cavalca su una troia. Tra essi, nello 
sfondo, editicii. Verso quest' ultimo pigmeo ne viene da destra un 
terzo col solo grembiale, con elmo a pennacchio (giallo), scudo 
e due aste nella sinistra e con la destra distesa verso l'altro. A 
destra una capanna coperta di canne; delle canne crescono alla 
sua destra. 

3) Paesaggio. 

4) A sinistra di im fascio con quattro ciliege ed una foglia 
sta un merlo (violetto-scuro), a destra una gazza (violetta). 

3^ fila (alt. cm. 20.5) 

1) Banchetlo. Riprodotto presso Jahn tav. VI, 17. In parte 
molto danneggiato. 

2) A sinistra e a destra di un albero due colombe (azzurro- 
violette) su d'un sasso. Da ambedue le parti della colomba a sini- 
stra un piccolo üore azzurro, a terra delle canne in varii punti. 
In fondo a destra altre tracce di colori confusi. 



(}) Nella fila inferiore lo spazio dei numeri o-4 e occupato da un quadro 
solo. 



LE I'ITTIRK 1'ARII-;TAI.1 UV'.L COI.DM HA KK) DI VII.I.A l'AMKILI 135 

3) Pavone (azzurro, giallo-rosso) coii capo piegato davanti ad 
im tiore ('). 

4) Paescfggw. Riprodotto presso Jahn, tav. V, 14. Non tiitte 
e due le doune davanti all'idolo tengono nella destra un bastone, 
beusi quella piü iunauzi ne tiene uno in ciascuna mano. La parte 
sinistra dal quadro e molto danneggiata. 

Angolo sinistro della 4^* lila delle nicchie (tra la 3=^ e 4* fila 
figurata): piccolo uccello. Lungh. cm. 20, alt. cm. 29.5 (-). 

4^ fila 

1) Paesaggio. Alt. cm. 17.5. 

2) Scena dl pigmei. A sinistra una donna con lungo vestito 
(rosso-violetto), volta verso destra, tieue nella destra due bastoni 
e protende la sinistra: i capelli sono, a quanto pare, inghirlandati. 
Dietro a lei una piccola tigura femminile (azzurro-violetto) tiene 
con ambedue le mani un piatto. La parte di mezzo del quadro 
non si riconosce piü. A destra siede un uomo volto a destra. Alla 
sua destra una capanna e attorno a questa delle canne. [Immedia- 
tamente sotto l'attaccatura dell'arco e perciö piü basso del numero 1: 
cm. 14]. 

Nel resto di questa fila manca Tintonaco. 
Angolo sinistro della 5^ fila delle nicchie : donna davanti ad 
un sacello (lungh. cm. 20, alt. cm. 33). 

5^ fila (alt. cm. 20.5) 

1) Due pesci incrociati (l'uno azzurro, l'altro violetto.) A de- 
stra una cesta (grigio-gialla) con pesci, frutta e foglie. A sinistra 
e a destra della cesta alcune foglie. 

(1) I numeri 3 e 4 sono cm. 2, .5 piü bassi che i nuineri 1 e 2. I campi 
delle nicchie loro sovrapposte (non le nicchie stcsse) sono anche di sopra 
alcuni cm. piü alti che ai numeri 1 e 2. 

(^) Lo spazio occupato da questo quadro e deiraltro airantjolo della 
5. fila delle nicchie corrisponde alla parte del campo della seconda nicchie 
nelle flle 1 e 2 che non si trova sotto Tarco (cfr. p. 108). Nella terza fila delle 
nicchie questo ])ezzo che avanza non e utilizzato per rappresentazioni, ma 
aggiunto al campo della 1. nicchia, in modo che questo e alquanto piü grande 
del solito. 



136 E. SAMTER 

Lo spazio del numero 2 e occupato dall'attaccatura dell'arco. 
A destra di esso e conservato soltanto im piccolo pezzo deirinto- 
naco (lungh. cm. 20) : si vede una colonna e su questa una tigura 
virile ignuda in piedi (idolo ?). A destra tracce confuse di colore, 
probabilmente avanzi di ima figiira femmiuile. 

Benche si sia perduta una grande serie di qiiadri, adornano 
tiittora le pareti del colombario non meuo di 126 rappresenta- 
zioni, diverse di soggetto (^) e diverse anche di valore. Quante 
mani vi avranno lavorato? Natiiralmente a questa domanda non si 
puö rispondere con precisione, ma almeno due pittori hanno coo- 
perato alla decorazione del sepolcro. Dalla grande massa delle altre 
rappresentazioui un gruppo si stacca nettamente per la sua tecnica 
e per la sua arte molto inferiore: i quadri cioe mitologici. Per 
far conoscere questa ditt'erenza, sarä adatto di premettere alcune 
osservazioni sulle alt:e pitture. Opere di grande valore artistico 
non si debbono ricercare nemraeno fra queste ultime, pure in mas- 
sima parte esse fanno un' impressione piacevole. 

Le rappresentazioni di uccelli sono di gran lunga le piii pre- 
gevoli (2). Disegnate con mano leggiera, per la loro naturalezza, 
freschezza e grazia hanno un aspetto attraente ; le nostre riprodu- 
zioni non ne danno pur troppo che una debole idea, giacche i loro 
pregi difficilmente si possouo ridare in disegni a penna su cui si 
fecero le nostre copie. 

Benche gli altri quadri (prescindendo sempre dalla serie dei qua- 
dri mitologici) non stiano allo stesso livello delle rappresentazioni di 
uccelli, pure molti di essi ancora möstrano un'abilitä abbastanza 
grande, per es. le rappresentazioni di danze purtroppo non conservate 

(1) Secondo il soggetto esse si dividono cosi : 

Rappresentazioni mitologiche ... 7 

" di pigmci ... 6 

Stagni 11 

Frutta 6 animali 56 

Paesaggi 35 

Kappresentazioni varie 11 



12ö 
(,-j Fa eccezione il quadro Ic II, 2 disegiiato con pocliissini i abilitä. 



LE PITTURE l'ARIETALI DEL COLOMBARIO DI VI[,LA l'AMKILI 137 

troppo bene, il banchetto, la scena del pastore. Le rappresentazioiü di 
stagni sono alquanto uniformi,- laddove merita che se ne faccia ceuno 
la rana seduta su d'iina pianta acquatica cella parete b cl, 6, fatta 
con molta gentilezza. Piü piacevoli sodo i paesaggi, fatti con maggiore 
siiperficialitä che gli altri quadri del colombario, ma molto vivaci ; 
ripetoiio beusi motivi serapre simili, ma non del tiitto egiiali. I 
loro principali elementi saranno qiii iudicati ('). 

Lo sfoiido e di regola occiipato da editieii, per lo piü da 
tempi piü o meno grandi, spesso anche con coloiinati e altre costru- 
zioni. — Siü dinauzi ci sono a preferenza rappresentazioni di carat- 
tere sacro. Uno dei motivi piü comuni e il sacello ad albero, che ri- 
corre in doppia forma : o un albero ha intorno un recinto simile ad im 
colonnato, ovvero l'albero sporge soltanto coi suoi rami da im edificio 
costitiüto da due alti pilastri e da im cornicione che li conginnge, 
forma questa di sacello che ricorre nei nostri quadri anche senza l'al- 
bero (-). In im caso al tronco di im albero sacro sono legate due 
fiaccole {b c III, 2); nel grande quadro riprodotto a pag. 132/33 
vi e appesa com© dono votivo ima borsa. Accanto a questi sacelli vi 
sono altri santuarii piccoli e di costruzione leggiera, parte a livello 
del suolo, parte piü alti e accessibili per gradini. In parte qneste 
piccole edicole rassomigliano a portoni aperti (cf. Jahn tav. V, 14), 
il che certamente, come osserva lo Jahn a pag. 51, si deve at- 
tribuire soltanto alla superftcialitä del disegno: in generale nelle 
costruzioni c'e poca chiarezza architettonica. — Altri oggetti di de- 
vozione sono gli altari, tutti di forma molto semplice, su alcuni 
dei quali si trovano degli oggetti di forma piramidale e di signi- 
ticato non chiaro (^). Inoltre si vedono idoli, o in piedi o seduti, 



(') II Woermann nella sua Landschaft in der Kunst der alten Völker 
pag. 342 ne fa una breve carattoristica. Nel VI" capitolo di questo libro sono 
riixniti anche gli altri paesaggi roniani. Si debbono aggiungere ancora i pic- 
coli paesaggi molto affini della casa della Farnesina (una prova in Mon. deWist. 
XII, 5), com' anche gli stucchi della stessa casa {Mon. inediti suppl. tav. 32-36), 
che assomigliano molto nei loro motivi ai quadri del colombario, ma nella 
esecuzione sono di gran lunga superiori. 

(2) Su queste due specio di sacelli vedi Bötticher BaiimcuUus der 
Hellenen pag. 152 segg. 

(3) b c in 2 ; (i g IV 1 (su una base). Vengono auzitutto in mente le 
piccole pivamidi che spesso ricorrono su cornucopie (p. es. nella statua vati- 

10 



138 E. SAMTER 

per lo piü delle dee, in parte sii d'im alto trono con im liingo bastone 
(scettro) ima lancia, iina tazza, o anche ambedue gli oggetti nelle 
mani. Una delle dee porta sul capo im modio(^ c III, 4), im' altra 
sembi-a inghirlandata (nella scala num. 9). Ricorrono anche erme, 
tra ciii alcime itifalliche. Agli altari ed alle basi delle statiie sono 
appoggiati dei bastoui, talora anche im pedo. Del resto ci sono 
ancora tripodi e colonne che sostengono un vaso: Yasi si trovano 
talora anche sii basi rettangolari o sul cornicione dei sacelli; come 
siigli alberi sacri, iina volta anche sii una colonna col vaso e ap- 
pesa una faretra, evidentemente come dono votivo {!) c VI, 6), 
un'altra volta vi sono legate due tiaccole (parete della scala n. 15). 
Agli altari e agli dei non mancano gli adoratori. Piü nume- 
rose sono le donne, tutte con lungo vestito; talora ve ne e una 
sola, ma per lo piü -sono in due, una piü grande seguita da una 
molto piü piccola, probabilmente una giovane serva. Esse sono rap- 
presentate in diversi atti di devozione: ora si dirigono ad un sa- 
cello ad un altare, ora stanno in mezzo ad un santuario. Talora 
la donna che sta piü iunanzi si piega suU'altare con la tazza in 
mano in atto di sacrificare, mentre la serva sta ferma dietro a 
lei; in un caso essa presenta alla donna, che si volta verso di lei, 
un piatto da cai questa prende qualcosa {b c VI, 6). Alcune delle 
donne sono inghirlandate, altre hanno il cappello. Le mani sono 
alzate in atto di preghiera o portano piatti o tazze: anche uno o 
due bastoni, im nastro, una corona si vedono nelle mani delle donne 
che si preparano all'adorazione. 

Se le donne sono in maggioranza nei nostri quadri, non man- 
cano gli uomini: ora sono uniti ad una donna, come nel quadro 
a b III, 2, dove un uomo ed una donna portando solennemente 
con cura un piatto s'avvicinano ad un altare, ora soll in motivi 
simili a quelli delle donne, cioe dirette verso im sacello in atto 
di sacrificare ('), con bastoni o un piatto nelle mani o in atto di 
deporre un nastro o una corona suUaltare. II loro vestito, come 



cana d.-l Nilo) o sotto donarii (p. es. Mon. XIII tav. 10) e che paiono essere 
Uli genere di « liba "; per«» queste nostre piramidi sembrati'^ un po' troppo 
alte per questi. 

(') Nessuno dei sacrificanti ha il capo coperto ritu Romano, altra prova 
dei carattere non romano di questi quadri. 



I,E r'ITXrRK PARIETALI DEL COI.OMBARIO DI VII.I.A I'AMKILI 13.') 

quello delle altre figure virili, delle qiiali si paiierä piü innanzi, 
consiste in una corta timica o anche soltanto in im mantello svo- 
lazzaute siüla schiena. AI pari delle donne alcuni poitano il cap- 
pello e altri la corona. 

Accanto alle scene di culto non e affatto trasciirata la vita 
profana. Vi sono iiomiui ciirvi sotto il peso del sacco portato sulla 
scliiena ; altri hanno suUe spalle im bastone al ciii capo e legato 
iiu peso, e talvolta inoltre im vaso o una cesta in mano. Uno 
spinge innaazi a se im animale cornuto legato ad una fune, qua 
e lä camminano o corrono uomini appoggiati ad un bastone. Una 
donna porta sulla testa una cesta che tiene in equilibrio con la 
mano (parete della scala num. 20). In contrapposto ai soliti mo- 
vimenti vivaci si yedono nei nostri quadri due volte delle tigure 
sedute. Un uomo siede coUe gambe l'una suU' altra sotto un al- 
bero {d e VI, 2), un altro in mezzo ad ima porta aperta [a b III, 5) 
Parecchi quadri ci mostrano dei pescatori, i piü in piedi, altri in 
ginoccliio su uno scoglio {b c IV, 5; parete della scala num. 21). 
Una donna sta guardando uno di essi mentre pesca (parete della 
scala num. 20). Come rappresentazione non solita in mezzo alle 
tigure umane, bisogua ricordare un uccello seduto su una rupe. 

Non si possono dare delle indicazioni piü esatte sui colori di 
questi paesaggi, quali abbiamo date per gli altri quadri : anzitutto 
in un gran numero di queste rappresentazioni lo stato di conserva- 
zione lascia molto a desiderare ; ma anche il tono dei colori e in 
esse molto meno forte e determinato che altrove, specialmente nelle 
tigiu-e dello sfondo. In generale il Woermann 1. c. pag. 343 ha 
esposto bene la trattazione dei colori e delle spazio in questo ge- 
nere di quadri. « Vo?''dergrund und Hinteryrund sind in der Regel 
durch die Grösse der Gegemtände ganz gut unterschieden; und nicht 
nur durch die Grösse, auch durch die Farben, die vorne meist 
kräftig und einigermassen, aber auch nur einigermassen natürlich 
gehalten sind, ?iach hinten su aber viel blasser werden und in graue^ 
bläuliche oder grünliche Töne verschwimmen. " Bisogna aggiungere 
che la naturalezza del colorito anche nel dinanzi e molto inferiore 
a quella degli altri quadri. Vi domina fortemente la tendenza di 
fare tutte le parti di ogni figura di un solo colore e specialmenta 
di assimilare gli oggetti accessorii al colore del vestito. Cosi p. es. 
i due bastoncini in mano alla donna nel quadro a g III, 4 (Jahn 



140 E. SAMTER 

tav. V, 14) sono bnmo-rossi cöine il suo vestito. Nel grande qua- 
dro riprodotto a fig. 12, la donna vestita in azzuno ha una tazza 
azzurra, laddove quella della figura rossa e di colore rosso. Le 
parti ai-cliitettoniche sono ora verdi, ora bmne e violette o rosse, i 
vestiti rossi, azzurri, violetti. Holte volte di diie figure l'una dietro 
all'altra, la prima e vestita di rosso, la seconda di azzurro. Nella 
maggior parte dei casi il vestito e di un colore solo, talune volte 
perö il cliitone si distingue dalla sopraveste per la tinta. 

In contrapposto a tutte le vere pitture finora trattate, i qiia- 
dri mitologici — eccettuata la rappresentazione di Oknos, sepa- 
rata dalle altre pel suo posto — si debbouo dire piiittosto disegni 
colorati. Sono anzi tiitto disegnati i eontorni — per lo piü con 
linee grige — e quindi messo il colore entro a queste. Inoltre, 
mentre tutti gli altri quadri ad onta della siiperficialitä del lavoro 
sono fatti assai abilmente, le scene mitologiche mostrauo una evi- 
dente rozzezza. Ciö si scorge tanto nella trattazione del corpo umano 
quanto nelle altre parti, specialmente negli edificii, nelle rupi e 
in simili particolari, che, in forte contrasto ai paesaggi, sono piut- 
tosto indicati con strisce rozze e goffe che veramente rappresentate. 
Che questi disegni di genere molto primitivo e le graziöse rappre- 
sentazioni di uccelli provengano da un solo artista, si deve esclu- 
dere con abbastanza sicurezza. 

La particolaritä suddetta oltre che nella quarta fila della pa- 
rete a b, Iudicata da noi specialmente come tila mitologica, si mo- 
stra pure in alcuni altri punti. Anzitutto il primo quadro della 
fila immediatamente contigua della parete b <?, il quäle occupa lo 
spazio di quattro nicchie, e dipinto coll'istessa tecnica ed anche 
pel suo soggetto puö appartenere al ciclo stesso (vedi sopra 
p. 121). Inoltre anche gli avanzi della quinta fila della pa- 
rete a b mostrano la medesima maniera (giudizio di Salomone e 
raccolta di datteri) ('). Che lo stesso valga per tutta la quinta fila 
di questa parete, si vede da ciö che la sua continuazione nella 
parete a g h eseguita nel modo stesso. Di quest' ultimo quadro non 
e conservato che un piccolo pezzo (p. 136) ma, giacche esso si 
trova sotto la quarta nicchia a destra, si deve ammettere che questo 
dipinto, come la continuazione a destra della quarta fila di a b 

Cj I difetti del lavoro si scorgono in quosto quadro meno clio negli allri. 



LE PITTIKE PARIETALI I)f:i, COr.OMHARIO D[ VILLA PAMFILI 111 

(sulla parete b c), occupava lo spazio di qiiattro nicchie. I poclii 
avanzi anche di questo quadro sembrano conveoire ad ima rappre- 
sentazione mitologica. La continiiazione sinistra della 4^* fila di 
a b (sulla pareto a g) non e conservata, ed egualmente manca l'in- 
tonaco nella parte della parete b c immediatamente cootigiia alla 
quinta fila di a b. Poiche perö qiiella fila continiia a destra sino 
alla quarta nicchia della parete vicina, e qiiesta per lo stesso spazio 
a sinistra, cosi e certo per ragioni di simmetria che ogniina delle 
diie flle si estendeva egualmente anche dall'altra direzione. Quindi 
le rappresentazioni rnitologiche occupavano tutta la A^ e 5^ fila 
della parete a b q inoltre il principio delle striscie figurate con- 
tigue delle pareti a g q b c fino alla 4^ nicchia (contandolo dal- 
l'angolo a rispettivamento b) (^). 

Tra le scene rnitologiche e stabilita una relazione esterna dalla 
distribuzione uello spazio, ed e giä stato detto piü sopra che anche 
gli altri quadri souo distribiiiti in certo modo simmetricamente. 
Certamente adunque la distribiizione dei singoli soggetti e stata 
fatta con intenzione. Una tale inteuzione c' e anche nella scelta 
dei soggetti? E stata fatta questa scelta in riguardo alla de- 
stinazione dell" edificio ? Sono stati riuniti i quadri secondo una 
certa idea fondamentale ? Una tale conuessione si dovrebbe pre- 
suppore anzitutto nei quadri mitologici. La punizione dei Nio- 
bidi, la morte di Dirce, Ercole in lotta coi centauri, Prometeo 
potrebbero, come osserva lo Jahn a pag. 53, considerarsi come 
rappresentazioni della vßQi< e della sua punizione, quindi per- 
sonificare un concetto molto adattato per nn monumento sepol- 
crale. Ma la connessione dei quadri suddetti e giä disturbata 
dalla rappresentazione di Endimione, giacche quantunque per se 
questo soggetto sia adattato ancora piü di quelli ad adornare un 
sepolcro, pure non ha nulla di comune colla rappresentazione dei- 
l'empietä puuita. In fine non si puö credere ad una scelta pen- 
sata dei singoli miti, per ciö che tra quelle scene dell'empietä e 
dei sonno mortale c'e una rappresentazione di pigmei. Non fa d'uopo 
dire che non si puö cercare alcun significato piii profoudo in questa 
ultima, per giunta alquanto oscena. 

(') Dei quadri conservati di questo complesso, soltaiito la raccolta 
datterl esce dal solito ciclo mitologico. 



142 E. SAMTER 

Si dovrä quindi ritenere che nella scelta delle sceue mitolo- 
giche non si e seguito im principio determinato. Uu'eccezione pare 
ad ogüi modo che faccia la contigiiitä delle rappresentazioni della 
libei'azione di Prometeo e della morte dei Niobidi, il ciii paralle- 
lismo e stato a ragione notato dal Brunn {Rhein. Mus. N. S. V. 345); 
senonche, corae ha rettamente osservato lo Starck {Niohe pag. 165), 
difficilmente e stato il pittore del colombario quello che pensö pel 
primo a tale avvicinamento. E daU'aver egli copiato ima volta 
per eccezione im qiiadro doppio invece di uno seraplice, non e na- 
tiiralmente alterata l'opinione sopra esposta siüla scelta arbitraria 
dei soggetti mitologici. L'unica rappresentazione mitologica al di 
fuori delle file contigue, quella di Oknos, sembra che abbia una 
carattere sepolcrale, ed infatti la troviarao anche in im altro colom- 
bario romano, in quello di Porta Latina (•). Se non che mentre 
qui Oknorf. come di solito, e rappresentato uel mondo degli inferi, 
quello del colombario Pamtili, come indica esattamente lo Jahn a 
p. 53, e inteso invece in modo come se dovesse appunto esser tenuta 
lontana l'idea del mondo desrl'infei'i e fatta valere soltanto un'altra 
realistica e quasi idillica: coll'aggiunta degli edificii e degli alberi 
la rappreseatazione di Oknos e diventata quasi un paesaggio. Anzi 
tutto perö si deve aggiungere che anche l'ambiente nel quäle si 
tiova il quadro, paesaggi, animali ecc, non permette di ricercarvi 
ua pensiero piii profondo. Quando anche dunque vi sia stato nel- 
r originale del quadro im serio simbolesimo, certo il pittore del co- 
lombario- che lo copiö, non ci vide che un motivo decorativo. Na- 
turalmente ancor meno che nelle scene mitologiche si deve ricercare 
\\\\ significato negli altri quadri (-). Quasi tutti gli argomenti dei 
quadri del colombario si ritrovano sulle pareti di Pompei : senza 
al;'un rapporto colla sua destiuazione il colombario fu adoruato 
'o;ne un'abitazione. Ciö non deve sorprendere, perche non e pro- 
prio soltanto del colombario Pamtili ; ornamento del tutto simile lo 
mostrano, per quanto non esclusivamente. anche altre tombe ro- 
mane. Quadri osceni si trovano, e vero, in monumenti sepolcrali 

(M Campana Due sepolcri iav. 11 e VII C. 

(^) Qualora il quadro presso Jahn tav. VI, IG, ora purtroppo perduto, rap- 
]irjsenti realmente una profozia (Jahn pa(,^ 4;5), per Tanalog-ia cogli altri 
'|ii i<lri si deve ammettere, che questu so,«rgetto non e stato qui usato che come 
iju idro di generc. Diversamente Bachofen 1. c. (1. diss). 



LE PITTIIRE I'AHIETAI.I DEL COLOMBARIO DI VILLA PAMFILI 143 

etrusclii, uou in romani od egiialmeute in qiiesti nou si trovano rap- 
presentazioni cli pigmei. Per gli 'altri soggetti invece non mancano 
analogie, benche natiu-almente uou si trovi per ciascuno un paral- 
lele esatto. Paesaggi abbastanza simili a quelli del colorabario tro- 
viamo in una tomba di via Latina {Mo/l deU'Islit. VI, tav. 53) 
ed egualniente anche quadii con nccelli, üori, cesta di ffutta (ivi 
tav. 49). Quadri di quest'ultimo geuere adornano anche un colom- 
bario di vigna Codini (Campana due sepolcri tav. XI, XII). 
Singoli uccelletti , quali iuoltre dei piü grandi quadri di uccelli 
ricorrono parecchie volte nel colombario Pamtili, adornano, poco 
conservati, insieme a viticci ecc. un piccolo colombario della via 
Latina; uccelli, fiori, foglie, uva furono scelti per decorare anclie 
un secondo colombario della suddetta vigna Codini ( Henzen 
aun. 1856, 19). Un'analogia del convito della parete a g del 
nostro colombario si trova suUa parete di una tomba di vigna 
Codiui non piü esistente, riprodotta presso Campaua 1. c. tav. 
XIV. A cielo aperto, suH'erba come nel quadro di villa Pamtili, 
v'e rappresentata una tavola a forma di sigma e attorno ad essa 
undici persone inghirlandate, parte giacenti, parte sedute che ten- 
gono bicchieri nelle raani. AI disopra viti ed ellera avviticchian- 
dosi formano un pergolato. In mezzo alla tavola evvi un piatto 
con frutta e pani rotondi, a destra un prefericolo. Da sinistra un 
fanciullo porta un piatto (^). Si puo confrontare inoltre l'affresco 
di un sepolcro di Ostia, ora nel Laterano, riprodotto negli Annali 
deiristituto 1866, tav. d'agg. S. 

Agli altri quadri del nosiro colombario, puramente decorativi, 
si aggiungono i ritratti della coppia coniugale ai lati delle nicchie 
che ne contengono le ceneri (cf. sopra pag. 128). Anche la rap- 
presentazione, a figura intiera, di uno sepolto nel colombario non 
si trova soltanto nel monumento di Villa Pamtili. Simili ritratti 
ricorrono in altri colombari romani : in un colombario presso porta 
S. Sebastiane nel fondo di una nicchia si trovava il ritratto di 
un giovane architetto, caratterizzato dagli arnesi della sua pro- 

('j Ad ogni modo questa scena di banchetto, molto affine del resto a 
quclla del colombario, acquista un carattere alquanto diverso per ciö che a 
destra sono rappresentali due cipressi, forse come alberi funcbri. II banchetio 
del sepolcro presso le catacombe di S. Pretestato naturahnente mai ha a che 
fare col nostro (Garrucci, 7Ve .sepolcri Napoli 1852 tav. IIIj. 



144 E. SAMTER, LE PITTURE PARIETALI DEL COLOMBARIO DI VILLA PAMFILI 

fessione (Ghezzi, Camere sepolcrali dei liberti e liberte di Livia 
Aiigusta, Roma, 1731 tav. 38). Ancora piii affine ai ritratti del 
nostro momimento e ima rappreseutazioue del colombario ancora 
conservato di porta Latina : nel fondo di una edicola che contiene 
le due olle di Q. Granio Nestore e di siia moglie Vinicia Edone 
sono raffigurati nn iiomo e una donna volti l'una verso Faltro e 
in atto di steudersi la mano (Campana 1. c. III IV). 

Nel corso del nostro lavoro non ci siamo o'ccupati della que- 
stione deH'epoca degli affreschi. Otto Jahn (pag. 55) li aveva posti 
nell'epoca della decadenza della cultura o dell'arte pagana ed 
auche il Woermann (pag. 342) li da come opera tarda, lo Starck 
(Niobe pag. 165) li attribuisce addirittiira al terzo secolo dopo 
Cristo. E cosa pericolosa trattandosi di pittnre simili, decorative 
e superficial!, il voler trarre una conclusione suUa loro etä dalla 
esecuzione ; ed e perciö che ci si e ingannati assai. Abbiamo, per 
determinare l'epoca, indizii sicuri, le iscrizioui ('). E queste ci por- 
tano ad un'epoca di gran lunga piü antica. II signor dottor Hülsen 
il quäle le aveva giä esaminate ha cortesemente permesso che la 
sua trattazione su esse completi questo raio lavoro. 

E. Samter. 
Roma, 30 maggio 1893. 



(1) Tiitti i qiiadrj sono naturalmente contemporauei, come lo mostra giä la 
distribiiziono simmetrica, o fatti secondo un piano solo. I ritratti degli sposi 
costituiscono l'unico caso in cui uno abbia fatto aggiungere privatamente 
una decorazione nella parte del colombario di sua proprietä. 



LE ISCRIZIONI DEL COLOMBARIO 
DI VILLA PAMFILI 



Le iscrizioni del colombano di villa Pamfili si possouo dire 
quasi inedite, sebbene siaao tornati alla luce da piü di cinquauta 
anni. I cippi spettauti alla terminazioue del sepolcro (u. 1-3), che 
furouo,come sembra, portati alla luce da uno scavo casuale alcuni auni 
prima della scoperta del monumento sotterraneo, sfuggirono all'at- 
tenzione di coloro che si sono occupati di quest' ultimo. Editi per la 
prima volta nel volume sesto del Corpus Liseriptionum Laiinarum, 
anche la non si trovano riuniti alle iscrizioni del'ipogeo. ma di- 
sperse fra la serie infinita delle imcriiyliones sepulcrales reliquae. 
I tre titoletti che il Braun {Bull, dell'lst. 1838 p. 4 sg.) vide 
affissi sotto i relativi loculi, furono poi trafugati o nascosti! Quauto 
alle iscrizioni dipiute, il Braun si limitö a dire che sotto le diverse 
nicchie esistono iscrizioni a pennello in color rosso. Lo Jahn ne 
pubblicö tre, comunicategli come sembra, dallo Henzeu. Pochi 
anni dopo, lo Huebner copiö yenticinque iscrizioni a pennello, e 
tre graffite. Le sue copie hanno servito per la pubblicazione nel 
C. L L. VI, 2 p. 107G. 1077 {tituli ruhro colore incti n. 7817- 
7841 ; graphio exarati n. 7842-44) fatta venti anni dopo : una 
revisione non ne fu eseguita, perche, secondo lo Henzen (a. 1877) 
moiiumentum quidem superest, sed parietes situ ac mucore tecti 
surd ila ut inscriptiones inde omnino celentur. 

Occupandomi nell'inverno 1882/83, per un lavoro complessivo 
sopra i monumenti a colombari, del sepolcro di Villa Pamlili, 



146 CH. HÜLSEN 

potei costatare presto che delle iscrizioui esisteva ancora in istato 
leggibile un numero ben piü grande che non si credeva: che le 
copie pubblicate nel Corims spesso fossero da correggere, e che 
anche parecchie iscrizioni di speciale interesse vi mancassero addi- 
rittura. lo allora ne copiai una quaraiitina : ed ebbi occasione di 
correggere ed aumentare la piccola silloge quando riscontrai i miei 
apografi nel 1888, nel 1891, e finalmeute insieme col sig. Samter nel 
marzo nell' agosto del 1893, di modo che il numero totale delle 
iscrizioui (contando auche quelle ripetute piu. volte) ora ammonta 
a piü di novanta. Cosi ho dedicato non pochi giorni di lavoro 
a queste epigrati di lezione non facile, e spero che nella se- 
giiente edizione (sebbene non voglio darla per detinitiva; chi sarä 
in grado d' impendere un'altra settimana allo studio degli ori- 
ginali, ciö che per ora non mi e possibile, troverä da aggiungere 
e correggere nei particolari) non manchi nessun titolo importante 
che ancora si trova sul posto. Ora propongo le singole epigrati. 



T. hcrizioni laindarie. 



1. 2. 3 tre cippi di travertino ; i due primi si trovano tuttora 
nella vicinanza del colombaio. 



1 (.= c. I. L. VI 21528) 



T-LVCC-EIVS-T-L-ALEXAN- sie 

FVNDILIA • M • L • CELIDO 

L-POPILLIVS-LLALEXANDE 

POPILLIA • L-L- ANTHIS 

T • PACCIAECVS ■ T • L • ISARGVRVs 

SILIA • D ■ L ■ NICE 
P • STABERIVS -PL- PAPIA 
STABERIA PL- HILARA 



IN FR • P • XXIV 
10 IN AGR-P XII 



LE ISCRIZIONI DEL C(;LOMBARIO Dl VILLA PAMFILI 147 

2 (= C. I. L. VI 26720) 

P-STABERIVS-P-L- 

PAPIA 
STABERIA-P-L-HILAR 
T-LVCCEIVS-T-L- 
5 ALEXANDER 

FVNDILIA • M • L • 

CELIDO 
L-POPILLIVS • L- L 
ALEXANDER 
10 POPILLIA • L • L • ANTHIS 
T- PACCIAECVS • T- L • 

/ SARGYRVS 
SILIA -DL- NICE • IN FR • P • XXIV 
IN AGRP-XII 

3 = (C. /. L. 23675) 

T • P A C I A E C 

T- L- ISARGVRI 

et-siliae o- l- nice 
L-popIlI-ll- alexa 

N D 

5 POPILIAL-L 
A N T I S 

II cippo n. 2 fii trovato nel 1819 o 1820, copiato da G. Mel- 
cliiorri {sched. C. L L.) e Girolamo Amati (cod. vat. 9735 f. 7), 
pubblicato da quest' ultimo nel Giornale Arcadico V (1820) 
p. 146. I diie altri, sebbene fo:se trovati contemporaneamente, 
rimasero inediti ed luosservati, finche furono descritti dallo Henzen 
e dal Bormann per la pubblicazione del C. I. L. 

Che i tre cippi appartengono infatti al sepolcro mentovato, e 

messo fuori di dubbio dal nome ripetiito in tutti e tre di im 

T. Paciaecus Isargyrus, il quäle comparisce pure nel titolo di- 

pinto n. 19. II gentilizio Paciaecus, che appartiene all'istesso 

gruppo come i piü ovvii di Paccius, Paquius, Paciedius^ non si 



148 CH. HÜLSEN 

trova, per qiianto l'abbia potiito costatare, im'altra volta uel- 
l'epigrafia latiua. — U terreno diinque del monumente fü com- 
prato da quattro coppie di persone tiitte di condizione libertiua, 
coniugi senza diibbio: Liicceio Alessandro e Fundilia Celido, Pa- 
ciaeco Isargyro e Silia Nice, Staberio Papia e Staberia Hilara, 
Popillio Alessandro e Popillia Anthis. 1 nomi souo ripetuti di 
roodo che in ogni dei tre cippi conservati un'altra coppia stia in 
principio, come e iisnale in tali epigrafi : uii quarto, sul quäle si 
doveano menzionare in primo liiogo i due Popilli, e perduto. 
Qiianto alle misure, i 24 piedi corrispondono a m. 7,05, vale a dire 
esattamente alla lunghezza esterna, compreso lo spessore delle mura 
delle pareti ab q bc (^). Perö il sepolcro sopra terra era di forma 
quasi qiiadrata (resta im avanzo di muro a fior di terra, ■sulla 
continiiazione della parete c d), mentre i cippi danno come mism-a 
in agro soltanto la metä della fronte, cioe piedi 12: qiiindi cre- 
derei che abbiano piuttosto serviti a limitare im'area rettangolare 
annessa al sepolcro stesso. 

Di titoli per le singole olle attualmente si trova iino solo nel 
colombario ; e ima tavoletta di marmo bigio, affissa sotto l'arco della 
scala, fila secouda al n. 24 della fig. p. 128. 

4 L ■ OFISIVS • L • L 

STABILIO 

non veduto ne dal Braun, ue dal Huebner, ne da altri. Nou si pu*^ 
negare che possa essere rimesso in quel sito modernamente : osservo 
perö che lo Henzen e il Bormann, quando copiarono tutto il mate- 
riale epigrafico di Villa Pamtili, nou l'hanno veduto neppure in 
un'altra parte della villa. 

5. 6. 7 titoletti di marmo affissi sotto le nicchie, pubblicati 
dal Braun Bull. 1838 p. 5 e ripetuti dallo Jahn p. 234-236; ora 
scomparsi. 

(ij II vanu della cella sepjlcrale h di m. 5,90 == 20 piedi romani, come 
si ini'"' vedere sulla piantina p. 107. 



I.E ISCRIZIOM DEL COI.OMKAHIÜ iJl YII.LA l'AMFil.I 149 



5 {= C. I. L. 7814) 



L- VALERIVS-L-L 

PHARNACES 

MARMORARIVS SVBAEDANVS 



6 (= C. T. L. 7815) 



TQVINCTIVS 
TLHILARVS 
SIBI-SVISQVE 



7 (= C. I. L. 7816) 



T-QVINCTIVS-A-LLAELIVS 

HIC-SITVS-EST 
DAT-HILARVS-LIBERTVS 



Diibito che la fine della prima riga sia correttamente copiata. 



IL Iscrizioni a i^ennello. 

Fra le iscrizioni a pennello si distinguono due generi : le iine, 
dipinte cou im colore rosso cupo branastro, sono eseguite con ciira 
e in bella calligrafia dell'epoca di Aiigusto: esse in tutto il sepokro 
hanno un carattere uniforme e sono senza diibbio contemporanee 
alla decorazione ornamentale. Quelle della seconda classe invece 
sono dipinte con un cinabro vivo e in caratteri dell'istessa epoca 
si, ma abbastanza trascurati. Che queste non precedono, ma susse- 
guono alle predette, viene accertato da quei casi ove iscrizioni del 
secondo genere sono aggiunte ad altre scritte in rosso cupo oppure 



150 



CH. HÜLSEN 



a loro sovrapposte a giüsa di palimsesto. Tali palimsesti souo fre- 
quentissimi siü cartelli delle pareti b c e cd: ma. la scrittiira sii- 
periore, dipinta su un strato di calce assai sottile e quasi sempre 
fortemente danneggiato, nella maggior parte dei casi e indecifra- 
bile. Mi sono perciö astenuto di registrare le numerose traccie di 
lettere intere o smezzate, che sono di lezioue incerta e di nessuna 
utilitä. 

Parete a b. 

Fila ^J^iina^ I^oc. 5, lettere rosse: 



8 



/OR//A//ROS • SCAEVA/// 

\l ////////////////// 1^ 
/\ II um IUI II IUI IUI |\ 



L' iscrizione nel cartello, a lettere di cinabro, e illegibile. 

E cu.ioso che un titolo ritrovato nel 1754 nella villa del 
Cinque fuori Porta Salara menziona un Phüeros Scaevae \jiu]- 
irüor {C. VI 24089): perö la coincideuza non e che casuale. 11 co- 
gnome Scaeva si trova p. es. nella gente Paquia. 



Loc. 14, lettere rosse 



9 



FLAVIA 



t)ENA 



VT ROSA AMOENA HOMINI EST 
QVOM PRIMO TEMPORE FLORET 
QVEI ME VIDERVNTSEIC EGO AMOENA 
FVI 



II nome della defunta quasi con certezza si legge Flavia P.[/. 
Ain\oena. 



Ut rosa amoena homiiil est, quom i'^rimo tempore fioret 
Quei me viderimt, seic ego Amoena fui. 



LE ISCRIZIOM DEI. COLOMBARIO DI VILLA. PAMFILI 



151 



Fila seconda, loc. 5. 

M • FABIVS • M • L//// VS 



10 



\l 

A 



Loc. 6 



11 



M- FABIVS- M- L |y 

//////TVS |\ 



A lettere rosse ripetuta sotto i loculi 7. 8. 9 



12 (= C. 7830) : 



M • PAFINIVS • M • L 
/\ ANTIOCHVS 



Jahn p. 236. II terzo esemplare e mancante: 

M • PAP/////VS • M L 
A//I/CH// 



Kipetiita a lettere rosse sotto i tre loculi 10. 11. 12 



13(=7827) 



OCTAVIAML- CHRVSIS 



Nel Corpus erroneamente si legge M • F- 
Loc. 13, lettere rosse molto svanite 



14 (=7817) 



T-AFVL///// I.. 
A 



/ 



Nel Corpus M-APVLF:ivs ///// 



152 



CH. HÜLSEN 



Fila terza, loc. 15. lettere rosse 



15 (=7837) 



PONTIA O-L 
THELETE h 



Jahn p. 238. D • L | /HELETE Jahn Huebn. 

Loc. 16, lettere rosse : 

16 (=7823) \| AVDIENA-L-L |/ 
/\ IVCVNDA |\ 

nel Corpus L • V ////// [ IVCVNDVS. 



Sovrapposto a questo titolo e im altro scritto in lettere di 
color cinabro molto piü grandi, in modo che riempie tutto il car- 
tellino : 



17 



FAVSTA 



|\ 



Fila quarta , loc. 9, lettere rosse : 



18 



T • V I C I R 1 O slllll 



SIB I 



Loc. 10 



19 (= 7829) 



\l T- PACIAECVS • T -L 

/SARGYRVSDA • I • PINAR 



Li 



Q' L- MVRTINl 



LE ISCRIZIONI DEL GOLOMBARIO DI VILLA PAMFILI 153 

II titolo di T. Paciaeco e scritto in biione lettere rosso cupo; 
la parte rimanente (separata dall'altra dal foro di im chiodo), che 
e stampata in caratteri corsivi, e aggiunto posteriormente con 
cinabro. Nel Corious si legge: P • PACIA//VS • T • L | SAR//TRVS 
//ONARX I ////INI. Con ragione lo Henzen ha osservato intel- 
ligendum Pacia{ec)iis, ui est in stele quadam et ijisa effossa in, 
Villa Pamfdia. La lezione corretta del titolo giä fu data da me 
nelle note a C. I. L. VI 21528 ; per le lettere A • I che appar- 
tengono certamente all' iscrizione primitiva, non saprei proporre 
ima spiegazione. 



Loc. 11, lettere rosse 



20 



^|///col.salJ(^ 



Fila quinta, loc. 3, cinabro: 



21 



\| CALID/AE 1/ 
AMANDAE |\ 



Parete b c. 



Fila prima, loc. 9, lettere rosse : 
22 



\l lllllllllllllllllllllll 
A PHILEROTI PATR 



Loc. 12 lettere rosse (con tracce debolissime di un titolo so- 
vrapposto a lettere di cinabro) : 



23 



///INIVS • /// 
/\ ////-PHILE ROS 



11 



154 



CH. HÜLSEN 



Loc. 13 



24 (=7821) 



\l /////////////////// \^ 
/| ////PHILERQS |\ 



Nel Corpus VHIIHIIII j /// CHILES. 

Füa seconda, loc. 8 : 

I V L I A ////// 

25 



\ I V LIA • PHIL 1/ 

/| Olli TEj |\ 



Del titolo originario in rosso in si riconosce solamente la prima 
lettera C (sotto l'I di IVLIA). La riga sopra il cartello e graf- 
fita, quelle dentro dipinte in cinabro. 



Loc. 13, cinabro: 



26 



\| TREBELLI-HILARI 1/ 

/\ llllllllllllllllillllllllllll 



Loc. 15. 16, cinabro: 



27 



L-CLOVATIVS-L-L \/ 
CRATINVS 



Tl L • L • non si conosce piü sul esemplare secondo. 



LE ISCRIZIONI DEL COLOMBARIO DI VILLA PA.MFILI 



155 



Füa terza, loc. 1, lottere rosse: 



28 (=7818) 



\l L-AVDIENVS-L-L 
/\ MENOPHILVS 



Jahn p. 237. Tracce deboli del medesimo titolo si vedono 
sotto il loculo n. 2. 



Loc. 4, lottere rosse : 



29 



\l V/////////C-L- \/ 
/\ C H A R I S |\ 



Loc. 5 



30 



Illl/IE N I S 



\l Uli IIIHIII hKEl- 
/\ ///////QNIAE • //PI 



Le lettere sopra il cartello sono in rosso, quelle dentro il cartello 
in cinabro. 



Loc. 8, cinabro: 



31 (=7831) 



\l P -SVLPICI-P-L 1/ 
/\ HOSPIT/5 |\ 



Tracce forse dell' istesso titolo si vedono sotto le due nicchie a si- 
nistra n. 6. 7. 



150 



CH. HÜLSEN 



Loc. 9 : 

32 (= 7840) 



\l SEX/1 11 II 

A mim 1^ 

A CANI HILARI 



Lo Huebner da soltanto SEX. tralasciando la riga orraffita 
sotto il cartello. 



^ö"" o-" 



Loc. 10: 
33 



\l A CANI \/ 

A _|\ 

ACANI HILARI 



Loc. 11 



34 (=7819) 



L • CAECILI PH///M/// 



SEX iiiiiiiiiiimii 
A • c A N I II mm mm 

imiiiiii miciLivs 



A • CANI • HIL 

Nel Corpus la prima riga si da cosi: CAECILI • PII/ || AP/\, 
il resto della scrittura e tralasciato. Le lettere corsive sono in 
cinabro, il nome di Canio Hilaro graffito. 

Loc. 13. 14, cinabro: 



35 (==7824) 



\| AGELLIO \y 

A ARTEMIDORO |\ 



M ■ LOLIO J ARTEMIDORO Huebner. 



LE ISCRIZIONI DEL COLOMBARIO DI VILLA PAMFILI 



157 



Loc. 15. 16 cinabro 



36 (=7825) 



\l M-CORNEIL \/ 
A SCEIPIONIS |\ 



Loc. 15. 16, lettere rosse 



37 (=7833) 



\l L • VENVLEIVS-L-L 

RVFIO |\ 



Della riga 2 del secondo titolo si conosce soltanto la prima let- 
tera R. 

Fra i lociüi 15. 16, in lettere nere grandi, ma molto svanite: 

SO/////////// 
38 SA 

F • N ENI 
OLLAS-II 

Füa quarta, loc. 4, lettere rosse: 



39 (=7826) 



\l C- MARCIO • C-L IX 

/| R V F O |\ 



MARC . . . I . . . RVFO . . . Huebn. 



Loc. 6. 7. 8, cinabro: 



40 



\l SEX ■ QVEINTILI \/ 
V A R E I |\ 



La lezione di questo titolo, ch' e iino dei meglio conservati, e fuori 
di dubbio. 



158 



CH. HÜLSEN 



Fila sesta, loc. 13, cinabro 



41 




Parete c d. 



Fila quarta, loc. 2, cinabro 



42 (=7839) 



\l P.CK\ ll/l/llf/ \/ 
/\ E M I T • A B ///// |\ 

DEDir CIMO FRATRI 



Nel Corpus ACR | IMIRABIL. Le lottere corsive della terza riga 
sono distrutte recentemente, per la caduta dell' intonaco. 



Loc. 5, cinabro: 

\l Q^GAVIO-SAL \/ 



43 



M 



VIO 



Fila quinta, loc. 5, cinabro 



44 



\l oVr^^iHirA \/ 

/| R o |\ 



Loc. 7, cinabro: 



45 




LK ISCRIZIONI DEL COLOMBARIO DI VILLA PAMFILI 



159 



Fila sesta, loc. 15, lettere rosse: 



46 



\l 



P • VECILI//// 



/ / / / '^ 



Füa seltima, loc. 6, cinabro: 



47 



A • mvnatI////////// \/ 



Parete d e. 



Füa seeonda, accanto alle nicchie 5. 6, cinabro: 



48 



V. sotto n. 52. 



Fila terza, loc. 1. 2, cinabro: 



49 



\l 



calVVKN 



/HIHI |\ 



CALPVRN \/ 

A ^VHI |\ 



Loc. 6, cinabro: 



50 



\l POMP //// 



V 

|\ 
\ 



160 



CH. HÜLSEN 



Fila quarta, loc. 4. Sopra la niccliia, cinabro: TR; sotto la 
nicchia in lettere rosse: 



51 



^ C -TORRANI PHILOMVSI 



Fila sesta, loc. 4: 



52 



sopra la nicchia: PL 



Qiiesta sigla sembra da interpretai'si pl{eps) , che in alcune socie- 
tä fimerarie sembra distiutivo dei singoli membri specialmente 
feraminili. Cf. CLL. VI, 4259-4263. 10353. 



Loc. 5, lettere rosse (la ultima M in cinabro): 
53 



//INIVS/// 
EROS 

M/ 1/11/ 1 H/Uli |\ 



Fila settima, loc. 4, cinabro: 
54 




Loc. 6, in cinabro, accanto alla nicchia: 



55 



PL 



Parete della scala (f g). 



Nessun titolo leggibile. 



I.K ISCRIZIONI DKI, C0L0MBA.RIO DI VILLA PAMFILI 



161 



Parete g a. 



56 Füa terza, loc. 3. Sopra la nicchia, in cinabro: 



Loc. 7, cinabro: 



57 



\l VEDEI CERDON \/ 
A //AT • PHILEMAT// |\ 



La seconda riga senza dubbio si deae siipplire dA^at Phile- 
mat{ioii). Nel piincipio e alla fine della medesima riga si vedono 
tracce del titolo primitivo in lettere rosse : VI ///// 

Loc. 4, cinabro: 



58 



\l //////////////// \/ 
'\ lllllllllllllll |\ 

M • CORDIVS/// 



58a Fila quarta, loc. 2 sopra la nicchia: V. 
Loc. 7, cinabro: 

\l 



59 



MARCIA ANTHIS ' 



Pilastro centrale. 

Fila prima, dirimpetto alla scala. Loc. 5, lettere rosse : 



00 



CORNELI • PHILEROT 



1/ 



Tracce deboli del medesimo titolo anche sotto il lociilo 6. 



IßO CH. HÜLSEN 

A questi titoli da me veduti si aggiungano quattro descritti 
dallo Hiiebner; forse in parte sono distriitti dalla caduta dell'intonaco: 

61 (=7822) M- FRONTIN//// 

HILARVS 

62(=7832) VßRGVNTEA//// 
AONLATIONI// 

63(=7834) VIBIAE-D-L 

RVFA 

641=7836) //// CINI-L-L 

/// 1 1 // 



III. hcrizioni graste. 

Noto soltanto poche iscrizioni di lezione certa, (v. anche sopra 
n. 32-34) tralasciando le numerose traccie che si possono pren- 
dere per lettere ma che non danno seoso alcuno. 



Parete a b. 

Füa terza, sotto il loc. 6: 

65 IMILIX 

Loc. 16, carbone: 

66 XANTIÄ> 

Füa quinta, loc. 11 : 

67 S 1 1 C V N D A 



LE ISCRIZIONI DEL COLOMBARIO DI VILLA PAMFILI 163 



Parete b c. 



Fra i lociili 12 e 13 delle tile 1. 2, lettere grandi: 



CoLVVI 
68 MAXVMI 



Flla terza, siii cartelli 3. 4. 5 tre grandi segni numerali, 

69 XX 

70 V 

71 CI 

Sotto il loc. 12 : 

72 PATVLEIAAVCTA H///// 

Parete della scala. 

A sinistra della niccbia n. 5 (v. lo spaccato a p. 128): 

73 CCc /// kX 

II 

Parete g a. 

Fila seconda, loc. 9 : 

74 (= 7842) A C E IVE R V S 

Fila tersa, fra i loculi 2 e 3 : 

75 NARDVS PVPOIMYSTE 



164 CH. Hülsen 

Fra il loc. 2 della fila terza, e il loc. 2 della quarta : 

76 L-AP-SPVR-n-BASSVS 
CLlSERVILI • SCAED AI 

Non ho ritrovato i due gvaffiti: 

77 (= 7843) £/ O M A T I A 

78 (=7844) AIIALSI IA.LI 

L' Interesse principale che offrono queste epigrafi consiste in 
ciö che fissano esattamente l'epoca del monumento e della sna 
decorazione. E vero che mancauo iscrizioni con date consolari, come 
anche nomi di liberti imperial i. Ma giä quest' ultimo fatto fa so- 
spettare che il monumeuto appartenga ai primi tempi dell' impero : 
ed in questo ci conferraa tanto la nomenclatura delle persona ivi 
sepolte, quanto la ortografia dei titoli. Fra i gentilizi sono relativa- 
mente molti di im carattere quasi direi arcaico, p. es. : Clovatius, 
Paciaecm, Patuleia, Vargunteius. Sono sopratutto curiosi due nomi, 
che hanno tutta l'apparenza di somma nobiltä: il P. Conielias 
Sceipio (n. 36) ed il Sex. Quemiüim Varus (n. 40) (^). Che 
membri di famiglie nobili acquistassero luoghi di sepoltura in 
nn monumento a colombari per se personalmente, e atfatto incre- 
dibile : perö, potrebbe sospettarsi che qualche volta il nome del 
padrone, che aveva acqiiistato dei luoghi per la servitü ed i liber- 
tini suoi, fosse dipiuto sotto le nicchie di sua proprietä, mentre le 



(») II secondo potrebbe credersi in relazione col questore di L. Domitio 
Ahenobarbo nel 705 u. c, e che dope» la battaglia di Filippi si fece dare la 
movte da un suo liberto (Vell. 2,81). Alla l'amiglia del niedesimo spetta fovse 
un'epigrafe proveniente da Roma, ora conservata nella raccolta Rallotta a 
Camerino : 

D • M 
Q_V I N T I L I A E 
SEX • F • PRIMAE 
VARI • V- A-XXV 

(C. I. L. VI 25292, (/e>i<:ripsit Rocchi). 



I.E ISCRl/.l'LM DEI. COLOMBARIO Dl VII. I.A l'A.MI'l I.I 105 

persone sepoltevi dopo furono indicati da tavolette di maroio con i 
rispettivi nomi. — Se fosse certa poi la lezione del titolo u. 7, 
si avrebbe im liberto con prenome diverso da quello del padrone, 
ciö che, come tutti sanno, non si trova piü quasi mai dopo Augusto. 

Quel poco che si piiö desumere daH'ortogratia, pure ci conduce 
negli Ultimi tempi della repubblica o nei primi dell' impero : quattro 
volte si trova ei invece di i lunga {quei n. 9, Queintilius n. 40, 
Scei'pio n. 36, seic n. 9, Varei n. 40). 

II colombaio di Villa Pamfili dunque appartiene al regno di Au- 
gusto, e forse piuttosto al principio che alla fine. Le pitture, che 
dallo Jahn, dal VVoermann e dallo Stark furono giudicate opere 
della decadeuza, invece sono eseguite contemporaneamente con 
gli attreschi maestrevoli della casa della Farnesina: e questi due 
monumenti che a giudicare dal loro valore artistico si crederebbero 
appartenere a secoli diversi, sono vicini per la loro epoca, come 
sono vicini nel locale. 

Ch. Huelsen. 



ANCORA LA BASILICA DI POMPEI 



Nella ricostmzione della basilica di Pompei quäle fu proposta 
da me nel vol. III di questo Bullettino, iina delle principali diffi- 
coltä era di dover trovare il posto a certi capitelli appartenuti ad 
ima colonna congiiinta ad un'anta, della pianta che qiü si ripro- 




duce. E credei trovarlo (1. c. p. 26 sg.), nel centro di ogmma 
delle pareti limghe, ove ammisi iina grande apertura, o finestra che 
voglia chiamarsi, fiancheggiata da colonne che s'avanzassero forte- 
mente avanti al muro (ved. la figura 1. c. p. 29). Non mi nascosi 
le difficoltä che ad una tale soluzione si oppongono: l'etfetto non 
soddisfacente, l'assenza di un motivo sufficiente per im' apertura cosi 
differente dalle altre, l'interruzione della corrispondenza delle co- 
lonne superiore non soltanto con le mezze colonne ma anche con gli 
intercolunni del piano sottostante. Ma non mi riusci di trovare 
altro. Ora quando, nell'estate 1891, feci ai giovani studiosi del nostro 
Istituto la spiegazioue delle antichitä pompeiane, l'architetto sig. 
Hofmann, che era fra i miei uditori, mi avverti che per un membro 
come quollo si deve pensare prima di tutto agli angoli dell'edi- 
fizio, ad angoli cioe fra un muro da una parte e una lila di co- 
lonne dall'altra. Colpito dalla giustezza dell'osservazione tentai di 
modificare in questo senso la mia ricostruzione ed in fatto riuscii 
ad una soluzione preferibile, anche per qualche altro riguardo, a 
quella da me adottata nell'a. 1888. 



A. MAU, ANCORA LA BASIMCA I>I POMPEI 1G7 

ßimaue fermo qiiaato esposi 1. c, che cioe nella parte supe- 
riore delle pareti liinghe grandi apertiire, divise per mezzo di colonne 
e fiancheggiate da que' certi trequarti di coloune (1. c. p. 24), 
s'alternassero con tratti cliiusi uon oltrepassanti im iiitercolunnio 
della parte inferiore, perche altrimenti sarebbe stato necessario di 
appoggiarvi mezze colonne, cio che per i motivi ivi esposti (p. 27) 
non e ammissibile ; che invece le mezze colonne fossero riservate 
alle pareti corte coi loro intercolimnii chiusi e interrotti soltanto 
da finestre. 

Modificando dnnque sii questa base la ricostrnzione delle pa- 
reti lunghe proposta uella figiira 1. c. p. 29, bisogna cominciare 
in ogni modo dall'aprire le parti corrispondenti ai portici corti, 
che ivi sono chiuse. E qiiest'apertura deve dividersi per mezzo non 
di una ma di due colonne. ottenendosi in questo modo un inter- 
colunnio uguale a quello delle parti medie. Mi par certo poi che 
questa prima apertura non dovesse oltrepassare la larghezza appunto 
del portico anteriore, ossia il primo intercolunnio della parte in- 
feriore della parete, per due motivi. Primo, perche la disposizione 
della pianta doveva avere il suo riscontro in quella delle aperture 
e delle parti chiuse della parete; secondo, perche in tal modo si 
chiude l'intercolunnio seguente, che e piü stretto di quello primo 
e piü largo de' seguenti e che perciö, lasciandolo aperto, offre l'in- 
conveniente di due intercolunnii non uguali agli altri : inconveuiente 
che si verifica nella prima mia ricostruzione (ved. la figura 1. c), 
e che adesso ci e dato di evitare. Per il resto della parete si puö, 
per quanto io vedo — ienendo conto del gran numero di colonne 
libere attestato dai frammenti (17 capitelli: Mittli. VI, 1891 
p. 68) — disporre in due modi, e ne risultano le due plante dj 
cui qui appresso si propone la metä d. compresa la parte centrale. 
E di queste due ipotesi mi pare preferibile la prima. La parte 



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168 



A. MAU 



superiore cioe di questa pa;ete, specialmente ora che ne abbiamo 
aperte anche le estremitä, doveva nel siio insieme far decisameote 
l'effetto di iiri colonnato aperto, nel quäle le parti chiuse erano im 
elemento del tutto secondario e destinato a dar poco negli occhi. 
Anzi, quando si tien conto soltanto delVetfetto artistico, esse non 
hanno ragion d'essere; il loro scopo non e altro che di dare una 
maggiore stabilitä. Essendo dunque piü che altro iin ripiego, non 
credo probabile che una di esse fosse collocata proprio nel centro, 
il quäle, volendolo distinguere dal resto, doveva essere rilevato per 
mezzo di qualche motivo piü grandioso. E perciö nella ricostru- 
zione dell'alzato, che qui appresso si vede, mi sono attenuto alla 
prima delle due plante. 




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10- 

— I 



Si potrebbe fare alla mia ricostruzione, cosi modificata, l'obie- 
zione seguente. E stato esposto Math. III, p. 27, come nella parte 
superiore dei lati lunghi, con le sue colonne e membri analoghi 
che poco s'avanzavano interuamente avanti la linea della parete 
stessa, l'architrave doveva avere una sporgenza molto minore che 
nei lati corti con le loro mezze colonne addossate. AI contrario poi 
nella parte inferiore la sporgenza era maggiore sui lati lunghi (e sul 
lato posteriore) che non sul lato d'ingresso. E qui i due architravi 
di sporgenza diiferente s'incoutravano sopra un membro angolare 






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ANCORA LA BASILICA DI POMPEI 



169 



composto da poco meno di ima mezza colonna dalla parte del muro 
lungo e da un segmento rnolto minore dalla parte dell' ingresso. 
Si potrebbe diinque aspettare che anche nella parte superiore vi 
fosse un membro angolare analogo, che cioe alla colonna sporgente 
dal pilastro fosse addossato, nell'angolo stesso, un quarto di colonna, 
come mostra la nostra figiira, nella quäle (come in quella prece- 




dente) la linea che accompagna internamente il muro, indica l'ar- 
chitrave. In fatto, se si fosse voluto fare nell'ordine superiore 
identicamente come nell'ordine di sotto, un tale membro ano-olare 
non avrebbe potiito mancare. D' altra parte perö non mi sembra 
affatto impossibile che, con dimensioni tanto minori, e a quell'al- 
tezza, si sia voluto rinunciare ad im particolare che sarebbe quasi 
sfuggito all'occhio, e che i due architravi si siano incontrati nel 
modo indicato in quest' altra figura. 







Di quei pilastri congiunti con colonna son conservati due ca- 
pitelli, che ambedue, veduti dal lato della colonna, formavano 

12 



170 A- MAI- 

l'estremitä d. di im inuro. Maaca dunque ad ogiumo il suo riscontro, 
e ve n'erano qiiattro almeno; i due conservati debbono coUocarsi 
aU'angolo anteriore a sin. e a qiiello posteriore a d. Ne viene di 
conseguenza che il gran vano principale aveva nella parte superiore 
qiiattro angoli anclie esternamente, vale a dire che le due cameiv 
accanto al tribunale non fossero alte come il vano principale ed 
il tribunale, ne s'alzassero al disopra delVordine inferiore delle pa- 
reti e del tribunale. In fatto le loro proporzioni riescono in questo 
modo piü felici e piü probabili : propongo qui appresso una parete 
delle piü lunghe quäle si presenterebbe nell'uno e nell'altro caso, 
e oo-nuno, credo, converrä, che l'altezza minore e la piü credibile. 



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Con ciö non rimane escluso che quelle due camere avessero. 
al disopra del loro soffitto, un tetto inclinato verso il lato poste- 
riore. Un tale tetto sarebbe impossibile, se quel pilastro con la 
colonna congiuntavi fosse stato formato come im vero pilastro da 
tutt'e due i lati, com'e accennato nella nostra ligura (pag. 24). Ma 
ciö non puö affatto affermarsi. Del pilastro stesso, e della colonna, 
nulla e conservato ; non vi e che il capitello, e nella nostra figura le 
scanalature sono indicate per tutto quel tratto che era sormontato 
dal capitello. E che vi fossero in tutta questa estensione, sarebbe 
per se stesso possibile. Ma e possibile anche che fosse diversamente. 
E che fosse diversamente, sembra indicarlo l'analogia di quei tre- 
quarti di colonne che fiancheggiavano le aperture nei muri lunghi. 
Se anche di questi fossero conservati i capitelli soltanto, e voles- 
simo indicare le scanalature su tutta la parte da essi sormontata, 



ANCORA LA HASU.KA Dl l'O.MI'El 171 

le stenderemmo su tiitto quel tratto che sul lato esterno coutinua 
a guisa di tangente la periferia della colonna ; invece le parti con- 
servate dello scapo dimostrano che quel tratto era liscio, vale a 
dire non caratterizzato ne da colonna ne da pilastro, ma sempli- 
cemente da miiro, benche sormontato dal capitello. E questa, mi 
pare, un'analogia sufficiente per non escludere che anche agli an- 
goli 11 capitello si estendesse, sui lati corti dell'ediflzio, sopra im 
tratto di muro che del resto non fosse in alcim modo caratterizzato 
da pilastro, e dal quäle perciö potevauo discendere, da un'altezza 
alquanto al disopra della trabeazione intermedia deU'interno, i tetti 
di quelle camere. 

E supponendo cosi, otteniamo anche questo che le finestre, che 
debbono essere state al disopra degli ingressi di queste camere 
(ved. la tigura Mitth. III, p. 36), diano nell'aperto, non giä nelle 
camere stesse. 

A. Mau 



LA RACCOLTA DE COURCEL A CANNES. 



Diirante im soggiorno pur troppo corto a Cannes, neH'Aprild 
di questo anno, mi accorsi di una « villa Faustina « situata alla 
promenade de la Croisetle, il cui ingresso a cancello, conforme 
all'aspettazione destata dal nome della villa, presentava l'aspetto 
d'una graziosa villa adorna, secondo il costiime italiano, di ua 
gran nutnero di frammenti antichi per lo piü incastrati nelle raura 
vicine all' entrata. Dirimpetto a qiiesta si trovava la statua di 
« Faustiiia » , circondata di grandi lastre a rilievo e di frammenti 
piü piccoli. ed al disotto vi stava im sarcofago ad uso di vasca^ 
il quäle rappresentando evidentemente la favola poco comune di 
Alcesti subito svegliö la mia attenzione. Altri frammenti, per lo 
piü minori, coprivano le pareti tanto della sciideria a sinistra, 
quanto di nn andito coperto di volta a botte a destra. La villa^ 
costruita ed abbellita come pare da un signore che in Italia aveva 
preso il gusto di tale adornamento e raccolto il materiale per sod- 
disfare a siffatta inclinazione (') appartiene, come mi fu detto, al 
sig. Valentin de Courcel dimorante a Parigi. Con piacere mi ap- 
profittai del gentile permesso accordatomi dall'attuale locatario 
per stendere nello stretto tempo concessomi di poco piü d'un'ora 
im elenco sommario di quei marmi, senza che io possa guaran- 
tiroe ne la perfetta esattezza di ogni particolare ne la compitezza 
del contenuto; anzi fui costretto a lasciar da parte alcuni fram- 
menti di scultura che mi sembrano meno importanti nonche alcune 
iscrizioni per lo piü tolte da colombari. Se nondimeno comunico qui 



(1) I nuiiicri 16 e 24 peru provengono dalla collezionc parigina Pour- 
lales-<iorgier, la quäle come si sa fu venduta alTasta nel 1865, e la cui parte 
piü importante ando ad arricchire i tesori del Museo britannico. 



A. MICHAEMS, LA RACCOLTA DE COURCEI. A CANNES 173 

queirinventario, n'e la cagione l'essere qiiesta raccolta, come mi 
fii confermato dal prof. Robert e da altri colleghi, restata fiuora 
del tutto sconosciuta, nonostante il gran concorso di forestieri che 
annualmente passano qualche mese nel paradiso terrestre di Can- 
nes. Forse le mie succinte notizie possono indurre un altro archeo- 
logo a studiare quella raccolta con quell' agio che merita ('). 
Dirimpetto all'entrata havvi il seguente gruppo di marmi. 

1. Statua di " Faustina " assisa, composta di vari pezzi ed assai ro- 
staurata. La metä inferiore e di inarmo greco. II lavoro e mediocre. 

2. Frammento di un gran sarcofago « greco », riferibile, come pare, 
alla storia di Achille. Restano avanzi del doppio orlo superiore ricco di or- 
namenti: la parte superiore di un giovane veduto di fronte, la testa voltata 
Uli pocliiio a destra coperta di elmo; il balteo gli traversa il petto ignudo. 
II mantello svolazza dietro l'omero destro e copriva Tavanibraccio sinistro, 
che pareva fosse steso per reggere le redini d'un cavallo, del quäle riman- 
gono il collo e la testa. II torso del giovane e la posizione del cavallo ras- 
somigliano assai al giovane visibile fra FAchille e l'ülisse della facciata del 
famoso sarcofago capitolino (Robert ant. Sarkophag-Reliefs II, 14). Lavoro 
buono, superficie nn po' logora. Alto c. 0,.50, largo, c. 0,30 m. 

3. Frammento di un piccolo sarcofago di Endimione. Angolo destro 
superiore [con cornice di sopra e a destra. Lungo m. 0,41, alto 0,19]. Parte 
superiore di Selene, colla luna sopra la fronte, e coi panni svolazzanti, che 
sembra scendere un poco verso la destra. Su a destra un Amorino colla fiac- 
cola che vola nella stessa direzione, volgendo lo sguardo verso la dea. [Selene 
nell'atto di tramontare con Espero?] 

Sa. Frammento di sarcofago bacchico di marmo greco: satiro imberbe 
che sostiene sulFomero sinistro un ragazzo sedutovi di faccia. II satiro ha 
il pedo nella sin , e fra i piedi gli sta la cista mistica. 

4. Estremitä sinistra di un coperchio di sarcofago. Un plaustro cari- 
cato di roba da caccia, una rete, come pare (?), ed un' asta e forse un'altra 
rete, viene tirato da due buoi che si aifaticano a gran forza, gruppo spesso 
ripetuto. Un putto si stenta di aiutarli spingendo la gran ruota per mettere 
in cammino il plaustro. AI di sopra dei buoi nel fondo una torre tonda e 
merlata. 

5. Frammento di vm gran rilievo di marmo italico, alto ancora m. 1,47 
largo 0,67, rappr. una Baccante con testa moderna, grande incirca tre quarti 
del vero, che balla con chitone e manto svolazzanti, reggendo nella destra 
il tirso. [Manca la sinistra; un chiodo di ferro indica che essa una volta e 

(1) Dacche fu scritto Tarticolo di Michaelis, io ho potuto esaminare 
i marmi e fotografarne buona parte, grazie alla perfetta liberalitä del signor 
de Courcel e alla gentile mediazione del eh. A. Geifroj. S'intende che gli 
appunti iiresi da Michaelis in cos\ breve tempo, in qualche parte si modifi- 
carono, tacitamente. Qualche aggiunta mia si trova fra [ ]. e una * irdica la 
fotografia esistente all'Istituto. P. 



174 A. MICHAELIS 

stata ristaiirata. Un' enimma poi sono per me diie fiaccole piuttosto che 
fasci di littori le quali quasi verticalmente escono giü, Tuna sotto il piede 
destro, l'altro piii a sinistra]. Bei concetto non comune. 

5 a. [Un rilievo * simile di stile come di marmo e di concetto gli sta 
vicino, alto m. 0,70 ine. e largo 0,56. Una Baccante di proporzioni poco mi- 
nor! della precedente si vede quasi di faccia in mossa vivace, che fa svolaz- 
zare i vestimenti. Mancano testa, hraccio d., e pare la figura l'avesse proteso 
verso la sua sinistra, ferse per battere un timpano, che poteva tenere nella 
man sinistra. La figura sta inclusa da una cornice a destra e a sinistra for- 
mata da doppia striscia verticale, larga ognuna 5-7 centira., e che si rilevano 
a 5 millim. ine. la prima a d. e a s. sul fondo, la seconda sulla prima. A 
sin. inoltre havvi un rialzo piü forte ma stretto. I tagli d. e s. mi parevano 
moderni.] 

6. Gran rilievo sepolcrale romano. A sinistra un palliato, veduto di fronte, 
col hraccio sinistro piegato dinnanzi al ventre e con anello con castone al- 
l'anulare sinistro; a destra la sua moglie , anch'essa veduta di fronte, in 
pieno vestito, mettendo la destra sul hraccio manco del marito. Amhedue le 
teste mancano. Alto rilievo di huon lavoro romano ; grandezza delle figure 
circa tre quarti del vero. [Parecchi tagli alle estremitä pare siano fatti per 
ristauri moderni, dei quali sono rimasti al posto testa e hraccio d. dell'uomo, 
hraccio s. della donna.] 

7. Sarcofago di Alceste di marmo pario, intero, ad eccezione di pochi 
restauri e del coperchio che manca, ma alquanto corroso, alto c. 0,56, lungo 
c. 2,20, largh. c. 0,62 m. — I sarcofaghi riferihili a questa favola *) {}) sono 
i seguenti : 

A. Sarcofago Courcel, finora sconosciuto. Senz'altro sarä quell' « altro sar- 
cofago con hassorilievi consimili » a C, che al tempo dello Zoega « in Roma 
esisteva intero ed ancora per la piu parte sotterra » (Bassir. I. 205 e seg.) , 
e che ancora nel 1826 in simile stato serviva da vasca nella casa di Monsig. 
Nicolai, presidente dell'Accademia di archeologia, a piazza de'Ricci, via di 
Monserrato (Gerhard, Studien p. 154). 

B. Facciata di sarcofago sparito, un disegno della quäle havvi nel Cod. 
Coburg. 44, n. 208 Matz, e nel Cod. Pigh. f. 265, n. 205 Jahn (notizia ine- 
satta); quest'ultimo disegno fu pubblicato da L. Beger, Alcpstis pro marito 
moriens, 1703, p. 3, le singole scene in scala piü grande a p. 9, 6 e 25. 

ß'. Lato di sarcofago sparito, pubblicato dal Beger, 1. cit. p. 24 e nel- 
V Hercules ethnirorum, 1705, tav. 15, secondo il disegno del Cod. Pigh., senza 
che se ne trovi fatta menzione ne dallo Jahn ne dal Matz. Potrebbe essere 
il lato sinistro di B. 

C. Facciata di sarcofago nella villa Albani-Torlonia n. 140, ristaurata 



(1) Cfr. Zoega, Bassir. 1, 201 segg. Gerhard, Ilyperh. - rom. Studien I, 
150 segg. e Prodromus ]>. 27S siti^.Veiersen, Arch. Zeitunfj 1863 p. 105 segg. 
Dütschke, ivi 1875 p. 72 segg. Roulez, Gas. arch. 1875 p. 105 segg. Dissel, 
J/j/thos von Admetos und Alkesth, Brandenburg 1882 ( = de Admeti et 
Alcestidis fabula, Halle 1882). Kobert, Tkanatos 1879 p. 28 sgg. 



LA RACCOLTA DE COURCEL A CANNES 175 

airestremitä destra. Zoej^a, Bassir. tav. 43. Le di iFerenze äi B e C fiirono 
ben rilcvate dal Matz Berlmer Monatsber. 1871 p. 492 seg. 

D. Sarcofago di Ulpia Cirilla, di origine romana, sin da piu di un se- 
colo e mezzo al Castello di Saint-Aignan nell' Orleanais (Loir et Cher, fra 
Tours et Bourges). Gaz. arch4ol. 1875 tav. 27. 

E. Due lati di un sarcofago rappresentante il ratto di Proserpina, ne- 
gli Uffizi di Firenze, n. 64 Dütsehke. Gori, Inscr. ant. III, 25. Gall. di F'i- 
renze IV, 153. Disegno nel Cod. Coburg. 140, n. 171 Matz. 

F. Sarcofago ostiense di Gaio Giulio Euhodo, fabbricato in circa fra 
gli anni 160 e 170 dell'era nostra (Henzen, Bull. 1849 p. 103), ora nel Mu- 
seo Chiaramonti n. 179. Gerhard, Ant. Bildwerke tav. 28. (Dissel, Mythos 
von Admetos, tav. agg.) Mus. Chiararn. III, 10. T/iscrizione: C. I. L. 
XIV, 371. 

Un framraento nel Pabizzo Rinuccini a Firenze, II n. 314 Dütsehke. 
[Arch. Zeitung 1875 tav. 9. Disegno del Cod. Pigh. 317, n. 200 Jahn, pub- 
blicato Arch. Zeitung 1863 tav. 229, 1) pare non abbia fatto parte di un 
sarcofago. 

Di questi sarcofagi ABC stanno fra loro nella prossima rela- 
zione ed offrono nelle loro facciate tre scene di poco variate. D e 
come una redazione piü libera dello stesso originale, mentre F, 
benche basato sul medesimo fondamento, pure mostra una libertä 
molto piu grande ; cosicche non farebbe bene chi senz'altro trasfe- 
rirebbe ad Ä B C D il significato delle singole scene riconoscibile 
in F. Ecco la descrizione particolareggiata di Ä. 

F a c c i a t a. Le figure sono disposte in questa guisa : 

ab c e f g \ Il ,L o \ p qrs 

I. Adraeto invano implorante i parenti. Le due 
donne a q b corrispondono a quelle in B, mentre questo gruppo in C 
e riuscito meno ctiiaro. a coUa d. abbassata sta atferrando il manto, 
mentre piena di mestizia alza la s. verso la testa. b e rappresen- 
tata in mossa piü vivace ; porta chitone e manto ; il braccio d., 
rotto, non era steso in giü, come un momento potrebbe far credere ciö 
che si attacca al gomito, anzi era alzato come il sinistro, al disopra 
della cui mano havvi un puntello che non puö aver sorretto altro che 
la man destra. II doriforo <?, uno degli amici di Admeto, veduto 
di fronte e uguale a quello m BC\ l'avanzo dell'asta nella mano 
s. mostra che questa era alzata verticalmente, come in B. Anche 
Admeto, d., e identico a quello visibile in B piuttosto che a quello 



176 A. MICHAELIS 

in C in quanto che porta ne asta ne spada, e che la gamba d. e 
piü fortemente piegata, il piede essendo tirato piü indietro. Segne 
nel fondo, in rilievo molto basso, nna femmina e, completamente ve- 
stita, che abbassa il viso mesto dalla parte di Admeto. Non manca 
il velo, bensi i tratti caratteristici della vecchiezza Yisibili in B, 
mentre in C questa femmina e male rimpiazzata da nn qualsiasi 
giovine clamidato. B avrä serbato il piü fedelmente la composi- 
zione originale, cosicche la madre di Admeto sia conginnta col 
marito Ferete f. Questo ed il doriforo g rassomigliano ^ BC [Che 
Ferete, incurvo dalla vecchiezza, si sia appoggiato sopra un bastone 
non diretto ma un po' curvo lo fanuo supporre tre grossi puntelli 
che altro non possono avere sostenuto.] ; La testa di </ e inchinata 
come in B. — L'interpretazione di questa scena comunemente 
spiegata per il ritorno di Admeto, sia dall'oracolo, sia da una caccia 
(dal Winckelmann per l'arrivo di Ercole, dallo Zoega per i prepa- 
rativi del funerale e l'altercazione del figlio e del padre, Ale. 
011 segg.), parmi debba cavarsi da questi dne versi di Euripide 
(15 seg.): 

irävTag rVtXky^cic xal dif-^f/.x^on' (fikovg, 
nazäga ysQCiiär i9' / ü(f srixte iirrtQa. 

Cf. 290 segg. Questo tratto importante si rileva puranche 
nell'argoraento della tragedia eiiripidea, ovdf-rtQov toIv yovtwv sO^e- 
h'jlavroq vriöO rov rraidog dno^avslv nel racconto del cosid. Apol- 
doro I, 9, 15, 3 /t^^Vf rov TtarQog inijze Tr^g /irjrQog vttIq ccvtov 
^vrjffxfir -Of-lorTon., e presso Igino fab. 51 pro quo cum. neque 
pater neque mater mori voluisseiit. L'atte,i?giamento delle mani, 
tanto dell'amico c, che sembra maravigliarsi delle pretensioni di 
Admeto, quanto di Admeto e di Ferete, e affatto confacente a 
questa spiegazione giä proposta dal Beger p. 9 ed accettata con 
leggiera modiücazione dal Petersen (p. 117). In D le persone sono 
cambiate e la scena ha perduto il significato originale ; in /'' un 
concetto diverso e stato prescelto. 

IL Ale es ti sul letto di morte. Questa scena e quasi 
identica con quella corrispondente in B C. II pedagogo (piuttosto 
che Ferete) h si poggia sopra un bastone ; il figlio ii mette la sinistra 
come pai'e sul ginocchio destro, per appoggiarvi il gomito destro. 



LA RACCOLTA DE COimCEI, A CANISES 177 

La differenza piü grande si e che al disopra della testa di Alce- 
sti apparisce nel fondo in basso rilievo la testa di ima donna m. 
volta verso la femmina piaugente o; questa testa manca m BC 
come in D, che anche in questa scena presenta qualche variazione. 
In F Admeto stesso fa gran figura; il siio concetto e identico a 
quello di p nella terza scena di ABC. 

III. Arrivo di Ercole. (Nella parte siiperiore di A vi e 
im pezzo moderno). L'Admeto teste menzionato 'p ricorre in tutti 
i tre sarcofagi ABC; l'Ercole ;• ed il doriforo piangente s, che 
serve ad indicare il lutto che regna per la casa (egli e forse quel 
servo al quäle Admeto coutida la cura dell'ospite, cf. 546 segg.), 
sono identici mAB, (in C manca l'estrema parte), l'Ercole puran- 
che m D Q F, benche in D rassomigli quasi all' Ercole potatore 
della tragedia (747 segg.)- Aggiunge poi A come BCD una fem- 
mina g, che sta accanto ad Admeto. Se fosse giusta la comune 
opinione, la quäle, prendendo le mosse dal sarcofago F, riconosce 
in questa scena Ercole ritornante daU'inferuo, q non potrebbe es- 
sere una qualsiasi donna,corae credette il Roulez. ma la dovremmo 
spiegare col Beger e col Dissel per l'Alcesti ricondotta. Epperö la 
mancanza del velo, il posto della femmina accanto ad Admeto, il 
suo aspetto giovanile e muliebre in D dissuadono tale interpreta- 
zione, purche non vogliamo imputare all'artista una compleia in- 
capacitä di spiegare convenevolmente il suo pensiero. Ora il lato 
sinistro di A sembra dimostrare che la nostra scena non si rife 
risce al ritorno di Ercole dall'inferno, ma alla prima accoglienza 
fattagli dal troppo ospitale Admeto, essendo teste morta ne ancor 
seppellita la consorte. E cosi nelV argomento della tragedia euri- 
pidea subito dopo la morte di Alcesti segue l'arrivo di Ercole: 
rryg üvnqoQÜq Tavrtjg yevoiK-vrjg '^Hgccxlrig rragayi-röfierog ecc. E 
chiaro che in questo momento non puö intervenire Alcesti ; resta 
dunque la sola spiegazione che quella donna e una fante, la quäle 
e presente con altrettanta ragione come il compaguo s. 

Lato destro: Arrivo nell'inferno di Alcesti. A de- 
stra Plutone sta assiso sopra un trono ad alta spalliera e con sga- 
bello, simile quanto al vestito ed all'atteggiamento al Plutone che 
occupa l'estremitä destra di F. Porge la destra ad Alcesti, la quäle 
interamente velata ha passato la porta dell'Orco e gli sta dirim- 
petto, poggiando il mento sulla sinistra. Nel fondo fra le due teste 



178 A. MrCHAELIS 

scorgesi in bassissimo rilievo nna testa femminile velata, an po' lo- 
gora. L'analogia di F mostra che e Proserp'.na, la quäle in trono 
al lato del consorte, si inchina per far vedere almeno la testa. — 
Avuto rigiiardo a D\ potrebbe darsi che Taltro lato di B giä con- 
teneva un simile soggetto. Nel lato sinistro di E la nostra scena 
venne rirapiazzata dalla rappresentanza di Alcesti velata condotta 
airinferno da Mercurio psicopompo. 

Lato sinistro: Alcesti ri condotta da Ercole. L'an- 
golo superiore destro e distrutto; giü nel mezzo vi e il buco per 

10 scolo delle acque. La scena e simile a B'. Ercole colla pelle 
e con la clava teniita in alto (oggi per la maggior parte distriitta), 
volto a d., volge la testa indietro verso Alcesti velata, alla quäle 
porge la destra riconducendola dall'inferno, il cui portone sta dietro 
Alcesti come sul lato destro. Siil sinistro perö il tricipite Cerbero 
dietro Alcesti indica l'esterno della porta invece dell'interno sul lato 
opposto. In B' e raffigu:ato il portone senza il cane. II lato destro di 
E presenta una variazione di questa scena, senza e Cerbero e porta. 

Nel rilievo Rinuccini l'Alcesti velata potrebbe appartenere ad 
una rappresentanza simile, ma non capisco il movimento di quel che 
che resta dell'Ercole dietro ad Alcesti; confesso inoltre non essere 
persuaso di veruna delle spiegazioni di tutto quel frammento pro- 
poste dal Petersen, dal Dütschke, dal Dilthev e dal Dissel. 

Rimane a dire una parola sulla relazione ovvia tra le tre 
scene ultimamente trattate del nostro sarcofago A e la parte destra 
del sarcofago ostiense F. Le tre scene di A sono tutte di compo- 
sizione semplice e di significato chiaro ; raccontano per cosi dire 
i singoli capitoli {x&cpuXuia) della favola, al pari degli argomenti 
delle tragedie e dei racconti mitografici. II sarcofago 7^ all'incontro, 
il quäle anche nella scena a sinistra ha molto di speciale, e se- 
gnatamente nella figura dell' Apollo che abbandona la casa mor- 
tuaria si avvicina della tragedia euripidea (22 syu] 6i\ ^i] iiiaai^uc 

11 ev 66(iioig icixTj, keiTid) f.ie}.äDQon' rondf- (fiXvaTr^v crrtyy) — 
Chi fece quel sarcofago sembra essersi attenuto anche nella parte 
a destra piii direttamente alla tragedia, combinando il congedo 
di Alcesti da Plutone coli' ultima scena del dramma pur troppo 
allungata, nella quäle Ercole riconduce la moglie al suo marito 
senza che questo la riconosca. E evidente che il Plutone con Pro- 
serpina ed il Cerbero, nonche le figure di Alcesti e di Ercole sono 



r.\ RACCOI.TA DE TOI KCEI. A CANNES 179 

attinte dalla medesima sorgente dalla quäle souo derivate queste 
figure in yl ed i sarcofagi compagni; non meno chiaro si e che 
TAdmeto della scena centrale ia F sia identico con quello della 
terza scena in AB CD. Ora e oltremodo improbabile che l'inventore 
del ciclo mitico ovvio in A abbia preso i concetti delle singole 
scene tanto semplici e tanto chiare da una coraposizione complessiva 
quäle e quella di F. Non resta dunqiie che l'altra alternativa, cioe 
che quello che ha inventato la composizione seguita in F, ha fatto 
una contaminazione ed una contrazione di quelle singole scene per 
creare una composizione nuoA^a che sta ben d'accordo coUa scena 
finale della tragedia euiipidea, ma che mostra la sua origine un 
poco artificiale per il posto poco conveniente dato al Cerbero e per 
una certa mancanza di semplicitä e di chiarezza che fa spicco al 
primo colpo d'occhio. Un'altra ragione, perche F non possa pre- 
sentare un'invenzione originale, ma abbia attinto alla stessa sor- 
gente con A, e questa. Se F voleva di fatti rappresentare le scene 
piü caratteristiche della tragedia di Euripide, non doyeva ommet- 
tere Thanato ed un'indicazione del combattimento di Ercole con 
questo Aicino alla tomba. Ora avendo prescelto ^i mostrar Plu- 
tone e Proserpina come quelli dai quali Ercole abbia impetrato 
la restituzione di Alcesti, e chiaro che in ciö non si attenne alla 
tragedia, ma che segui l'istesso originale come A, il quäle avea 
combinato i due racconti trasmessici da ApoUodoro : neu avTt'^r 
nähv ch'kirefxxpev tq Koqyj^ wq di yviot XiyovGiv^ 'Hoaxkrjg dvexo- 
fxiis iu(Xfcraf.uvog ""Aidt]. In ogni caso la comparazione delle due 
due tendenze rintracciabili nei due gruppi di sarcofagi di cui ab- 
biamo ragionato e di non lieve Interesse per la quistione suU'ori- 
gine dei cicli di scene raffigurati nei sarcofagi. 

Dirimpetto, presso un'altra fontana a sinistra del cancello, 
vedesi : 

8. Sarcofago scannellato di coiisiderevole grandezza. All' estremitä si- 
nistra havvi una colonna, la cui compagna sulla destra ora manca. Nei quadro 
centrale si vedono una donna completainente vestita, con un pavone accanto sul 
suolo, ed un uomo togato, col volume in niano, e con uno scrigno tondo accanto. 
Egli e imberbe e con capelli corti. Le due figure sono un poco stornate Funa 
dall'altra, laddove le teste si volgono l'uua verso l'altra. II inedesinio con- 
cetto e comune sopra rilievi sepolcrali greci provenienti da Smirne e da altre 
parti dell'Asia Minore (cf. p. es. Beschreibung d. ant. Skulpturenjn Berlin 
p. 204 n. 769). 



180 A. MICHAELIS 

A sinistra, nelle pareti della scuderia, troYansi incastrati i 
seguenti frammenti di sarcofagi. 

9. Frammento di un sarcofago di Mcdea*, di buon lavoro e di marinri 
greco. E un pezzo della celebre composizioiie conosciutaci da grau numero di 
sarcofagi, pubblicati presso Robert, Griech. Sark.-Reliefs II, 72-75. II fram- 
mento alto m. 0,64, largo fino a 0,40, comprende i due fanciulli giuocaiiti 
sopra il cilindro, la madre che fissa lo sguardo su di essi e tienc nella destra 
la spada verticalmente alzata (la maggior parte del braccio sinistro manca), 
e finalmente un avanzo dell'abito svolazzante della Medea montata sul carro. 
AI di sopra dei fanciulli rimangono avanzi del tappeto steso, del materazzo 
del letto, e la mano sinistra stesa dell'infelice sposa (cf. Robert n. 194, 200, 
201). [AI niedesimo sarcofago apparteneva forse un frammento* alto m. 0,28, 
incastrato nel rauro al di sopra di n. 19: petto e braccio d. fino al gomito 
ignudo, omero s. coperto del pallio e testa cinta da Corona tortilis eviden- 
temente dell'Imeneo. Sul fondo dietro la testa si vede la porta di un edifizio.] 
10. II. Frammenti di due sarcofagi rappresentanti caccie, modernamente 
congiunti per formare un insiome *. 

10. L'estremitä sinistra e perduta. Orala scenacomincia a sinistra con un 
pino sul cui tronco striscia una lucertola. Piü a destra un cinghiale prorompe da 
uno speco verso s. (cosi) ; la sua testa e invisibile, ma sotto il collo resta 
una zampa anteriore di un leone (di un cane piü facilmente si spiegherebbe) 
con le unghie in su. Sopra l'orlo dello speco spicca un giovane clamidato, 
alzando la destra (per gettare una pietra). Poi seguono tre figure volle a destra, 
la Virtü vestita da Amazzone. col cane fra le gambe ; un cavaliere che vibra 
Tasta; un cacciatore con clamide svolazzante, anch'esso diriggendo l'asta contro 
un leone che arriva saltando da destra. AI di sotto del cavaliere un uomo bar- 
buto, di carattere barbarico e coi capelli ricciuti nel modo proprio africano, ve- 
stito di tunica a maniche e di mantello, e steso per terra, poggiando sul suolo la 
destra che atferra la spada nud:x, e difendendosi col braccio s. alzato e coperto 
del manto. II leone viene perseguitato da un cane che gli sta fra le gambe, 
mentre uno stambecco e sdraiato sul suolo. AI di lä del leone si vede l'avanzo 
di un «acciatore che guarda a sinistra, e dietro il leone in rilievo basso la 
garaba di un altro cacciatore. Sotto di lui havvi una lacuna; Testremitä destra 
della lastra manca, e venne rimpiazzata dal frammento n. 11. Scultura del 
secondo o terzo secolo, alta c. 0,72, lunga c. 1,60 m. Cf. i sarcofagi anno- 
verati dall'Helbig Ann. 1863, p. 93, p. es. Clarac II, 151, 186. Mon. Matth. 
III, 40, 1. 

11. Manca la parte sinistra. Un cavaliere volto a destra guarda ab- 
basso verso un leone che viene da d. assalito da un cane che lo perseguita, 
col petto perforato da uno spiedo, la cui asta e visibile a sin. del collo, la 
punta venendo fuori dietro il cane. Chi lo trafisse doveva trovarsi piü a sinistra. 
II cavaliere volto a destra, visibile al di sopra del leone, seconda un altro ca- 
valiere anch'esso volto a d. e che, al pari del compagno, vibra la lancia contro 
la lioness;i, la quäle, vonendo da s , salta coniro un terzo cavaliere fuggente 
a d. ; queslo volge lo sguardo verso la bestia, tenendo nella destra la lancia 



I.A RACCOLTA DE COURCEL A (ANKES • 181 

ed al braccio s. uiio scudo ornato di rilievo, col quäle si difende cnntro la 
lionessa. AI di sotto del cavaliere piu a destra si vedono due leoncini, l'uno 
facendo come il padre un salto a s., mentre Taltro sotto la madre cade a terra 
colla testa abbassata ; un uomo vecchio che sta caduto sul suolo li avrä presi 
e con ciö cominciato questo dramma di caccia. Scultura peggiore che in n. 10: 
marrao bigiccio. Alto c. 0,72, lungo c. 0,84 in. 

12. Sarcofago scannellato. senza scultura, coiriscrizione che non trovo 
nel Corpus: 

D ß M 

C LA V D 1 A 
DOCIMINAE 
CLAVDIVS Hl 
ß LARIANVS 
PATRl DVL 
CISSIJWO 

12«. [Statua di Venere, grande inetä del vero, priva di testa e braccia, ve- 
stita di Chitone cinto sotto le maminelle, cd imazio che le cuopre il dorso e la 
gamba destra piegata col piede posto sopra qualche rialzo. II jdinto e rotto a 
sinistra di chi guarda, e pare suU'altra parte sia stato posto Marte, abbracciato 
e guardato da VenereJ. 

La piü gran parte dei frammenti, per lo piü minori, e inca- 
strata nelle pareti dell'andito fatto a volta a destra deH'ingresso. 
Accanto diesso sta: 

13. Sarcofago scannellato. Nel quadro centrale il solito gruppo di Aniore 
e Psiche, alle due estremitä Amore poggiato sulla face. 

Nell'andito stesso ci sono anche poche sculture moderne dei 
tempi del rinascimento ; fra le antiche ho notato le seguenti: 

14. Fraramento di rilievo sepolcrale attico. Avanzo di una cosid. cena 
funebre. Resta parte di un letto coiruorao coricato su di esso e della inensa 
a tre piedi ; a desrra, a capo del letto, sta assisa una donna, vestita di Chi- 
tone e di manto che le vela la testa; l'una gamba e posta sopra l'altra; la 
sinistra mano riposa nel grembo, il dcstro gomito sul ginocchio, la destra 
mano alzata afFerra il velo. Alto c. 0,25, lungo c. 0, 27 m. 

15. Rilievo sepolcrale, nello stile dell'Asia Minore*. Tocco di mano 
((ffltwö-t?). Un uomo assiso a sinistra porge la destra ad una donna ritta in 
piedi, con ventaglio a guisa di foglio, accanto aUa quäle stassi una serva 
piccinina, che porta nella destra due bastoncini alzati (flauti ? forbici ?) e sulla 
sinistra canestro o cista. Nella parte superiore indicazione d'un frontone a 
rilievo, con uno scudo dentro. 

16. Avanzo di un cosid. rilievo choragico * (cf. Clarac II, 120, 39. .4«c. 
Afarhles TS, 36, 2). Restano a sinistra la base triangolare di un tripode vo- 
tivo, poi parte della figura di Latona; tutto il resto nianca. Probabilmente 
questo marmo faceva giä parte della collezione Pourtales, v. Dubois, Descr. 



182 A. MICHAELIS 

des ant. n. 4. Cf. Telenco di simili rilievi presse Jahn, Griecli. Bilderchro- 
niken p. -45. 

17. Frammen+i di piccolo sacofago a concetti greci in esecuzione me- 
diocre. A sinistra un Araore ginocchioni, volto a sinistra, poggiando la testa 
nella destra. [Rassoraiglia ai cosi detti genii della morte, ma qui pare debba in- 
tendersi piuttosto giacente in sonno cheritto]. Seguono un giovane colla siringa, 
im altro con un grappolo d'uva nella destra e tenendo colla sinistra un lembo 
pleno di frutti, un terzo che alza con la destra un piatto pleno di frutti ed 
abbassa colla sinistra uiia face. Chiude la schiera un giovanetto ubbriaco, 
tenuto da due compagni, gruppo spesse volte ripetuto. [Colla sinistra riposante 
suUa testa cinta da bende egli e evidentemente un Bacco ragazzo]. V. relenco 
di tali rappresentanze pr. Matz, Arch. Zeitung. 1872. p. 16, n. 37, 1. 

18. Franiraento di sarcofago riferibile ad Endimione *. Selene veUficans 
condotto da un Aranrino, discende dal carro verso la sinistra ; un altro Arao- 
rino le vola dinanzi, volto verso di lei. 

19. Frammento di sarcofago delle Muse. Restano un pilastro con vo- 
lume sopra, ed accanto una Musa (« Clio ») collo stilo (la mano d. rotta), poi 
una Musa (" Euterpe ») veduta di fronte, col mantello dietro le spalle, l'at- 
teggiamento delle braccia indicando che giä portava i flauti lunghi ; poi la 
Musa colla maschera tragica (« Melpomene " ), finalmente la testa di Minerva. 
V. il catalogo di simili sarcofagi pr. Bie, Musen p. 58 n. 3 e p. 59 n. 1. 

[19* Di un sarcofago simile, ma un po' maggiore resta il torso di Talia 
presso i frammenti 9 sg.]. 

20. Avanzo di un piccolo sarcofago riferibile a corse circensi. Non e 
restato che un Amore sul carro, e nel fondo la spina con uova sovrapposte. 
Cf. p. e. Visconti, Mus. Pio Clem. V, 39. 

21. Coperchio di sarcofago. Fra due niaschere stanno tre Araori dando 
la caccia ad un orso. uno stambecco, ed un leone. 

22. Coperchio di sarcofago uii po' distrutto, rappr. caccie. Fra due ma- 
schere barbate c'e un quadro nel cui fondo vedonsi sei alberi, allori, quercia, 
pino. Comiiiciando dalla sinistra, un giovane, ginocchioni verso la sinistra, 
con un cane accanto, vibra l'asta verso la destra contro un leone fuggente, 
che sta divnrando un uomo caduto a terra; al di lä del leone vedesi una testa 
volta a destra, in bassissimo rilievo. Dalla destra un cacciatore scaglia una 
pietra contro la belva. Segue un cervo (?), volto a destra, attaccato da due 
cani. Airestremitä destra un uomo barbato, vestito di chitone.ed armato di 
una lancia, guarda a sinistra col viso spaventato e col braccio dostro alzato. 

23. Coperchio di sarcofago * tagliato giü e dalla destra, A sinistra avanzo 
di maschera giovanile. Seguono le Stagioni giaceiiti sul suolo, colle metä 
superiori del corpo ignude. La coppia rimastaci si guarda, e fra loro stanno 
due Amorini clamidati con canestri, ciascuno volto verso una delle Stagioni. 
Dietro la Stagione a destra avanzo d'un simile Amorino. Altri esempi di si- 
mili coperchi V. presso Petersen Ann. 1861 p. 215 n. 2. 

24. Tavoletta con iscrizione attica ^ giä delle collezioni Choiseul (n. 183 
Dubois), poi PourtaR's (n. 3 Dubois): C. 1. Gr. 261; C I. A. III, 1078. La 



LA RAi'COI.TA DE COURCEL A CANNES 183 

superficie essendo in parte assai corrosa nou hu potuto preudüre uua copia, 
posso perö assicurare che iiella 1. 7 il secondo iiome e ZHXtDf, non X/;*'... 

[25. Rilievo sepolcrale romano , assai ben conservato. Uomo e donna 
(priva di testa) coricati sul sofä. 1/uomo barbuto dalla fisonomia un po' bar- 
barica, incoronato di alloro, tieiie con la sinistra un grande scifo e protende 
]a d. per prendere un serto di fiuri offertogli da un servo accorrente anch'esso 
con la benda nei capelli. Nella destra pendente egli porta un oggetto che 
sembra una himpa. Sotto il sofä due scarpe. 

26. Alti'o piccolo rilievo sepolcrale greco-r omano : un atleta barbato iguudo 
sta di faccia con un oggetto non ben chiaro nella raano s pendente. La destra 
alzata e rotta. Egli vien incoronato da un palliato che gli sta a destra, mentre 
un ragazzo ignudo a sinistra gli porta la strigile nella destra e la veste sul- 
roraero sinistro. 

27. Piccolo rilievo votivo *, alto m. 0,60, largo m. 0,43. Le tre Ninfe 
metä ignude stanno di faccia in una nicchia a guisa di conchiglia; le due a s. 
posano eiascuna una mano sopra un'urna dalla quäle profluisce Facqua, [come 
pure dalla conchiglia tenuta dalla terza frammezzo delle altre due. 

28. Grazioso capitello di pilastro * alto m. 0,63, largo ni. 0,71. La parte 
inferiore e coperta di acanto sul quäle si rilevano due Amorini, ognuno con 
una fiaccola nelle mani. Nell'ordine superiore due. Tritoni alati simmetrica- 
mente tengono una cetra, mentre sulle loro Code siedono cavalcioni due altri 
Amorini. 

29. Parte superiore di grande sarcofago. Teste ed omeri di sei uomini: 
il primo, secondo, terzo, quinto da sin. a ritratto con barba rasa, tutti volti 
a destra il quinto incoronato ; pare stia sacrificando, giacche a destra gli sta 
il sesto, di faccia, suonando le tibie, mentre il quarto, giovane, visibile piü in 
fondo, guarda a sin. 

30. Frammento di un gruppo *. Parte superinre di una donna giovane 
ignuda di capelli lunghi, sui quali preme un pugno grande al vero, che pare 
afferri uno o due serpenti. La donna che e di proporzioni assai minori aveva 
le braccia alzate, per liberarsi, come pare, dall'avversario. Ercole e TEchidna? 

31. Frammento di rilievo ben lavorato *. Parte superiore di donna con 
ignuda la parte destra del scno. Una man sin. aiferrandone i capelli alla nuca 
tira la testa indietro, ma viene presa da una man destra, credo della donna, 
per liberarsi. Amazzonomachia ?, 

32. Frammento di rilievo (di sarcofago ?), alto m. 0, 32, largo 0,25 : 

due satiri giovani, l'uno ignudo, l'altro con le gambe in parte coperte, stanno 

assisi accanto ad un albero guardando attentamente a destra]. 

Strassburg, maggio 1893. 

Ad. Michaelis. 



ZEUS IN VILLA ALBANI. 




Das beistehend veröffentlichte Bildwerk ist an sich unscheinbar, 
verdient jedoch seinem Gegenstande nach die groesste Aufmerksam- 
keit. Dasselbe befindet sich in Villa Albani in der Halle zwi- 
schen Hauptgebäude und Bigliardo, neben dem angeblichen Numa 
mit no. 111 bezeichnet ('). Ergänzt ist die halbe Nase und die 

(') Morcelli-Fea- Visconti, Deacriptlon de laVilla Albani: Portrait d'hom- 
ine inconnu, hermPs grand comme nature, marbre grec. 



/.EIS IN VILLA ALBAM 



Büste mit Lockenenden. Die empfindungslose Hand des römischen 
Verfertigers, der gesunkene Geschmack der späten Entstehungszeit, 
welche sich neben dem allgemeinen Pormencharakter in der reich- 
lichen Bohrarbeit und den eingegrabenen Augensternen veriäth, 
endlich die Ungunst der Zeiten und Elemente — alles hat sich ver- 
bunden, unser Werk zu einem der unerfreulichsten Gegenstände 
der Betrachtung zu machen ; diesem Umstände ist es wohl zuzu- 




schreiben, dass dasselbe bisher unbeachtet geblieben ist. Die ganze, 
Bedeutung des Stückes — dieselbe ist für die Wissenschaft gross 
genug — liegt darin, dass es uns einen Zeustjpus, von dem wir 
bisher nur aus Münzbildern Kunde erhielten, in plastischer Nach- 
bildung erhalten hat, einen Typus, dessen idealster Vertreter kein 
Geringerer ist als der Zeus des Phidias zu Olympia. Hierin aber 
steht unser Kopf vorläufig ganz allein, und wir sind gezwungen, 

13 



186 W. AM ELL- NC. 

auch das uuscheinbarste MonumeDt, welches unsere Anschauung in 
dieser Hinsicht fördern kann, dankbarer und eingehender Betrach- 
tung zu unterziehen. 

Die Deutung auf Zeus ergiebt sich sicher nach den Formen 
des Gesichtes und des Haares, und den letzten Zweifel beseitigt 
der Kranz, dessen längliche Blätter entweder vom Lorbeer oder 
vom Oelbaum stammen. Die ruhige Milde des Ausdrucks, die Ein- 
fachheit der Gesichtsformen, vor allem aber die Behandlung der 
Haare weisen das Original unseres Zeus der Zeit des Phidias zu; 
und mit diesem tritt dasselbe in die allernächste Beziehung, wenn 
wir fast alle Züge, welche seinen Zeus zu Olympia so charakteri- 
stisch auszeichnen, auch an unserem Kopfe wiederfinden. Die zu- 
verlässigste Abbildung der betreTenden elischen Münzen befindet 
sich im Numism. comm. on Pausanias, Imhoof-Blumer and Gardner, 
P. XX-XXII. Danach waren die Haare auf dem Schädel vom Schei- 
tcil gleichmässig nach beiden Seiten abwärts gestrichen bis zu dem 
umschliessendeu Kranz, lieber der Mitte der Stirn teilen sich dann 
vor dem Kranz die Strähnen und fliessen in schönem Bogen nach 
beiden Seiten auseinander, bis sie hinter dem freiliegenden Ohre 
zurückgestrichen verschwinden. Vor den Ohren fällt eine breite 
Schläfenlocke herab und leitet zu dem einfach geordneten Barte 
über. Alles dies stimmt bei beiden Köpfen vollkommen überein, 
und auch die Formen des Gesichtes scheinen, soweit sich nach dem 
Münzbilde urteilen lässt, die gleichen. So beachte man die Schwel- 
lung der Stirn, die weit geötfneten Augen, die länglichen Wangen 
und das Kinn, welches auch unter der Masse des Bartes hervor- 
tritt. Der Unterschied beginnt erst bei der Anordnung des Haares 
im Nacken ; denn während auf der Münze die Locken unter dem 
Kranz gelöst herab-und vorgleiten, fällt bei unserem Kopfe jeder- 
seits nur je eine Locke nach vorne ; die übrige Masse ist in einem 
Schöpfe aufgebunden. Von einer Einheit des Originales bei beiden 
kann also nicht mehr die Rede sein ; ist doch diese herabwallende 
und der Neignung des Kopfes folgende Lockenfülle beim Zeus zu 
Olj^mpia gerade so bedeutsam und jedenfalls den eigensten Absich- 
ten des Phidias als eine charakteristische Neuerung entsprungen. 
Das Original unseres Kopfes dürfte vielmehr der unmittelbare Vor- 
läufer des höchsten Ideales gewesen sein, und zur Bestätigung 
kann dienen, dass der Zeus des Parthenonfrieses ebenfalls das Haar 
im Nacken aufgebunden trägt. 



ZEUS IN VIIJ,.\ At.HAM 187 

Einen sicheren statuarischen Zeus aus der Umgebung des Phi- 
dias besitzen wir nach Treu (Arch. Auz. 1890 p. 107 n. 1892 p. 1 f.; 
Hettner, Katalog, 4. Aufl. p. 66 no. 59) in der als Asklepios er- 
gänzten Statue des Dresdener Museums ('). Die Vergleichung mit 
unserem Kopfe ist äusserst lehrreich, denn stilistisch ergeben sich die 
schlagendsten Analogieen, nur dass die Behandlung der Haare an 
unserem Zeus noch altertümlicher erscheint. Sonst aber die gleiche 
Bildung und Begrenzung der Stirn, die leichte Schwellung über 
Nase und Augen, der Winkel in der Protillinie, die Bildung der 
Augen und besonders des Teiles zwichen Braue und Oberlid, die 
Modellierung der Wangen, die Ansatzlinie des Bartes, die Bildung 
des Schnurrbartes, das vortretende Kinn — alles ganz übereinstim- 
mende Züge, welche beide Werke der gleichen Schule zuweisen. 

Einen ausführlichen Beweis für die Deutung der Dresdener 
Statue als Zeus ist uns Treu noch schuldig. Im Vergleich mit 
unserem Kopfe ergeben sich so grosse Unterschiede in dem Aus- 
di-uck des geistigen Wesens ebenso wie in bedeutungsvollen Aeusser- 
lichkeiteu — man beachte besonders Haar und Bart — , dass ich auch 
hiernach geneigt bin, an der älteren Deutung als Asklepios fest- 
zuhalten. Das ändert jedoch nichts an dem obigen Resultat, wel- 
ches die zuerst gegebene stilistische und zeitliche Fixierung des 
besprochenen Werkes bestätigt. 

W. Amelung. 



{') Eine Replik des Kopfes ist in Münch.^n; cf. Brunn, Glyptothek 188; 
p. 208 u'K 152, wo der Typus der Schule des Phidias zugewiesen wird. 



UEBER EINEN TORSO DER GALLERIA LAPIDARIA. 

(Taf. V. VI). 



Auf Taf. V, VI ist Vorder- und Rückseite eines Torso darge- 
stellt, welcher sich in der Galleria lapidaria des Vaticans befin- 
det. Das Material, aus dem die Statue besteht, ist griechischer In- 
selmarmor. Wii' sehen die überlebensgrosse Figur eines reifen Jüng- 
lings etwas nach rechts geneigt aus Schilf emporragen, soweit dass 
noch die Hüften sichtbar sind. Der jetzt abgebrochene Kopf war, 
wie die erhaltenen Teile des Halses zeigen, nach links oben gewen- 
det. Die reichen Lockenmassen, die ihn bedecken, fallen auf beide 
Seiten der Schulter und auf den Rücken hinab. Den 1. Arm, dessen 
untere Hälfte aus besonderem Stück gearbeitet war und jetzt vei- 
loren ist, streckt der Jüngling seitwärts, lieber die Bewegung seines 
r. Armes, der mit einem Teil der Schulter ebenfalls angesetzt Avar, 
können wir nur soviel sagen, dass er nicht nach oben gerichtet war. 
Ausser dem Verlust von Kopf und Armen hat die Statue noch an- 
dere Unbilden erfahren. Die Locken auf der r. Schulter sind teil- 
weise weggebrochen ; ausserdem ist die ganze Oberfläche, wie na- 
mentlich am Hals und au der 1. Achsel zu erkennen ist, überar- 
beitet worden. Dazu hat sie namentlich an der 1. Brusthälfte durch 
die Hiebe beim Ausgraben und im untern Viertel durch Corrosion 
gelitten. Auch die Löcher, die sich an der r. und 1. Schulter sowie 
in der r. Glutäe befinden, sind keinesfalls ursprünglich. Das letzt- 
erwähnte Loch, welches sehr sorgfältig gearbeitet ist und in senkrech- 
ter Linie ganz hindurchgeht, lässt im Zusamenhaug mit der Corro- 
sion der unteren Teile darauf schliessen, dass die Statue später 
als Brunnenfigur verwendet war. 

Trotz des schlechten Erhaltungszustandes können wir noch 
überall die vorzügliche Arbeit des Künstlers bewundern. Brust 



TH. PREGER, l KBER KFNEN TORSO DER 0.\I.I,ERI\ L.VPIDARtA 180 

und Rücken sind ausgezeichnet modelliert. Doch treten Muskeln 
und Adern nicht so scharf hervor wie z. B. bei pergamenischen 
Skulpturen; der Künstler will noch nicht prunken mit anatomi- 
schen Kenntnissen. Wir erhalten nicht den J]indruck übermässig 
strotzender Kraft, sondern den eines schön entwickelten Körpers, 
dessen Formen allenthalben durch die Haut durchscheinen. Na- 
mentlich tritt die Zartheit der Bildung am Rücken hervor, wo der 
Eindruck der Weichheit noch durch die üppigen Haare verstärkt 
wird, die sich an den Körper anschmiegen. 

Doch wer ist der Jüngling, der aus dem Schilf emporragt und 
beide Arme wie es scheint seitwärts streckt ? Es kann, wie mir dünkt, 
wohl niemand anderes sein als ein Flussgott, der aus seinem feuchtem 
Elemente auftaucht. Uns ist allerdings die Darstellung von gela- 
gerten Flussgöttern geläufiger, doch kommt daneben auch der Typus 
des mit dem Oberkörper aus dem Wasser ragenden vor. Von spä- 
teren Beispielen erwähne ich den Danubius auf der Trajans-und der 
Marc-Aurel-Säule, und eine Münze von Leukas in Coeles3Tien 
(Saulcy, monnaies de la terre sainte pl. 1) ('). Das bekannteste aber 
und auch älteste Beispiel ist der Orontes in der Gruppe des Eu- 
tychides, welche die Stadt Antiochia als Göttin mit dem Fluss zu 
ihren Füssen darstellt. Ja ich möchte die Vermutung wagen, dass 
wir in unserm Torso'den Teil eines Exemplars dieser Gruppe haben. 

Von dem Werke des Eutychides haben wir eine Reihe von 
Repliken, die leider alle sehr klein sind, während das Original je- 
denfalls eine beträchtliche Grösse liatte. Nicht in Betracht kommen 
für unsern Zweck die Exemplare, welche die Stadtgöttin allein wie- 
dergeben, zumal bei ihnen ohnehin zweifelhaft ist, ob sie gerade 
Antiochia oder nicht vielmehr irgend eine andere Stadt darstellen {-). 
Mit dem Flussgott zu ihren Füssen finden wir die Stadtgöttin vor 
allem in der bekannten vatikanischen Statuette (Brunn-Bruckmann 
T. 134), die Ende des vorigen Jahrhunderts vor Porta S. Giovanni 
gefunden wurde. Am Orontes sind beide Arme neu : ausserdem hat 
der Ergänzer Cavaceppi die ganze Gruppe mit einer Plinthe umge- 

(1) Vgl. auch Schreiber hell. Keliefbikl. t. 31. Das Mosaik in den Ann. 
d. Ist. 1838 tav. (Vagg. (nach Guattani monum. inecl. 1786 p. LI) ist wohl 
sicher gefälscht; s. Visconti Miiüec Pin-Clement. III, ]>. 228. 

(2) Atti dl Torrno III t. XV; Michaelis Arch. Ztg. 1866 p. 256 ; Bull 
delVht. 1862 p. 23. 



190 TH. PREGER 

1)311, SO dasrf der Fliissgott jetzt nicht mehr so weit ans dem Boden 
ragt wie ursprünglich. Eine andere ]\rarmorreplik befand sich früher 
in der Vigna Campana (0. Müller, Handbuch § 158, 5) und ge- 
langte später mit der Sammlung Campana nach Petersburg (n. 271 
Guedeonow). Nach Notizen, die ich Herrn Prof. Kieseritzky verdanke, 
fehlt am Orontes der Kopf. Die Arme liegen auf der mit Wellen 
bedeckten Basis auf. Ebenfalls in Rom wurde eine Silberstatuette 
der Gruppe gefunden, welche von Percy Gardner im Journal of 
Hellenlc stmlies IX t. V verötfentlicht worden ist. Wie aus der Abbil- 
dung ersichtlich, stimoit sie im allgemeinen mit dem vatikanischen 
Exemplar überein. lieber eine vierte Statuette aus Bronze, welche vor 
1870 im Collegio Romano war (0. Müller Handbuch § 158, 5), ist 
nichts weiter bekannt. Ausserdem kennen wir die Gruppe aus 
Münzen von Antiocheia, deren Bild dann auf vielen Münzen asia- 
tischer Städte wiederkehrt. (Belege bei Röscher s. v. Flussgötter; 
Abbildungen einiger Antiochener Münzen bei 0. Müller Aniiqu. 
Äiitioch. t. B.j. 

Die Repliken stimmen unter einander nicht genau überein: 
bald ist der Kopf die Flussgottes nach rechts, bald nach links ge- 
wendet. Der Oberkörper ragt auf den Münzen und wohl auch bei der 
vatikanischen Statuette weiter aus dem Boden heraus. Einmal setzt 
die Göttin den Fuss auf die rechte Schulter des Orontes, ein andermal 
nicht. Diese Verschiedenheiten beweisen, dass wir in Kleinigkeiten 
aus den kleineu Repliken nicht auf das Original schliessen können. 
Wenn also unser Torso auch von der einen oder andern Replik 
abweicht, so ist dies kein Grund gegen die Identificierung Im 
Avesentlichen stimmt er überein. Und dass unser Torso zu einer 
Gruppe gehörte, scheint auch daraus hervorzugehen, dass der Schilf- 
kranz ihn bloss von drei Seiten umgibt, auf der vierten eine senkrechte 
Fläche ist, als ob er hier an etwas anderes angfefüjjt grewesen wäre. 

Die vier oben erwähnten Wiederholungen der Gruppe des Euty- 
chides tauchten säramtlich in Rom auf. Schon dadurch wird wahr- 
scheinlich, dass eine grosse Copie der Origiualgruppe in Rom 
stand. Ueberliefert ist uns hierüber nichts. Doch ist leicht anzu- 
nehmen, dass Antiochia, wie es andere Statuen aufs Kapitol schickte 
(Malalas p. 212 Bonn.), so auch eine Kopie seiner berühmtesten 
Statue der ewigen Stadt schenkte, sei es um zu schmeicheln oder 
zu danken. Bekannt ist, dass auf dem Forum Julium 14 kleinasia- 



UEBER EhNEN TORSO DER GALLERIA T-API1)ARIA 191 

tische Städte ihre Standbilder aufstellten zum Dank für die Hülfe, 
die ihnen Tiberius nach einem grossen Erdbeben angedeilien Hess. 
Ein ähnlicher Grund könnte auch bei der Aufstellung der Antio- 
cheia und des Orontes vorgelegen haben. 

Das ist es was ich zur Begründung meiner Vermutung sagen 
kann. Ich weiss wohl, dass sie sehr gewagt ist, doch glaube ich 
immerhin, dass sie einiger Wahrscheinlichkeit nicht entbehrt. 

Rom. 

Tu. Pkeger. 



ZUR VERWALTUNG DES ILLYRISCHEN ZOLLES. 



In der letzten Zeit sind zwei auf das publicum iwrlorii Illy- 
rici bezügliche Inschriften gefunden worden, die unsere bisherige 
Kenntnis dieser Institution etwas modificieren ; in welcher Weise, 
sollen, im Anschlüsse an die jüngste Publicatiou über diesen Ge- 
genstand, A. von Doniaszewskis ' Studien zur Geschichte der Donau- 
provinzen, I. die Grenzen von Moesia superior und der illyrische 
Grenzzoll (Archaeologisch-epigraphische Mittheilungen Bd. XIII 
S. 129 If.) die folgenden beiden Abschnitte zeigen. 



I. 



Bisher haben an dem pannonischen Laufe der Donau namentlich 
bezeugte Zollstationen gefehlt; Domaszewski sucht dies a. a. 0. 
S. 140 tf. durch die Annahme zu erklären, dass hier an der Keichs- 
grenze zur Zeit der staatlichen Erhebung des publicum portorii 
iiectigalis Illyrici die Verwaltung des Zolles anders organisiert wai" 
als im Innern des Reiches : ^ Während im Innern des Reiches die 
Verwaltung des Zolles eine civile war, werden wir an der Reichs- 
grenze vielmehr den sachlichen Bedingungen entsprechend eine mi- 
litärische Organisation des Zolles voraussetzen dürfen » . Er glaubt 
auch Spuren dieser Verwaltung constatiren zu können. Nun hat 
aber neuestens A. Müllner in der Mittheilungen der Centralcom- 
mission zur Erf. u. Erh. der Kunst-und bist. Denkmale Bd. XVIII 
(1892) S. 63 eine Inschrift veröffentlicht, die er in der Kirche zu 



K. PATSCH, ZI'K VKRWAI.TCNT, DES II.I.YRISCHEN ZOLLES 19:! 

Münkendorf bei Stein in Krain (24 km. nördl. von Emona Laibach, 
20 km. östl. von A Irans S. Oswald) gefunden hat: 

M D 
• • • • • ATAI-ANXXII 
CONIVGI . CARISSIM 
INGINVVS • VICTI • G 
5 IIIYRI I SER 3SC 
SIAT • AQVINC 

. . . M{anibus) D{is). . . ata[ß'] a}i{iiorum) XXI coniugi caris- 
sim{ae) hig\_e\nuu8 v[_e~\ctlg{alis) I[lf\yrid[;l^ ser{vus coiiira)- 
sc{rq)tor) s[f\a{Uonis) Aqiänc{erms). 

. Diese Inschrift lehrt, dass der Zoll am Limes gerade so erhoben 
wurde wie an den Binnenlinien: dm-ch kaiserliche Sklaven ('): 
Dass den Zollbeamten , besonders jenen am Limes , militärischer 
Schutz zutheil geworden ist, wird jedoch nicht in Abrede zu stellen 
sein, darauf weist auch hin das nicht seltene Zusammenfallen der 
Zollstätten mit Stationen der beneficiarli considaris (-), die nach 
Mommsen [E. E. IV S. 529) Kommandanten kleinerer Detache- 
waren. 

Ein Ingenuus, Sohn des Faustinianus, der vilicus vectigalis 
Illyrici war, wird in der Inschrift aus Boiodurum C. III 5691 ge- 
nannt, vielleicht ist er identisch mit unserem coiitrascriptor. 

Die Bezeichnung des Ingenuus als vectigalis Illyrici serous 
contra scriptor verweist die Inschrift in die Zeit nach der Aen- 

(1) Freigelassene sind "unter dem Personale der Zollstationen " bisjetzt 
nicht nachweisbar; vgl. Domaszewski S. 153 Anm. 112, dagegen S. 135. 

(2) BoiodtirumiC.mS 121. 5691; — 5690); statlo Ese... (Ischl am Chieni- 
see Domaszewski a. a. 0. S. 138 Anm. 58) und Bedaimn (5575. 5580); Atram 
(5117. 5120-24. E. E. IV 585. E. E. 967 (?); — E. E. II 969); Sirmium (Do- 
maszewski a. a. 0. S. 136;— 6440); Intercisa (Domaszewski a. a. 0. S. 140; — 
3329. E. E. II 597) ; Ratiaria (Domaszewski S. 136; — 6291) ; Kacanik (8185 ; — 
8184 vgl. 8237). Nicht ohne Bedeutung dürfte es sein, dass ein beneßciarius nebst 
andeien Ciöttern auch dem Genius commerci einen Altar stiftet: C, III 3617 
(gef. in Räkos-Pälota bei Aquincum): /. o. m. et] Junoni et Genio Ciniaemo 
et Genio commerci M. A[ur.] Secenn'lus] hf. cos. l[eg. II] adi. v. l. [ni. s.\, 
ebenso wie der vilicus stationis Pontis Augusti C III 1351 S. 7853. 



194 K. TATSCH 

derimcr der Erhebiinorsart des Zolles unter Marc Aiirel oder Com- 
modus (vor 182); in dieser Zeit tritt mit der directen Erhebung 
des Zolles der Name publicum portorii vectigalis Illijrici an die 
Stelle des zur Zeit der Verpachtung üblichen publicum portorii 
Illijrici et ripae Thraciae ('). 

Die aus dieser Inschrift deducirte Verwaltungsweise konnte 
bereits aus CIL. III n. 3827 = EE. 11 n. 593 [gat in Intercisa an 
der Donau) erschlossen werden, hier wird ausdrücklich ein Sklave 
als praepositus der Zollstation erwähnt : Beo aeterno pro sal{ute) 
d{omiiii) )i{ostri) Sev{eri) A[lexandri'\ P{ii) F{elicis) Äug{usti) 
et \_Iul{iae) Mamey.ie Aug{ustae) m.a{tris) Aug{usti) vot{um) red- 
[dit) l{ibens) Cosmus pr{aepositus) sta{tionis) Spondilla sjnag. (-). 
In der von Domaszewski S. 140 pubiicirten und für seine These 
verwendeten Inschrift aus Intercisa 



d 



EO • SOLI AV).^ 
LIMVS • STAT -j 

Vb-v-s-l-m / 



ist nicht eine bisher völlig unbelegte Beamtenklasse des 7;^«(^//(?2^m 
portorii, die der stationani piiblici, zu erkennen, sondern es ist 
zu verstehen [? A~\limAts, der Sklave von der Station des publiciirii 
portorii: \^^ A^imu8 slat{iorvls) \_p~\ub{llcl). Der Name der Station 
brauchte in einer an der Zollstätte selbst geweihten Inschrift nicht 
näher augegeben zu werden. 

Bestätigt wird durch die Münkendorfer Inschrift Domaszewskis 
aus Grund der Inschrift des Claudius Xenophon {C. III 6575 S. 7127) 
und der Constatierung einer Station in Durostorum (C. III S. 7479) 
gdfiihrter Nachweis (S. 139), dass die Lager innerhalb der ZoUinien 
lagen. 

Schliesslich drängt sich bei der Münkendorfer Inschrift die 
Frage auf, wie Ingenuus, der in Aquincum stationirt war, dazu 
gekommen ist, seiner Frau in oder bei Münkendorf einen Grabstein 
zu setzen. Ich glaube, eine Antwort darauf finden wir, wenn wir 
die Versetzungen der servi von einer Zollstätte auf die andere be- 
trachten : C. III 5121 (Atraus): D. i. M. Eutyches lulior. c. p.p. 

(') Domaszewski a. a. 0. S. 134. 

(2) Ueb.-v Frei^felassene als Vorsteher von Zollbureaus vgl. H. Dessau 
der Steuertarif von I'almyra Hermes XIX S. 532 Anm. 3. 



ZIJK VERWALTUNG DES II.I.VKISCHEN ZOLLES iTlS 

ser{vus coiilra)8c{rij)tor) stationis Boiod{are,ms\ ex vik{ario) 
Benigni vil{ici) stationis Atradii/i{ae), aram cum sif/no Lunae 
exvotoposuit; C. 111 = 1361 S. 7853 (üeva): /. o. m., terrae Dac. 
et genio p. R. et commerci Fetix Caes. u. se]^r{viis)'] vil{icus) 
statio{iiis) Po Iltis Aug{ifsti) promot\_us ex st{atione) Mic{ia) ex 
üik{ario)'] . . . ; ein Hermes war, wie seine Stiftungen in Nikopolis 
{C. III 751 = S. 7434) und Almiis {C. III 6124) dartlum, an 
zwei Orten als vilicm tbätig; eine Analogie zu unserem Steine 
bietet auch die in Pettau, einer Zollstation, gefundene Inschrift 
eines viliciis der Station Savaria, KE. IV 480: Augg?^ nn. vil- 
sfat{iodis) Savarensis. In Müukendorf selbst eine Station anzu- 
nehmen, liegt kein Grund vor, eine fahrbare Verbindung scheint 
vor hier aus nach Steiermark hinüber nicht bestanden zu haben, 
es befanden sich aber in der Nähe zwei Zollstätten in Atrans und 
Ad publicams ; vielleicht hatte Ingenuus dieselbe Laufbahn wie 
Eiityches : er war erst Vicar in Krain, dann contrascriptor in Aquiu- 
cum und verlor vor Antritt des zweiten Postens sein Weib. Das 
Avancement vom vicarius zum contrascriptor ist auch sonst be- 
zeugt: C". III 5691 (Boiodurum): D. M. Faust iniano vect. II- 
lyric. oit. Ingenus fit. et Felix {contra)sc{riptor) ex vik{ario) 
eins b. rn. p. p. 

II. 

Domaszewski ist S. 152 geneigt, Dalmatien aus dem illyri- 
schen Zollgebiete auszuscheiden; ein im Agramer Vjestaik hrvat- 
skoga arkeologickoga druUva 1892 S. 1 publizirter Stein zeigt, 
dass auch hier der Schluss ex silentio gefährlich ist. Im Juli 1891 
fand ein Bauer in Vratnik oberhalb Zengg, dem alten Senia, nach- 
stehende Inschrift: 

I -M 

SPELAEVM CW\ 

OMNE -IMPEN 

SA HERMES C 

I 5 ANTONIRVFI 

PRAEF VEH ET' 

COND P ' P ' 

SER VILI C FORTY 

NAT FECIT 



196 K. PATSCH 

Vgl. die von S. Ljubic fehlerhaft wiedergegebene Lesung 0. Hirsch- 
felds Vjestnik 1892 S. 61 : I{iivicto) M[ithrae) spelaeum cum omne 
impeasa Hermes C. Antoiii Ruß praefiecti) veh{iculorum) et con- 
d{uctoris) p{ublici) p{ortoni) ser{vus) vilic{us) Fortuaat{ianus) 
fecit. 

Wir dürfen aus dieser Inschrift mit demselben Rechte auf 
eine Station des publicum portorii Illijrici in Senia schliesseu, 
mit dem dies Domaszewski auf Grund von C III S. 8163 für Gu- 
berevce('). gestützt auf C. III S. 8185 für Kacanik (-) und mit 
Rücksicht auf C. III 8213 und 8256 für Kumanovo und Tru (3) 
gethan hat. An einen besonderen Zollbezirk Dalmatieu wie etwa 
Sicilien oder an eine aus der republicanischen Zeit bewahrte Zu- 
gehörigkeit dieser Provinz zu Italien kann darnach nicht mehr ge- 
dacht werden ; Dalmatien bildete einen Theil des illvrischen Zoll- 
gebietes. 

Da Domaszewski die Yermuthung ausgesprochen und zu be- 
gründen gesucht hat (^), dass das grosse illjrische Zollgebiet wieder 
in einzelne Districte zerfiel, die mehrere Provinzen umfassten, ist 
zu fragen, ob Dalmatien einem Districte angehört oder einen sol- 
chen für sich gebildet hat. Nach den Stationen, die Domaszewski 
längs den Grenzen Dalmatiens constatiert hat, ist das letztere der 
Fall : es finden sich Zollstationen sowohl au der dalmatisch-ober- 
mösischen Grenze, in Guberevce bei Stojnik('^) und bei Kacanik 
nördlich von üesküb ('') wie in Sirmium ; die letztere konnte nur 
gegen Pannonien gerichtet sein. Ebenso standen für sich die Pro- 
vinzen Raetien Noricum und wohl auch Dacien. Vielleicht gab es 
überhaupt keine mehrere Provinzen umftissende Districte, sondern 
sämmtliche Provinzen innerhalb des illyrischen Zollgebietes waren 
von einander durch Stationen geschieden. Mehrere können dabei 
immerhin einen procura^or gemeinsam gehabt haben, wie dies Do- 
maszewski für die tres Daciae und Moesia inferior statuiert hat (■'). 

(1) S. 133 f. 

(2) S. 144. 
(^) S. 152 f. 
(4) S. 138. 
(•=*) S. 133 f. 
(«j S. \A\ 

{-) s. I ;!«). 



y.VR VERWALT1•^G DES II.I.YRISi HEN ZOLLES 197 

Der in der Inschrift von Senia genannte Hermes ist selbst nicht 
weiter bekannt, er hat mit dem Hermes serous vilicas von Niko- 
polis {C. III 751 = S. 7434) und Almus {C. III 6124) wohl nichts 
zu thun, dieser gehört den Juliern Januarius Capito Epaphroditus; 
dagegen sind bezeugt sein Herr C. Antonius Rufus und der Sklave 
Fortunatus, dessen vicarim Hermes früher gewesen ist: 
G. III 5117 (Atrans): Ätraatl Aug. sac. FoHu.iatas C. A/i- 

toiii Rvfi proc{>tratoris) Ai.tg{usti) ser- 
vns vü{icus) v. s. l. m. 
5122 (Atrans): Libero patri sacr. AbascaiU?f,s Anloni 

Ruß s{ervi(s) ?>CK-W -1 {^) v. s. l. m. 
C. V 820 (Aquileia): Silvano Ang. Elevther C • A • R cion- 

ductoris) p{?il)lici) p{ortorii) vil{iciis) 
d. d. ; die Abkürzungen glaube ich mit 
C. A{iitoiii) R{vß) auflösen zu dürfen. 

Vielleicht können wir noch einen vierten Stein für C. Anto- 
nius Rh/'us in Anspruch nehmen, nämlich die fehlerhaft überlie- 
ferte Inschrift ^ III 1568 aus Mehadia: 

HERCVLI-AVG-VALER-M 

FELIX • RVFI • SATVRNINI • G • P • P 

TP-EXPR-IV- STATIONIS 

T S I E R N E N • IUI • ID • A N N O . XI 

5 BARBATO • ET • REGVLO • COS p. C. 157 

EXVOTOPOSVIT 

< 

Bezüglich des Schlusses der Z. 1 vgl. Mommsen in der ad/io- 
tatio ; in Z. 2 will Mommsen in RVFI das Gentilnomen des be- 
kannten Zollpächters T. lulius Saturninus erkennen und IVLI statt 
RVFI lesen ; wir können vielleicht jetzt, da C. Antonius Rufus als 
Pächter bekannt ist, von dieser Aenderung abstehen (-) und Felix 
für das Eigenthum des Rufus und Saturninus halten. Die Annahme 
der Gleichzeitigkeit der beiden Männer und der Gemeinsamkeit 
ihrer Interessen scheint eine Stütze zu finden an der Beobachtung, 



(1) ' Interpretatio incerta est ' Mommsen. 

(2) Domaszewski ist auch S. 136 Anm. 12 bui der alten Lesung geblieben. 



] 08 K- I'ATSrH 

die sich aus dem Nameii des 2J/"Oc{ürator) 23>"{ovmciae) P{a/i/ioniae) 
\^s{iq)erloris)?] C. Aiitonius lulianus ergibt. Dieser Beamte ist 
der leibliche Sohn eines Julius und der Adoptivsohn eines C. Anto- 
nius, beides passt für das angenommene Zusammenwirken der bei- 
den Pächter T. Julius Saturninus und C. Antonius Kufus. Der 
kinderlose Rufus nahm an Sohnesstatt einen der Söhne des Satur- 
ninus an. Dass C. Antonius Julianus mit dem Zolle oder mit den 
Conductoren in irgend einer Verbindung stand, ergibt sich auch dar- 
aus, dass er, dessen Amtsbezirk Pannonia superior war, an der 
italisch-norischen Grenzzollstätte Atrans eine x\ra weihte: C. III 
5120: /. 0. m. C. Antomas Ixliamis irrociiiralor) i^irovinciae) 
P{annomae) \_s(iiperioris)~\. Ist diese zeitliche Gleichsetzung der 
beiden Pächter richtig, so haben wir für das Jahr 157 eine so- 
ciefas bezeugt ('), ebenso wie für die Zeit 161/8 (2) jene der Julier 

(1) Vorgänger oder vielleicht Compagnoii des Saturninus und Rufus war 
der als Pächter wiederholt genannte Q. Sabinius Yeranus (C. III 4015. 4017. 
5146. 4716 [vgl. Mommsen Index S. 1083]). N. XXIV der dacischen Wach&ta- 
f..ln (C. III p. 958) trägt folgende Inschrift: 

S R A N I k P 
(' VIND V.-R 

Vergleichen wir sie mit C. III 4015 (Pettau): 

Q_- SA B I N I 
V E R A N 1 

T • P / 

C O N D V C 
P O R T O R I 
1 L L Y R I C I 

SO finden wir in beiden Inschriften dasselbe Cognomen und dieselben der Deu- 
tung bisher trotzenden Siglen k. • P , beziehungsweise T • p • Dieses Zusam- 
mentreffen ist wohl mehr als ein blosser Zufall, wir werden in der Inschrift 
von Verespatak [Q. Sabini V]eranl ergänzen dürfen. Durch diese Identificie- 
rung wird Mommsens Vermuthung bestätigt: er dachte, wie die Worte cocji- 
tavl de tr{ihun] p{ublinis) ; .s-ff/ coniartara est panim certa erkennen lassen, an 
eine ähnliche Stellung des Besitzers der Tafel. Haben wir das Fragment mit 
Itecht dem Sabinius Veranus zugeschrieben, so haben wir einen Anhaltspunkt, 
die Zeit dieses Pächters zu fi.xi ren : die in Alburnus maior gefundenen Tri- 
jitychen gehören der Zeit zwischen 131 und 167 an (Mommsen C. III p. 921), 
Auf der demselben Fund angehörigeii Tafel N. XXII findet sicli der Name des 
T. Julius Saturninus. 

(2) Mommsen C. III adn. zu n. 753. 



ZIR VERWATING DES 11. [ARISCHEN ZOLLES 199 

Jaimarius Capito Ejm^phroditus und wir werden vielleicht gene- 
ralisierend besser sagen, dass die Zollerhebung in Illyricum an 
eine Gesellschaft (') und nicht, wie Domaszewski (S. 135) annahm, 
an einen Pächter vergeben wurde. 

Wir können, wie ich glaube, auch den Beginn der Pachtzeit 
der erstg:enauaten Gesellschaft bestimmen. In Z. 4 der im Jahre 
157 gesetzten Inschrift möchte ich in ANN • XI das elfte Geschäfts- 
jähr der societas vermuthen : vgl. T. Iidi Saturmni conduct{oris) 
Ilhjriici) aiiii. IV der Wachstafel C. HI p. 958; darnach wäre 
das erste Pachtjahr das Jahr 147 n. Chr. 

Von Interesse ist die in der Inschrift von Senia angegebene 
Doppelstellung, die C. xintonius Rufiis inne hatte : er ist prae- 
fecüis vehiculorum und zu gleicher Zeit — dies deutet das et 
an — conductor publici portorii gewesen. Eine solche Cumu- 
lierung ist. soviel ich sehe, hier zum ersten Mal bezeugt. Dass 
man erst Pächter sein und dann in kaiserliche Dienste treten konnte, 
scheinen die Nachrichten über T. Julius Saturninus darzuthun. 
Dieser ist, wie wir sahen, als Pächter für das Jahr 157 bezeugt, 161/8 
hatte er die Pachtung nicht mehr inne, es werden die drei Julier 
als Pächter genannt, dagegen erscheint auf Inschriften dieser Zeit 
ein T. Julius Saturninus als procurator Augustorv.m: 



(') Ihre Pachtzeit fällt, wie gesagt wurde, zum Teil wenigstens in die 
Zeit der Samtherrschaft der Kaiser Marcus und Verus, vor die Dreitheilung 
Daciens 161-168; vergleichen wir diese Zeit mit jener des T. Julius Saturni- 
nus, erwägen wir ferner, dass Capito den nämlichen Vornamen führt wie dieser 
[('. III 6126 Ostrovo : D. M. T. Annlm Supers^ten vix. an. XXX h. s. e. 
T. lulius Kapito c. p. p. Iidia Cynegis her. clienti f. c. Danach ist C. IIIS 
7429 Z. 1 zu lesen: [7'.] Iid{lo) Gapitoni . . .) und schliesslich, dass dis 
Pachtobject des Saturninus dasselbe ist wie das der drei Julier, so kann es, 
glaube ich, keinem Zweifel unterliegen, dass diese vier Personen in einer 
verwandtschaftlichen Beziehung zu einander stehen : Januarius und Capito wer- 
den die Söhne des Saturninus, Epaphroditus sein Freigelassener und Schwie- 
gersohn sein ; letzteren für seinen dritten Sohn zu halten, hindert der Name 
Epaphroditus, für einen Sohn wäre wohl ein anderer gewählt worden. Janua- 
rius, Capito und Epaphroditus führten das von Saturninus begründete Geschüft 
weiter. Unter Marc Aurel oder Commodus (vor 162) macht das Verpachtung.s- 
sj'stem der directen Erhebung des Zolles Platz, die Julier sind vielleicht die 
letzten Pächter gewesen. 



200 K.- PATSCH 

Brambach 508 (Trier) : Deo Asclepio T. Iid. Tili fllius Fabia 

Satiii'iünus ■procurator Äitfjiistorum 

dorn dedit. 
Boissieu (3: Maiii T. Inl. Sotiuvüiius. 

C.LL.Ylbb9: [^Par\iitheo Ancj. mcmm T. I)dins Sa- 

tuniiiins proc. AtHjustor. et Faiistinae 

Aag. 
Es ist, wie auch H. Dessau vermuthethat ('), sehr wahrschein- 
lich, dass er mit dem ehemaligen Pächter identisch ist. Die Geschäfts- 
kenntniss scheint Leute seines Standes auch für kaiserliche Dienste 
empfohlen zu haben. Bevor die Inschrift aus Senia gefunden wurde, 
war Domaszewski (S. 135 Anm. 31) Willens, auf Grund der 
Inschrift CHI 5117 Rufus für einen Procurator zu halten, der 
die Aufsicht über die Geschäftsgebahrung der Pächter führte. Diese 
Annahme hatte darin ihre Schwierigkeit, dass ein Procurator eigene 
Sklaven (Fortunatus und Abascautus) zu kaiserlichen Diensten 
verwendet haben soll, während sonst kaiserliche Sklaven genannt 
werden. Der Atrantiner Stein bekommt durch die neue Inschrift 
eine befriedigendere Erklärung. Die Sklaven gehören Rufus als 
dem Pächter des pnbUcum portorii Uly riet und unter prociirator 
Augffsti ist nicht procvrator publici portorii zu verstehen, son- 
dern procurator ist in der allgemeineren Bedeutung zu fassen, in 
welche es nicht ein specielles Amt, sondern den Rang bezeichnet; 
procurator Augusti heisst hier Rufus, weil ex praefectus vehicido- 
mm war. Fortunatus nennt sich lieber des kaiserlichen Procurators 
als des Zollpächters Sklave. 

Was die Stellung des C. Antonius Rufus als praefeetus vehi- 
cidorum anlangt, so müsste er, da nach 0. Hirschfeld V. G. S. 101 f. 
Directoren bestimmter Postbezirke erst seit Septimius Severus 
anzunehmen sind, Reichspostmeister gewesen sein; allein es wird 
vielleicht zu vermuthen gestattet sein, dass der Pächter des illy- 
rischen Zolles auch nur als Director der Post in Illyricum ge- 
wirkt hat. 

Rom. 

Karl Patsch. 

Cj I.L.:S. S. 308: Idem foi'taa.se T. lalnui Saturninm conductor por- 
torii JUyrici. 



EIN VERLORENES ATTISCHES RELIEF. 




Die sogenannte Ära des Kleomeues in den Uffizien, deren neue, 
nach einem Abguss gefertigte Zeichnung die Composition zum er- 
stenmal in ihrer richtigen Anordnung wiedergibt ('), gilt heute 
allgemein, ohne Zweifel mit Recht, als ein Werk der « neuattischen ^ 
Kunst (-). Diese kunstgeschichtliche Stellung bleibt ihr gesichert, 
mag man die Künstlerinschrift für echt oder, wie ich nach jeder 



(1) Aeltere Originalabbildungen bei Uhden, Abb. der Berliner Akademie 
1812-13, und bei Eaoul Kochette, Mon. ined. Taf. 26, 1. In jener hat die 
Hauptgiuppe den Platz zur Linken, in dieser den zur Rechten erhalten; die 
durch die Darstellung selbst gebotene Anordnung ward zuerst von Brunn, 
Münchn. Sitzungsber. 1887, S. 239, Anra. 1, ausgesprochen. 

(2) Brunn, Gesch. d. griech. Künstler I, 545. Overbeck, Plastik W, 397. 
Hauser, die neu-attischen Reliefs S. 78 f. Sonst vgl. die Besprechungen von 
Uhden a. a. 0. R. Rochette a. a. 0. S. 129 flF. Jahn, Arch. Beitr. S. 379 ff. 
Overbeck, Her. Bildwerke I, 318 f. 

14 



202 ^- MICHAELIS 

ueueu Untersucliimg von neuem überzeugt bin, für modern halten (*). 
Wir dürfen also von vornherein nicht erwarten eine originale Com- 
position vor uns zu haben, sondern müssen darauf gefasst sein, dass 
die einzelnen Theile aus verschiedenen Quellen stammen. 

Deutlich unterscheidet sich die aus drei Personen bestehende 
Mittelgruppe von den beiden einzelnen Seitenfiguren. Jene bietet 
eine vortretiiiche, fest geschlossene, ergreifend wirkende Composition, 
deren gutes Vorbild auch durch die zieitilich derbe Ausführung und 
massige Erhaltung noch deutlich hindurchschimmert. Am störendsten 
wirken die nachschleppenden Beine aller drei Figuren, namentlich 
des Kalchas : es ist gradezu eine Manier des Künstlers. Iphigeneia 
in ihr Schicksal ergeben, von dem Jüngling mit zartem Antheil 
unterstützt, während Kalchas das schwertartige Opfermesser dem 
verhüllten Haupte nähert, wc xaTc'cQ^rjtai i'nfn, wie es in der Al- 



(1) Ueber ältere Zweifel, von K. 0. Müller, Feuerbach, Jahn u. a., s. Jahn, 
Arch. Beitr. S. 380, Anni. 2 («die Zeile biegt und schmiegt sich nach dem 
Bruche des Marmors n, so hatte sich Feuerbach angesichts des Marmors notiert, 
wie er 18-15 an Jahn schrieb); über meine eigene Ansicht, die ich seit 1861 
wiederholt, zuletzt 1891, am Original nachgeprüft habe, s. Arch. Zeitung 1880, 
S. 17, Anm. 28. Vgl. dazu Hauser a. a. 0. Für die Echtheit treten ein Uhden, 
Dütschke, Ant. Bildw. IIL S. 98, Overbeck, SQ. 2225 und Plastik IP, 380, 
Milani bei Loewy, Inschr. griech. Bildh. S. 266. Daraufhin setzen Loew}- n. 380, 
und Kaibel, /«scr. Gr. Sic. et Ital. n. 1248, beide ohne Autopsie, die Inschrift 
unter die echten. Das Facsimile bei Loewy gibt ein kaum genügendes Bild 
von dem unordentlichen Charakter der Inschrift; dass bei dem (abscheulich 
oval geformten) o ein Strich oben in den Bruch ausgeglitten ist, behaupte ich 
auch jetzt noch, und halte das Gleiche für das bJ für wahrscheinlich ; h statt n 
steht ebenfalls fest, und in dieser Umgebung gewinnt auch der trennende Punkt 
Gewicht. Seltsam ist auch der Platz der Inschrift unter dem Kalchas statt 
unter der Mittel-und Hauptfigur, wo freilich der Rand viel stärker zerstört ist. 
Die Fundgeschichte bei Lanzi, Op. post. I, 335 (wiederholt bei Loewy), wo 
zu allerletzt, arridendo sempre piii la Fortuna, die Künstlorinschrift zu Tage 
tritt (bei der der falsche Kleomenes der mcdiceischen Aphrodite Gevatter ge- 
.standen haben mag), wird den nicht rühren der sich der bleiernen Künstler- 
inschriften, mit denen Dubois Letronne hintergieng, oder der ^'orgänge bei 
den Ausgrabungen zu Nennig im Jahre 1866 erinnert ; Lanzi, gegen den man 
einen solchen Verdacht nicht hegen darf, stand anscheinend der Entdeckung 
fern. Die Künstlerinschrift lässt sich von den nicht eingekratzten, sondern 
ähnlich eingehauenen, sicher modernen Inschriften im Relief selbst, die doch 
auch erst nach dem Entfernen der verhüllenden Kruste zum Vorschein ge- 
kommen sind, nicht füglich trennen. 



EIN VEUI.ORENES ATTISCHES RELIEF 203 

kestis (74) heisst — das alles ist mit einem stillen Ethos wieder- 
gegeben, das der besten Zeiten würdig ist und vernehmlich in die 
grosse Epoche der hohen attischen Kunst zurückweist. 

Hiermit ist der verhüllt sich abwendende Agamemnon, der ja 
ohne Zweifel dem berühmten Bilde des Timanthes seine — directe 
oder iudirecte — Entstehung verdankt, schon chronologisch nicht 
ganz leicht zu vereinigen, noch weniger aber stilistisch. Die un- 
bestimmte, allgemein gehaltene Anordnung und Durchführung des 
Faltenwurfes, ohne feste Gliederung und ohne rechte Tiefen und 
Höhen — was auf dem Marmor noch weit augenfälliger ist als in 
der Umrisszeichuung — steht im Gegensatz zu der strengeren Be- 
handlung in der Mittelgrni3pe, namentlich in der Iphigeneia, und 
weist ein ganz verschiedenes Stilgefühl auf. Es kann nicht wohl 
zweifelhaft sein, dass wir hier einen Zusatz aus fremder Quelle vor 
uns haben : das jüngere Timanthesmotiv ist mit der älteren Mittel- 
gruppe äusserlich verbunden worden. 

Schon hierdurch wird die Figur des die Schüssel tragenden 
Opferdieners zur Linken in Mitleidenschaft gezogen. Meines Erachtens 
verräth auch sie einen abweichenden Stil ; grösser aber noch ist der 
Anstoss den der Inhalt bietet. Denn die Schüssel, die der Jüngling 
emporhebt, ist kein xaiovv mit den ovXoyvica und dem Opfermesser 
(das ja Kalchas bereits in der Hand hält, und zw^ar nachdem er 
es aus seiner Scheide gezogen hat), wie Jahn meinte; auch nicht 
etwa, wie Uhden vorschlug, das xavovv^ das Achilleus bei Euri- 
pides (Iph. Taur. 1569) um den Altar trägt, sondern deutlich eine 
hoch mit Früchten gefüllte Schüssel. Fruchtopfer aber haben nichts 
mit dem blutigen Menschenopfer, um das es sich hier handelt, gemein. 
Jahn bezeichnete die Figur als weniger bedeutsam. Hauser als über- 
flüssig; mehr als das, sie ist ungehörig ('). 

Somit bleibt nur die Mittelgriippe übrig. Es bedarf nur eines 
Blickes auf das Orpheusrelief von Neapel, von dem wir bekanntlich 
mehrere Copien besitzen, um der nahen Verwandtschaft beider Grup- 
pen inne zu werden. Am ähnlichsten sind einander die Frauenfiguren 



(1) Dass das Motiv keine Originalerfindung ist, können die Beispiele bei 
K. Lange, Motiv des aufgestützten Fusses, S. 26 beweisen. 



204 



A. MICHAELIS 




Euiydike und Iphigeneia. Abgesehen von der verschiedenen Richtung 
beruhen die Abweichungen im Wesentlichen theils im verschiedenen 
Grundmotiv der Scene, theils in den natürlichen Verschiedenheiten 
eines Originals, oder wenigstens eines in jedem Betracht dem Original 
nahe stehenden griechischen Werkes (^), und einer späteren Bear- 



(1) Jahn (Arch. Zeit. 1853 S. 84, Anm. 84) und ich (ebda. 1871 S. 150, 
Anm. 62) haben die Echtheit der Inschriften bezweifelt, nach Friederichs (Bau- 
steine S. 177 = Friederichs-Wolters S. 400) mit erheblichen Gründen, nach 
Kekul^ (Kunstmus. zu Bonn S. 40) oline ausreichenden Grund. Weder Köhler 
noch Kaibel haben ihnen einen Platz in ihren Inschriftensammlungen gegönnt. 
Wilamowitz (Anal. Euripid. S. 160, Anm. 10) hält die Inschriften für antik, 
aber um ein Jalirhundert später hinzugefügt. Dies mag ricliiiger sein als die 
Annahme modernen Ursprungs. So viel ist sicher, je näher wir die Entstellung 
des Neapler Exemplars an die Originalerfmdung heran rücken, desto nnmög- 



EIN VERLORENES ATTISCHES RELIEF 205 

beitnng. Gewisse kleinliche Variationen in den Falten am Standbein, 
das stärker geknickte und nachschleppende linke Bein, die beiden links 
und rechts von den Beinen herabreichenden Faltenzüge, die derbere 
und einförmigere Behandlung des Faltenbaiisches und des Randes des 
Ueberschlages {dn67txvyf.ia) (^), endlich das breitere und aufdring- 
lichere Flattern des Mantels — das sind solche Merkmale eines spä- 
teren Stilgefühles ; dahin gehört vielleieht auch die in der hellenisti- 
schen Kunst so beliebte Rntblössung der einen Schulter, obschon 
diese auch durch das bevorstehende Opfer veranlasst sein kann. 
Trotz solcher Verschiedenheiten bleiben sich beide Figuren im Kerne 
so ähnlich, dass sie entweder in einem Abhängigkeitsverhältnis von 
einander stehen oder der gleichen Kunstrichtung entstammen müs- 
sen. Auch die Art, wie der Jüngling sich von hinten Iphigeneia 
naht, ist der des Hermes so weit ähnlich, wie es bei der Ver- 
schiedenheit der Situation möglich ist : dort der theilnehmend hilf- 
reiche Freund, hier der mitleidig eingreifende Götterbote. Diese 
Verschiedenheit bestimmt die abweichende Bewegung beider Arme ; 
dagegen vergleiche man die Gesammthaltung beider Körper, das 
Zurücklehnen des Oberkörpers, den Fluss des vorderen Umrisses in 
seinem Verhältnis zum hintern ümriss der Frau : es ist wieder nur 
der nachschleppende linke Fuss der die Gleichheit des Rhythmos 
stört. Weit grösser ist die Verschiedenheit zwischen Orpheus und 



lieber ist es die Inschriften für gleichzeitig zu halten. Die Schreibweise 
HPivvHX und die rückläufige Schrift im Namen op<i>ey2 sind Archaismen, die 
wir einem Original des fünften Jahrhunderts nicht zuschreiben dürfen, und die 
Buchstaben zeigen Formen, welche frühestens im dritten Jahrhundert v. Chr. 
möglich sind. Immerhin ist der antike Ursprung dieser Inschriften viel glaub- 
licher als der des Namens gezeyz auf dem Berliner Fragment n. 947 (vgl. 
Heibig, Mon. ined. cl. Lincei I, 674 f. und dagegen Petersen, Mitth. 1892 
S. 110 ff. Michaelis, Deutsche Litteraturz. 1892 S. 1304). 

(1) Petersen weist mich darauf hin, dass das Chitonmotiv mit seiner hö- 
heren Gürtung und dem tiefer herabhängenden Bausch einer etwas jüngeren 
Mode entspricht als das der Eurydike; er vergleicht treffend den ähnlichen Un- 
terschied der Wiener Hera von Erz (Overbeck, Kunstmythol. III, Taf. 1, 1. 
Röscher, Lexikon, I, 2117) und der capitolinischen Statue (Overbeck, Atlas, 
Taf. 14, 20. Röscher, II, 1352. Baumeister, Denkm. I, 414). Die Erklärung 
dieser Abweichung, bei grosser Uebereinstimmung im Ganzen, wird sich unten 
ergeben. 



206 A. MICHAELIS 

Kalchas: sie ist durch die Bedeutung der Handlung geboten. Indem 
aber beide sich als Deuteragonisten der Hauptfigur zuwenden, ent- 
steht auch hier jener enge feste Zusammenschluss, äusserlich und 
innerlich, der das Orpheusrelief und seine Genossen auszeichnet. 
« Man darf ohne Bedenken behaupten " , so schliesst Jahn seine 
feine Analyse des Reliefs, « dass in dieser Gruppe der Iphigeneia 
mit Kalchas und dem jungen Mann der Geist der griechischen Kunst 
sich aufs schönste und reinste offenbare « . 

Mir erscheint es hiernach mehr als wahrscheinlich dass das 
Original der Mittelgruppe der Ära ein Relief gleicher Art und 
annähernd gleicher Zeit war, wie das Orpheusrelief. Bei solcher 
engen Umgrenzung drängten sich die drei Figuren einst noch etwas 
näher an einander, und die nachschleppenden Beine der beiden 
Männer mussten schon um des Raumes willen eine ähnliche Stellung 
annehmen wie auf dem Orpheusrelief. Zugleich ist es deutlich, dass 
bei der Beschränkung auf drei Figuren der hilfreiche Jüngling hinter 
Iphigeneia nicht ein namenloser Opfergehilfe oder ein blasses Ab- 
stractum, ein blosser Vertreter des Heeres, sein kann, sondern nur 
eine bestimmte Persönlichkeit, das heisst also Achilleus, der ja auch 
bei Euripides als Beistand bei der Opferhaudlung auftritt (i). Er 
allein ist mit Iphigeneia so eng verbunden, dass er mit ihr zu einer 
Gruppe vereinigt passend dem Kalchas als dem Vertreter der Götter 
gegenübergestellt werden kann, üeberhaupt liegt der ursprünglichen 
Composition die Tragödie des Euripides zu Grunde, wenn sie auch 
nicht sklavisch in jeder Einzelheit befolgt ist. So stimmt Iphige- 
neias Gebot (1559) 

TTQuq ravra fjtrj xpavüij zig "Aqysioiv ^lov' 

im ersteren Verse nicht wörtlich, desto mehr der ganzen Stimmung 
nach zur Gruppe. Die Schilderung des Kalchas (1565 ff. 1578 f.) 
ist ebenfalls in den Nebenzügen etwas verschieden. Dagegen scheint 
es dass der Erweiterer der ursprünglichen Composition sich viel 



(1) Diese Erklärung gab schon Panofka, Bilder ant. Lebens zu Taf. 16, 1 ; 
Jahn hielt sie nicht für unmöglich, Overbcck wies sie entschieden ab. Minder 
glücklich dachte Uhden an Talthybios (Eurip. 1563), indem er Achill in dem 
Jüngling mit der Schüssel erblickte. 



EIN VERLORENES ATTISCHES REMEF 207 

enger an dieselbe Quelle gehalten hat. Das Timanthesmotiv des 
Agamemnon erscheint ja schon dort vorgezeichnet (1547): 

OK (T icJeTöev 'Ayaf.i&/.ivo)r ara'^ 
€7x1 (fcpayccg GreCxovcfav elq äX(Tog xöor^v, 
c(V6(yT6'vcic^f, xa im aXiv (^TQsipag xÜQa 
däxQva TTQOiJYsv, 6 fi fjL c'( T u) v nenXov it Qod eiq. 

Sogar der Baum — es mag die homerische Platane sein — hat, 
wie Uhden sah, hier seinen Ursprung. So glaube ich denn auch, 
wiederum mit Uhden, dass der Opferdiener aus der Schilderung 
Achills entnommen ist (1568): 

o Tcmg d^ o nvjXewg sv xvxXoi ßcof.idv ^ectg 
Xaßojv xavovv ^Oqs'Ss '/^eqvißctg >>' oi^iov, 
eXe^s d' ' w ^Jiog ^'AQTaiiig ^ijQoxxöve .... 

ütqavög t" ^Ay^amv 'Aya/.u'i.ivcov ava^ iV-' oj-iov. 

Freilich ist dabei der schon vorhandene Achill verkannt, ist das 
xavovv unpassend durch die Fruchtschüssel, die y^i-Qvißeg ungenügend 
durch die Schale wiedergegeben, endlich ist mit dem ^ifia rööe 
beim Dichter nicht das Fruchtopfer, sondern vielmehr (1574) 

ciXQcn'Tov a'ifia xaXXirTaoO^tvov d^Qi^g 

gemeint. Grade diese verschiedene Stellung des ursprünglichen Er- 
finders und des erweiternden Bearbeiters der Composition zum Dich- 
tertext ist für die Zeit der älteren, frei nachschaffenden und der 
jüngeren, nach Grammatikerart sich eng an das geschriebene Wort 
haltenden und dies auch wohl mitverstehenden Kunst sehr charakte- 
ristisch. 

Die Abhängigkeit vom Drama, der wahrhaft tragische Geist 
der unsere Darstellung durchzieht, rückt ihr Original in die Nähe 
nicht bloss des Orplieusreliefs sondern auch seiner Genossen, des 
Peliadenreliefs und der Hadesfahrt des Herakles zu Theseus und 
Peirithoos, einer Gruppe von Reliefs über die zuletzt Reisch (') 
eingehend gehandelt hat. Wir brauchen nur einige allgemeine Sätze 



(1) Griechische Weihgeschciike, Wien 1890, S. 130 ff. 



208 A. MICHAELIS 

seiner Behandlung, in denen er zum Theil Brunn (') folgt, wieder-, 
zugeben, um inne zu werden dass sie auch auf unsere Compositiou 
passen. «In allen dreien», bemerkt er S. 131, « herscht dieselbe 
hochernste feierliche Stimmung, dieselbe Fülle seelischer Motive, 
derselbe Widerstreit lebhafter Empfindungen, die, nur mit vornehmer 
Zurückhaltung und beinahe ängstlicher Zartheit in der äusseren Be- 
wegung der einzelnen Gestalten angedeutet, uns doch mächtig er- 
greifen und dauernd beschäftigen. In allen dreien besteht zwischen 
den drei Figuren ein ähnliches ideelles Verhältnis; zu je zwei Per- 
sonen, die durch die engsten Bande der Liebe verbunden sind 
[Iphigeneia und Achill], tritt, verhängnisvoll und entscheidend, ein 
über gewöhnliches Menschenmass machtvolles Wesen aus einem 
andern Kreis — Hermes, Herakles, Medea [Kalchas als Vollstrecker 
des göttlichen Gebotes]. In allen dreien sehen wir nicht einen 
lebhaft bewegten Moment, nicht die plötzlich hereinbrechende Ka- 
tastrophe, aber einen Augenblick, der das, was vorher geschehen, 
was nachfolgen wird, mit wunderbar einfachen Mitteln errathen 
lässt ". In letzterer Beziehung steht freilich unser Relief hinter den 
anderen etwas zurück. 

Unter diesen Umständen ist es denn auch geboten, für das 
Original der Todesweihe der Iphigeneia den gleichen Zweck anzu- 
nehmen wie für die nächstverwandten Reliefs. Dieser scheint mir 
sehr glücklich (-) von Reisch in der Bestimmung für Weihgeschenke 
infolge eines dramatischen Sieges erschlossen zu sein. Unser Relief 
fügt sich ohne allen Zwang in diesen Rahmen, und wenn es so zur 
Bestätigung von Reischs Vermuthung dienen kann, so hat es noch 
überdies den Vorzug, dass uns hier einmal die tragische Quelle 
selbst erhalten ist, während wir für die andern drei Reliefs nur auf 
mehr oder weniger unsichere Vermuthungen angewiesen sind. Wenn 
man aber geneigt ist mit jenen Reliefs so nahe wie möglich an 
Pheidias Zeit hinaufzugehen (Reisch setzt sie in die Jahre 44.5-435), 
so muss man mit einem Werke, dem Euripides aulische Iphigeneia 
zu Grunde liegt, notwendig bis mindestens um die Wende des fünften 
und des vierten Jahrhunderts hinabgehen. Es liegt also am nächsten 



(1) Münchner Sitzmi^sbcr. 1881, S. 102 f. 

(2) Ebenso scheint Winter zu urtheilen, Arch. Jahrb. 1891, S. 272. Vgl. 
auch Heibig in den Mon. ined. dci Lincei I, G77. 



EIN VERLORENES ATTISCHES RELIEF 209 

unsere Composition für die jüngste der erhaltenen zu erklären, und 
damit stimmt das oben (Anm. 6^) über die Gewandung Bemerkte 
überein ; ja sie könnte sogar A^on der Orpheusgruppe abhängig sein. 
Dies ist auch wohl wahrscheinlicher als die zweite Möglichkeit, alle 
Eeliefs etwas später anzusetzen. Hierfür Hesse sich sonst etwa 
die von Reisch hervorgehobene Aehnlichkeit der einen Peliade mit 
der an ihrer Saudale nestelnden Nike anführen, falls das Geländer 
um den Niketempel wie ich glaube (') erst in das letzte Jahrzehnt 
des peloponnesischeu Krieges fällt. Auch kann uns Kephisodots 
Eirene lehren, dass auch noch in den siebziger Jahren des vierten 
Jahrhunderts in einem Stil und einem Sinn componiert ward, welche 
mit den besprochenen Reliefs nahe verwandt sind. Es ist noch die 
Nachwirkung des Pheidias, mit etwas stärkerem Ausdruck der Em- 
pfindung versetzt ; erst die Einwirkung des Skopas und Kephisodots 
grosser Sohn wiesen der attischen Plastik ganz andere Bahnen. 



Strassburg 



o* 



Ad. Michaelis. 



(1) Athen. Mitth. 1889, S. 364 iF. Zugestimmt haben Curtius, Stadtge- 
schichte Athens S. 198, Overbeck, Plastik P, 487, mündlich auch Löschcke. 



OBELISKEN ROEMISCHER ZEIT. 
(Taf. YII. VIII). 



I. DIE OBELISKEN VON BENEVENT. 

Die Obelisken Italiens, die in den Anfängen der Aegyptologie 
lebhafte Beachtung gefunden hatten, sind heute, wo uns so unendlich 
viel aegyptische Texte von hohem Alter und reichem Inhalt vorliegen, 
last in Vergessenheit gerathen. Und doch verdienen diese schönen 
Monumente ein besseres Schicksal, insbesondere die jüngsten unter 
ihnen, diejenigen die erst in römischer Zeit und in römischem Auf- 
trage gearbeitet sind. Sind diese doch die merkwürdigsten Denkmäler, 
die der europäische Isiskultus hinterlassen hat, und bietet ihr Inhalt 
doch auch sonst allerlei, was auch Nicht-Aegj^ptologen interessiren 
kann. Ich beabsichtige daher diese Obelisken hier kurz zu bespre- 
chen; den philologischen Comraentar werde ich seiner Zeit in der 
Zeitschrift für aeg3'ptische Sprache und Alterthumskunde verötfent- 
lichen. 

Auf der Piazza Papiniana zu Benevent steht ein Obelisk aus 
rothem Granit, der im Jahre 1698 aus vier Bruchstücken zusam- 
mengesetzt und errichtet ist (^). Zwei weitere Bruchstücke liegen 
von Alters her im Hofe des bischöflichen Palastes (-), ein siebentes 
wurde im April 1892 im Garten des Marchese de Semone (an der 

(') Zogga, de obeliscis p. <S 4 und die Abbilduntr p. G44. Nach einer Mitthei- 
lung Ludwig Sterns (Zeitschrift für die gebildete Welt 1883) ist derselbe 1872 
neu aufgestellt worden. 

(2j Schon Zoega 1. 1. wusste von einem derselben durch eine Mitthei- 
lung Uhdens. 



A. ERMAN, OBELISKEN ROEMISrHER ZEIT 21 1 

Östlichen Stadtmauer) gefunden und befindet sich jetzt in der Pre- 
fettiu-a ('). 

Dass der aufgestellte Obelisk nicht zusammengehörige Theile 
enthalte und dass man aus diesen und aus den im Episcopio be- 
findlichen Fragmenten zwei Obelisken grossenteils zusammensetzen 
könnte, hat ChampoUion schon 1826 bei einem xiufenthalte in Be- 
nevent bemerkt (-); seine Anordnung der Bruchstücke, die man aus 
üngarellis bekanntem Werke ersehen kann, war eine richtige. Heute 
nach dem Hinzukommen des Fragmentes in der Prefettura ergiebt 
sich, dass der eine dieser beiden Obelisken sogar vollständig vor- 
handen ist — er würde richtig zusammengesetzt über 4 m. messen — 
zum zweiten fehlt noch die Spitze, wie dies unsere Abbildung auf 
Taf. VII. VIII zeigt. 

Die beiden Obelisken standen einst als ein zusammengehöriges 
Paar vor dem Isistempel von Benevent, und zwar ergiebt sich aus 
der verschiedenen Richtung der Schrift auf den Seiten A, 1 und B, 1 
dass A (der vollständige) dem Eintretenden zur Linken gestanden 
hat. Genauer war ihre Stellung diese: 




3 






4 


3 





B 



1 A 



Die Schriftformen sind, wie aus unserer nach den Abklatschen herge- 
stellten Abbildung zu ersehen ist, noch unerwartet gute, weit bessere 
als sie z. B. der gleichzeitige Obelisk von Piazza Navona zeigt. 



(1) Abklatsche aller Fragmente und die hier gegebenen Mittheilungen 
verdanke ich den Herren Dr. Preger und Dr. Hula, denen der E. Ispettore 
degli scavi Herr Ingenieur A. Meoraartini in Benevent freundliche Hilfe ge- 
währte. 

(2) Vgl. Champollion-Figeac, Notice sur im ouvrage intituU: Interpre- 
tatio obeliscorum urbis {Revue de bibliographie analytique, juillet 1842).— 
ChampoUion Avusste schon damals — 4 Jahre nach seinem ersten Entzifte- 
rungsversuch — « qii'ils ont He eleves pour le salut de Vempereur Domitien 
et places devant le temple de la deesse Isis, grande dame de Benevent, par 
Lucilius Rufus » , eine Auffassung, an der eigentlich nur der Name Eufus 
zu verbessern ist. 



212 A. ERMAN 

Dagegen sind die Inschriften in sprachlicher und orthographischer 
Hinsicht schon sehr barbarisch; eine besondere Seltsamkeit, die 
vereinzelt auch sonst in späten Inschriften vorkommt, ist, dass sie 
die dativische Praeposition ^n « für ^ als ein zu unbedeutendes 
Präfix meist ungeschrieben lassen. 

Zum Glück wiederholen sich die Aufschriften auf beiden Obe- 
lisken mit kleinen Varianten und erklären und bestätigen sich so 
gegenseitig. Ich gebe zunächst eine wörtliche Uebersetzung des 
Textes. 



Horus « der starke (?) ^) Jüngling » 

[der Vereiniger beider Kronen ^)] « der voll Macht •^) erobert » 

der goldene Horus « reich an Jahren, gross an Sieg « 

der König von Oberaegj^pten und Unteraegvpten: - Autokrator Kaisar « 

der Sohn des Ke "^j : « Domitianos " 

der ewig lebt 

gebracht aus den b'eiden Ländern ®) und aus den Fremdländern 

der Soldaten ^) zu seinem Hause (?) s) der Erobererin beider 

Länder ^) Hrome. 

a) Das nt in A wird mit einer leichten Aenderung in • kn zu verbessern 
sein; denselben Namen hat Domitian auch auf dem Obelisken von Piazza 
Navona. 

^) Dieser nothwendige Titel ist in A irrig ausgelassen. 

'^) Zu dieser Lesung vgl. den fast gleichen Titel des Ptolemaeus XI (Leps. 
Kunb. 714 A); ich verdanke diesen Hinweis Herrn Dr. Sethe. 

^) Auf A waren die Titel der vierten und fünften Namen irrig vertauscht. 

®) « Die beiden Länder » sind die herkömmliche Bezeichnung des aegypti- 
schen Staates im Gegensatz zu den Fremdländern ; hier ist der Ausdruck na- 
türlich für den römischen Staat verwendet. 

') Die Soldaten sind mit dem Worte der damaligen Vulgärsprache mato'i 
bezeichnet, das auch sonst (Grabstein des Cha-hapi in Berlin und wohl auch 
auf dem Obelisken vom Pincio) ebenso geschrieben vorkommt. 

s) Das Wort das hier für « Haus '» gebraucht ist, ist meines Wissens 
sonst nicht bekannt; die ungefähre Bedeutung ist aber durch die Schreibung 
des Wortes gesichert. 

'') Der Ausdruck H tlwi « der die Länder (d. h. Aegypten) fortführt » 
o.a. ist ursprünglich Name einer bestimmten Residenz des mittleren Reiches. 
Später scheint man es einfach für jede Hauptstadt zu verwenden, so heisst 
z. B. Ale.\andrien so (Brugsch, Thesaurus 630). — Der genetivische Ausdruck 
« sein Haus (?) der Residenz » soll wohl nur die Hauptstadt bezeichnen. 



OBELISKEN ROEMISCHER ZEIT 213 

2. 

Die grosse Isis, die Gottesmutter, die Beherrscherin (?) der Göttinnen, 

die Füi-stin der Götter, die Herrin des Himmels, der Erde und 

des Totenreiches 
er errichtete einen Obelisken aus rothem Granit ^) und die Götter 

seiner Stadt Benemetos 
(für) das Heil und das Bringen des Herrn beider Länder « Domitia- 

nos « der ewig lebt 
sein schöner Name Lukilios Mpups, 
es werde ihm ein langes Leben mit Freude '') gegeben. 

*) in beiden Texten fehlt das nothwendige « für sie ". 
^) « mit Freude " fehlt in B. 



Im Jahr 8 unter der Majestät des 

Horus « der starke Stier " 

des Königs von Oberägypten und Unterägypten, des Herrn der beiden 

Länder « Morgenstern (?) geliebt von allen ^) Göttern « des 

Sohnes des Ee, des Herrn der Diademe ^) « Domitianos " der 

ewig lebt 
erbaut ward der prächtige Palast für <=) die grosse Isis die Herrin 

von Benemeutos '^) und ihre Mitgötter ") 
seitens des Lukilios Mpuips 
(fm) das Heil und das Bringen des Herrn der beiden Länder. 

^) B hat nur " geliebt von den Göttern » . 

b) A hat hier wieder eine seltsame Confusion in der Schreibung der 
Titel ; es vertauscht das letzte Zeichen der Worte » Länder " und » Diademe " . 

<=) A hat hier ausnahmsweise die Präposition « für » geschrieben ; B lässt 
sie wie gewöhnlich aus. 

'•) B hat wie sonst Benemetos. 

'^j B hat stattdessen: « erbaut ward der prächtige Palast (für) die grosse 
Isis die Herrin von Benemetos, und aufgestellt ward der Obelisk». 

B hat Mpps. 

4. 

Die grosse Isis, die Gottesmutter, das Auge des Ke, die Herrin 

des Himmels, die Beherrscherin aller Götter 
es machte ^) ihr dieses Denkmal und (für) die Götter seiner Stadt 

Benemetos 



214 A. ERMAN 

(füi-) das Heil uud das Bringen des Sohnes des Re, des Herrn der 

Diademe ^ Domitianos " der ewig lebt 
sein schöner Name Lukilios Mpups '^), 
es werde ihm Freude und Leben, Heil, Gesundheit *=) gegeben — 

*) so hat sich der A't-rfasser der Inschrift wohl — gegen alle Gramma- 
tik—seinen Satz gedacht; das Subjekt ist Lukilios. 
^) A hat Mpis. 
'^} " Leben, HeiL Gesundheit " ist der aegyptische Ausdruck für Glück. 

Da die langen Titel der Isis und des Kaisers die üebersicht 
erschweren, so empfiehlt es sich, die Inschriften hier noch einmal 
ohne dieselben zu wiederholen; ich ersetze dabei gleichzeitig die 
aegyptischen seltsamen Bezeichnungen für Reich und Hauptstadt 
durch diese Worte. 

1. Domitian, gebracht aus dem Reiche und den Fremdländern 
der Soldaten zu seinem Hause (?), der Hauptstadt Rom. 

2. Isis, er errichtete [ihr] einen Obelisken aus rothem Granit 
uud (für) die Götter seiner Stadt Benevent für das Heil und das 
Bringen des Domitian, sein schöner Name Lucilius Mpups ; es werde 
ihm ein langes Leben gegeben. 

3. Im Jahre 8 des Domitian, erbaut ward der prächtige Palast für 
Isis und ihre Mitgötter ( Var. : für Isis und aufgestellt ward der Obelisk) 
seitens des Lucilius Mpuips (für) das Heil und das Bringen des Königs. 

4. Isis, es machte ihr dieses Denkmal und für die Götter seiner 
Stadt Benevent (für) das Heil und das Bringen des Domitian, sein 
schöner Name Lucilius Mpups ; es werde ihm Freude und Leben, 
Heil, Gesundheit gegeben. 

Der seltsam konfuse Satzbau dieser Inschriften, der für einen 
alten Aegypter ebenso auffallend gewesen wäre, wie er es für uns 
ist, erklärt sich ohne Zweifel aus den mangelhaften Sprachkennt- 
nissen ihres Verfassers. Der Isispriester von Benevent oder der 
Steinmetz in Syene hat die griechische (') Vorlage seines Auftragge- 

(1) Dass die Vorlage griechisch und niclit lateinisch war, wird wahr- 
scheinlich : 

1. durch den Gebrauch der Form Beneventos statt Beneventon, 

2. durch die unten besprochene Uebersetzung von xouiCeoS-ca, 

3. durch die Datirang nach Kaiserjahren, 

4. durch die nicht dem lateinischen Gebrauch — und ebenso wenig 
dem aegyptischen — entsprechende Form der Weihinschrift. 



OBELISKEN ROEMISCHER ZEIT 215 

bers so gut er es vermochte in seiae alte Kircheusprache tibersetzt; 
er verstand es sie mit den ihm gehiufigen GOtter-und Königstitelii 
zu verzieren, aber einen richtigen Satzbau vermochte er nicht mehr 
herzustellen, den bildete er etwa dem griechischen nach. Und ebenso 
haben ihm gewisse Worte seiner Vorlage Schwierigkeit bereitet. 
Vor dem Namen des Lucilius steht so in 2 und 3 « sein schöner 
Name » wo man etwa einen Titel oder ein ehrendes Beiwort erwarten 
würde; es könnte wohl einem tvwvv/iog entsprechen, wenn nur 
dieses Ehrenpraedikat sonst nachzuweisen wäre. Wichtiger noch ist 
das Wort hi, das ich nach seiner gewöhnlichen Bedeutung mit 
« bringen " übersetzt habe. Schon wer in 1 liest «Domitian gebracht 
aus den Fremdländern nach Rom» wird darin ein Wort für 
« zurückgekehrt « sehen, und wenn es in 2 und 4 heisst, dass der Obelisk 
errichtet ist « für das Heil und das Bringen " des Kaisers, so 
ist es klar, dass diese Worte die Formel «jjrö sahfte et reditu 
imper atoins " wiedergeben sollen. Der Verfasser hat wohl das xo- 
(xi^sadai seiner Vorlage sklavisch übersetzt, da die alte Sprache 
ihm kein besonderes Wort für « zurückkehren " bot {^). 

Somit erzählen unsere Obelisken, dass ein Lucilius Mpups, der 
in Benevent heimisch war oder ein Amt bekleidete, im Jahre 8 des 
Domitiau den Isistempel erbaut und mit Obelisken geschmückt hat 
t pro Salute et reditu « des Kaisers, als dieser aus dem Reiche 
und aus « den Freradländem der Soldaten » zurückkehrte. Es fragt 
sich nun, was dies füi- eine Rückkehr des Kaisers ist. Ich ver- 
danke die folgende Antwort darauf 0. Hirschfeld. 

' Das achte Jahr des Domitian (29. Aug. 88-89) erlaubt an 
zwei Kriege zu denken. Der Dakische Krieg fällt in die Jahre 88/9 
und fand allem Anschein nach Ende 89 mit dem Triumphe Do- 
mitians seinen officiellen Abschluss; vgl. Henzen, Acta fratrum 
arvalium p. 116. 

Fast gleichzeitig hat sich der Aufstand des Statthalters von 
Obergermanien L. Antonius Saturninus abgespielt, der wegen des 
mit den Germanen von dem Aufrührer geschlossenen Bündnisses 



ö'- 



(1) Allenfalls könnte man auch daran denken, dass in der spätesten Sprache 
(oder vielleicht richtiger nur in der Schrift) eine Zusammensetzung von in 
«bringen" mit einem Verbum des Gehens vorkommt, die einfach "kommen" 
bedeutet (Hess, Gnost. Papyr. von London p. 2); doch braucht unsere Inschrift 
eben in allein ohne einen weiteren Zusatz. Die oben gegebene Erklärung 
scheint mir daher ungleich wahrscheinlicher. 



216 A. ERMAN 

als bellum Germanicum bezeichnet wird. Wenn Bergk (zur Geschichte 
und Topographie der Rheinlande S. 61 ff., dem Asbach, West- 
deutsche Zeitschr. 3 S. 8 ff. und Ritterling Westd. Ztschr. 12 S. 218 
beipflichten), wie ich jetzt auch glaube, mit Recht die Gelübde der 
Arvalbrüder im Januar 89 iiro salute et victoria et reditit imp. 
D07nitiani (Jan. 12 und 17) und pro salute et reditu des Kaisers 
(Jan. 29) auf diesen Krieg bezieht, so war, wie derselbe a. a. 0. 
ausführt, der entscheidende Sieg über Saturninus bereits am 23. 
Januar in Rom gemeldet, also in der Mitte des Monats erfochten. 
Auf welchen von diesen beiden Kriegen die Errichtung der 
Obelisken in Benevent sich bezieht, ist fraglich. Allerdings kann 
der Dacische Krieg an Bedeutung, insbesondere für die Person des 
Kaisers, sich mit dem Germanischen keineswegs messen, und der 
im Gegensatz zu dem römischen Reich gebrauchte eigenthüraliche 
Ausdruck ' aus den Fremdländern der Soldaten ' scheint auf ein 
von römischen Truppen occupirtes, aber noch nicht definitiv dem 
römischen Reich einverleibtes Grenzland hinzudeuten. Auf das 
Germanische Limes-Gebiet mit seinen weit in das Barbarenland 
vorgeschobenen militärischen Posten (vgl. Mommsen Rom. Ge- 
schichte 5 S. Iu7 fg.) die Tremdländer der Soldaten' zu beziehen, 
läge daher nahe, wenn Domitian persönlich auf dem Kriegsschau- 
platz sich befunden hätte. Jedoch sagt Sueton (Domitian c. 6) 
ausdrücklich, dass er absem den Krieg beendet habe, und die 
folgenden Worte : de qua victoria praesagiis prius quam nuntiis 
comperit, si quidem ipso quo dimicatum erat die statuam eius 
Romae insignis aquila circumplexa jnnnis clangores laetissimos 
edidit zeigen, dass er jedenfalls näher der Hauptstadt, als dem 
Kriegsschauplatz sich befand. Man wird daher wohl die Worte 
' aus dem Reiche und den Premdländern der Soldaten ' auf beide 
Kriege zu beziehen haben und zwar die letzteren auf den Da- 
kischen Krieg, an dem der Kaiser sich persönlich betheiligte, 
die ersteren auf den Krieg gegen Saturninus '. 



Es erübrigt noch den Errichter der Obelisken und des Isistem- 
pels zu besprechen, der, wenn man den Ausdruck «seine Stadt" 
so versteht wie man es altaegyptisch thun raüsste, in Benevent 
heimisch fjewesen ist. Seine Namen lauten : 



OBELISKEN ROEMISCHER ZEIT 217 

Rukiris (A2 B4) Mpuips oder Mpiiips (A3) 

J^ukris (A3.4 B8) llpiips (A2 B2.4) 

Hukirs (B2) i%js (B3) 

Mpis (A4) 
Der erstere ist eine so genaue Wiedergabe von Lucilius, wie sie in 
der aegyptischen Schrift, die / und r durch e i n Zeichen ausdrückt, 
nur möglich ist ; für den zAveiten weiss ich keinen Rath. Dass die 
Form Mpups nicht vollständig ist, zeigen die Varianten Mpuips 
und Mpis, die noch ein / enthalten. Da ein i/,i oder iu in Mitte 
des Wortes nicht recht wahrscheinlich ist, und da diese Inschriften 
sich nicht scheuen die einzelnen Zeichen der ßaumersparniss wegen 
durcheinander zu würfeln, so vermuthe ich dass das i in die letzte 
Silbe gehört und dass der Name vollständig Mpupis geschrieben 
werden sollte; es wäre dann ein Name auf..m. In dem ^^ dieses 
Mpupis kann man sowol die Wiedergabe eines u als eines o sehen. 
Von den Konsonantenzeichen wird man das erste ungewöhnliche 
des Löwen nicht gut anders als m lesen können, da der Löwe mui 
heisst, wennschon man ja bei dieser Art Schrift nie ganz vor Ueber- 
raschungen sicher ist. Aber wie man aus den Schreibungen von 
Beneventum Bnmts, Bnmnts ersieht, giebt der Verfasser unserer 
Inschriften auch or, v mit m wieder, so dass man auch an einen 
mit V beginnenden Namen denken könnte. 
Somit hätte man folgrende Möglichkeiten : 



M? 


P u 


V 







ui? 




iu? 



Wenn nicht ein Zufall uns diesen Lucilius noch anderweit kennen 
lehrt, so werden wir wohl darauf verzichten müssen, seinen Namen 
zu deuten. 



Es sei mir noch erlaubt, hier anhangsweise auf ein anderes 
Denkmal hinzuweisen, das in einem gewissen Zusammenhang mit 
den Beneventaner Obelisken steht. Bekanntlich hat man zur stilvollen 
Dekoration der italischen Isistempel alte aegyptische Skulpturen 
benutzt, die man den Tempeln Aegyptens entnahm. Auch .der 
Isistempel von Benevent dürfte einen derartigen Schmuck besessen 

15 



218 A. ERMAN, OBELISKEN ROEMISCHEK ZKIT 

haben, denn im Stalle des Episcopio hat sich 1892 nach Mitthei- 
luQg des Herrn Meomartini ein aegyptisches Bildwerk in schwar- 
zem Stein vorgefunden. Ein Abguss, der mir durch die gütige Ver- 
mittelung des genannten Herrn zuging, zeigt dass es eine der be- 
kannten Statuen gewesen ist, die einen Mann auf der Erde hockend 
und ganz in sein Gewand gehüllt, darstellen. Die vorliegende, der 
der Kopf fehlt, war in den Tempel des Ptah zu Memphis geweiht 
und stellte einen gewissen Nefr-hotep dar, der « Schreiber der 
Wahrheit » (d. h. wohl Gerichtsschreiber o. ä.) des Königs war 
und etwa um 1300 oder 1200 v. Chr. gelebt haben dürfte. Vorn 
auf dem Kleide ist Gott Ptah dargestellt; die Inschriften die die 
ganze Statue bedecken, verheissen denen Segen, die sie an ihrem 
Platze im Tempel erhalten — eine Vorsichtsraassregel, die, wie man 
sieht, die erhoffte Wirkung nicht gehabt hat : es werden die Priester 
von Memphis selbst gewesen sein, die die Statue zu weiterer Ver- 
werthung in Europa verkauft haben. 

Berlin. 

Adolf Erman. 



DIE GARNISON VON PRAENESTE 

(zu Tacitus Ann. XV 46). 



Ann. XV 46 berichtet Tacitus, dass im Jahre 64 n. Chr. in 
der Gladiatorenschule zu Praeneste (vgl. L. Friedlaender Sitten- 
geschichte ir^ S. 377. 379. 384) zum grössten Schrecken Roms eine 
Meuterei ausbrach, die jedoch von der daselbst stationierten Mili- 
tärwache noch rechtzeitig unterdrückt wurde : Per idem tempus gla- 
(Uatores apud oppklum Praeneste iemptata eruptione praesidio 
militis, qiä custos ade st, coerciti sunt, iam Spartacum et vetera 
rnata rmnoribiis ferente populo, ut est nooarum verum cupiens 
p)avidi(sque. Bei der grossen Zahl von Inschriften, die Palestrina 
bewahrt hat, scheint die Frage nicht aussichtslos zu sein, ob sich 
nicht Nachrichten erhalten haben, welche uns den Truppenkörper 
erkennen lassen, dem dieses (auch zu Tacitus Zeit) ständige prae- 
sidium von Praeneste entnommen wurde. Die staatsrechtlichen 
Bestimmungen über die Truppen in Italien geben für die Beant- 
wortung der Frage eine Directive an die Hand : sie schliessen Le- 
gionare und Auxiliarsoldaten aus und lassen nur die stadtrömischen 
Bataillone und die beiden praetorisehen Flotten in Betracht kommen 
Von diesen nun fanden sich folgende Inschriften in Palestrina: 

Praetorium. 

1 C. I. L. XIV 2951 : . . . Firmi Aug. Taur. inil. coh. III pr. {cen- 

turia) Ctaudl cur. M. Julius Virilis her. 

2 2905 : ? I{ovi) o{p)timo)'] m{aximo) [sacruni] . . . mit. 

\_cohr\ . . in 'pr. [centuria] Aquilli[revers']us 
de expeditione [y.'} s.l.m. aus dem Jahre 167. 



220 K. PATSCH 

3 C. I. L. XIV 2948 : L. Äufldlus C. f. Sca. Celer Florentia eques 

cohor. im pr. \_{ceiituiHa)']Classic{i) vixit aii- 
iios XXIIIl militavit ann. VIII. 

4 2958 : Ossa L. Valerii L. Pol. Primi müitis cohor. 

VIII i^r. L. Matiiüus T. f. Ilijmenaeus sodali 
suo fecit. 

5 2953 : D. M. L. Geganio Victorim mil. cho. Villi 

pr., vix. annis XXIX, ßio pieiitimmo 'pcir eti- 
les feceriml. 

6 2952 : D. M. T. H. Palernus rail. coh. X pr. {ceatu- 

ria) Sabini Jul{ia) Emona mili\jla~\ vil an. 
Vllvixil an. XXVI T. Fl. Severiis mil. coli. 
XXVIvolimtaria f rater eiuset L. AeliusCan- 
didus eq. sing. Aug. heredes faciendum cic- 
raverunt. 

Cohortes urhanae. 

C. I. L. XIV 2956 : 1). [3/.] L. Pompei\j . . .] Felicis\_simi . . . mil. 

coh.'} XI urba\jiae . . . 

Sechs Praetorianer stehen einem Angehörigen einer Cohors ur- 
bana gegenüber; Steine der Vigiles und der Flottensoldaten sind 
bis jetzt nicht zum Vorschein gekommen. Die Zahl der Inschriften 
spricht also für die Praetorianer; ihr Inhalt scheint mir den noch 
möglichen Zweifel vollends zu beseitigen. Prüfen wir die Gattung 
der Inschriften, das Alter und die Heimath der Soldaten ! Es sind 
fünf Sepulcralinschriften und eine Votivinschrift, wahrscheinlich an 
luppiter; es hat also nicht etwa das berühmte Heiligthum der 
Fortuna Primigenia in liom garnisonirende Soldaten zu Stiftungen 
in Praeneste veranlasst. Auch die Heimath ist es nicht, die Fir- 
mus, Celer, Primus u. s. w. in Praeneste die letzte Ruhestätte 
finden Hess ; n. 6 stammt aus Laibach, n, 1 aus Turin, n. 3 aus 
Florenz und n. 4 mit der tribus PoUia ist auch nicht aus Prae- 
neste gebürtig, da diese Stadt der tribus Menenia angehört (')• 



(ij L. Gegaiiius Victorhius (ii. 5) könnte ..'in Praeiiestiner sein da ein 
Gecjanius Fimbria als daovir dieser Stadt bezeugt ist. CLL. XIV 4091 i. 



DIE GARNISON VON PRAENESTE 221 

Schliesslich sind es auch nicht Veteranen, die nach ihrem Abschied 
sich in der Rom nahen, gesunden Bergstadt niedergelassen haben, 
sondern junge, in ihren ersten Dienstjahren stehende Soldaten. Aus 
all dem ist m. E. der Schluss unabweislich, dass sie, nach Praeneste 
commandirt, daselbst ihren Tod fanden. 

Was die Stärke dieser Wache und die Dauer ihrer Detachi- 
rung in Praeneste betrifft, so kann man, da bestimmte Cohorten 
nicht hervortreten, sondern die Cohorten III III(?), IV, VIII, IX, X 
durch gleich viel Steine vertreten sind, annehmen, dass sie nicht 
die Stärke einer Gehörte hatte und nicht etwa auf die Dauer 
dorthin verlegt war, sondern in einem aus Angehörigen verschie- 
dener Cohorten zusammengesetzten vexillum bestand, das von Zeit 
zu Zeit von Rom aus abgelöst wurde ('). Auf diese Weise erklärt 
es sich, wie Angehörige derselben Centurie in Rom und Praeneste 
bestattet wurden: zu n. 6 vgl. f. /. X. VI 2756: D. 31. Tursini 
Adaucti mü. coh. X ])r. [centuria] Sabini, qiii vix. annis XXIIII 
mil. an. VII Tursinius Valentinns mü. coh. X pr. {centuria) Sa- 
hini fratri h. m. f. 

Rom, Juni 1893. 

K. Patsch. 



(*) Ebenso urtheilt H. Dessau C /. L. XIV S. 9 über die Station der Vi- 
riles in Ostia ; vgl. E. E. VII S. 365. 



ALTARE DI MERCüßlO E MAIA 



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L'ara tonda qui riprodotta in fototipia trovasi nella Galleria 
dei candelabri del Museo Vaticano. La sua iscrizione fu piibblicata 
nel C. I. L. I, 804 (^ VI, 2221) come segne: 

T ■ QVINCTIVS • Q^ F • L • TVLLI • CALTILI • GALT • L ■ 
MAG • DE • DVOBVS • PAGEIS • ET • VICEI • SVLPICEI • 



E. SAMTER, ALTARE DI MERCIIRIO E MAIA 223 

Siü primo sguardo pare assai difficile di congiungere ed inter- 
pretare i nomi della riga superiore : ma le irregolaritä ceasurate dal 
Mommsen svaniscono in segiiito di ima osseiTazione dello Zange- 
meister, presso Kitschi, Priscae Latltiitatis epigr. suppl. V p, XII 
(col disegno dell'ara a t. XCI A; v. Opuscida IV p. 5(38 t. XIX D) 
esservi cioe nella lapide iina lacuna tra TVLLI e CALTILI, risar- 
cita con un pezzo di colore piü chiaro senza perö supplire altro 
che le parti mancanti dell' I e della C('). Quindi e certo che vi 
erano tre nomi di magistri. La lacuna lunga appie delle lettere 
circa m. 0,18 basta per cinque lettere. II secondo nome probabilmente 
non era abbreviato TVLLI, ma intero come il secondo, TVLLIVS ; 
il terzo, CaUili{us) Calt{iliae) l{ibertm) non puö esser stato privo 
del prenome, siil quäle natural meute nulla si puö congetturare. 
Tutta la riga pare corresse cosi: 

T • QVINCTIVSQ^F • L ■ lVLU[_us L . /.-] CALTILI • GALT • L • 

L'epoca dell'iscrizione e designata fra due termini : il genitiver 
in ei non si trova prima del titolo Mummiano {G. I. L. I 542); 
dair altra parte liberti senza cognome non esistono depo la metä 
del secolo VII. Per conseguenza l'altare fu dedicato fra gli auui 608 
e 650 incirca. A quäl nume fosse dedicato, non ce lo dice l'iscri- 
zione, ma bensi il rilievo. AI di sotto della riga superiore l'altare 
e cinto da un festone infasciato e sospeso a due bucrani. A destra 
e a sinistra di essi sono nastri pendenti. Sulla facciata, sotto il nome 
di T. Quinctius e fra due dei nastri sta un' altare acceso con a 
destra e a sinistra due figure, che nel C- /. L. come presso Garnicci 
sono dette vir et muUer sacrifieafites. L'uomo perö, come osservö giä 
il Marini, Arv. II 821 e un Mercurio manifeste : il dio, vestito 
della clamide sola, porta il cappello alato in testa e ale ai talloni, 
il caduceo nella sinistra, mentre la destra regge una patera al di 
sopra dell'altare. La douna a sinistra dell'altare e vestita di lungo 
Chitone; ha i capelli annodati suU'occipite e cinti di Stefane. Por- 
geudo le mani sull' ara, pare sparga 1' incenso nelle flamme. II 
Mommsen la dichiara una magistra pagi, allegando 1' iscrizione 

(1) Nessuna lacuna e indicata sul facsiniile di Eitschl e percio il Muiiimseii 
credeva oraesse per errore dello scarpellino le lettere L • F • L • Nella prima edi- 
zione deirepigrafe presso Marini, Atti dei fratelli Arvali I p. 18 dopo TVLLI 
s'indica una lacuna di tre lettere, e cosi pure presso Garrucci, Sylloge n. 1136. 



224 K. SAMTER 

Orelliana 1495, ove insieme al magister jmgi e menzionata iina 
YiiagMra. Alla quäle spiegazione fa difficoltä, oltre Tessere solo uo- 
mini nominati neiriscrizione, anche il non poter essere la sacrificante 
iina douua. Imperocche, se fosse una mortale, ella avrebbe la testa 
velata, secondo prescrive il rito (Varro de l. l. V, 130), giacche 
graeco ritu si sacritica aH'Onore, a Saturno, ad Ercole ma non a 
Mercurio. Anche la Stefane e segQO caratteristico per un nume. 

Quäle nome si debba dare a questa dea, risulta dal fatto ch'essa 
si trova unita a Mercurio. Deve esser quindi stata venerata insieme 
a Mercurio; ciö che in tre sole dee cade: Cerere, Fortuna, 
Maia('). Di cui la prima e la seconda si escludono per essere di 
aspetto troppo diverso dalla figura dell'ara: Cerere e Fortuna difficil- 
mente raancherebbero di uno dei soliti attributi. Kesta dunque la 
terza, M a i a , la quäle di fatto e ben piii strettamente legata con 
Mercurio che non sono Cerere e Fortuna (-). Per Maia la mancanza 
di attributi non ha niente di strano, avendo la dea poca individualitä, 
priva di attributi speciali {^). Tuttavia la figura matronale dell'ara 
conviene bene ad una dea madre. 

Iscrizioni di dediche fatte a Mercurio e Maia si son trovate 
in molte parti dell'impero Romano ('*), ma l'ara vaticana e l'unico 
esempio di dediche fatte in Roma stessa a quella coppia divina. J 
donatori sono i magistri del vicus Sulpicii e dei duo pagi. Queilo. 
come e noto dalla base capitolina (C. /. L. VI 975), spetta alla prima 
regione; la sua situazione viene iudicata con abbastanza precisione 
da un passo della vita di Elagabalo (c. 17): opera eim praeter .. . 
et lavacrum in inco Sulpicio, quod Antoninus Seifert fllius 
coeperat, nulla extant. Dal passo seguente si rileva che il bio- 
grafo senza dubbio voglia additare le celebre terme antoniniane : e 

(1) Cerere: Liv. XXII, 10, 9; (7. /. Z. XII, 2318; Fortuna: Röscher 
Lexikon, 1536-7. 

(2) Cf. la festa comune a Mercurio e Maia il 15 maggio : faü. Venus. 
CLL. I p. 301; Cae7rt. Ephem. epigr. III p. 5; Macrob. I, 12, 19. 

(») I simulacri di Jl/aia-Rosmenta (Robert , cpigraphie (fe la Moselle 
\). 65) appartenendo a culto locale non ci entrano. Altre rappre.-entazioni di 
Maia non esistono. 

(^) Ponipei: C.LL.X 885-9; Gallia cisalp. : V 6354 ; Gallia Narb.: XII 
2578; Bizanzio: III 740; Delo : Ephem. l\ 76 V 1408; Germania: ßrambach 
721-2, 1703, 1845; 1835 (Maia sohl). Magistri o ministri AJercurii et Maiae 
oltre a Ponipei vcngono menzionati anche a Delo. 



ALTARE DI MERCIRIO E MAIA 225 

con molta probabilitä il ch, Lanciani (acque p. 56) suppone che 
il vicus Sulpiciiis citerior et iiUerior abbiano intersecato la via 
A2)pia costeggiando i lati nord e sud delle terme stesse. 

Per la posizione dei duo j)agi importa conoscere il luogo ove 
fu trovata l'ara. Essa secondo il Marini 1. 1. 11 821 proviene da 
iino scavo fatto nella teniita Colombaro, la stessa ove Gavin Hamilton 
nel 1792 trovö 11 discobolo Vaticano (n. 330 Heibig). La tenuta 
e situata fuori porta S. Giovanni a 8 miglia incirca da Koma, ta- 
gliata dalle vie Appia niiova e antica {^). 

n ritrovamento dell'ara in qiiesto sito tanto distante dalla cittä 
e dal vicus Sidpici pare non si spieghi se non si attribuisca al 
territorio dei duo pagi. I suoi limiti e vero non si possono deter- 
minare, come pure incerto rimane se i duo pagi siano davvero due 
yillaggi, oppure debba intendersi un solo nome proprio analogo ai 
ben conosciuti Septem Pagi (e questa l'opinione dello Jordan, Topogr. 
I, I p. 278 not. 43). E 1' nna e 1' altra ipotesi oftrono una diflfi- 
coltä. Da una parte cioe accanto al vicus Sulpicius starebbe meglio 
un nome proprio che non l'indicazione di due distretti anonimi; 
d' altra parte il numero di tre magistri pare richiegga tre distretti 
e per conseguenza non uno, ma due pagi. 

Roma. 

E. Samter. 



(1) V. Cancellieri, dissertazione sopra la statua dei discobolo (Roma 1806) 
p 33 ; Nibby, Dintorni di Roma D p. 535, ove la tenuta si cbiama ' Palom- 
baro '. L'identitä dei due nonii risulta dalla notizia presse Cancellieri. 



DISCO DI FERRO 



Qiii appresso si pubblica l'autotipia e uno schizzo. dovuto al 
Gillieron, di im dischetto di ferro che fii acquistato e forse anche 
trovato qui a Roma. II permesso di esporlo alVadimanza tenuta in 
onore di E. Bnmn il 22 gennaio 1892 (v. Mitth. 1892, p. 108) 
e di pubblicarlo adesso si deve alla gentilezza deH'attuale proprie- 
tario il eh. Augiisto Castellaui. II ferro e metallo raramente ado- 
perato plasticamente, si per la sua durezza, si per essere troppo 
alterabile daH'ossidazione, il che pur troppo si vede accaduto in 
questo monumentino. 




La parte conservata del circolo a sin. ha il raggio di mill. 45 
iacirca, ma essendo molto corrosa la siiperficie, il diametro non 
puö essere stato sotto i 10 centimetri. II rovescio e piano, anzi im 
po' concavo, piii perö nel senso orizzontale che nel verticale; la 



E. PETERSEN, DISCO DI FERRO 227 

faccia invece, astrazione fatta e dal lilievo e dalla corrosione, piü 
äensibilmeiite e convessa. Su questo fondo quattro figiire, piene e 
fiise col disco stesso, si elevauo tuttora fino a cent. 2, formando 
im gruppo che si accomoda bene alla periferia predetta. AI primo 
sguardo si riconosce il combattimento di uno che sta in alto coiitro 
tre piü in basso. 

Quello in alto, dopo avere sconfitto i due nemici a sinistra, 
ora fa im gran passo a destra per attaccare il terzo. La parte in- 
feriore della gamba sinistra e piü della destra, sta nascosta dietro 
le figure inferiori. La man sin., che vien fuori presso il fianco sin. 
(lo schizzo non la rende bene) sembra involta nel panno, l'unico 
suo vestimento, che dalla mossa violenta gli sta svolazzando in- 
dietro per empiere il vuoto a sinistra ; la destra stava probabilmente 
iin po' dietro l'orecchio destro, come jaculans ab aure. 

I tre avversari dunque, come Laoconte ed i figli, ci presentano 
tre gradi di resistenza diversi. L' nno ancora in piena forza, il 
secondo orora soccombente, il terzo morto. A sinistra cioe im uomo, 




la cui testa sembra barbata, sta assiso siil suolo, e pare avesse la 
gamba s. fortemente piegata col ginocchio in alto, quasi in questo 
momento fosse caduto e ancora voglia rialzar^i. Anche la sua gamba 
d. doveva esser piegata, perche dietro il suo compagno, non ne 



228 E. PETERSEN 

apparisce niente, ma piegata piiittosto orizzoDtalmente e sottoposta 
alla sinistra. II braccio d. al Gillieron, a causa di una massa informe 
secondo me nieiit'altro che ossido, parve piegato in su; crederei invece 
che, per mantenersi in siffatta posizione, il guerriero seduto poggiasse 
la destra sul suolo. ove evvi iin'altra massa parimente informe. 

La seconda figm-a a prima vista diflicilmente si capisce, ma 
una volta riconosciuta rimane chiara abbastanza: il corpo di un 
giovane — che sia tale mi pare piü certo che non la barba del 
precedente — capovolto si precipita dall'alto sopra un balzo, che 
fortemente gli fa uscire il torace; la testa pende in aria, e il braccio s. 
spossato si stendeva lungo l'orlo del dischetto. 

II t e r z invece, indomato e fiero, alzando la sinistra per pro- 
teggersi contro l'arma dell'avversario, sta per aggiustargli un colpo 
con la destra abbassata, mentre poggia il ginocchio s. contro un 
rialzo come per spingersi in alto. 

Ed e per questa figura alraeno che ognuno deve ramraentare il 
famoso gruppo di Zeus nella grande gigantomachia pergamena. 
Ivi pure un gruppo di quattro figure combattenti, uno contro tre, 
tutti, e vero, posti sul medesimo piano, ma quell'uno anche qui 
soprastante agli altri per essere abbattuti i due avversari a sinistra 
ed anguipede quello a destra; e perfino il posto dato a Zeus, fra 
il primo ed il secondo gigante, corrisponde; se non che il dio sul 
dischetto fa un passo dal primo gigante al secondo, mentre sul ri- 
lievo dell'ara lo fa dal secondo al primo. Eppure con questa mossa. 
soltanto esternamente contraria, Zeus qui come lä assalta il mede- 
simo gigante a destra, nella cui figura l'accordo delle due rappre- 
sentanze e quasi comploto. II gigante — chiamiamolo Porfirione con 
M. Mayer, die Giganten und Titanen in der antiken Sage und 
Kmst p. 303 e 362 — nell'una come nell'altra ci si presenta dal 
rovescio, ne altra differenza si rileva in ciö che resta della sua 
figura sul disco, se non che qui pare non avesse le gambe da 
serpenti, come sull'ara, ma tutte umane come i due compagni. 
Di questi ultimi anche quello a sin., benche peggio conservato, in 
ambedue le rappresentanze si mostra quasi identico : assiso, con la de- 
stra armata della spada, come si vedrä in un altro monumento, 
probabilmente appoggiato sul sedile e con lo scudo alzato per pro- 
teggersi. Invano; 1' inevitabile telo di Zeus, invisibile sul rilievo 
del disco, purtroppo palpabile sul marmo, 1' ha giä percosso. Op- 



DISCO DI FERRO 229 

presso dal tormento sul rilievo dell' ara estende le dita della si- 
nistra, appena conservate, quasi per implorare la grazia del vinci- 
tore; e nel ferro la te^ta fiacca gli cade suiromero sinistro. 

Grande invece e la differenza nella figura del terzo gigante, 
quello in mezzo, che sull'ara si vede non precipitato e capovolto, 
ma inginocchiato e spasimante dall'egida pietriticante ; la testa gio- 
vanile, rivolta verso il terrore, deve essere stata simile a quella famosa 
testa del cosidetto Alessandro moribondo negli Uffizi di Firenze. 
Soltanto r etä pare la stessa, probabilmente qui come lä fram- 
mezzo a due giganti di etä piü avanzata. Questa differenza del terzo 
gigante senza diibbio e la piü iniportante fra le due composizioni; 
ma essa evidentemente sta in intimo connesso con quell'altra 
della posizione di Zeus, piü elevata sul disco, piü bassa sull'ara. 
La figura precipitata fa spiccare la differenza delle due forme di 
composizione : l'una a tondo ovvero a quadro, l'altra a fregio, que- 
st'ultima la piü antica, ma che nell'epoca di Fidia ebbe asso- 
ciata la seconda ; quella adoprata nelle metope orientali del Parte- 
none, questa secondo l'analogia dell'Amazonomachia (che qui come 
lä fa contraposto alla gigantomachia) sulla parte interna dello 
seudo di Atena Parthenos. Per trovare dunque qualche traccia della 
composizione del sommo maestro, bisogna rivolgersi alle giganto- 
machie esistenti dello stesso genere, a quadro cioe non a fregio 
(Mayer, p. 353); e guardiamo prima l'urna perugioa (Körte I ri- 
lievi delle urne elrusche II, t. I p. 1), che presso Mayer tiene 
l'ultimo posto. 

E una scoltura povera assai, ma vi si trovano imitati mo- 
delli greci ben piü che non crede Mayer, il quäle a ragione vi 
riconobbe quella figura di Porfirione, o Körte, che a torto vorrebbe 
ritrovarvi l'Artemis pergamena e il suo avversario, 1' una in alto, 
r altro in basso a sinistra. Tutto il gruppo cioe di Atena coi tre 
giganti, di cui il predetto Porfirione sta piü a destra, somiglia al 
famoso gruppo di Zeus sull'ara pergamena. Atena, e vero, ha preso il 
posto di Zeus, ma assumendone pure lo schema. II gigante caduto 
sulle ginocchia ripete lo schema generale del pergameno, cambiando 
soltanto le braccia ; il terzo finalmente qui pure e seduto e infrauto. 
Se qui di fatto le differenze sono un po' piü grandi, ecco un altro 
gigante dell'urna a sinistra sotto Zeus stesso in alto, seduto 
e coprendosi con lo scudo. Ed e questo che ci fe' supplire la spada 



930 E. PETERSEN 

nella destra della ligura corrispondente sul disco come siiU' ara. 
Tali coincidenze non possono esser casuali; eppure vi intercede la 
predetta difterenza della composizione fatta a qiiadro suirurna, a 
fregio dell'ara, e sta il fatto che l'iirna, mentre per i particolari 
si accosta piü all' ara, per la composizione a quadro si avvicina 
di piü al disco. 

Gigantomachie composte a quadro (v. Mayer, 1. c, p. 383) 
piü antiche e del pleno secolo quarto ce le offrono tre vasi, il napole- 
tano da Kuvo (Mon. ined. d. Inst. IX, 6 e Overbeck, Atlas, V, 3), 
il parigino da Melo ( Wiener Vorlegebl. YIIl, 7) e l'ateniese da Ta- 
nagra {^(fr^i-i. cigx. 1883, VII). Dappertiitto i giganti attaccano dal 
basso, salendo in alto, ove gl'iddii stanno respingeudoli, ma nei par- 
ticolari vi e molto meno di concordanza. Essa perö e cospicua nella 
ficrura tanto caratteristica di Porfirione veduto da tergo, ma non 
anguipede come sull'ara, bensi con gambe umane come sul disco 
e sull'urna perugina, se non che la mossa delle gambe e inversa : 
e sempre egli minaccia di un colpo terribile l'avversario, che sta 
in alto a sinistra. Questo avversario sul vaso parigino e Zeus, so- 
migliante per la mossa de! corpo allo Zeus dell'ara, pel vestimento 
a quello del dischetto. Sul vaso tanagreo invece di Zeus gli si 
oppone Ares in posizione e figura quasi identica allo Zeus del disco. 
E siccome questo e lo Schema usuale dell'arte piü antica ed ado- 
prato per qualunque assalitore, cosi esso e stato dato anche a Zeus 
oficrantomaco in vasi del secolo V, ove egli solo col manto aftaldato 
al braccio sinistro (come sul disco) attacca un gigante che, riti- 
randosi a destra con la testa rivolta verso Zeus, fii, secondo giu- 
stamente osserva Mayer p. 303, il prototipo del piü volte lodato 
Porfirione. Ciö meglio forse che negli altri vasi, citati da Mayer 
p. 302, apparisce nella bella anfora nolana da S. Maria di Capua 
{Arch. Ans., 1890, p. 8) ove il gigante e come il modello del 
Porfirione suH'urna perugina, e la testa di Zeus sente magnifica- 
mente l'Olimpio di Fidia, ma la composizione e l'antica, a fregio 
e, credo, poco differente dal gruppo di Zeus nella metopa Orientale 
8 del Partenone ('). 

Ma ecco 1' ultimo dei predetti vasi, che forse ci puö fornire una 
certa idea dell'altra gigantomachia fidiaca, che ornava lo scudo 

(1) Non assai fondate cioii, in parte incomprensibili, nii sembrano le os- 
servazioni fatte da Mayer su questa metope come su altre (4, 6, 9). 



DISCO DI KEKRO 231 

della Partheiios. La seccliia ruvese cioe ci presenta i giganti nell'atto 
di salire iina montagna, e di rendeiia piü alta, secondo l'Odissea 
11, 315, cou altri massi impostivi per giiingere al cielo, rappre- 
sentato mediante ima striscia cuiTata a guisa di arco Celeste. AI 
di sopra cioe, fia Helios Oriente e Selene che tramonta. rimangono 
gli avanzi della quadriga di Zeus, mentre il sommo dio, che, se- 
condo le mire prese dal suo avversario Portirione, non stava piü 
sul carro, ma ne era sceso come siil vaso parigiuo, forse con qual- 
che altra divinitä al lato, e perito con parte del vaso. La quäle 
composizione, con quella divisione per cosi dire architettonica fra 
la sfera Celeste e la terrestre, e tanto singolare (') e tanto poco 
conveniente alla forma del vaso che ne va adorno, che quasi ne- 
cessariamente ella si crede imitata d'altronde. Quindi sagacemente 
fu osservato dal Kuhnert (Koscher, A^/sf. Lexikon p. 1659) e dal 
Mayer (p. 269, 11), che quella divisione delle due sfere corrispon- 
derebbe esattamente allo scudo della Parthenos, del cui lato interno 
la metä inferiore incirca deve supporsi nascosta dalle spire del 
drago Erichthonios, mentre la superiore mostrava sul margine la 
sfera Celeste e nella cavitä i terrigeni, salendo dal basso, ove, benche 
non ancora anguiformi, pure apparivano della stessa origine col drago, 
anch'esso terrigeno. E noto che era un pensiero fidiaco di rappre- 
sentare la sfera Celeste inclusa fra Helios e Selene; ma l'argomento 
piü striugente in favore della ipotesi suddetta, benche ne Mayer 
ne Kuhnert l'abbiano accennato, consiste nella grande analogia fra 
i giganti del vaso ruvese e l'Amazonomachia tidiaca. Tutta la parte 
convessa cioe dello scudo ci si presenta come un forte declivio, sul 
quäle a stento salgono rampicandosi le tiere nemiche respinte dagli 
Ateniesi, come i Giganti della secchia si trovano ugualmente in 
declivio; e se essi non si mostrassero pel momento piü premurosi 
di innalzare la montagna che di assalire (-), e se quindi il com- 
battimento non stesse piuttosto sui primordi, non c' e dubbio che 

(1) Lo stesso arco, ma spostato per malinteso al di sopra di Zeus, 
si vede sul vaso di Pietroburgo : Müller-Wieseler Denkm. II 843, Overbeek 
Atl. T. ; simile ma piü ristretto, perche di senso piü locale e un vero arco- 
baleiio, si trova sui vasi di Alcmene, Aniiali 1872 tav. A e Journ. of hell. st. 
1890 tav. YI; piü ristretto ancora sul vaso di Amimone confrontato gik dal 
Friederichs, die Philostrat. Bilder p. 81, 1. 

(2) Se in cio pure Fidia sia stato il modello, non oserei affermarlo; qui 
potrebbe aver ragione Eobert, die Nekyia d. Polygnot p. 55,31. 



232 E. PETERSEN 

viemmaggiore sarebbe la corrispondenza uei particolari fra le (lue 
rappresentanze, Neppure cosi esse mancano : si confrontino p. e. le 
due Amazzoni al di sopra e a destra del Gorgoneion sullo scudo 
Strangford (Michaelis 15, 34) col Porfirione, il piü cospicuo anche 
fra i giganti della secchia riivese. Si aggiungano le corrispondenze 
fra gli altri moniimenti che furono riconosciuti dipendenti dalle me- 
desime tradizioni, come p. e. fra TAmazone Strangford seduta a sin. 
del Gorgoneion e il Gigante seduto sotto l'Atena deH'urna perugina, 
fra l'AniazoQe che sta assisa a sin. sul frammento vaticano (Mi- 
chaelis 15, 35) coprendosi con la pelta e quella figura di gigante 
ritrovata e sul disco e suH'urna e sull'ara ('). II confronto piü im- 
portante perö ce lo da l'Amazone precipitata capovolta dello scudo 
fidiaco; imperocche essa ci conferma quanto abbiam detto sul gi- 
gante capovolto del disco: doversi egli derivare da una composi- 
zione a quadro. E qui forse qualcuno si ricorderä di Capaneo {yiydc 
od' akXog presso Eschilo Septem 407) che cade capovolto dalla scala 
d' assalto, come ce lo descrive Euripide e lo raffigura il fregio di 
Gjölbaschi-Trysa (v. Benndorf e Niemann, das Heroon ecc, p. 193). 

AI quäl fatto in nessun modo contradice il sarcofago vaticano, 
nel quäle appunto i giganti, precipitati con corpi e membra pen- 
denti dai balzi, dimostrano che qui e stata ridotta a fregio una 
composizione anteriore a quadro, ove i giganti non stavano tutti sul 
medesimo livello ; e non so se anche i giganti prostrati sul piano, 
come il barbato di Napoli (Monumenti iued. d. Inst, X, 29, 2 o 
l'altro giovane di Atene {Athen. MittheU. 1880 t. VIII sg. e Journ. 
of hell. stud. 1890 p. 205), non possano per la violenza della caduta 
e pei toraci fortemente alzati in certo quäl modo dirsi tradotti da 
una rappresentanza verticale, sia dipinta sia a rilievo, allorizzon- 
tale. Ora se la gigantomachia pergamena almeno pel gruppo di Zeus 
ci mostra tante coincidenze con quelle altre fatte a quadro, riesce 
probabile che essa stessa sia stata influenzata meno dalle antiche 
gigantomachie di metope e fregi, bensi da un quadro ; la quäle opi- 
nione, credo, vien confermata da uq esame del gruppo stesso. 

Chi mai potrebbe negare che il gigante annientato a sin. di Zeus 
non gli stia troppo vicino per il tiro del terribile telo Celeste, che 
er ora l'ha percosso. II forte naturalismo delle punte perforanti la sua 

(') II prototipo n'e forse il Lapita della inetopa Sud IV Partenone. 



DISCO DI FERRO 23o 

gamba diede liiogo alla sagace interrogazione di Brunn, über die 
kunstgeschichtl. StellittKj der pergamen. Giyaatomaclde p. 33, se 
tale ferita, contrariamente al voler del sommo dio, non sarebbe guari- 
bile da un buon chirurgo. ün'altra questione si potrebbe aggiungere : 
quäle posizione cioe aveva il Gigante ora seduto nel momento della 
ferita? Pare impossibile, per la direzione del fulmine, immaginarlo 
in quel momento ritto in piedi, se non con il piede s. molto in 
alto come per salire un'altura — o, meglio, il gigante stava assiso 
prima della ferita, vale a dire prima che la ferita si esprimesse in 
modo cosi materiale. In somma l'artista pergameno prese la figura 
da una composizione anteriore, che era probabilmente a quadro, e 
senza molto riflettere vi aggiunse il fulmine per quell' amore di ogni 
particolare materiale e ricco eseguito cosi a minuto, amore censu- 
rato dal Brunn 1. c. p. 8 sgg. ('). 

II disco Castellani dunque tanto per la propria composizione 
quanto per l'aftinitä con altre dello stesso genere si manifesta de- 
dotto da una gigantomachia a quadro, la stessa che per qualche 
parte, specialmente per il gruppo di Zeus, ha infiuenzato non leg- 
germente anche la grande gigantomachia pergamena; e quel prototipo 
comune, probabilmente un quadro, da parte sua derivava dalla gigan- 
tomachia che ornava lo scudo di Atena Parthenos. E se a ragione nel 
rilievo del disco io riconosco il carattere dell'arte pergamena, anche 
il quadro supposto potrebbe congetturarsi avere esistito in Pergamo. 

Ma, ora si domanderä, a quäle uso puö aver servito il disco ? 
Mancando (perl'ossidazione, s'intende) ogni indizio tecnico diim fer- 
maglio qualunque, il giudizio non si puö fondare se non sulla forma 
e grandezza del disco, sul suo materiale, sul soggetto rafRguratovi 
e flnalmente sul tempo al quäle appartiene, secondo io credo, il 
secolo terzo a. C. 

II ferro, anche neirautichitä, assai volgare per arnesi ed og- 
getti di uso comune, rarissimamente, come giä fu detto, si ado- 
prö neir arte plastica e per ornameuti (-). E di questo fatto una 

(') Ora confrontandosi il gruppo delTara con quello del disco, ogiiuno, 
credo, concederä non esser visibile nell'ara cio che compariva sul disco, vol- 
gersi Zeus dairavversario sconfitto or ora coniro un nuovo. II Brunn 1. c. 
p. 25 39. non contradice. 

(2) V. Blümner 1. 1. IV p. 357, 3. Un up^iJiayilt^ioi' anfi^govy negli 
inventari di Delo ßull. de corr. hell. VI p. 17 1. 171. 

IG 



234 E. PETERSEX 

nuova priiova ci fornirono gli scavi di Olimpia. II uostro disco dun- 
que avrä formato parte di im oggetto per cui il ferro si scelse a causa 
della sua durezza. Esclusa falera, anche per la grandezza e pel 
genere del figurato, escluso, per quasi le medesime ragioni, specchio 
teca di specchio (alla quäle si pote riferire il disco di bronzo 
pubblicato neWArch. Zeitimg 1870 tav. 34), resta possibile pen- 
sare ad un'arma, stanteche oltre alle aggressive anche armi difen- 
sive di ferro come corazze (v. Droysen, Heerwesen p. 5, 1) ed elmi 
(v. Benndorf, Antike Gesichtshelme luid Sepiilcralmasken p. 38 
sgg.) furono in uso specialmente nei tempi ellenistici. Di scudi 
ferrei — e ad uno scudo il disco mi pare per la forma tonda ac- 
comodarsi molto meglio che non a corazza od elmo — non trovo 
esempi proprio storici tanto illustri. Ma che accanto a corazze ed 
elmi di ferro non mancassero nemmeno scudi dello stesso metallo, 
ce lo provano i luoghi citati da Benndorf 1. c. p. 39, 2, e l'o/i^aAö; 
iitXixKK xvciroio nello scudo di Agamemnon (II. II, 35) se s'im- 
ma^inasse di acciaio, come taUmi credono, sembrerebbe cosa piü 
ragionevole che non fatto di smalto (Heibig, das homer. Epos ' 
p. 226). Ed ecco un gigante come emblema su di uno scudo di ferro, 
se non storico, almeno non puramente fantastico. 

Si sa come Eschilo in certo quäl modo abbia anticipato l'idea 
di Fidia, di uno scudo cioe ornato con una gigantomachia, idea 
imitata poi da poeti (v. Mayer p. 267 ed artisti lino a quello del 
sarcofago pubblicato da Jahn Blümner 1. 1. p. 370). Eschilo perö 
distribui le parti, dando come emblema all'assalitore di Tebe Hip- 
pomedon il gigantesco mostro di Tifone, al difensore Hyperbios il 
soramo dio Zeus, äuc xfQoq ßblog cfltycov (ivi v. 496). Cosi pure 
di Capaneo v. 406 1' emblema e un gigante con la fiaccola, nono- 
stante il motto rr^rjao) nöhv, e tale 1' ha descritto piü in esteso 
Euripide Phoen. 1130. 

ai6rjoorohoic c5' tcdnidoc rvnoic errtiv 
yiyag t'/r' o)fiou yrj^riqc oXtjr noXiv 

descrizione molto bene illustrata da qualche figura del sopracitato 
vaso ruvese, ma che sul principio oflfre un po' di difficoltä. La quäle 
perö non sta ove lo scoliasta la trova, nell'aver detto cioe Euripide 
poc' anzi v. 1099: 

Xevxaamr dcooMiiev 'AQyn'u)r aiQaiöy 



Dlsno I)[ KEKRO 235 

e neirAntigone (fr. 159) 

yiQVdi-öiunov cirfTriSu idr Karrartoig 

bensi in questo, che i i vnoi qui iiivece del rilievo senibrauo signi- 
ticare piiittosto il fondo del rilievo. Impossibile cioe credere il genitivo 
äaniöoc. non retto da rvmnc, beusi da enf^v ; improbabile poi scrivere 
TTTi'xccTc invece di rviroic, o f'it]i- invece di eTvrjv. L'espressione del 
poeta non e troppo precisa, ma troverebbe analogia nel tedesco : 
auf dem eisengewölbteu Relief des Schildes war ein Gigant, o 
nell'italiano ' sul rilievo del ferreo dorso dello sciido vi era un gi- 
gante'. Giacche vünov e la superficie convessa dello scudo come 
del mare, o del cielo, o di iiua montagna (tiitto presso Eiiripide) 
e l'aggettivo aidtjoanoioii; per ima non rara trasposizione e congiuuto 
con TvTcoig invece che con äarridoc, il che meglio sarebbe piaciuto 
a Valckenaer. II poeta non nominando altro metallo sc non il ferro, 
non ci permette credere che egli si sia ideato lo scudo solo di 
ferro, 1' emblema di nietallo piii nobile ('). E questo riman vero 
anche nel caso che si rifiuti di attribuire al poeta tal modo di 
parlare, come dissi, poco preciso. 

Petersen. 



(1) Del resto e noto coine il ferro si soleva per ornamento artistico rive- 
stire di altri metalli piü accomodati a tal lavoro, come oro, argento, bronzo. 
II nostro disco perö di doratura run fa vedere la menoma traccia. 



LA RACCOLTA DI ANTICHITA 
DI GIOVANNI BATTISTA DELLA PORTA 



Nel codice Barberiniauo XXXIX 72, il ciii contenuto principale 
sou notizie ed estratti di libri stampati, verso la fine si trova im 
foglio doppio coUa lista di sciüture qiii sotto pubblicata (O- Nel 
soprascritto se ne dicono proprietari gli eredi del cavaliere della 
Porta, ma furono due cavalieri della Porta: Giovanni Battista e 
Teodoro ('-). Teodoro si conosce dagli atti d'un suo processo (^) ; la 
vita di Giov. Batt., scultore, e scritta dal Baglione (^), il quäle dice: 
stava egli comoclo . . . dilettandosi di ragimare cmticaglie, ord'mö 
m hello studio di statiie antiche bmne. E questa collezione quäl 
Sorte ebbe depo la di lui morte (1597) ci narra lo stesso Baglione, 
parlando di Tommaso della Porta (5): restato erede di Gio: Batt. 
insieme con unaltro fratello, Gio: Paolo aomiaato. che profes- 
sava il cortigiano e di scultura non sititendeva, lascio questi 
tutto il maneggio a Tommaso suo fratello : ond'esso avetido nelle 
mani tanta quantitä di statue, e d'anticaglie, temesi il mag- 
gior'uomo del mondo, e comiaciö {come si suol dire) a far ca- 
stelli in aria; e valutava quelle statue pia di 60 mila scudi, e 

(1) II dott. Ipfelkofer la scopri e me ne diede comiiiunicazione. 

(2) V. Kinkel Mosaik zur Kunstgeschichte p. 48. 

(3) Archivio storico Lombardo II 1875 p. 295 si?.; HI 187G p. 270 sg. 
Questi documenti dimustrano essere in errore Kinkel se crede, che Giov. Batt., 
Tommaso e Giov. Paolo fossero fratelli di Teodoro e tutti i quattro figli del- 
l'illustre Guglielmo, frii del Piombo. Questo cioe non ebbe che duc tigli, Fidia 
e Teodoro. Giov. Batt. invece, come dice Ba^jlione, fu parente di frä Guglielmo. 
Laonde Teodoro non era fra gli eredi di Giov. Battista. 

(■*) Le vite de' pittori scultori ed architetti dalPontificato di Gregorio XIII 
dol 1572 tino a' tempi di Papa Urbano VIII nel 1G42. 2 Napdi 1733 p. 70. 
^5) L. 1. p. 144. 



H. GRAEVEN, L\ RA.CCOLTA. DI ANTICHItA, DI G. B. DELLA PORTA 237 

con questo presupposto fece testamento . . . . Ma essendo morto ü 
fratello Tonmaso (1618), Gio: Paolo volendo far'eüto delle staute, 
non 7ie trovö se no/i sei mila sciidi a fatica; e il grmi testa- 
mento aridossene in fumo. Che la nostra lista sia l'inventario del 
tesoro, nel quäle si posero tante speranze, ce lo manifesta la stanza 
nominata di messer Tomasso. 

La lista fu fatta per la vendita, come p. es. rinventario della 
raccolta Stampa, offerta nel 1573 in vendita al duca di Ferrara ('). 
Qiiindi le note cosa rarissima, cosa bellissima, cosa non piii. vista, 
e forse furono copie della nostra lista, a cui si riferiscono le let- 
tere di Filiperto Ghirarda Scaglia, Conte di Verriia (14 febbr. 1604) 
e di Roncas, Barone di Castellargeuto (23 ag. 1605) scritte al duca 
di Savoia (-). 

La lista diventa interessante per la possibilitä di riconoscervi 
qualche scultura conservata. L"unico gruppo p. e. di Marte e Venere 
uniti ad Amore (3), si trova nel Casino della Villa Borghese (n. CCL) 
ed e alto appunto 0,78 m. C). Giä Manilli (S) e Montelatici (C) lo 
descrivono c gli danno per riscontro una statua ugualmente con- 
servata nella Villa, un Hercole figurato nella Selva Nemea, die 
piegando un ginocchio sopra un Leone di giä morto, ne tiene con 
la sidistra un'altro per Vorecchia, e con la destra gli tira un 
colpo per ucciderlo{^). Non vi ha dubbio alcuno, che i due gruppi 
non siano identici coi u.' 39 e 41 della nostra lista, ed il n. 40 
certamente non e altro che il gruppo di Bacco e Sileno, veduto da 



(1) Documenti inediti per servire alla Storia dei Musei d'Italia II p. 163. 

(2) Documenti inediti etc. II p, 106 n. 24, 25. 
(^) V. Bernoulli Aphrodite p. 162. 

(^) Pubblicato da Nibby, Mon. scelti della Villa Borghese tav. 44. F. 
Ravaisson La Venrs de MHo 1893 t-iv. VII, libro per rae perora inac- 
cessibile. 

(S) Villa Borghese fuori di Porta Pinciana 1650 p. 97. 

C^) Villa Borghese fuori di Porta Pinciana 1700 p. 274. 

C) II gruppo adesso e esposto su di un'isoletta del lago. Impossibile 
quindi il prenderne la misura. La figura umana del gruppo somiglia all'Er- 
cole combattente il cervo nel famoso gruppo pompeiano a Palermo (Mon 
deirist. IV tav. VI. VII, Ann. dell'Ist. 1844 p. 175 sg. 0. Jahn. Arch . Bei- 
träge p. 224) Quindi e probabile che l'uno dei leoni sia fatto cogli avanzi 
d'un cervo e l'altro, che sta su d'un sasso, sia aggiunto col sasso stesso dal 
della Porta. 



238 H. GRAEVE.N 

Manilli (^), Montelatici (-), Visconti {^) nel Casino della Villa Bor- 
ghese, apparterieate oggi al Museo del Louvre ("*). Nello stesso 
Museo vi sono una statua di cinghiale (•'') e iin rilievo C^), che eor- 
rispondono perfettamente ai n.' 12 e 32, mentoYati ne da Manilli 
ne da Montelatici, ma che ai tempi di Visconti stavauo nel Casino. 
Certamente vi si collocarono, qiiando il principe Marc'Antonio verso 
la fine del secolo scorso fece rinnaovare la decorazione del Casino, 
ed e prohabile che, come molte altre antiehitä traslocate al Casino 
da Marc'Antonio, anche quei due pezzi appartenessero giä da tempo 
a casa Borghese ("). 

Per conseguenza e credibile che il cardinale Scipione per or- 
nare la sua villa, il cui Casino fii terminato nel 1615, abbia com- 
prato una parte o tutta la raccolta della Porta, ed a noi resta l'ob- 
bligo di esamiuare, se qiialche altra identiticazione possa farsi con 
sculture sia attualmente sia prima di casa Borghese. Per la quäl 
ricerca, 11 cui risultato si da nelle annotazioni, mi giovö l'aiuto del 
eh. prof. Michaelis. 

Segue la lista esattamente copiata dall'originale salvo la nu- 
merazione da noi aggiunta. Le parole cancellate nel manoscritto 
sono incluse fra parentesi; correzioni e suppleuienti di mano seconda 
(di messer Tommaso?) sono stampate oon tipi corsivi. 



(') L. 1. p. 101. 

(2) L. 1. p. 285. 

(3) Scolture del palazzo di Villa Borghese Stanza I\, 8 duve si trova la 
misura: palmi 3, on. 8. 

(*) Clarac Musee de Sculpture 274, 1560. II confronto di questa 
tavola con quella del Visconti ci mostra, che il gruppo dopo la prima pub- 
blicazione fu nuovamente ristaurato. Fröhner Notice de la sculpture 
du Louvre n. 234 lo cliiama un groupe, dont les firjures ne se 
trouvent peut-etre ensemhle que par le caprice du restau- 
rateur . 

(5) Visconti 1. 1. St. VII, 8 Clarac 249, 2591, alto 0,909 m. 

(6) Visconti 1. 1. St. II, 16 Clarac 216, 46, alto 0,661 m. 

Cj V. la prefazioiie dei Monumenti scelti Borghesiani di E. Q. Visconti. 



LA RACCOLTA DI ANTICHITA DI G. b. DKI.LA PORTA 239 



ANTICAGLIE ET STATUE DI MAKMO IN CASA DELLI HETJEDI 
DELO CAVALIERE DELLA PORTA. 



1. Prima una Istoria del Irionfo di Gerraanico con inolte figure alta y. 10 

et Ion. p. 20. 

2. Doi Pili istoriati con molti putti che corrono Ion. p. 3 ' '■> rnno et alt. p. 1 \ •>. 

3. Una fontana con tre ordini Tun .sopra l'altro con molti ornamenti alt. 

p. 14 ine. 

4. Doi statue di altezza di p. 10 '/2, mi Domitiano Imperatore et l'altra uiia 

Vittoria compag. 

5. Un vaso paonazzo de marrao trasparente fatto ä foggia di bicchiere alto 

p. 1 et long. p. 6. 

6. 4 Quattro animali d'acconciare un lione di marmo giallo un lupo una capra 

et un cavallo di grandezza del naturale. 

NeUa Bottegha dove .si lavora. 

7. Una statua di Giulio Cesare in habbito consulare alt. p. 8 ine. 

S. Una statua di Ninfa che si lava i piedi a sedere di grandezza del naturale. 
9. Doi statue compagne in habbito consulare. Un Neratio Cereale et un Bruto 

alta p. 9 V2 l'una. 
1<I. Una statua igniuda de Sesto Pompeo in habbito Imperiale cosa rara alt. 

p. 11. 

11. Doi statue compagne un ßaccho et un Apollo di grandezza del naturale. 

12. Una statua di color di selice di un Bono Cignale maggior del naturale. 

13. Doi statue di filosofi ä sedere maggior del naturale. Demostene e Diofjene. 

14. 8 Otto teste con li suoi petti maggior del naturale Imperatori et Imperatrici. 

15. Doi altre teste maggior assai del naturale con soi petti et peducei. 

IG. 12 Dodici Imperatori [armati] moderni con soi petti di marmo et peducei 
de mischio maggior del naturale. 

17. 4 Quattro colonne di marmo giallo compagne alte p. 13 V'4 il paio. 

Nel Stantino. 

18. Doi statue compagne un Ercole et un Exculapio alt. p. 6 '/a l'una. 

19. Doi statue compagne una Musa et una Egidia figlie di esculapio della 

med ^ grandezza. 

Nella p.^ Stanz a. 

20. Doi statue compagne una Leda che tien 11 Cigno abbracciato et una Ninfa 

che tien un vaso per fönte de grandezza del naturale. 

21. Una statua della V"enere genetrice con un putto attaccato alta p. G Va- 



240 H. GRAEVEN 

22. Doi statue compagne una [faustina] livia Imperatrice imraantata et una Pal- 

lade alta p. 6 della med. grandezza. 

23, Due Statue compagne nn Bacco et un [Giovane] jOM^/to che tien un Cocodrillo 

della medema grandezza. 
2i. Una statua di Porfido cosa rara alta p. 11 incirca. 

25. Doi statue abbracciate compagne Piomolo et Eemolo de grandezza del 

naturale. 

26. Una statua de Antinoo overo Ermafrodito cosa rara alta del naturale. 

27. Doi statue un Aelio Adriano con la Corazza ä i piedi et un Bacchetto alte 

p. 4 * 2 incirca. 

28. Una statua del Dio della Abundanza alt. p. 5. 

29. Una statua d'un Cupido che pescha ä sedere di grandezza di p. 3 incirca. 

30. Doi Statuette un Faunetto che tiene un Camello ä piedi et un Satirino 

che tien un putto in grenibo di grandezza di p. 2 V2 incirca. 

31. 5 Cinque teste con suoi petti antiche magg. del naturale. 

32. Un cameo con dui Ninfe legato in marmo nero cosa rara alte p. 2/S incirca. 

33. Una sepoltorina sotto col suo coperchio istoriato. 

34. Doi tavole de Alabastro Orientale trasparente con soi cornice de diversi 

colori cose rarissime una longa p. 6 \U et larg. p. 5 '/a et Taltra p. 6 V2 
et et larga p. 4 ' 2 con molti ornamenti. 

Nella Camera Grande. 

35. Doi statue compagne di Venere alt. p. 9 l'una cose rarissime. 

30. Una statua di Venere che tiene una cochiglia alta p. 6 *;» incirca. 

37. Una statua d'un Cavallo con Alessandro Magno ä cavallo d'altezza di 

p. 6 incirca. 

38. Doi Cupidi compagni un dorme et Tallro vä ä volo cose belle di p. 3 V2 incirca. 

39. Un gruppo con tre figure abbracciate Venere Marte et Cupidine cose belle 

alt. p. 3 V2 incirca. 

40. Un altro gruppo di 2 figure abbracciate Sileno e Bacco della medema 

grandezza. 

41. Un altro gruppo Comodo in habbito d'Ercole che amazza doi leoni della 

medema grandezza 

42. Doi statue compagne una Minerva et un Putto che tiene un ucello nelle 

mani della medema grandezza. 

43. Dui statue compagne coi posamenti storiati sotto un Geta Imperatore di 

Bronzo et un Cupido di Altezza di p. 5 * 2 incirca cose rarissime. 

44. Una statua di Minerva de Bronzo alta p. 2 cosa bella. 

45. Una statua Egiptia k sedere de granito Orientale cosa uon piu vista di 

p. 4 incirca. _>-«'- 

46. 3 Tre delfini con 3 putti ä cavallo per fontana de altezza de p. 3 in- 

circa l'uno. 

47. Doi teste coi soi petti compagni un Alessandro magno et la moglie la 

reggina delle Amazzone maggiori del naturale. 

48. Una testa col suo petto de Alabastro Orientale de Cleopatra della grandezza 

del naturale. 



LA RACCOLTA DI ANTICHITA DI G. B. DELLA PORTA 241 

49. Una testa col suo petto de Augusto Iinperatore raagg. del naturale. 

50. Doi teste col suo petto maggior del naturale una faustina vecchia et la 

moglie di Giulio Cesare. 

51. Doi bellissimi vasi istoriati che erano sepolture cose bellissirae. 

52. Una Istoria con cinque figure di Alessandro Magno et Filippo suo padre 

cosa bella. 

53. 4 Quattro bellissimi vasi di metallo couservati [che erä di Nerone]. 

54. Un bei vaso per metter li frutti in fresco tutto istoriato. 

55. Una Zampa de leone con una bellissima testa sopra alta p. 4 Va- 

56. Una testa [grossa di colosso] maggior del nat. con doi faccie [cosa bel- 

lissima] cioe Jano. 

57. 4 Quattro teste di Tigre con i soi mezzi petti di iilabastro Orientale di 

conserere cosa rara alti un p. 1 '/o. 

58. 25 Vinti cinque torsi di statue da conciare di piu sorte. 

59. 6 Sei Zampe de Leoni con sue teste attacchate alte p. 3 incirca l'una. 

60. 15 Quindici teste senza petto da conciare di diverse figure. 

Nelle Stanze di ms. Tomas so. 

61. Prima doi statue de Fauni compagni cose rare [alt. p. 8 l'una]. del nat. incirca 

62. Doi statue un Ercole et un Aventino [l'Ercole alto p. 9 et TAventino alto] 

del naturale — iticirca. 

63. Dui statue Una Venere et l'altro un Ermafrodito di grandezza del naturale. 

64. Doi statue compagne una Cerere et un Baccho del naturale. 

65. Doi statue maggior del naturale un Alessandro magno et la Eegina delle 

Amazzone sua moglie. 

66. Doi statue compagne d'Imperatori maggior del naturale. 

67. Doi statue compagne d'Imperatrice magg. del naturale. 

68. Doi statue ä seder maggior del naturale. 

69. Doi statue che flniscono in termini compagne laagg. assai del naturale. 

70. Doi statue compagne Apollo et Diana della grandezza del naturale. 

71. Doi statue compagne un Esculapio et un Villano della grandezza del naturale- 

72. Doi statue di Ninfe con i vasi in spalla compagne per fönte di altezza 

di p. 4 Va incirca. 

73. Una statua di Venere nascente dal Marc con posamento storiato sotto cosa 

rarissima della grandezza del naturale. 

74. Una mezza figura con un vaso in testa magg. assai del naturale. 

75. Doi Gladiatori compagni di altezza di p. 4 ^2 ine. 

76. Una statua di un putto con un [animale] utro in braccio per fönte alta 

p. 3 Va incirca. 

77. Una statua della Giudea capta ä sedere alta p. 4 Va- 

78. Una statua di Venere che si lava della med. grandezza. 

79. Una statua di Venere che si veste cosa rarissima alta p. 5. 

80. Una statua di Cupido che dormo de grandezza de p. 3, 

81. Una statua di Sileno con un utro per fönte p. 3. 

82. Doi teste coi soi petti igniudi de filosofi magg. del naturale — cioe alci- 

biade et pericle capitani. 



242 H. GRAEVEN 

83. Doi fontane in triangolo cosa rara con molte tigure [una alta p. 20 et 

l'altra] a\te * p. 12 incirca. * (aUe fatto da alta). 

84. 7 Sette teste cou i soi petti atitichi magg. dal naturale cose nobilissime. 

85. II [Undij-5(?j* statue et** cinqiie [caproni et sei statue compagne per 

fönte del naturale.] animaU cioe 2 cervi 2 caproni et un tif/re del 
naturale per fönte. * (sei fatto da ci) * {et fatto da cioA 

86. Una testa [di Colosso] magg. assai del n. di Giulio Cesare cosa bellissima- 

87. Una statua di Vertuno dio delli orti del naturale. 

88. Doi teste di filosofi con li soi mezzi petti igniudi maggiori del naturale 

scipione e silla. 

89. Vi sono anco molte teste senza petti per raetter sopra a diverse statue 

che se ne darä poi inventario. 

90. Una statua moderna per fontana che se preme il petto con doi leoni at- 

taccate cose bellissime di grandezza del naturale. 

91. Doi Statuette de putti moderni che van accompagnati alla d^ statua per 

fontana. 

92. Quattro teste con li petti moderni cioe Traiano Commodo Crespino e 

Faustina moglie di Antonino pio. 
0.3. Um testa di Cleopatra senza petto cosa rarissima. 

94. D.Ol teste de fauni che ridono compagne. 

95. Una statua di cacciatrice di altezza del naturale incirca. 



ANNOTAZIONI. 

II sito della casa e indicato da iiomiui dotti ehe vi lianuo 
descritto le inscrizioni, la cui lista debbo al dott. Hülsen. Dicono: 
In via Flaminia prope Mausoleum Äug mti; nel Corso; a S. Gia- 
como degli incurabili; in via de' Pontetici (C. 7. L. VI 412, 439, 
689, 1054, 1074 a, 13803, 18314, 20024, 22209, 23786). 

1) Flaminio Vacca narra (Notizie d'antichitä ed. Schreiber n. 69) 
che nella chiesa di Santa Martina vi erano doi grandi historie . . . 
erano armati cou troff ei iu mano et alcuai togati, le quali furono 
vendute, quando la chiesa da Sisto V fu consegnata alla Accaderaia 
di S. Luca (nel 1588, v. Nibby Roma nel 1838, Parte moderna I 
p. 539. Qiiesti rilievi erano nel 1594, quando scrisse il Vacca, iu 
casa de Cavalier della Porta Scultore, che probabilmente ha com- 
posto da loro I'Istoria del trionfo di Gernianico. 

8) Riconosco la Ninfa in una statua d'uu gruppo neV Casino 
di Villa Borghese (n. LXXII, Beschreibung Roms III, 3 p. 242 
n. 24, Clarac 604, 1330). II gnippo congiugne una donna ignuda, 



LA KACCOI.TA DI ANTICHITA DI G. B. DELLA I'OHTA 243 

alta m. 1,35 assisa sii di im sasso, la quäle colla man sinistra preme 
ima spugna alla sura destra, ed im Amore, seduto sopra altro sasso. 
Pare che questo fosse imito alla Ninfa, onde facesse riscontro 
alla Leda cod altro Amore (n. LXII Beschr. Roms III, 3 p. 239 n. 9). 

9) Neratius Cerealis fu console nel 358 d. C. 11 nome insolito 
ci permette la conghiettura che la base della Villa Borghese con 
riscrizioiie NAERATIVS CEREALIS CONS • ORD CONDITOR 
BALNEARVM CENSVIT (Manilli 6, Montelatiei 10, C. I. L. VI 
17440) fu in possesso di Della Porta, e forse serviva di piede- 
stallo alla statua detta di Neratio. 

10) II Diogene e forse la statua del Lonvre (alta m. 1,16) 
chiamata Diogene auche da Manilli 96, Montelatiei 272, Visconti 
St. IV, 4, Clarac 327, 2119. 

16) Baglione (1. 1. p. 70) racconta di Giov. Batt. della Porta, 
che S'pesialmente faceoa de' ritratti assai bene ; ed una volta 'per 
lo Cardinale (Alessandro Farnese) scolpl li dodici Cemri con li 
siioi lutii. Anche nel salone del Casino Borghese sin dai tempi 
del fondatore esistono le teste dei dodici primi Cesari di marmo 
bianco coi busti e peducci di mischio (Visconti St. I 19-30), le 
quali Credo ideutiche colla serie della nostra lista supponendo che 
l'autore si sia sbagliato mettendo il di marmo dopo pieiü invece 
che dopo imperatori moderni. 

18) V. L'Ercoledel Louvre, alto m. 1,50 (Visconti St. III, 9, 
Clarac 302, 1979) e l'Esculapio, sembiante alla statua nel Museo 
degli Ufiici (Dütschke Antike Bildwerke III n. 197, Clarac 547, 
1154) alto m. 1,35 in circa, che si trova nel giardino dietro il Ca- 
sino Borghese. 

19) V. l'Egidia, alta m. 1,459 (Visconti St. III, 3, Clarac 
305, 1170). 

20) La Ninfa e forse la donna con lebete, alta m. 1,40 (n. LXXII 
Nibbj^ Monumenti scelti della Villa Borghese tav. 33, Heibig Führer 
n. 926). La statua di Leda che adesso fa riscontro alla Ninfa (Nibby 
1. 1. tav. 34) fu trovata nel 1823 (v. Beschr. Roms. III, p. 252 
n. 10), ma vi era una Leda simile, alta m. 1,37, fra le antichitä 
Borghesiane, che furon vendute nella primavera scorsa (v. il cata- 
logo Colleciions du Pavillon de l'Uorloge, Villa Borghese n. 323). 

24) Baglione (1. 1. p. 70) dice che nella raccolta di statue an- 
tiche del cav. della Porta fiirono alcune esquisifissime, come tra 



244 H. GRAEVEN 

le olire quella di porfdo, opera rarissima a vedersi. Le due statue 
di barbaii, che eran poste innanzi la facciata principale del Ca- 
sino (Manilli 28, 35, Montelatici 135, 148. Clarac 330, 2160, 2161) 
alte m. 2,39, hanno quasi esattamente la misura di 11 palmi, ma 
anche alla statua di donna (Manilli 63, Montelatici 251, Visconti 
St. VIII, 6, Clarac 264, 1943) alta 2,04 m., converrebbe l'indicazione 
alta 11 incirca ed e piü credibile, che questa sia il n. 24 della lista. 
I due barbaii provengono probabilmente dal medesirao luogo, ed una 
tale opera non avrebbe mancato di una piü precisa iudicazione nella 
nostra lista e presso Baglione. A quella donna non sapevano dare 
un nome e la stessa statua meritava le lodi e per il materiale e 
per l'eccellente lavoro. 

25) Forse il faraoso gruppo, oggi detto di Oreste e Pilade, alto 
m. 1, 45 (Manilli 79, Montelatici 235, Visconti St. VI, 6, Clarac 

317, 1546). 

26) II eh. Michaelis mi suggerisce, che Aldrovandi da il nome 
d'Ermafrodito ai giovani con lunghi ricci, e che perciö il n. 26 deve 
essere cercato fra gli Apollini o Bacchetti. 

27) V. ilBacchetto, alto 0,90 m. (Manilli 89, Montelatici 2,60, 
Visconti Portico n. 8, Clarac 276, 1639). 

33) V. l'urna quadrata portante Tiscrizione C. L L. 20024. 

34) La prima tavola ha le dimensioni uguali alla tavola men- 
tovata da Manilli 108, Montelatici 300. 

36) Crederei che questa statua sia stata una Ninfa come le 
figure Clarac 754, 1838 \ 1839, 1840. 

37) II catalogo Collections du Pavillon de l'Horloge n. 552 
descrive un cavaliere armato, alto m. 1,87. Vedendo nella vendita 
la statua da lontano riconobbi falsa la misura del catalogo; la statua 
non e piü alta che 6 palmi. Quindi e possibile che ella, nonostante 
il berretto frigio, sia l'Alessandro della lista. 

38) V. L'Amore dormiente, lungo m. 0,75 (Visconti St. IX, 7, 
Clarac 643, 1458). 

42) Che il putto coll'uccello e la statuetta del Casino, altom. 0,73 
(n. CXV Manilli 108, Montelatici 300, Heibig Führer n. 917) 
risulta dal suo plinto moderne, piatto, tondo con scanalatura. La 
stessa forma si vede nei plinti di molte altre piccole sculture ristau- 
rate dal della Porta, p. e. i n.' 39, 41, 81 della nostra lista. 

43) Fui m dubbio se invece di Geta non si dovesse leggere 



LA RACCOLTA Dl ANTUHITA DI ft. H. DEl.LA I'UKTA 215 

Galba, essendo la carta perforata si che soltaiito il G e l'a si 
conoöcono con sicurezza, ma gli avanzi dopo il G sono, couie 
pare, della lettera e. Evvi poi nel Casino di Villa Borghese iiiia 
statiia di bronzo (n. CCLII, Beschreibimg Roms III, 3 p. 249 
n. 32) alta m. 1,04, rappresentante im giovinetto ignndo salvo i 
sandali con iin globo nella man destra. Anclie il Manilli 96 lo 
prende per u/i Aiigusto giovinetto^ mentreclie il Montelatici lo 
chiaraa Paride, ed e probabile che il della Porta desse al mede- 
simo il nome di Geta. 

62) II nome di Aventino fu iisato per le statue di Ercole gio- 
vane con clava e pelle di leoue, come la famosa ügiira del Museo 
Capitolino. Manilli 89 e Montelatici 260 descrivono una tale sta- 
tuetta, identica, come pare, con ima figm-a ancora conservata nel 
Casino (n. CHI Beschr. Roms III, 3 p. 245 n. 7) alta m. 0,95. ün 
altro Aventino borghesiano (Visconti Portico 11 Clarac 302, 1967) 
alto ra. 0,88, si conserva nel Museo del Loiivre. 

65) V. il cosi detto Ares borghesiano (Visconti St. I. 9, Clarac 
263, 2073) alto m. 2,11 cui si dava puranche il nome di Ales- 
sandro. Una Amazzone di grandezza uguale fii nella vendita di qiie- 
st'anno [Collections du Pavillon de l'Horloge n. 405, altam. 2,05). 

72) Le due Ninfe, certamente del tipo della Anchirrhoe, sono 
registrate da Manilli 86, Montelatici 208, e pare che l'una di esse 
sia la statuetta venduta, alta m. 0,90 {Collections du Pavillon de 
l'Horloge n. 703). 

75) Anche i due gladiatori sono commemorati da Manilli 62, 
Montelatici 256. Riconosco l'uno in una statuetta del Casino (n. LV) 
alta m. 0,85, rappresentante un guerriero ignudo col parazonio, la 
cui destra tiene la spada sfoderata. 

78) Forse la Venere rannicchiata, alta m. 0,88 (Visconti St. 
II, 4, Clarac 345, 1416). 

80) V. l'Amore dormiente del Casino (n. CVIIIC) luugo m. 0,63. 

81) Un certo indizio, che questo Sileno sia identico con una 
statuetta del Casino (n. CCXLVI) alta m. 0,69 e la testa mo- 
derna di colei, coperta d'una cuffia, poiche anche al Sileno* del 
gruppo n. 40 una testa con tale cuffia fii data dal della Porta 
(V. anche l'annot. 42). 

H. Graeven. 



BESTRAFUNG DER DIRKE 




Den Darstelliingeu der an den Stier gefesselten Dirke, die von 
Otto Jahn (Arch. Zeitung 1853, s. 81) und Diltliey (Arch. Zeitung 
1878, s. 43 f.) gesammelt worden sind, wird in der beifolgenden 
Abbildung eine weitere plastische hinzugefügt, die, obwohl es de- 
korative römische Arbeit ist, Beachtung verdient. Es ist eine Gruppe 
von 0,79 m. Länge und 0,70 m. Höhe, die sich an der Rückwand 
des Hofes Via Margutta 54 in Rom eingemauert befindet und an- 
geblich vor etwa einem Jahrzehnt vor Porta Pia auf dem Gebiet 
der Villa Patrizi gefunden wurde. Bei der jetzigen Aufstellung ist 
grade noch so viel von der Rückseite zu sehen, dass man erkennt, 
dass es nicht ein Hochrelief ist, sondern dass die Gruppe rund aus- 
gearbeitet, wenn auch selbstverständlich nur für die Vorderansicht 
berechnet war. 

Ein verhältnissmässig kleiner Stier, mit mächtiger Wamme 
und einem Höcker im Nacken, steht mit vorgesetzten Vorderbeinen 
ruhig da und wendet den gesenkten Kopf dem Beschauer zu. Um 



H. MCI.LK, HKSTRAKUNG DER DIHKK 247 

seine Hürner ist ein Seil geschlungen, das neben dem rechten in 
einer Laufschlinge liegt, von da an der nicht sichtbaren Seite des 
Tieres entlang und über den Rücken nach vorne kommt, wo es 
neben dem Kopf der Dirke sichtbar wird und sich dann um ihre 
Hüften schlingt. Dadurch wird sie mit ihrem Eücken fest an die 
Seite des Tieres gedrückt. Ihre Beine schleifen kraftlos am Boden, 
der rechte Arm hängt schlaff herab nnd die Finger (wegen eines 
davorgemauerten Steines auf der Photographie leider nicht sichtbar) 
knicken nach vorne um ; sie sucht sich einigen Halt zu geben, in- 
dem sie mit der linken Hand über ihrem Haupte an das Seil greift. 
Ihr von aufgelöstem Haar umrahmter Kopf ist mit schmerzlichem 
Ausdruck nach oben gewandt, lieber dem langen Chiton trägt sie 
eine auf der rechten Schulter geknüpfte Nebris, welche die linke 
Brust freilässt; das schmale Obergewand, das von ihrer rechten 
Hüfte niederfällt, geht in weitem Bausche zur linken Schulter und 
flattert hinter derselben nach rückwärts (^). 

Es fragt sich zunächst, ob mehr als das Erhaltene zu der 
Gruppe gehört hat, ob etwa Amphion das Tier bei den Hörnern 
gepackt hielt. Bei der gesenkten Haltung des Stierkopfes wäre es 
möglich, dass der Jüngling, von links herangetreten, mit der linken 
Hand das linke, mit der rechten das rechte Horu gefasst hätte. 
Aber dann müssten sich Spuren wenigstens von seinem linken 
Arm am Halse des Tieres erhalten haben ; das unterhalb des 
Höckers sitzende Puntello ist aber so klein, dass es nur für das 
Hörn selbst gedient haben kann. Auch erklärt sich die Situation 
völlig aus sich selbst. Die Fesselung ist vollendet, die beiden Jüng- 
linge sind zurückgesprungen, und der Stier, stutzend über die un- 
gewohnte Last, zerrt mit den Hörnern an dem Seile, indem er 
naturgemäss den Kopf nach der entgegengesetzten Seite wendet. 



(1) Es fehlt an der Dirke die Hälfte der Unterschenkel; Nase, Gesicht 
und teilweise das Gewand sind sehr bestossen ; am Stier fehlt die Hälfte der 
Vorderbeine, die Ohren, die Hörner und der mittlere Teil des Schwanzes, des- 
sen Ende neben dem linken Arm der Dirke auf dem Eücken aufliegt. Das 
rechte Hörn war angestückt, der zur Befestigung dienende Eisennagel steckt 
noch in dem Stumpf, lieber dem Ansatz des linken Hernes ein Puntello. — 
Die Ausführung ist dekorativ, aber nicht roh. Das Stück wird im Freien ge- 
standen haben, wie es der Situation entspricht, etwa als Gartendekoration in 
einer Villa. 



248 H. BlILl.E 

Im nächsten Augenblick wird sein Phlegma sich in Wildheit ver- 
wandeln und er wird mit der Unglücklichen davonrasen. In dem 
Originale war jedenfalls dies momentane Zaudern des Tieres sehr 
viel lebendiger zum Ausdruck gebracht. 

Die Darstellung gehört also in die Classe derjenigen, welche 
nicht die Schleifung selbst, sondern, wie der farnesische Stier, den 
Augenblick vor der Katastrophe wiedergeben (Dilthey, a. 0. s. 45). 
Ihr Hauptinteresse aber gewinnt sie dadurch, dass sie in allen we- 
sentlichen Zügen identisch auf einem pompejanischen Wandgemälde 
wiederkehrt ('). Dirke ist in ganz ähnlicher Weise gefesselt, nur 
ist der Strick länger, wodurch sie dem Erdboden näher kommt, 
sich mit dem rechten Ellbogen aufstützen kann, und die Beine eine 
etwas andere Lage erhalten. Dagegen stimmen die Bewegung des 
linken Armes, die aufgelösten Haare, der Wurf des Himations sogar 
bis in Einzelheiten überein, nur dass der Maler aus Vorliebe für 
das Nackte das Untergewand und das Fell wegliess ; um den Hin- 
weis auf das bacchische Fest nicht aufzugeben, fügte er einen 
Kranz hinzu {-). Analog vor allem ist das Benehmen des Stiers. 
Denn während er in allen anderen Darstellungen nur mit Mühe 
von den Jünglingen gebändigt wird, bleibt er hier, obwohl schon 
fast in Freiheit, mehr unwillig als wild stehen und weic it gegen 
den Zug zurück, den Zethos (oder nach Jahn Amphion) mittelst 
eines zweiten Seiles auf seinen Kopf ausübt. Es scheint mir ausser 
Zweifel, dass unsere Gruppe und das Wandgemälde von einem nur 
ihnen beiden gemeinsamen Vorbild abhängen, während alle übri- 
gen Darstellungen, der Neapler Cameo, die Elfeubeingruppe, die 
Wandgemälde (•^) und endlich die Münzen in mehr oder minder 
deutlicher Weise von dem AVerke des Apollonios und Tauriskos 

(1) Heibig nr. 1511. Aus der Casa del Granduca. Oefter abgebildet, am 
besten Raoul-Kochette, Ckoix T. 23. Vgl. Dilthey, a. 0. s. 44, 8 a. 

('-) Ribbecks Deutungsversuch dieses Bildes (sowie zweier anderer und 
der ]Miinpejanischen Elfenbeingruppe): " Antiope, von ihren Sühnen noch nicht 
erkannt, auf Befehl der Dirke an den Stier gefesselt " ist von Dilthey, a. 0. 
s. 49 abgelehnt worden, ohne dass er auf diesen Kranz, der nur für Dirke 
passt, als stricten äusseren Gegengrund aufmerksam gemacht hätte. Dass die 
gefesselte Frau in der Marmorgruppe ein noch deutlicheres bacchisches Ab- 
zeichen hat, verstärkt dies entschei<lendc Argument. 

(3) lieber das Bild im Cohimbarium Pamtili siehe aucli oben s. 1 14 mit 
Anm. 2. 



RESTRAFUNG DKR DIRKE 249 

iuspii-iert sind. Auch dass dies Vorbild ein plastisches war und 
wahrscheinlich keine weiteren Elemente enthielt, als der Marmor 
der Via Margutta zeigt, dürfte klar sein. Denn das pompejanische 
Bild ist zwar allen anderen gegenüber durch den feinen psycho- 
logischen Zug bereichert, dass Antiope im letzten Augenblick das 
Grässliche verhindern zu wollen scheint, indem sie dazwischentritt 
und mahnend die Hand auf den Arm ihres Sohnes legt ; aber dieser 
Gedanke ist mit geringem künstlerischem Geschick zum Ausdruck 
gebracht. Auch befremdet die Teilnamlosigkeit des anderen Jüng- 
lings, der mit dem Hirten, man weiss nicht über was, redet, so- 
dass schwerlich, wie Dilthey meint, eine gute ältere malerische 
Komposition zu Grunde liegt. Vielmehr haben der pompeianische 
Maler oder sein unmittelbares Vorbild die plastische Gruppe zu 
ihrem Zwecke verarbeitet. 

Indem der Künstler dieser Gruppe sich darauf beschränkt 
hatte, nicht die ganze Wildheit des Stieres, sondern nur sein an- 
fängliches Stutzen darzustellen, verzichtete er auf ein äusserlich so 
bewegtes Bild, wie es der farnesische Stier bietet. Aber wenn er 
das Furchtbare nicht in seinem ganzen Umfange schilderte, verfuhr 
er vielleicht menschlich feiner und erregte den Ikschauer, der im 
nächsten Augenblick die Vollendung des Verhängnisses erwartet, 
innerlich nicht minder. In der schlechten Kopie ist freilich von 
dieser Wirkung kaum noch etwas zu spüren. Für die Schule, der 
er angehört hat, gewinnen wir einen Anhalt aus einer Eigen- 
tümlichkeit, die sich nur bei dem hier veröffentlichten Stück fin- 
det: der Stier ist kein gewöhnlicher, sondern trägt einen Höcker 
und hatte, wie das Puntello zeigt, sehr lange, etwas gewundene 
Hörner. Es ist also ein Zebu, eine Species, die auf dem griechi- 
schen Festlande nicht bekannt war, sich dagegen häufig auf klein- 
asiatischen Münzen, auf Reliefs aus Smyrna und Lesbos und vor 
allem auf der Tafel des Archelaos von Prione mit der Apotheose 
Homers abgebildet findet (Keller, Tiere des klass. Altertums, s. 68 f. 
Vgl. auch s. 56). Da nicht daran zu denken ist, dass der römische 
Kopist von selbst auf die Darstellung dieses Buckelochsen verfallen 
sein sollte, ist das Vorbild also in einer der kleinasiatischen Kunst- 
schulen des 3. Jahrhunderts zu suchen, wozu die schlanken Propor- 
tionen der Frau und der auch in der Verstümmelung noch erkenn- 



250 H. BULLE, BESTRAFUNG DER DIRKE 

bare pathetische Ausdruck des Gesichts sehr wohl stimmen (i). Es 
ist auch ganz natürlich, dass der kühnen Leistung der Künstler 
von Tralles - in ihrer eigenen oder einer nahe verwandten Schule - 
andere einfachere Lösungen desselben künstlerischen Problems vor- 
ausgegangen waren. 

Rom, September 1893. 

H. Bulle. 

(') Es mag wenigstens darauf hingewiesen werden, dass sich im Kopfe 
der Dirke Anklänge an Skopasische Kunst finden: die runde Bildung der 
Augäpfel, die Wulste über der äusseren Augenhälfte, die starke Ausladung der 
Schläfenknochen, die - soweit man noch urteilen kann - reichgegliederte Stirn, 
endlich der kleine Mund mit den herabgezogenen Mundwinkeln. Aber bei dem 
geringen künstlerischen Wert des Monuments möchte ich keine weitgehenden 
Schlüsse daraus ziehen. Dass der bedeutendste von den Künstlern, die am Mau- 
soleum von Halikarnass arbeiteten, auf die kleinasiatische Kunstentwicklung 
einen starken Einfiuss gehabt haben muss, ist ja ohnehin einleuchtend. 



AMAZZONE MADRE ? 



L'articolo di Michaelis siüle statue Attaliche, nello Jahrbuch 
1893 p. 119 sgg. stabilisce una tesi interessantissima con argo- 
menti, come pare, in ogni parte stringenti, che maestrevolmente con- 
ducono a conclusione. Che l'Amazzone Farnese cioe, prostrata morta, 
avesse seco un bambino, ce lo attesta la memoria di Bellievre, 
composta siü ritrovamento deH'Amazzone e delle altre statue com- 
pagne nell'anno 1514/5. Egli la descrive come segne: Horatiorum 
soror forma decora, confossa paidlo super mamülam dextram, 
quam prostratam infantulus suus arida sugens ubera amplectitur. 
Lo stesso fatto, 36 anni dopo, viene attestato da Aldrovandi con le 
parole seguenti, riferibili senz'alcun dubbio alla medesima Amaz- 
zone : ha seco nn putto che e senza testa e braccia; e 
quäle la descrivono Bellievre ed Aldrovandi, tale la raffigura un 
disegno riprodotto presso Michaelis a p. 122 ed attribnito incirca ai 
medesimi tempi. Oggi, e vero, il bambino manca, ma secondo l'esame 
di Bruno Sauer in tutte le parti ove il disegno basileense fa sup- 
porre il contatto dei due corpi, ne sarebbero manifeste le tracce. 
Gosi tutto pare combini perfettamente, e Graef nel sensato articolo 
Arn,amnen (Pauly R. E ^ p. 9 dell'estratto) si e dichiarato d'ac- 
cordo ; non meno che v. Duhn, Kurzes Verseichniss der Abgüsse. . 
Heidelberg n. 351. 

Un punto debole perö e quello ove il Michaelis si studia a 
provare la maternitä delle Amazzoni. E noto come gli storici anti- 
chi, sin da Erodoto, non riconoscano l'assoluta virginitä delle Amaz- 
zoni, ma ciö non e altro che un Supplemente razionale alle tradizioni 
popolari e poetiche su quelle donne bellicose. In queste tradizioni, 
le quali, benche favolose, potrebbero dirsi vere per opposizione alle 
sofisticherie degli storici, non esistono ne Amazzoni madrl, ne figli 

17 



252 



E. PETERSEN 



Amazzonici in geuere. E a torto, mi pare, il Michaelis (i) all'arte 
pergamena, corne di origine asiatica, vorrebbe concedere un'in- 
fluenza piü forte di quel razionalismo storico, perche esso pure si 




Michaelis p. 122 fig. 2. 

riferisca a localitä asiatiche. A torto. giacche d'una parte Torigiiie 
asiatica delle Amazzoni e generalraente ricooosciuta da poeti ed 
artisti anche nella Grecia europea; e d'altra parte l'aite pergamena, 
appunto per l'insieme dei quattro gruppi Attalici, e specialmente 
pel yestito e le forme deU'Amazzone, si mostra dipendente dall'arte 
della madre patria e con essa unanime. 

Michaelis a p. 129 trova degno di esser notato che alla detta 
statua raaiica la solita armatura di arco, tiircasso, pelta, scuri, e 
trova incerto perflno, se le diie lance siano sue ovvero di un avver- 
sario. Ma sono le armi proprie quelle su cui e caduto moribondo il 
Gallo capitolino, e suUe quali sta per uccidersi l'altro della colle- 
zione Ludovisi ; sono pure le proprie quelle che si trovano presso le 
altre statue Attaliche. Quindi e probabile che anche l'Amazzone 
abbia seco le proprie lance ; auzi lo direi certo : prima perche son 
due, secoudo perche una n'e rotta, terzo perche ne l'uaa ne l'altra 
sta in relazione con la ferita deU'Amazzone. Riguardo poi alla raan- 



(1) P. 129 ... so herjTcxft es sich ivenn die alten Amazonenknmpfe in 
der Phantasie und Kirnst der Pergamener sich von denen der Attiker vje- 
sentlich unterschieden — dove son Ic pruove? — ; und hier eine Gruppe 
entstehen konnte die in Athen gradezu unmöglich iväre. E poi: Es dürfte 
sich also um den attischen Amazonenkampf in p er g amenisch er Aulfassung 
handeln. 



AMAZZONE MADRE? 253 

canza di ogni altra armatui-a si potrebbe dimandare qiiale arma- 
tura ebbe l'originale dell'Amazzone Polidetea o l'altra efesina che 
a Fidia si attribuisce o a Cresila? 

E come sarebbe credibile che in tante Amazzonomachie di sar- 
cofaghi fortemente inftuenzate daU'arto pergamena — iuliiienza di- 
mostrata dal Robert, die ant. Sark. IT p. 77, 83, 89, e non ncgata 
da Michaelis (p, 12(3) — non si trovi mal un'Amazzone con bam- 
bino, n/mmeno ove son rappresentate non combattenti ma vinte ed 
afflitte come sni coperchi dei sarcofaghi capitolino e londinese (Ro- 
berfc, 1. 1. 1. XXXII). Auzi la stessa nostra Amazzone Farnese, come 
giustamente osservö Robert (1. 1. p, 89), sii molti di tali sarcofaghi si 
vede copiata piü o meno esattamente (p. e. Robert. 1. 1. n. 75, 77, 85, 
86 a, 97, 103, 111, 113, 125 sgg.) ma sempre sola, senza bambino. 

11 quäl fatto diventerebbe piü strano ancora se l'Amazzone 
Tarnese fosse, secondo crede Michaelis (p. 130 e 133), la replica 
di un'altra famosa opera in bronzo dello stesso Epigono, lodata da 
Plinio n. h. 34, 88 : EiJigoims . . . praecessit in tubicine et matri 
interfectae infante miserabiiiter hlandieute. Trovo giustissime le 
osservazioni fatte dal Michaelis su Epigone, ma inaccettabile tanto 
l'ideutificazione del tubicine col Gallo moribondo capitolino, pro- 
posta da ürlichs ed adottata da Michaelis, quanto l'altra identi- 
ficazione della madre morta con bambino superstite con TAmazzone 
Farnese. Quanto al Gallo moribondo cioe, la sua qualitä di suo- 
natore e troppo poco spiccante, e certo egli non ha suonato dopo 
la ferita ma prima. La parola tubicen con ürlichs e Michaelis po- 
trebbe credersi dovuta a traduzione erronea. Mapcrche? Sui sar- 
cofaghi specialmente nelle Amazzonomachie influenzate dall'arte per- 
gamena la figura di un tubicine e molto comune (v. Robert, 1. 1. 
n. 75, 77, 79, 80, 89, 92 ecc). Riguardo poi all' Amazzone: nelle 
parole di Plinio non e certo niente che faccia pensare ad un'Amaz- 
zone, ed ognuno, credo, concederä che, se il concetto di Epigono 
stava proprio nella commovente situazione del povero innocente, 
l'artista avrebbe fatto il suo meglio per guastarne l'effetto, sosti- 
tuendo alla madra inerme di Aristide (Plinio ii. h. 35, 99 ; v. Mi- 
chaelis a p. 133) la quäle oppido capto soccombe ai furori ostili, 
ima Amazzone, bellicosa e micidiale anch'essa, il cni bambino sa- 
rebbe avvezzo a portarsi nei combattimenti, b e n c h e non s i c a- 
p i s c e c m e. 



254 E- PETERSEN 

Ma concedo che qiiesta argomentazione, per qiianto renda im- 
probabile l'esistenza di una statua di Amazzone con bambino, pure 
non varrebbe niente contro la realtä di una tale statua, quäle si 
dice essere stata TAmazzone Farnese. Invece, tolta questa realtä, non 
hanno piü fondameiito neanche gli argomenti di Michaelis. Ognun 
vede che la decisione dipende daH'esarae della statua. Le testi- 
monianze di Bellievre e Aldrovandi producono una forte presun- 
zione in favore del bambino, ma non piü, non essendo di certo 
esclusa la supposizione, esp;essa giä dal Klügmann, che all' Amaz- 
zone cioe fosse stato aggiunto un bambino non suo, un torso tro- 
Yato nello stesso scavo. Si figuri un momento che tale aggiunta 
fosse fatta, perche poi non avrebbe potuto durare fino al tempo di 
Aldrovandi? A mio parere non importa molto se l'unione durö dieci 
anni o quaranta; quel che in fatto importa e che non durö sempre. 




Michaelis p. 12t fig. 3. 

Lo stesso Michaelis, rintracciando con l'aiuto degli inventari farne- 
siani e con altri documenti la storia del monumento, dice: das 
nächste mal nämlich wo wir den 4 liegenden Figuren loieder 
begegnen, in den Zeichnungen der Sammlung Cassiano dal Pozso's 
(f 1657), erscheint dieAmasone ohne ihren Säugling. Dopo il tempo 
di Aldrovandi, non si sa quando, il bambino dunque veune separato 
dall'Amazzone. A Michaelis questa separazione pare non abbia fatta 
impressione; a mio avviso essa e un argomento non mono forte 
contro l'unione originale che non lo sarebbero in favore le te- 
stimonianze di Bellievre ed Aldrovandi. 

Eccoci dunque per la soluzione del problema nuovamente ri- 
dotti all'evidenza del monumento stesso. E qui mi duole dichiarare 
che ]e 03ser\razioni di Sauer, le qiiali a Michaelis foruivano la com- 
pleta conferma della presunzione prodotta dai testimoni Bellievre 



AMAZZONK MADRE? 255 

ed Aldrovandi e dal disegno basileense, sono del tutto insufficienti. 
11 risultato del mio esame, fatto con l'articolo di Michaelis in mano, 
ed ove occorreva con la lente, e questo: tutti i ritoccamenti e 
tutte le alterazioni notate dal Sauer che possono riferirsi al torso 
di putto visibile nel disegno basileense escludono assoluta- 
mente che vi fossecontatto originale di un altro 
corpo con TAmazzone. 

Qiiello che Sauer dice sul margine del plinto l'ho trovato esage- 
rato di gran lunga, ma lo lascio stare perche di poca importanza per 
la qiiestione. Importa solo qiiella parte che si trova nella fig. 3 presso 
Michaelis a p. 124 qui riprodotta fra le diie lance, e qui certo le alte- 
razioni son meno gravi che nou vorrebbe far credere Sauer, la cui 
sgraffiatura cuopre iignalmente le parti alterate o non alterate. La su- 
perticie del plinto imita nn suolo sassoso, ondulato, con piccole de- 




Michaelis p. 124 fig. 4. 

pressioni separate da altrettante piccole elevazioni a canti piü o 
meno acuti. Tale carattere della siiperficie si riconosce quasi intatto 
in un sito protetto come p. e. fra la testa ed il braccio destro del- 
l'Amazzone, mentre altre parti piü esposte al tocco hanno sofferto, 
piü perö negli alti che nei bassi ; e specialmente nella suddetta parte 
fra le due lance alterate nou sono che le elevazioni, mentre le de- 
pressioni sono quasi inalterate anche lungo il margine del plinto. 
Lo stesso piü certamente ancora si puö aflfermare per tutta la su- 
perficie del plinto compresa fra le due lance ed il fianco dell'Amaz- 
zone, ove quasi, tutte quelle elevazioni sono state ugualmente fi-e- 
gate, ma leggermente, e qnanto piü lontane dal margine tanto meno, 
piü, credo, per l'effetto secolare della scopa che per lo scalpello, e 
non ci e affatto alcun punto di contatto. II che lo stesso Sauer 
appena puö negare. Dice egli a p. 124: Dagegen scheint die Ober- 



256 E. PETERSEN 

ßäche der Plintlie zwischen den beiden Speeren unversehrt, abge- 
sehen von 2 dicht an dem abgeschrägten Rande belegenen Gruben 
die deutlich überarbeitet sind. Hier scheinen wenig umfangreiche 
mit sehr geringer Auschlussfläche aufliegende Körper iveg gear- 
beitet zu sein. Qiiesto e tiitto insussistente, essendo qiii pure alte- 
rate non le depressioni {Gruben) ma le elevazioni circondanti, e 
queste non in altro modo che dappertutto. Ma seppure vi fossero 
i due punti di contatto, che non esistono, rimane sempre l'assoluta 
impossibilitä di creder l'uno avesse sorretto il ginocchio sinistro 
del putto, l'altro le dita del siio pie destro. Iiivece e manitesto che 
il putto doveva aver la gamba destra non estesa nella direzione 
del puntello immagginato, bensi sottoposta in parte alla sinistra, e 
che la gamba, almono dal ginocchio fino al piede, non poteva non 
riposare sul plinto, ove perö, come fu detto, tale contatto e asso- 
lutamente escluso. 11 pie sinistro del putto al parer di Sauer avrebbe 
poggiato sulla parte sporgente del plinto, la quäle secoudo Michaelis 
(annot. 24) nella fotografia venne tagliata di un pezzetto. Sarebbe 
cosa strana assai, se il putto appartenente al monumento avesse 
conservata la gamba in aria ma perduto il piede posto sul plinto. 

Veniamo al fianco dell'Amazzone. Meno qualche pieghetta del 
Chitone rotta e che prima doveva essere piü sporgente che oggi, 
specialmente lungo la parte nuda del petto, tutto e massimamente 
la parte piü protetta del vestiario che sovrasta al plinto conserva 
la freschezza originale ed e di un esecuzione incompatibile con la 
posizione del bambino se fosse originale. Ed e appunto questo stato 
deir esecuzione nonche della conservazione che ha costretto Sauer 
a formarsi l'idea assai fantastica : dass das Kind nicht lag sondern 
halb aufgerichtet war, so dass es den Felsboden und den Leib 
der Mutter an verhältnismässig wenigen Stellen berührte. In tal 
modo il putto sarebbe stato quasi sospeso in aria. Ripeto che un 
putto nella posizione disegnata dall'anonimo basileense appena po- 
teva fare a meno di toccare con la coscia d. il fianco dell'Amazzone. 
Per conseguenza se questo fianco non e mai stato in contatto e 
nemmeno in immediata vicinanza con altro corpo, questo altro corpo 
ab origine non vi esistette. 

Lo stesso ci vien confermato dall'esame dell'originale nclle 
parti sgraffiate nella fig. 3 (vedi anche fig. 4) tanto sotto la 
mammella destra qiianto sotto la sinistra, ove la fig. 3 ci pre- 



AMAZZONK MAÜ)iE? 557 

senta un incavo eLte Art Rinne. Qui pure nessun avanzo di un 
altro corpo attaccato a quello deU'Amazzoae; anzi iiivece di im 
piü havvi dappertutto im meno, vale a dire di pieghe, rotte parte 
casiialmente ma parte — appena se ne puö dubitare — tolte per 
applicarvi il torso del putto. E quest'ultimo caso si ricouosce in 
qiiella Rinne sotto la mammella sinistra. Come mai si ppieghe- 
rebbe tale incavatura con l'esser stato tolto qui il braccio del putto? 
Se questo fosse stato tolto per aver sofferto di piü, il braccio d. 
forniva materiale piü che bastante, per completare le piegiie del 
Chitone. meglio piacerebbe l'idea che, per avere il putto isolato, 
qualcuuo l'avesse tagliato con ogni cura dal corpo della madre. 
Non voglio domaudare, dove e quando mai tali cose si facevano, 
basta osservare che in queU'incavo {Rinne) non manca niente del 
corpo dell'Amazzone ma soltauto qualche parte del rilievo delle 
pieghe, e che, meno una piccola parte all'infuori della mammella 
sinistra, dauneggiata e poi ritoccata, i solch i originali delle 
pieghe corrono a traverso quell' incavatura, indizio da 
per se certissimo, che debba escludersi qualunque contatto di altro 
corpo. 

Lo stesso si verifica nel lembo del chitone pendente sotto la 
mammella destra. E sempre il rilievo delle pieghe che e stato di- 
minuito, mentre i solchi o incavi delle pieghe, inalterate purche 
Sauer le abbia sgraffiate al pari, escludono ogni idea di contatto. E 
piü s'immaggina innalzato il rilievo meno ci si adatta il putto. Nel 
bei mezzo del petto p. e. dell'Amazzone l'orlo piegato si rileva di 
qualche centimetro distaccandosi dal corpo. e dal punto ove esso 
oggi si yede ristaurato anticamente pure doveva correre in modo 
simile, quauto piü sciolto tanto piü incompatibile col putto, a meno 
che questo fosse sospeso in aria. Quello perö che piü di ogni altra cosa 
esclude l'aggiunta originale del putto sono qui pure i solchi delle 
pieghe vuoti ed intatti, tutt' altro che non fa credere la sgratliatura 
di Sauer nelle figg. 3 e 4, estesa ugualmente sugl' incavi come sulle 
sporgenze del panneggiamento. In somma dappertutto esistono indizii 
certissimi che il putto, non unito ab origine con l'Amazzone. le fu 
aggiunto dopo, non senza qualche alterazione di quest'ultima. II 
putto poi mantenne il posto fin dopo i tempi di Aldrovaudi, ma 
piü tardi si riconobbe impossibile quella unione. 

Se il putto non abbia proporzioni smisurate a paragone del- 



258 E. PETERSEN, AMAZZONE MADRE ? 

l'Amazzone, o se la testa di lui, per quanto risiüta dal dorso assai 
piegato indietro, non doveva allontanarsi troppo si dalla testa del- 
rAmazzone che dalla mammella e questione che appena ci interessa. 
Di maggiore impoitanza invece sarebbe domandare, dove sia rimasto 
il bambino ed a qiial composizione egli abbia appartenuto da prin- 
cipio. AUa prima domanda non saprei rispondere, sebben negli in- 
veutari farnesiani non manchino piitti isolati, nia per la seconda 
gioverä forse un confronto. II torso del bambino cioe, per la mossa del 
corpo, Credo raramenterä anche altri di Phitos snl braccio di Eirene, 
di Bacco bambino portato da Hermes, se non che questo e quello 
lia le gambe involte nel mantello. Tutto igniido invece e il bam- 
bino sediito sopra la sinistra sola conservata, di una donna credo, 
nel Miiseo delle Terme Diocleziane ('). Questo putto anch'esso aveva 
il braccio destro alzato come qnelli di Cefisodoto e di Prassitele, 
ma il sinistro non abbassato come quelli bensi proteso, come pare 
l'abbia avuto il putto appunto all'Amazzone; e come questo la 
coscia d. piü alzata della sinistra. AH'identiticazione, non dico con 
la figura delle Terme, la quäle anche oggi conserva la sua testa, 
ma con un'altra copia dello stesso originale, per quanto io veda, 
non osta altro che la mano reggente il putto, la quäle, se non era 
del tutto irriconoscibile, pare dovesse vietare l'unione del putto 
con l'Amazzone, e forse esser visibile nel disegno basileense. 

Comunque sia, basta aver dimostrato la possibilitä di un altro 
e piü naturale aggruppamento del putto con altra figura. Che l'Amaz- 
zone dal principio ne sia stata libera, come n'e libera adesso, a 
me pare certo, ed attendo tranquillamente il giudizio di altri ar- 
cheologi che dopo di me andranno ad esaminare l'originale, benche, 
socondo io credo, per riconoscere l'insussistenza delle asserzioni di 
Sauer basterebbe anche un buon gesso. 

Koma, novembre 1898. 

Petersen. 

(!) V. Matz e v. Dahn Ant. Bildw. I, n. 355 e questo Bullett. 1891 
pag. 237, 1. 



YIERTER JAHRESBERICHT 

UEBER NEUE FUNDE UND FORSCHUNGEN 

ZUR TOPOGRAPHIE DER STADT ROM. 

1892. 



Der nachfolgende Bericht unifasst das Kalenderjahr 1892: bei allen 
periodischen Publikationen, welche ohne Erscheinungsjahr 
citirt werden, ist dieses zu verstehen. — Die vorhergehenden 
Berichte finden sich in diesen Mitteilungen 

für 1887-89 Bd. IV (1889) S. 227-291 citirt als TJB 1889 
1889-90 .) VI (1891) S. 73-150 .. « « 1890 
1891 » VII (1892) S. 265-331 » >i » 1891 

Der Bericht hat hiemit sein erstes Lustrum absolvirt: dass er dem 
Zwecke, für welchen er in erster Linie bestimmt isi, nämlich den Mitforschern 
in Deutschland, welche sich für römische Topographie interessiren, die Ueber- 
sicht über wichtige Funde in Rom und neue Publikationen in Italien zu er- 
leichtern, im Allgemeinen entsprochen hat, ist mir mannigfach versichert 
worden (i). Nicht das gleiche kann ich erreicht zu haben glauben hinsichtlich 
der ausseritaliänischen, auch deutschen, Litteratur. Manche schätzbaren Bemer- 
kungen über topographische Fragen habe ich zu spät oder gar nicht ein- 
reihen können, weil sie in Journalen oder Gelegenheitsschriften erschienen 
waren, die in Eom schwer oder überhaupt nicht zu erlangen sind, oder weil die 
Beziehung zu dem hier behandelten Gebiete aus dem Titel nicht hervorgeht. 
Als eine wesentliche und dankenswerte Unterstützung dieser Arbeit würde ich 
es betrachten, wenn die Herren Verfasser namentlich historischer und phi- 
lologischer Abhandlungen, die auch auf topographische Fragen eingehen, 
mir dieselben durch Uebersendung (an die Bibliothek des K. D. Archäolo- 
gischen Instituts) zugänglich machen wollten. 

Die Pläne und Aufnahmen sind wiederum von Hrn. Architekten C. V. 
Rauscher gezeichnet. 

(1) Ausführliche Auszüge aus den ersten beiden Berichten, in teilweiser 
Reproduction der Abbildungen giehen die ' Archaeolo(/iai A'rtr'silö ' }s. F. XII 
.Tahrg. (Budapest 1890) in dem Aufsätze: Archaeoloquii ynozijdhnak Romdbau 
az utolsö tizenöl eu (187G-1890J alatt (V. Kuszcinski; 8.2-18. 67-114). 



260 CH. HÜLSEN 

I. QUELLEN DER ROEMISCHEN TOPOGRAPHIE 

a) Antike. 

Einige Namen römischer Oertlichkeiten, welche durch neugefundene 
Inschriften bekannt geworden sind, müssen an dieser Stelle erwähnt werden, 
da sie sich vorläufig nicht genauer lokalisiren lassen. 

Auf einem bei den Arbeiten für das kapitolinische Victor-Emanuel- 
Denkmal gefundenen Ziegelstempel steht die Inschrift.: 

EX FIG INTELLIANIS DE POR. COR 
PEtN ET APROr^AN 

COS 123 p. C. 

ex figiUnis) Intellianis de por{tu) Cor{nelii ?). Die figlinae Intellianae waren 
bisher nur aus einem bei Cures gefundenen Stempel bekannt {C. I. L. XV 2393), 
dessen erste Zeile Dressel nach einem Abklatsch so abgeschrieben hatte: 

EX FIG INiELLIANlS DE P OF COR 

Das neue Exemplar berichtigt die Lesung am Ende von Z. 1 ; por{tus) Cor- 
[nelii ?) ist als Ziegelmagazin aufzufassen, wie ;?öriws Licini und portiis Parrae 
(Dressel CLL. XV p. 37. 48. 121. 127). 

Auf einem bronzenen Sklavenhalsband, welches gefunden ist bei Nie- 
derlegung der Kirche S. Maria in Caccaberis (im Rione Regola, unweit des 
Balbus-Theaters) steht: SERVVS SVM DOMNI MEI SCHOLASTICI Viri SPe- 
ctabilis) TE\'E ME NE FVGIAM DE DOMO PVLVERATA. {Notizie degli scfli'i 23, 
G. B. DE Rossi Bull, comun. 11-18 mit Tf. I). Für den 'i^amen domus pulve- 
rata zieht de Rossi zur Vergleichung die mittelalterliche regio Arenula und 
den modernen vicolo del Polverone heran; doch möchte ich die Lage der 
domus pulverata in der Nähe des Fundorts nicht für gesichert ansehen. 

V. Casagrandi le viinores gentes ed i patres minorum gentium (Pa- 
lermo Torino 1892) S. bespricht 317-321, ausführlich die bekannten Festusstellen 
s. V. Minucia porta (p. 122. 147), und ist geneigt, wieder an die Existenz 
einer ' Porta Minucia ' in der Serviusmauer zu glauben. Ich kann nicht finden 
dass er etwas zur Widerlegung der Annahme Beckers und Jordans beigebracht 
habe, wonach die 'porta i/.' ein Irrthum des Festus oder Paulus für ' porticus M.' 
sei. Allerdings muss man festhalten dass porticus ein Femininum ist, während 
Hr. C. es beständig als Masculinum behandelt. 

b) Renaissance und neuere Zeit. 

E. MuENTz, Plans et monuments de Rome antique. Nouvelles recherches. 

(Extr. des MÜanges G. B. de Rossi p. 137-158) 
enthält vier Aufsätze: 1) le sarcophage de Sainte-Gonstance. Gedicht an Sigis- 
mondo Malatesta anlässlich des Transports des bekannten Porphyrsarkopliags 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 261 

aus S. Costanza nach Piazza S. Marco (1467). Der Sarkophag selbst wird re- 
dend eingeführt und zählt die Hauptmonumente des alten Rrnns auf. — 2) 
Un plan in^dit Rome au Musee de Franc fort: s. u. — 3) Les plans de la 
Bibliotheque de VEscurial. Drei Veduten aus dem Escurialensis werden in 
Lichtdruck wiedergegeben: Blick auf die Stadt vom Monte Mario aus (klein 
und mit wenig Detail, am sichtbarsten der Borgo mit dem Vatikan, Moles 
Hadriani und sog. Meta Romuli); Blick vom Aventin (S. Sabina) auf Tiber- 
insel und Kapitol; Vedute des Forums. Die Veröffentlichung der letzteren 
TJB 1889 S. 237, ebenso meine Bemerkungen über das Verhältnis des Escu- 
rialensis zum Barberinianus des Sangallo (TJB 1890 S. 145) sind Müiitz ent- 
gangen. — 4)Acquisitions d'antiques ä Rome en 1641: vier Briefe Leonardo 
Agostinis an einen unbekannten Florentiner aus cod. Strozzian. KT 158 im 
Florentiner Staatsarchiv. Von topographischem Interesse höchstens einige 
Notizen über Gräberfunde bei Porta S. Sebastiane und Porta Latina. Eine 
der dort gefundenen Inschriften von denen im dritten Briefe die Rede ist 
' di uno che riportava Voche (a?) quelle statue ' (gemeint ist G. I. L. VIII 
9403: M. Rapilius Serapio hie, ab ara marmorea, oculos reposuit statuis) steht 
im cod. Barb. 30, 182 mit der Ortsangabe: effossa ad portam Capenam in 
sepulcreto a. 1641, exscripsi j^Bouchard] apud Nicolaum Strozzium, und be- 
findet sich noch jetzt in der ehemals Strozzischen Villa Montughi bei Fbirenz. 
Aber den Adressaten der Briefe für einen Strozzi zu halten, verbietet die 
Bemerkung über Ankäufe des Sig. Marchese Strozzi im vierten Briefe. 

A. Geffroy, une vue inHite de Rome en 1459 [Extrait des Mehmges 
G. B. de Rossi publies par V^cole franqaise de Rome S. 361-382 mit 
1 Tf.); vgl. Rendiconti della R. Accademia dei Lincei 269. 271. 357 
publiziert aus dem Manuscript CG, 12 der bibliotheque Sainte-Genevi^ve in 
Paris, einem im Jahre 1459 geschriebenen Augustinus de Civitate Dei, 
eine Ansicht von Rom (Grösse des Originals 9X9 cm.), welche von antiken 
Monumenten die beiden Columnae coclides, das Pantheon, das Mausoleum des 
Hadrian, die Meta Romuli enthält. Bei dem kleinen Massstabe und der vielfach 
willkührlichen Ausführung hat die Zeichnung für antike Topographie keinen 
Werth : da.s interessanteste Detail ist die Abbildung des vergoldeten bronzenen 
Engels auf Castel S. Angelo, über welchen sich der grössere Teil von Geffroys 
Commentar verbreitet. 

Das Städelsche Museum in Frankfurt am Main erwarb i. J. 1890 zwei 
Gemälde eines Florentiner Meisters aus dem Ende des Quattrocento, die Ge- 
schichte des Horatius Codes und des Mucius Scaevola darstellend. Den Hin- 
tergrund des letzteren bildet eine von O.sten aufgenommene Ansicht des alten 
Roms, welche den südlichen und östlichen Teil der Stadt, von S. Croce bis 
zum Monte Testaccio und von den Diocletiansthermen bis zum Pantheon 
umfasst. Diese Vedute ist besprochen von E. Muentz in dem zweiten der 
oben angeführten Aufsätze, publiziert von mir Bull, comunole Tf. II, III, IV 
(Text dazu p. 38-48). Beide Publikationen sind gleichzeitig erschienen, so 
dass eine gegenseitige Berücksichtigung nicht möglich war. 



262 CH. HÜLSEN 

Das Frankfurter Bild geht (wie ich trotz Müntz S. 145 festhalte) auf 
dasselbe Prototyp zurück, wie die grosse Mantuaner Vedute. In den mei- 
sten Details stimmt sie mit ihr so genau wie es die Verschiedenheit des 
Maassstabes und die etwas abweichende Orientirung gestattet; für einige auf 
dem Mantuaner schlecht erhaltenen Stellen (Lateran, Monte Testaccio) tritt 
es ergänzend ein. Wichtig ist vor allem, dass auch auf dem neuen Bilde der 
1474/75 erbaute Ponte Sisto erscheint. Dadurch wird es wahrscheinlich, dass 
das Original dieser Gruppe von Plänen (ausser den beiden genannten gehört 
auch der Holzschnitt in Hartmann Schedels Weltchronik, 1493, hierher) unter 
der Regierung des baulustigen Sixtus IV (1471-1484), welcher mit grosser 
Energie die Umwandlung des mittelalterlichen Roms in eine Renaissancestadt 
begann, entstanden ist. Dadurch widerlegt sich die von De Rossi vermutete 
Autorschaft Leo Battista Albertis (f 1472) für die Vorlage des Mantuaner 
Plans, wie die des Fra Filippo Lippi (f 1469) für das Frankfurter Bild: 
letztere bestreitet auch Müntz aus sehr einleuchtenden stilistischen Gründen. 

G. B. DE Rossi, Ansicht von Rom, gezeichnet von M. Heemskerck. (Antike 

Denkmäler, herausgegeben vom Kaiserlich Deutschen Archäologischen 

Institut. Bd. II Taf. 12, mit Text S. 7. 8). 
G. B. DE Rossi, Panorama circolare di Borna delineato nel 1534 da Jl/ar- 

tino Heemskerck pittore Olandese. Bull, comun. 1891 p. 330-340. 

Aus dem TJB. 1891 S. 275 erwähnten Zeichnungsbande Heemskercks, 
welcher sich jetzt im K. Kupferstichkabinet in Berlin befindet, ist das grosse 
Rundbild der Stadt, vom Kapitol (Pal. CatFarelli) aus aufgenommen f. 92. 93. 
und (als Textvignette) eine Vedute des Circusthals (vom Aventin nach dem 
Palatiu zu) in den ' Antiken Denkmälern ' veröffentlicht Der Text resümirt 
de Rossi's Aufsatz aus dem Bullettino comunale, in welchem hauptsächlich 
die Entstehungszeit des Blattes (i) das Verhältnis zu den übrigen Gesamtplänen 
und Panoramen der Stadt aus der Frührenaissance, sowie die Bestimmung der 
hervorragendsten Gebäude erörtert wird. Letzterem Zwecke soll ein unter Zu- 
grundelegung des Bufalini'schen von mir entworfener Plan dienen. Von Ruinen 
ist etwa nur ein Gebäude bei Trinitä de' Monti zu erwähnen, vielleicht eins 
der Nymphaeen in der Villa der Acilier (s. TJB. 1891 S. 314). 

A. Michaelis, Römische Skizzenbücher nordischer Künstler des XV'I. Jahr- 
hunderts (Jahrb. d. Inst. S 84-105) 
verzeichnet: III das Baseler Skizzenbuch; IV drei Skizzenblätter von Melchior 
Lorch; V das Cambridger Skizzenbuch. In allen dreien sind nur ganz wenige 
aTchitektonisch-toi)ographische Veduten (Trajanssäule Basel f. 27-29; Pa- 
latin Cambr. 88. 89, Colosseum ib. 89 ; Diocletiansthermen Cambr. 88. 90) 
enthalten, Pläne fehlen ganz. 



(1) Ueber die Lesung der Jalireszahl, W(;lche der Künstler auf einem 
Steine in der Ecke links angebracht hat, herrscht Zweifel: Conze Lippmann 
Michaelis lesen 1536 als von erster Hand, de Rossi glaubt dass die letzte 
Ziffer aus einer ursprünglichen 4 gemacht sei. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 2^3 

Th. Schreiber, die Fundberichte des Pier Leone Ghezzi. (Berichte der Sachs. 

Gesellschaft der Wissenschaften S. 105-156, mit 3 Tff.). 
Aus Ghezzis codd. Ottobon. 3100. 3103-3105. 3111 hatte Lanciaiii {Bull, 
comun. 1882 p. 205-234) 97 memorie über römische Auso-rabunpen aus dem 
ersten Drittel des vorigen Jhdts. herausgegeben : Schreiber vermelirt diese 
Sammlung um etwa 20 neue Stücke (die Zahl steigt bei ihm auf 114, doch 
sind manche bei L. zusammengezogene unter mehrere Nummern verteilt, auch 
einige wenige - n. 4. 95-97 — weggelassen) und giebt von den schon gedruck- 
ten die grössere Hälfte nach Revision des Originals. Da Ghezzis Interesse 
meist auf kleine Anticaglien, Terracotten und Cameen gerichtet war, bietet 
die lange Eeihe seiner Folianten für Architektur und Topographie selir wenig. 
Hervorhebung verdienen die auf den Palatin bezüglichen Abschnitte {mein. 
18-33 A bei Schreiber, 13-27 bei Lanciani) und diejenigen über Gräberfunde 
an der Via Appia, Latina {mem. 1-4. 34-37 Sehr. = 1. 2. 28-30. 60 Lanc.) 
und Ostiensis (Gemälde im Inneren der Cestiuspyramide, worüber Schreiber 
S. 114-118 sehr eingehend handelt). Für den Text bringen die Berichtigungen und 
Zusätze nichts hervorragendes neues : das verdienstliche der neuen Publikation 
liegt in den Anmerkungen, in denen Schreiber mit ausgiebigster Beherrschung 
des weitschichtigen und zum Teil schwer zugänglichen Stoffes über den Ver- 
bleib der dargestellten Gegenstände, über Abbildungen und Parallelmonumente 
unterrichtet. 



II. DARSTELLENDE WERKE. 
STADT-UND BAUGESCHICHTE IM ALLGEMEINEN. 

An erster Stelle mögen die bibliographischen Verzeichnisse der Werke 
de Eossi's und Lanciani's erwähnt werden, welche von hohem Interesse für 
die topographischen Studien der letzten Jahrzehnte sind: Elenco delle opere 
pubblicate dal comm. G. B. de Rossi fino alVottobre 1892, compilato da 
G. Gatti (im: Albo dei sottoscrittori pel busto marmoreo del Comm. G. B. 
de Rossi Roma 1892. 4. p. 29-73; danach die Liste des publications de Mr. 
le Comm. G. B. de Rossi in den Melanges G. B. de Rossi p. 5 ff.). Gatti's 
Verzeichniss zählt, ausser De Rossi grossen Werken, 303 Aufsätze im Bullet- 
tino di archeologia cristiana und 195 in andern Zeitschriften auf. — Das 
Verzeichnis von Lanciani's Publikationen in den Melanges de VEcole fran- 
Qaise p. 329-334 hat 259 Nummern (worunter 104 Relationen in den Notizie 
degli scavi und 69 Berichte oder Recensionen im Londoner Athenaeum). 

E. Lanciani, Pagan and Christian Rome. London, 1892. 374 SS. 2 Ell. 8. 

mit 25 Tf. 
Das Werk ist in sieben Kapitel eingeteilt : I. The transformation of Rome 
from a pagan into a Christian City; IL Pagan shrines and temples: 
III. Christian churches ; IV. Imperial tombs ; V. Papal tombs; VI. Pagan 
cemeteries ; VII. Christian cemeteries. Auch die Kapitel, welche der Ueber- 
schrift nach nicht In die klassische Topographie hineinzugehüren scheinen, 



254 CH. HÜLSEN 

enthalten mancherlei einschlägiges : das erste S. 34 berichtet über die Auffin- 
dung des Mercur-Altars auf dem Esquilin (the shrine and altar of Mercurius 
Sobrius: vgl. TJB 1889 S. 280 f.), das dritte enthält eine illustrierte Be- 
schreibung der clomus Pudentis unter S. Pudentiana (S. 114) und ausführ- 
liche Nachrichten über das vatikanische Gebiet (S. 126 ff.). Besonders aber 
verdient der Inhalt der Kapitel II und IV hervorgehoben zu werden. Lan- 
ciani behandelt im zweiten (S. 51-106) n. A.: die Ära Maxima Herculis 
(69. 70) _ die Roma quadrata (70. 71) - Ära of Aius Locutius (71-73) — 
Ära Ditis et Proserpinae (79-82); sodann das templum Jovis Oplimi 3/a- 
ccimi (83-92) — Isis et Serapis (92-98) — Neptmii (99-101) — Divi Augiisti 
(101-104) —sacellum Sanci (104-106). Das vierte Kapitel (S. 168-208) bespricht 
das Mausoleum des Augustus (168-185) — tomb of Nero (185-190j — tomb 
of the Flavian Emperors (190-195) — Mausolea of Christian Emperors 
(196-208). Diese Inhaltsangabe zeigt, dass L. hauptsächlich (wie schon in 
seinem Ancient Rome in the light of modern discoveries) seine eigenen die 
Kesultate neuer Ausgrabungen behandelnden Aufsätze aus dem Bullettino 
comunale resümirt. Dass es in klarer und anziehender Darstellung geschieht, 
ist bei L. selbstverständlich; auch einzelne Irrtümer sind berichtigt, z. B. die 
Ansicht vom Verschwinden der palatinischen Roma quadrata in der Kaiser- 
zeit (S. 70): ganz Neues bietet das Buch wenig (i). Unter den beigegebenen 
Illustrationen ist der Plan des Kapitols (S. 87) besonders hervorzuheben. Als 
Beilage ist der Text der Augustischen Säcularakten nach Mommsen gegeben. 



(1) Einer von diesen neuen Behauptungen kann ich mich nicht an- 
schliessen. Lanciani spricht S. 101. 102 von dem berühmten Brückenbau des 
Caligula zwischen Palatin und Kapitol, und von der Sucht der alten Topo- 
graphen, Reste desselben nachzuweisen: The bridge, sagt er, never existed. 
Caligula made use of the roofs of edifices which were already there, 
spanning only the gaps of the streets with temporary wooden passages. 
This is cleury stated.by Suetonius in chapters XXII and XXXVII and 
by Flavius Josephus Äntiq. lud. XIX 1, 11 We are told by Sue- 
tonius and Josephus hoio Caligula used sometimes to Interrupt his aenal 
promenade midway, and thraiv handfuls of gold from the roof of the ba- 
silica to the cron-d assembled below. Aber in zweien der angeführten Stellen 
ist von der Brücke überhaupt nicht die Rede; Josephus sagt: xal yicQ eii to 
KuneioJ'Moy diidi'TK xaxd ,'htalug vtiso rij? i^vyuxQog f'nirekovf^stmg vno tov 
/'«toti, TKCoijv no'l'Auxi? yMioög, y.id imsn rrjg ßaqihxijg ioiciusroy xfddijfiw 
XQvaiov xul UQyvQLov ;fo;;M«r« (fiaQQinTovfTH loata xuid xecpdrjg (viprjXoy 
cTe ((Tri ri) (jTt'yog^ei'g rrjv ilyoQuv (fiqov) ini ts twv ^ivarrjQLoiv ra?g noijj- 
aeoiv u ovrlaraio (den letzten Passus von f'rrt re an. der für die Auffassung 
der ganzen Stelle keineswegs gleichgültig ist, lassen die Neueren, auch Becker, 
in ihren Citaten fort) und Sueton 37 : quin et nummos non mediocris summae 
e f'Sliqio basilirae Jicliac per aliquot dies sparsit in plebem. Nur die dritte 
Stelle, Sueton. 22 spricht davon dass Caligula super templum divi Augusti ponte 
transmisso Palatinum Capitoliumque coniunxit. Von den temporary vooden 
passages steht in keinem Autor etwas — wie wenig passt eine so ärmliche Bau- 
erei für einen Kaiser, der, wie Sueton in demselben Kai^itel sagt, nihd- tarn 
e'ficere concupiscebal quam quod posse ejßci ne gar e tur, \\w\ A^v, vm-m'hmWi^x 
durch seine unsinnige Baulhätigkeit, in einem einzigen Jahre den Staatsschatz 
von 2700 ]Millionen Scsterzen erschöpfte ! 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 265 

J. H. MiDDLETON, the Remains of ancient Eome. London u. Edinburgh 
1892. XXXIII und 393, X und 448 SS. 8 mit 4 Plänen und 102 Ab- 
bildungen im Texte. 

Nach der vor 5 Jahren erschienenen Titelauflage seines Ancient Rome 
in 1885, welche TJB 1889 S. 232 kurz erwähnt ist, bietet der Verfasser 
nun wirklich ein stark umgearbeitetes, vermehrtes und verbessertes Werk. 
Der erste Band enthält, ausser der Einleitung über Quellen und neuere Lit- 
teratur, neun Kapitel: I site of Rome — II methods of construction — 
III prehistoric and regul period — IV. V the Palatine hill — VI. VII the 
Forum Romanum — VIII the Capitoline hill - IX the architectural groicth 
of Rome, von denen das zweite und neunte ganz neu, die übrigen stark er- 
weitert sind. Noch beträchtlicher sind die Aenderungen im zweiten Bande, 
dessen zwölf Kapitel (I the Imperial Fora — II the circi — III the thea- 
t.res — IV the Amphitheatres — V the baths — IV the Forum Boarivm 
and the Campus lUartius — VII various biäldings — VIII tomhs and hono- 
rary monuments — IX triumphal arches — X the water supply — XI the 
roads and bridges — XII the wall of Aurelianus) der vorigen Auflage an 
Seitenzahl um mehr als die Hälfte ueberlegen sind. 

Middletons Schreibweise ist aus seinen früheren Arbeiten' bekannt: er 
wendet sich an die speziellen Fachgenossen. Auf künstlerisch anschauliche 
Darstellung macht sein Text keinen Anspruch, giebt vielmehr die histo- 
rischen und technischen Notizen über die einzelnen Monumente in compen- 
diöser Aneinanderreihung. So hat der Rezensent im Builder Recht das 
grössere Publicum von diesem Werke zu verw^^isen auf die zugänglicheren 
z. B. Lancianis. Aber die technischen Auseinandersetzungen sind, nach dem 
Urteil besonders englischer Rezensenten {}) die starke Seite des Werkes, eine 
empfehlenswerte und die Leistungen anderer Autoren übertrefi'ende Einführung 
in das Studium der römischen Architektur. Da ich durch längere Bekannt- 
schaft mit den älteren Arbeiten des Hrn. M. und durch eingehende Prüfung 
seines neusten Buches zu einem sehr abweichenden Urteil gelangt bin, will ich" 
dasselbe an einer Durchsicht der zwei ersten Kapitel begründen. 

Das erste Kapitel enthält, nach einer kurzen Einleitung über die Lage 
Roms, die geologische Formation der Hügel, die Ebene und den allmählichen 
Einebnungs-Prozess durch Bauten (2), einen Abschnitt: building materials 



{^) Academy 1043; Clasücal Review 4-9, 415-419; Builder 2565; 
Athenaeum 3401 p. 925-927. 

("-) Hier erwähnt M. auch die Anlage der grossen Treppe von Aracoeli, 
wobei der alte Irrtum wiederholt wird, die Stufen stammten vom Temple of 
the San on the Quirinal hiJl {s. dsigeo;en Bull. co7n. 1887 p. 173; TJB 1889 
p. 255) 'In 1887/88 a great deal of the heauty and interest ofthh stately 
jlight of Steps was destroyod by restauration \ Der abfälligen Kritik, welche 
M. bei jeder passenden oder un]>assenden Gelegenheit au der neueren Bau- 
tliätigkeit in Rum übt, muss selbst jemand der mit dem piano regolatore 
und vielen Neuerungen nicht einverstanden ist. überdrüssig werden. Dass dabei 
starke Uebertroibungen und notorisch unriclitigo Angaben nicht vermieden 
sind, weist Lanciani im Athenäum a. a. 0. S. 92'j nach. 



266 CH. HÜLSEN 

employed in Rome (S. 7-14), Zuerst werden behandelt die vulkanischen Ge- 
steine: Tutf und Peperin (unterschieden in lapis Albanus, von welchem falsch 
gesagt wird, dass er dark brou-n in colour sei, und lapis Gabinus; den Sperone 
haben die Alten nach M. nicht verwendet); dann Travertin (dass die Monti 
Parioli of a coarse variety of travertine bestehen, ist falsch), Lava, Mörtel. 
Zuletzt die Ziegel, über weche viel unrichtiges gesagt wird. Von den Stempeln 
heisst es S. 13 ' the later stamps are usually rectangular, but those of 
the second and third centuries are nearly ali'-ays circular, with the in- 
scription in tico concentric rings '; Consulnamen sind auf Ziegeln selten (1!). 
Die Stempelung soll mit Bronzestempeln erfolgt sein (nach Bull. com. 1876, 
198): eines besseren hätte sich Yf. schon aus Descemet belehren können; die 
Untersuchungen Dresseis über die Ziegeleien der Domitier (1887) ignorirt er; 
dass die ' brich incriptions are being piiblished in the Corpus Inscr. Lat. 
Berlin'' ohne Bandnumnier) scheint darauf hinzudeuten dass er Dresseis XV. 
Band (1891) nur von Hörensagen kennt. 

Es folgt ein kurzer, nur bekanntes enthaltender Paragraph: decorative 
Materials used in Rome; dann (S. 16-17): coloured marbles; (18-26) varieties 
of marble and porphyries used in Rome. Hätte Hr. M. diesen letzteren Ab- 
schnitten die Quellenangabe vorgesetzt; " excerpirt aus Faustino Corsi's Pietre 
nntiche, Eom 1845 », so würde man dagegen nur einwenden können, dass 
jenes für seine Zeit vortreffliche Werk in manchem überholt ist. Aber 
Hr. M. zieht es vor, Corsi nur an zwei Stellen für unbedeutende Details 
zu citiren, obwohl eigentlich alles, was über Identification der in den Ruinen 
o-efundenen bunten Marmorsorten mit den von alten Schriftstellern genann- 
ten bei ihm steht, aus Corsi herübergenommen ist: wo dieser Führer versagt, 
pflegt auch M. mit seiner Weisheit am Ende zu sein Q). So kann man es 
z. B. Corsi nicht verübeln dass er sein Kapitel über den rosso antico mit 
den Worten beginnt: e veramente cosa straordinaria che di im marmo tanto 
bello, tanto raro ed insieme tanto cognito, quäle e il rosso antico, siasi 



(1) Die Abhängigkeit M. 's von seiner Vorlage zeigt sich schlagend 
in der Wahl der Beispiele für die einzelnen Marmorarten : nur hat Middleton 
hin und wieder Corsis sorgfältige Angaben durch Missverständnisse entstellt. 
Z. B. führt C. für Marmor Pentelicum an: un'erma di Augusto giovine nel 
Museo Chiaramonti del Vaticano. Bei M. wird daraus: the statue of Au- 
qustm in the Vatican, wobei jeder an die (15 Jahre nach Corsis Tode ge- 
fundene) Statue von Prima Porta denken wird. — Dass eine von den acht 
grossen Giallo-antico-Säulen des Constantinsbogens in die lateranische Basilika 
übergeführt sei (S. 17) ist falsch, erklärt sich aber als liederliches Excerpt 
aus Corsi p. 90 und 29G. — Zwei Säulen aus Nero antico hat Hr. Middleton 
in the choir of the church of Ära Coeli gesehen : Corsi sagt richtig nella 
chiesa di Regina Celi (an der Lungara) u. s. w. — Ein charakteristisches Beispiel 
von M. 's Abschreiberei ist folgendes. Corsi S. 79 citirt über den Parischen 
Marmor (lychnites) eine Stelle aus des Cavaliere Dodwel ' di recente a noi 
rapito ' v'iaqgio di Grecia Tom. I p. 501, Middleton wiederholt dieselbe 
mit dem Citat ' see Dodwell Journey in Greece, 1740 I p. 501 '. Der ' Stade 
Professor of fine Arts in Cambridge ' scheint also das 1819 in London 
erschienene Werk Dodwells ' A Cldssical and topographical tour through 
Greece ' nicht zu kennen. 



VIERTER JAHRESHERICHT LEITER TUl'OÜRAI'HlE DER STAUT ROM 267 

ignorata la cava. Dass aber dreissig Jahre naohdein Sigl die Brüche des rosso 
antico in Lakonien entdeckt hat, Hr. Middleton davon nichts weiss, ist schlimm. 
Die eigenen Zusätze des Vf. sind unbedeutend und von Irrtümern nicht frei 
(z. B. ist die colossal statue of a hound in the octagonal hall of The 
Palazzo dei Conservatori nicht aus grünem Granit, sondern aus verde ra- 
nocchia). — Besser ist der folgende Abschnitt Architectural styles of Roman 
huildings (26-35), obwohl der Vf. hier, getreu seinem an der Spitze des zweiten 
Kapitels stehenden Axiom dass the ancient Romans appear to have been a 
thoroughly inartistic race, immer wieder Tadel austeilt : das Composit-Capitäl 
ist a specially tastelesn invention of the Romans (S. 30j; die Flavian emperor-i 
bekommen das Prädikat very inartistic merkwürdig dass in ihre Periode z. B. 
das Colosseum, der Vespasianstempel, der Minervatempel im Forum Transi- 
torium, die schönsten Teile der palatinischen Bauten etc. fallen), und so fort. 
Das zweite Kapitel [Roman methods of construction and decoration) ist 
zum grossen Teil eine Wiederholung von des Vf. Aufsatz im 51*6» Bande der 
Archaeologia. Als ich über denselben TJB 1889 S. 234 berichtete, hatte ich 
bemerkt: ' Ueber seine Vorgänger urteilt der Vf. sehr absprechend : nicht nur 
Caninas sondern auch Choisys Buch ist ihm simply a icork of Imagina- 
tion and ivorse than useless to the real Student (i) Der Vorwurf übertrie- 
bener Eleganz, welcher Choisys Zeichnungen gemacht ist, wird die des Vf. 
nicht treffen : ob sie dafür durch absolute Zuverlässigkeit entschädigen, mö- 
gen Fachmänner entscheiden'. Nachdem ich seither in mehrjähriger Praxis 
und in Gemeinschaft mit Architekten von Fach Hrn. M. 's Zeichnungen vor 
den Monumenten geprüft habe, muss ich mein Urteil dahin berichtigen, 
dass seine uneleganten und manchmal schülerhaften Zeichnungen, von einer 
geradezu erstaunlichen Unzuverlässigkeit in ihren positiven Angaben sind, 
wovon unten Beispiele gegeben werden sollen (S. 280. 285. 296). Nach Hrn. 
Middleton ist die römische Baugeschichte — partly because in many cases 
it has been treated by archaeologists ivho had no practical knowledge 
of building — bisher gänzlich auf dem Holzwege gewesen, indem sie opiis 
Incertum, opus reticulatum, opus mixtum und opus quadratum unterschied. 
Es giebt nur zwei Baumethoden: reinen Quaderbau und Gusswerk. Letzteres 
kommt selbständig vor, meist aber nach aussen verkleidet mit opus in- 
certum, Eeticulat, Ziegelwerk oder opus mixtum. Die constructive Bedeu- 
tungslosigkeit dieser letzteren ' cortine ' wird der Vf. nicht müde hervorzu- 
heben, und wundert sich, wesshalb die Eömer, statt mit grossen Kosten 
vortreffliche Ziegel zu brennen und sie an constructiv ganz gleichgültigen 
Stellen in die Mauern zu stecken, nicht lieber ihre Wände aus ' unfaced 
concrete ' hergestellt haben, wobei sie sogar nach den Vortheil gehabt hätten. 



(1) Ich erkenne an dass M. in seinem neuen Buche den ungehörigen 
Tadel über Choisy gestrichen hat, und seine Arbeit a beautiful v:ork titulirt 
(S. 67): aber über Canina, dessen Schwächen freilich jetzt, dreissig Jalire nacli 
seinem Tode, für jeden offen genug zu Tage liegen, dessen Verdienste um rö- 
mische Topographie und Architekturgeschichte aber doch noch ganz andere 
sind als die des Author of Ancient Rorae in 18<SS, wird noch bei zahlreichen 
Gelegenheiten hergezogen. 

' 18 



268 CH. HÜLSEN 

dass der Stuck auf den rauhen Flächen besser gesessen hätte, als auf glatten 
Ziegelwänden (50--51). — In Wirklichkeit ist denn auch die Stelle des Zie- 
gehverks in der römischen Architektur eine wesentlich andere als es nach 
M.' s. Darstellung scheint. Seine Angaben und Abbildungen beziehen sich fast 
alle auf die Riesenmauern der Kaiserpaläste und Thermen. Dass bei einer 
zweifüssigen Mauer, die mit Dreieckssteinen von dem üblichen Mass (24 cm 
Hypotenusenlänge, 12 cm. Höhe) belegt ist, schon er. Vi (die durchbindenden 
Schichten von tegulae bipedales eingerechnet), bei einer einfüssigen analog 
construirten über die Hälfte aus gebranntem Material besteht, lernt der Leser 
aus seinem Buche nicht: und Wände mittlerer Stärke bildeten doch für den 
antik römischen Bau ebenso die Regel wie heutzutage (-). 

Nicht einmal für die Bauausführung selbst soll das Ziegelwerk techni- 
schen Nutzen gehabt haben : it is evident that during the formation of these 
walls the brich facing, trhich was so insignificant a part of the whole 
thickness of the wall, could not have supported the hydraulic pressure of 
the soft concrete. It was, therefore, necessary to support the outside brich 
skin with a system of ivooden framing like that used for the unfaced con- 
crete (S. 57. 58). Spuren einer solchen Holzverschalung seien noch u. A. in 
den Substructionen der Titusthermen (« domus aurea ») sichtbar ! Man sollte 
denken der Vf. hätte nie ein modernes römisohes Haus bauen sehen. Wie 
man dem Guss-uud Ziegelwerk schon während des Baus zumuthen konnte die 
Gerüste tragen zu helfen, zeigt in ebenso überzengeuder wie instructiver Weise 
die schöne Zeichnung Choisy's p. 25. Dass die römischen Baumeister selbst 
von der constructiven Nutzlosigkeit ihrer Ziegelbauten überzeugt waren, geht 
nach Hrn. M. besonders hervor aus der Behandlung der häufig in die Ziegel- 
wände eingelegten Entlastungsbögen. Bei diesen komme es ' very frequently ' 
vor, dass nur ein Teil ausgeführt, die obere Hälfte aber samt dem Scheitel 
weggelassen sei. Wo Herr M. seine " häufigen " Beispiele dieser ganz unsinnigen 
Construction gesehen haben will, weiss ich nicht: von den zweien die er 
anführt, erklärt sich das eine {doorway in Caligulas Palace facing on the 
Nova Via) durch einen späteren Umbau des betr. Raumes samt seinem Gewölbe : 
das zweite aus den Caracallathermen ist einfach erfunden, s. u. S. 296 f. 

Auf S. 66-71 wird dann der Gewölbebau besprochen, der aber etwas kürzer 
abgefertigt wird. Wieder wird behauptet, dass die Ziegellagen z. B. in den 
grossen Gewölben der Thermen und der Constantinsbasilika constructiv gänz- 
lich wertlos seien, da sie nur a few inches (meist 59 cm.), in das Gusswerk 
einschnitten, und the elaborate drawings published by Ferguson and Viollet- 

le-Duc in their treatises on Roman construction are wholly misleading ; 

most serious catastrophes would have occurred if the Roman had really 



(1) Auf S. 59 bildet M. allerdings die section of a wall ab, which though 
only 7 inches thick is faced with brick on a core of concrete : seiner Zeich- 
nung nach hätten die Dreieckziegel er. 8 | cm. Länge und griffen 4-5 cm. 
in die Wand ein. Wo sich dies merkwürdige Specimen römischer Technik 
befindet, wird leider nicht angegeben: bis ich es selbst gesehen habe, glaube 
ich nicht an die Exaktheit der Masse. 



VIKRTER JAHRESUKKICHT UKltER T0I'()GR.V1'HI E DER .STADT 1{0.M 269 

built in the icay suggestcd hy these writersi Als Beweis führt M. dann die Wöl- 
bung des Umgangs im Peristyl der Caracallatliennen (s. u. Ü. ) an : the vault .. 
has no cross-tie at its springing, although one side simply rests on a rovj of 
marble columns which would at once have been pushed outward, if the vault 
above them had been a true arch, versichert Hr. M., was ihm freilich niemand 
glauben wird, der sich z. B. an Florentiner Säulenhöfe der Frülirenaissance 
erinnert, wo die schlanken weit gestellten Säulen vermittelst der auf ihnen 
ruhen den ' t7-ue arches ' nicht nur eine leichte Gallerie, sondern die Ober- 
mauer von zwei oder drei Stockwerken tragen, ohne umzufallen. Dass in diesem 
Falle der römische Baumeister für den Halt der Decke sich nur auf die vor- 
zügliche Bindekraft des Mörtels verliess, ist richtig, aber allbekannt; ganz 
entsprechende Constructionen finden sich z. B. in den Diocletiansthermen: aber 
aus der schönen Arbeit Paulins könnte Hr. M. ersehen, wie grundverschieden 
diese Bauweise von der für überwölbte Räume grösseren Massstabs angewen- 
deten ist. 

Thut nun der Vf. einerseits alles, um dem Ziegelwerk die Existenzbe- 
rec htigung abzusprechen, so weiss er andrerseits the vjonderfid strength of 
the Roman concrete nicht genug zu preisen. Es ist auch in der That er- 
staunlich, was die Römer nach M. s Zeichnungen mit Gusswerk geleistet haben. 
In den Hjpokausten der Bäder z. B. liegt nach seiner Zeichnung (2, 112) direct 
über den niedrigen Ziegelpfeilern eine Decke von opus incertum welche also 
vermuthlich über der freien Luft gegossen und erhärtet sein müsste. Wie 
die Construction wirklich ist, kann man z. B. bei Blouet Tf. XIII sehen: 
über den Pfeilern liegt zunächst eine Decke von grossen Ziegelplatten, die 
den Guss des iticertum überhaupt erst ermöglicht: Hr. M. hat sie, weil sie 
nur zum Teil erhalten ist, gänzlich ignorirt. Als besonderes Beweisstück figu- 
rirt ferner eine Gebäudegruppe an der West-Ecke des Palatins (neben dem 
Casino der ehemaligen Vigna Nussiner). Die Figuren S. 270. 271 zeigen wie 
die Construction erstens bei Middleton und zweitens in Wirklichkeit aussieht. 
Der unterer von den beiden Räumen war mit einer gewöhnlichen Tonne in 
Gusswerk überwölbt, deren Lage noch mit völliger Deutlichkeit zu erkennen 
ist. Der untere Treppenlauf hat nie existirt; Middleton scheint ein herabge- 
fallenes Stück Gewölbe des oberen Stockwerks, welches etwas unregelmässig 
gebrochen ist, für den Ansatz der untersten Stufen gehalten zu haben. Die 
wunderbare Construction, welche M. durch seine Zeichnung veranschaulichen 
will, existirt überhaupt nur in der Phantasie des Verfassers. Im übrigen ist 
seine Abbildung offenbar nach einer ganz flüchtigen Handskizze gemacht und 
in allen Details gänzlich unzuverlässig; ein besonderes Curiosum z. B. der un- 
tere Raum, in dem nicht nur die Wände sondern auch die ganze Wölbung mit 
opus reticiilatum verkleidet sind. Und auf Leistungen dieser Qualität gestützt 
wagt M. verdienstvolle Vorgänger zu schulmeistern ! 

Der folgende Abschnitt opus albarium and other cements (S. 73-91) 
enthält ausserdem Bemerkungen über die baupolizeilichen Vorschriften in der 
Kaiserzeit, über den Neronischen Brand u. A. Der letzte Abschnitt technical 
methods employed in the mural paintings of Rome S. 91-103 beschäftigt sich 
mit dem Thema auch nach der historischen Seite. Von Mau 's Untersuchun- 



270 



CH. HÜLSEN 



gen über die Geschichte der Wandmalerei scheint M. nie gehört zu haben (i). 
Im übrigen sind diese beiden Abschnitte besser gearbeitet, enthalten auch 
einiofe dankenswerte eigene Beobachtungen (z. B. über Wände mit Marmor- 
belag, nebst Zeichnung einer Wand aus dem Excubitorium der cohors VII 
vigilum, s. 85. 86). 

Auf den Eest des Buches mit gleicher Ausführlichkeit einzugehen, ver- 
bietet mir selbstverständlich der Raum. Einige der stlbständigen Ansichten 






r^l^i 



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-UFA fOMCRtTEft*^|t 




Illustrated the wonderful strengtk of the Roman concrete, ivhich in 
this staircaise is treated exactly as if it teere one solid block of stone. 
The landing A projects from the' wall having no support at one edge. 



des Vf. sind unten (S. 280. 285. 294) besprochen worden : was die neue Auf- 
lage mehr hat als ihre Vorgänger ist fast durchweg Referat über fremde Ar- 
beiten, namentlich Lancianis. Und somit könnten wir von M. 's Buch Ab- 

(1) Als Curiosum sei erwähnt, dass Hr. M. den Namen des Verfassers der 
' Geschichte der decorativen Wandmalerei im Pompeji ' da, wo er seine An- 
sicht über das sog. Auditorium. Maecenatis anführt (2, 239) seit drei Auflagen 
unentwegt ' Prof. Mohr ' schreibt. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 271 

schied nehmen, wenn nicht noch eine für den Verfasser und sein Werk höchst 
charakteristische Seite wäre, welche eine Besprechung an dieser Stelle erheischt. 
Herr Middleton ist der Ansicht, dass seine früheren topographischen Ar- 
beiten von deutschen Gelehrten in unberechtigter Weise ausgenützt worden 
seien: namentlich wird von M. und seinen Freunden ('J gegen 0. Richter der 



A. alleres ReHculal 
B . j u ngeres 
C. Ziegelm aueruje rK . 
U . grobe 3 C\ ufsiuerK 
e . t e i n e r e s 







OiC^ 




liil illii ll 



B 






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WÄ 



Vorwurf erhoben, dass er den Forumsplan, welchen M. für sein ancient Borne 
in^ISSü nach eigenen Aufnahmen gezeichnet hatte, für seine ' Topographie 



"(1) S. die anonyme Recension von Richters Topographie in der CJassical 
Review 1889 p. 136: die Besprechungen von M. 's eigenem Werke in der- 
selben Review 1892 p. 417 (Tarbell) 'und im Athenäum 1892 u. 3401 p. 9'2G 
(Lanciani). Auch die erste Anmerkung im neuen Buche {hitrod. p. xv) ver- 
kündet this plan of the Forum has been reproihiced in more than one Ger- 
man icork on Roman topography. Icli wäre begierig zu erfahren, wen ausser 
Richter Hr. M. damit meiiit — etwa Centerwall (TJB 1887, 79)? 



272 CH. HÜLSEN 

der Stadt Kom ' ohne gehörige Kenntlichmachung der Quelle verwendet habe. 
In Wirklichkeit steht die Sache so, dass Eichter für seinen Porumsplan den 
Middletonschen allerdings zu Grunde gelegt, und das an hervorragender Stelle 
(vor der Einleitung (i) mit klaren Worten gesagt hatte. Wer die beiden 
Pläne vergleicht, die in Maasstab und Ausführung völlig verschieden sind, wird 
sich überzeugen, dass der Richters zahlreiche Abweichungen und Verbesserungen 
(die von ihm summarisch a. a. 0. erwähnt werden) in Zeichnung und Benen- 
nung der Gebäude enthält. Jeder unparteiische Beurtheiler wird eine Benutzung 
dieser Art wissenschaftlich loyal und berechtigt nennen müssen (2). Hr, 
Middleton aber ist darüber so in Zorn gerathen, dass er an seinem ver- 
meintlichen Schädiger und seinen sämtlichen deutschen Mitforschern eine 
ebenso einfache als naive Rache nimmt: für ihn ist die deutsche topographi- 
sche Litteratur mit dem Tode Jordans abgeschlossen (3), alles spätere ignorirt er 
mit unerbittlicher Consequenz. Nicht nur Richters Untersuchungen über die 
alten Befestigungen auf dem Palatin, die Rostra, den Cäsartempel, die Cloaca 
Maxiraa ('), sondern auch z. B. Auers und sogar Jordans (1886 posthum er- 
schienen !) Forschungen über das Vestalenhaus existireu für ihn nicht ; dass 
meine Jahresberichte und sonstige topographische Untersuchungen derselben 
Verdamnis anheimfallen, ist natürlich (s). Selbst dem Rezensenten in der clas- 



(1) Und nicht in miscrocopical types, wie der Anonymus in der Classical 
Review 1889, 136 sich auszudrücken beliebt. 

(2) Was den Middletonschen Palatinsplan betrifft, den R. gleichfalls mit 
Quellenangabe dem seinigen zu Grunde gelegt hatte, so wird Hr. M. densel- 
ben wohl selbst nicht als Originalarbeit betrachten. Seine Abhängigkeit von 
Zxngolinis Plan (in Visconti-Lancianis Guida del Palatino) ist mindestens 
nicht geringer als die der beiden Forumspläne, obwohl Hr. M. dieselbe mit 
keinem Worte anzudeuten für gut befindet. 

(3) Um nicht ungerecht zu sein, bemerke ich dass M. zwei neuere deut- 
sche topographische Arbeiten wirklich citirt: Elters Programm de forma Urbis 
Roma, und Mayerhöfers ' Brücken im alten Rom '. Benutzt hat er sie aber 
auch nicht. 

(4) Dem von R. entdeckten Triumphbogen des Augustus hat M. aller- 
dings einen Platz auf seinem Forumsplan gegönnt, aber im Text citirt er, statt 
R.'s Aufsatz von 1888, 'Lanciani, Notizie degli scavi 1882', wo natürlich von 
der Thatsache der Auffindung kein Wort steht. 

(5) Nach der Notiz in der bibliographischen Einleitung p. XXXI scheint 
es als ob Hrn. M. die Existenz des ' Jahrbuches des Archäol. Instituts ' über- 
haupt nicht bekannt sei: nach seiner Angabe sind die " Römischen Mitthei- 
lungen n an Stelle of the former ßalleUino and Annali getreten. Der ganze 
Abschnitt über sources of Information on the Archaeoh;/}/ of Rome ist über- 
haupt ein abschreckendes Beispiel von Unvollständigkeit und Liederlichkeit. 
Unter den antiken Schriftstellern finden sich ein ' Valerius {or Quintus) Ca- 
tuHm'' - und natürlich ein Se.vtus Aurelim Propertim. Der sogen. Publius 
Victor und sein Regio?iary Catalof/iie sind inventions of some ear/y me- 
diaeval antiquary. In dem Paragraphen ' Inscriptions ' redet M. über den 
' V'Onderful man ' Fra Giocondo eine halbe Seite lang, gerade ausführlich 
genug um zu zeigen dass er von dessen epigraphischen Arbeiten nichts rich- 
tiges weiss. Aus der Liste neuerer Werke, die von falschen Daten und un- 
genauen Angaben wimmelt, hebe ich nur einige die neuste Litteratur betreffende 
bhmders hervor. ]\Iit der ' Beschreibung der Stadt Rom ' in einer Reihe genannt 



VIERTER JAHRESUERICHT LEbER TOl'O GR AI HIE DER feTAi<T I.OM L73 

sical Review, der sonst in der Ur.abliängiglieit von der deutschen topogr.aphi- 
schen Forschung a refreshing spectacle sieht, wird die Sache zu arg. Welchen 
Einfluss dies Verfahren auf den wissenschaftlichen Werth von M.'s Buch 
gehabt hal, brauche ich nicht näher auszuführen. Nur ein Fall, in dem 
Hr. Middleton aus seiner Defensive herausgetreten ist, verdient etwas niedriger 
gehängt zu werden. Von den Kaiserfora enthielten die früheren Bearbeitungen 
des Buches nur zwei kleine, in vielen Details verbesserungsfähige Grundrisse 
in Holzschnitt. Die neue Bearbeitung giebt einen grösseren Plan in sauberem 
Farbendruck - die einzige Tafel welche ganz neu hinzugekommen ist. Der 
Text sagt lakonisch auf p. 2: the Forum Julium and the other Imperial Fora 
are shoivn on the plate opposite to pag. 1. Auch in der Einleitung, wo ver- 
schiedenen englischen Verlegern für Ueberlassung von Cliches gedankt wird, 
ist von diesem Blatt nicht die Rede: der Benutzer muss es also für eine ori- 
ginale Arbeit des Vf. halten. Das Blatt ist aber weiter nichts als eine getreue 
Copie des Planes aus — Baedekers Mittelitalien, 9."^ Aufl. 1888, in der Grösse, 
der Ausführung und den Farben des Originals. Nicht eine Linie an der Zeich- 
nung des antiken wie des modernen ist verändert, nur etliche italiänische 
Textworte sind in englische umgesetzt, statt des Metermassstabes figurirt ein 
solcher in englischen Fuss, und statt der Leipziger Stecherfirma ein englischer 
Name. Die Entlehnung ist, wie ich ausdrücklich hinzufügen kann, ohne Vor- 
wissen des deutschen Verlegers erfolgt. Wenn es Hr. M. nicht entgangen ist, 
dass jener nach meinen Angaben von F. 0. Schulze gezeichnete Plan die Re- 
sultate der neueren Forschung bis 1887 besser und vollständiger wiedergiebt 
als alle anderen und ein gut Stück selbständiger Arbeit enthält, so hätte er sich 
wenigstens auch um die Berichtigungen, welche ich in diesen Jahresberichten 
(1880 s. 94 ff, nach Freilegung der grossen südlichen Exedra) gegeben habe, 
kümmern sollen : was er aber nicht gethan hat. — In Deutschland nennt man eine 
so weitgehende Reproduktion ohne Quellenangabe rund heraus ein Plagiat. Dass 
es auch jenseits des Canals Leute giebt die ebenso urteilen, sehe ich aus den 
Worten des öfters citirten (Hrn. M. ohne Zweifel bekannten) Anonymus in der 
Classical Review 1889, 136: ' the use of a plan by another writer loithout 
propre acknowledgment of its authorship is really a more serious matter 
than even the copying of many pages of text '. Dass gerade Hr. M., der 



wird ' Beckers Handbuch der Rom. Alterthümer 1843 ' (das ist der topogra- 
phische Band); davon giebt es eine neue Ausgabe von Mommsen, Leipzig 1867, 
der nachgerühmt wird ' of special value from its numerous references to 
classical writers \ Von Friedlaender kennt M. zwei Werke : ' Sittengeschichte 
Roms, Leipsic 1869, and Darstelhingen aus der Sittenges. Roms, Leipsic 1881 \ 
Die Reihe schliesst: 'Otto Gilbert, Geschichte und Topographie der Stadt Rom, 
Leipzig 1890-92: this is a short but useful handbook \ Dass Gilberts Werk an 
gediegener Quellenkenntnis bergehoch über Middletons dilettantischer Com- 
pilation steht, wird jedermann zugeben, und doch über die Motivirung des 
Lobes verwundert sein. Der Recensent in der Classical Review fragt mit Recht, 
ob Hr. M. nicht am Ende das letztere Prädicat eigentlich auf Richter (dessen 
verpönter Name natürlich auch in der bibliographischen Liste nicht erscheint), 
gemünzt hab'\ 



274 '-'H- HÜLSEN 

strenge Hüter seiner eigenen Schätze, in der Aneignung fremder wissenschaft- 
licher Arbeit, die freilich in einem Buche ohne schwere gelehrte Rüstung 
niedergelegt ist, so wenig scrupulös sein würde, sollte man nicht erwarten. 

Nicht gern habe ich auf diesen Seiten, die eigentlich über die Fort- 
schritte der topographischen Forschung berichten sollen, so viel Raum einem 
Buche gewidmet das im Vergleich zu der Prätention mit der es auftritt und 
zu dem Lobe das ihm namentlich in englischen Blättern zu Teil wird (i). 
recht wenig Neues und nicht viel Gutes bietet. Dyers und Burns zusam- 
menfassende Darstellungen stehen für ihre Zeit hoch über dieser in jeder 
Hinsicht dilettantischen Arbeit; von den verdienstlichen originalen Forschungen 
z. B. eines F. M. Nichols ganz zu schweigen. 

Giro Nispi-Landi Roma monumentale dinanzi alViimanitn. II Settimonzio 
sacro e la istituzione della gente Romana e di Roma, giusta le emana- 
zioni dei monumenti, dei classici e delle tradizioni sacre della patria. 
Storia e topograßa con carte plante e figure di mano delVautore stesso. 
Vol. I, Roma 1892, 264 SS. 8., 2 Pläne, 
zerfällt in zwei Bücher: 1. Religione Itala de' padri o morti, base e argo- 
mento delle cose Itale umane e divine, ove la storica lezione delle origini 
italiche e romane religioni e civiltä universalitä e magistero di Roma, suoi 
grandi caratteri e divisioni storiche (S. 7-133). 2. Topografia e dichiara- 
zione della carta dei Settimonzio Sacro e di Roma quadrata in rapporto 
cot principali monumenti delle etä posteriori (S. 184-264). Ich muss den 
Autor selbst reden lassen, denn über den wüsten Unsinn, den er auch in dieser 
neuesten Publikation vorbringt, zu referiren ist mir nicht möglich. Brauch- 
bares findet sich nicht darin, hin und wieder etwas erheiterndes wie die S. 259 
in vollem Ernst vorgebrachte Erklärung einer panathenäischen Preisvase als 
' simbolo imagine figurata dei fori Italici . . . dove facendosi i comhnt- 
timenti funerei, poi gladiatorii, ebbero a distintivo due colonne o pile {co- 
lonne ludriche) sormontate dal gallo, emblema di combattimento e di indi- 
pendenza degli Itoli, e dove si fuceva giustizia, aventi nel mezzo Vimagine 
di Minerva di Giunone Curite o astata\— Von den beiden Karten stellt die 
eine die "Westecke des Palatin, die andere das ganze Settimonzio sacro vor. 
Wen es interessirt, kann da sauber angegeben finden, wo die Potitii und Pinarii 
wohnten, wie an Stelle des Colosseums in der Urzeit ein « lacus Fagutalis " 
sich ausdehnte, u. s. w. u. s. w. 

Fr. HocHDANZ, Bemerkungen zur Topographie des alten Rom. Progr. des Kgl. 

Gymnasiums zu Cöslin. 22 SS. 4. 
will dazu beitragen « einige Punkte der alten Geschichte, so weit sie mit den 
lateinischen Schulschriftstellern in Berührung steht, in Gemeinschaft mit den 
Denkmälern des alten Rom zu erläutern »; behandelt werden: die ältesten Italiker — 

(1) Versteigt sich doch der Recensent im Athenaeum p. 925 zu der Behaup- 
tung, dies Werk gehöre zu denen, vho one has to resort to a poiverful ma- 
gnifying glnss to discover pointx deseroing censure. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 275 

Zustände auf den Hücfeln am Tiber — der Palatinus — die sieben Berge ; der 
Wall des Servius Tullius — die Bewässerung der Niederungen und das Forum 
als Mittelpunkt des Reichs — Anfänge einer neuen Weltanschauung (das Scipio- 
nengrab) — Anfänge des Luxus — Anwachsen der Stadt — Gesamtbild der Stadt 
zur Zeit des ersten Principats — Häuser und Strassen — Kurze Charakterisirung 
der Kaiserbauten. — Der Vf. benutzt im Ganzen verständig die modernen For- 
schungen, ohne auf selbständig Neues Anspruch zu machen. Die Bemerkungen 
über die Einwohnerzahl Roms unter dem ersten Prinzipat (S. 14-16), die auf 
gut zwei Millionen angeschlagen wird, verraten freilich eine wenig zutreffende 
Vorstellung von den römischen Bevölkerungsverhältnissen, namentlich der Stel- 
lung der Freigelassenen. 

Das « Album der Ruinen Roms, herausgegeben von Fr. v. Reber", wel- 
ches die Köhlersche Verlagsbuchhandlung in Greiz ankündigt, besteht aus 
42 Ansichten und Plänen, sowie einem grossen Plan der Ausgrabungen Roms 
i. J. 1877. Es sind die separat abgezogenen Tondruck - Tafeln aus der zweiten 
Auflage (1879) von Rebers «Ruinen Roms«. 

STADT-UND BAUGESCHICHTE IM ALLGEMEINEN. 

C. J. Taylor, Prehistoric Rome (The Antiquary vol. XXV n. 27 p. 119-124 
n. 28 p. 144-149). 
erörtert die Frage, in wie weit die neueren Funde, besonders aus der esquili- 
nischen und anderen Nekropolen, gestatten in der Tradition über die ersten 
Jahrhunderte Roms einen historischen Kern zu erkennen (Romulus als epo- 
nyraer Heros, Stammeszugehörigkeit der ältesten Ansiedler, Herrschaft der 
Etrusker in Latium u. s. w.). In dem speziell topographischen Teil des Auf 
Satzes wird die Hypothese aufgestellt, das älteste Rom habe nicht auf dem 
icaterless Palatine gelegen, sondern in the Valley heloiv, the valley of tlie 
Forum, tvhere water could conveniently be ohtained: Wasser war gevdss 
da, nur allzuviel — hoc ubi nunc fora sunt, udae tenuere paludes ! Als Beweis 
wird u. A. angeführt, dass der Umbilicus urbis Romae (vermutlich eine Schö- 
pfung sehr später Kniserzeii) by immetnorial tradition as the central point in 
Rome gegolten habe ; die Porta Romana (welche willkürlich dahin versetzt 
wird, wo wir die ' Mugonia ' suchen müssen) trage ihren Namen weil man aus 
ihr hinaus nach dem Ur-Rom gegangen sei (wie aus der Tiburtina nach Ti- 
bur, der Noraentana nach Nomentum). Glauben wird das dem ^'erfasser schwer- 
lich jemand. 

A. I. Church, the burning of Rome. A story of Neros Days. London 1892. 
[vgl. Bibliografia della societä Romana di storia patria p. 313) ist kein 
geschichtliches Werk, sondern ein historischer Roman. 

lieber die unter dem Denkmal Victor Emanuels aufgedeckten Reste der 
Serviusmauer s. u. S. 287 ; über das Cloakennetz bei Piazza Bocoa della Ve- 
ritä u. S. 202. 



276 CH. HÜLSEN 

An letzteren Fund schliesst Lanciani Ball, comun. p. 279 f.) einige allge- 
meinere Erörterungen über das System der Entwässerung im ältesten Rom, 
welche sich zum Teil mit den in seinen acque S. 15 if. (vgl. T. II tig. 1) 
ausgeführten decken. Wir haben drei Gebiete von Thälern und Ebenen: im 
Norden Marsfeld und ' Valle Sallustiana '; in der Mitte Velabrum, Forum, 
Thäler des Vicus Longus, Vicus Patricius, Clivus Suburanus ; im Süden vallis 
Murcia (Circus Maximus), Thäler zwischen Palatin, Esquilin (Colosseum), 
Caelius und Aventin. In den Urzeiten wurde das nördliche von der Petronia 
amnis, das mittlere vielleicht von dem Spinon, das südliche dem Nodinus 
genannten Bache entwässert. Diese drei Wasserläufe hat man dann canalisirt 
und schliesslich eingedeckt (wie ich das für die Cloaca Maxima TJB. 1890 
S. 87 ausgesprochen hatte). Der Petronia amnis entspricht etwa die jetzige 
Ghiavica della bella Giuditta (Narducci, Fognatura di Roma p. 24 f.), dem 
Spinon die Cloaca Maxima. 

Wenig bedeutende Reste der Aureliansmauer sind 453 m. vor der 
modernen Porta Portese, ungefähr in der Mitte zwischen der aurelianisch -hono- 
rischen Porta Portuensis und dem Flusse gefunden (Lanciani Bull, comun. 
286-287). 

R. Lanciani, le mura di Aureliano e di Prolo {Bull, comun.]). 87-111). 
giebt zunächst einige statistische Daten über die Aureliansmauer. Dieselbe ist 
nach L. 's neuester Messung 18837, 50 m. lang: der für ihre Erbauung 
expropriirte Streifen ist 19 m. breit (5 m. innere Wallstrasse, 4 m. Mauer- 
dicke, 10 m. äusseres Glacis): die Gesamtoberfläche mithin 357, 912, 50 m 
Die Masse des Mauerwerks berechnet L. auf 1,033,751,75 cbm. Die beiden 
letzteren Zahlen giebt er selbst nur als approximativ, und noch viel proble- 
matischer sind die Versuche, die Kosten für Bodenerwerb und Bau zu be- 
stimmen. — Das Material ist grossenteils von älteren Bauten genommen; 
eigene Ziegelfabriken für das gigantische Werk scheint Aurelian nicht errichtet 
oder wenigstens ihre Produkte nicht durch Stempel gekennzeichnet zu haben. An 
drei Stellen hat man grössere Gruppen älterer Stempel gefunden : bei der Durch- 
schneidung der Mauern in Verlängerung der Via Montebello am Castro Pre- 
torio (Stempel des opus Salarese ex praediis Julii Eutacti. v. J. 123 n.Chr.: 
C. I. L. XV 324. 325. 487) ; zwischen Porta Appia und Latina gelegentlich 
einer Reparatur i. J. 1870 (zahlreiche Exemplare von C. I. L. XV 585 : C • GVL • 
DIA SVL), und bei der Niederlegung der posterula neben der Cestiuspyramide 
(vgl. TJB. 1891 S. 297), deren Öifnung gaaz mit Ziegeln aus den Fabriken der 
jüi.geren Domitia Lucilla geschlossen war. 

Für die Wahl der Mauerlinie waren zwei bereits bestehende Stadtgren- 
zen von entscheidendem Einfluss : die des städtischen Zolles, [vectigal foricu- 
lari et ansarii promercalium (') und die des Pomeriums, welche beide auf 

(') Die Inschrift aVICClVID VSVARIVM INVEHITVR ANSARIVM NON 
DEBET, citirt L. aus Fabretti de aquis 156 und nennt sie scoperta al tempo 
del Fulvio (1527) 'in Tiheris ripa sab Aventino\ Aus der von ihm über- 
sehenen Publikation im CLL. VI 8594 ergiebt sich, dass der Stein schon, 
am Ende dos 15.ten Jhdts. abgeschrieben ist, und zwar sub horreis populi Ro- 
mani in nioenibus secundam ripuin TiberiH. 



AGIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 277 

grosse Strecken zusammenfielen. Auf diese cinta daziaria, welche Marc Aurel 
und Commodus secundum veterem legem wiederherstellten, bezieht sich das 
in der berühmten Stelle des Plinius III, 66 überlieferte Umfangsmass der 
Stadt i. J. 73-74: die Plinianische Zitfer, 13200 Schritt = m. 19522. 80 stimmt 
auffallend zu dem obigen Mass der Aureliansmauer. Lanciani widmet dieser 
vielbehandelten Stelle einen ausführlichen Exkurs (S. 94-100), und ich glaube 
dass er den richtigen Weg zu ihrer Erklärung gezeigt hat, wenn ich auch seinen 
Conseqnenzen nicht durchweg zustimmen kann: meine abweichende Ansicht 
kann ich an dieser Stelle nicht ausführen. — Weiter bespricht Lanciani die 
Thore, besonders die ungewöhnlich zahlreichen Nebenpforten {posterulae): dass 
die Honorianische Porta Pinciana aus einer solchen posterula umgebaut ist, 
wird durch Analyse ihres Grundrisses gezeigt. — Die fast unglaubliche 
Schnelligkeit in der Ausführung des Baus erklärt mancherlei Sonderbarkeiten 
in der Incorporirung älterer Bauwerke (Nyinphaeum bei Porta S. Lorenzo, 
Privathaus in Via Montebello). Die Gesamtlänge der Stücke, an welchen die 
älteren Bauwerke für die Enceinte direkt benützt sind (muraglione degli orti 
Pinciani Acüiani per m. 550; mura del Castro pretorio m. 1050; fornici 
della Marcia m. 800; della Claudia 475 ; anßteatro Castrense m. 100, insgesamt 
2875 m.) berechnet L. auf über ein Drittel des Ganzen. Andere Ersparnisse an 
Terrainerwerb u. s. w. wurden erzielt durch Benutzung fiscalischen Terrains 
[horti Sallustiani — Variani — Caesaris et Getae u. dgl.) — Die Gräber 
wurden hinsichtlich ihres Inhaltes respectirt, während man mit ihrer Archi- 
tektur nach Belieben verfuhr. — Die durch Demolitionen und Ausheben ge- 
wonnenen Materialien sind stets an'der inneren Seite der Mauer aufgeschüttet, 
woher zwischen dem Boden innerhalb und ausserhalb ein merklicher Unter- 
schied stattfindet (bei Porta Settimiana z. B. 3,07 m.). Als unter Honorius 
die Mauerhöhe an einigen Punkten ungenügend befunden wurde, half man 
sich, indem man einfach an der Aussenseite das Terrain abgrub, so dass (an 
der N. W. Ecke der Castra Praetorio und zwischen Porta Praenestina und 
Tiburtini) die Fundamente frei zu liegen kamen. Dies meinen die Bauinschriften 
des Macrobius Longinianus {CLL. VI 1188-1190) mit egestis immensis ru- 
deribus. 

F. Gabut, Etüde sur le volume et la qualite des eaux distribuees ä Rome 

antique {Extrait de la Construct ion Lyonnaise 1891) 16 SS. 8. 
behandelt mehr technische als topographische Fragen, insbesondere die Vo- 
lumenbestiramung der Quinaria bei Frontin. Die neueren italiänischen For- 
schungen (Cavalieri sulle acque della moderna Roma, Eoma 1858, und be- 
sonders Lanciani acque p. 355 tf.) sind ihm unbekannt geblieben, Eondelets 
Uebersetzung des Frontin (1820) seine Hauptquelle. Das Gesammtvolumen des 
in Rom täglich zur Verteilung gelangenden Wassers berechnet er auf 744, 150 
cbm. (675, 092 cbm. Lanciani p. 362). 



278 CH. HÜLSEN 

m. TOPOGEAPHISCHE RUNDSCHAU. 

Forum Romanum. 

Lucien Auge de Lassus, le Forum. Paris 1892. 284 SS. 8. 

Die Ueberschriften der sieben Kapitel des Buches : les bergers - les con- 
suls - les triomphateurs - les triumvirs - les C^sars zeigen, dass der Vf. eine 
Geschichte, nicht eine Topographie des Forums geben will. Der Standpunkt 
ist populär (das Buch gehört zu der im Hachette'schen Verlag erscheinenden 
Bibliotheque des Merveüles), die neuere Forschung ist dem Vf. nicht unbe- 
kannt, die Darstellung lebhaft, häufig schwungvoll. Von den 34 Illustrationen 
sind nur 14 topographisch-architektonisch, die übrigen meist Porträts be- 
rühmter Piömer, 

Das Forum Romanum. Rekonstruktion nach Angaben und mit Erläuterungen 

von Ch. Hülsen. Rom 1892. 2 Tff. und 2 Bl. Text. qu. fol(i). 

Die erste Tafel, gezeichnet von F. 0. Schulze, giebt Süd-und We.stseite 
des Forums, gesehen vom Castortempel aus; die zweite, von C. V.Rauscher, 
Nord-und Ostseite, gesehen von den Rostra. Drei kleine Pläne (in 1 :2500) 
zeigen den jetzigen Zustand, das Forum der Kaiserzeit und der Republik. 
Der Text giebt die nötigsten historischen Daten, sowie eine kurze Erläute- 
rung der nach Photographie beigefügten Abbildungen der trajanischen Mar- 
morschranken. 

Der Zweck der Blätter ist, der ersten Orientirung zu dienen : sie enthalten 
daher wenig neue Resultate. Eines davon, die Begränzung des Coraitiums als 
eines nach den vier Himmelsgegenden orientirten Templum, habe ich inzwi- 
schen in diesen Mittheilungen (oben S. 79-94) eingehender begründet. Auf 
einige andere Details, deren Erläuterung in meiner Publikation mit Rücksicht auf 
den knappen Raum nicht gegeben werden konnte möchte ich hier hinweisen (i). 

1) Die Curia. Für den Grundriss des alten Senatslocals bleiben von 
höchster Wichtigkeit die von Lanciani {mem. dei Lincei S. III vol. XI tav. 2. 3) 
veröffentlichten Pläne (Antonio da Sangallo, Florenz Uffisj 896, und Baldas- 
sare Peruzzi ebda. 625) der Kirchen S. Adriane, S. Martina und der angren- 
zenden Gebäude. Sangallo hat einfach die zu seiner Zeit vorhandenen Bau- 
lichkeiten aufgenommen, während Peruzzi, wie es scheint, den Plan für ein 
Wohngebäude zwischen beiden Kirchen mit möglichster Benutzung der 
älteren Reste, entwerfen wollte: die Unterscheidung des wirklich erhaltenen 
und des für den neuen Zweck zu ergänzenden ist nicht immer loich. 
Dass S. Martina das secretarium, also eine Art Archiv, des Senats bildete, 
ist durch die bekannte Inschrift des Flavius Annius Eucherius Epipha- 
nius {CIL. VI 1718) bezeugt: in S. Adriano haben wir ohne Zweifel den 

(1) Einige kleine Versehen im Text sind zu berichtigen (wie das in der 
1893 erschienen englischen Bearbeitung bereits geschehen ist): die Kirche 
über dem Carcer Mamertinus heisst S. Giuseppe (nicht 8. Nicolö) dei Fale- 
gnami. Die Basilica P^rcia ist 184 (nicht IS.')) erbaut; die Jahreszahl der 
Zerstörung Karthagos ist mit 144 (statt 140) angegeben. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



279 



Sitzungssaal des Senats zu sehen. Ein Wort aber verdienen die Neben- 
räume. Sangallos Zeichnung giebt, an S. Adriano anstossend, zunächst einen 
langen schmalen auf allen Seiten von Mauern eingeschlossenen Raum ohne 
jeglichen Zugang; dann einen etwa gleich gi-ossen (26 X 7,5 m.), der durch 
eine mittlere Pfeiler-oder Säulen Stellung in zwei schmale Schiffe geteilt wird. 



I ANTIKER BAV 
bis z.XV.Jhh. 




H-i'H"rrf 



3iO M. I . 



Dass dieser Bauzustand nicht der ursprüngliche sein kann, hat Lanciani mit 
Recht bemerkt: zur Gewissheit über den antiken wird nach den Zerstörungen 
im 16'*" und 17'«° Jhdt. nicht mehr zu kommen sein. Peruzzi entwirft an 
dieser Stelle einen nahezu quadratischen Säulenhof mit einer Cloakenmün- 
dung in der Mitte. Höchst wahrscheinlich ist die antike Anlage ähnlich ge- 



280 CH. HÜLSEN 

wesen, nämlich ein Peristyl, dessen östlichem Gange die von Sangallo ge- 
zeichneten Säulenfundamente entsprechen. Nimmt man die gleichen Intervalle 
an für einen nördl. und südl. Corridor, so stimmen die Masse sehr schön für 
den Raum zwischen Secretarium und cäsarischer Curie f'). Beistehende Re- 
konstruktionskizze versucht eine Darstellung des ursprünglichen Grundrisses. 
Welchen Namen sollen wir diesem Gebäude geben ? De Rossi und Gatti 
{Bull, comun. 1889 p. 362 f) halten es für das Atrium Libertatis: was mir 
unmöglich scheint wegen der bekannten Erzählung bei Tacitus hist. 1, 31; 
Sueton. Galba 20 (die Germanen, welche im Atr. Lib. lagern, kommen dem auf 
dem Forum bedrängten Galba zu spät zu Hülfe, devio itinere per ignorantiam 
locorum retardati ; Galbas Ermordung erfolgt am Lacus Gurtius). Wohl aber 
muss das 'A&i^vulov to X«AxtdtxoV wi'o/.i(xafA£i'oy (Diu 51, 22), das continens 
[curiae] Chalcidicum {3/onum. Ancyr. 4, 1), für welches die Regionsbe- 
schreibung den Namen atrium Minervae hat, gerade an dieser Stelle gelegen 
haben. Die Vermuthung Lancianis, dass mit diesem Minervenheiligtum die 
Inschrift CIL. VI, 526 : simtdacrum Minervae abolendo incendio tumultus 
civilis igni tecto cadente confractum Anicius Acilius Aginatius Faustus 
V. c. et inl. praef. urbi vic{e) sac(ra) iud{icans) (483 p. C.) in melius 
pro beatitudine temporis restituit zu thun habe, erfährt vielleicht eine 
Bestätigung durch den von De Rossi {Bull, comun. 1887 p. 64 f., 1889 p. 263 f. 
vgl. TJB. 1889 S. 24) gegebenen Nachweis, dass im 5. Jhdt. der Palast der 
Anicii, insbesondere des Anicius Acilius Glabrio Faustus, Consul 438, höchst 
wahrscheinlich eines Vorfahren des genannten Aginatius, bei S. Martina, an 
der ad palmam auream genannten Stelle, gelegen hat. 

Die Front der Curie - S. Adriano ist uns bekanntlich nur in der Gestalt 
welche ihr der diokletianische Umbau gegeben hatte, und auch so nur zum 
Teil erhalten: im sechzehnten Jahrhundert waren von der Stuckbekleidung 
und dem Giebel noch beträchtliche Reste vorhanden, welche von Dupärac 
Tf. 2 und besonders genau von Gio. Colonna (cod. Vat. 7721 f. 9, facsimi- 
liert bei Lanciani Tf. III) gezeichnet sind (2). Die Fassade hatte also im 
vierten Jahrhundert nicht mehr die grosse tempelartige Vorhalle (von 
sechs Säulen ?), welche wir auf den Trajansschranken sehen (3): da unsere 



(1) Die vier grossen äusseren Strebepfeiler von S. Adriano halte ich mit 
Lanciani für später zugesetzte Verstärkungen. 

(«) Middletons Zeichnung der Curienfassade (I, 239) ' as it was in the 
sixteenth Century " ist in den Maassen gänzlich falsch ; das present level 
of ground sitzt 2 m zu hoch; die Angabe der Ziegelbögen über den grossen 
Fenstern ist incorrect; die beste Zeichnung, die oben angeführte Colonnas, 
hat M. ganz übersehen. Die Darstellung des Giebels ist total verfehlt, da 
z.B. im horizontalen Gesims statt 36 Consolen 16, in der Schräge statt 18 
nur 8 gezeichnet sind. 

(3) Dass Ligorio im Bodl. (publiziert bei Middleton I 240) eine nur vor 
dem Untergeschoss liegende Vorhalle von sechs Säulen zeichnet, iverdent 
keinen Glauben. Nicht nur fehlt bei Sangallo jede Andeutung einer solchen, 
sondern auch der heutige Zustand der Ziegelwand, in welcher doch vom Gesims 
Spuren nachzuweisen sein müssten, widerspricht dem durchaus. Als Ligorianische 
Fälschung sieht auch Lanciani S. 20 diese Zuthaten an. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STAUT KOM 281 

Reconstruktion etwa die Zeit des Constantin darstellen soll , inuss sie 
in diesem Punkte corrigiert werden. Vielleicht haben wir aber vom Schmuck 
der Diokletianischen Fassade zwei Originalmonumente : ich meine die all- 
bekannte Basis {CIL. VI, 1203), mit der Darstellung der Suovetaurilien und 
der Inschrift CAESARVM | DECENNALIA | FELICITER, welche, i. J. 1517 iuxta 
basim arcus Septimii gefunden, jetzt wieder auf annähernd demselben l'latze 
steht, und ein zweites damit connexes Monument, welches von zwei Autoren 
verschieden überliefert und daher im CIL. VI, 1204-1205, wie ich glaube 
fälschlich, geteilt ist. Die Angaben sind folgende : 

a) (=1204) in lapide invento apud ecclesiam S.Adrianisub arcu Antonini 

Pii (das ist der Severusbogen, nicht wie CIL. gesagt wird, der Fausti- 
nentempel) : 

AVGVSTORVM | VICENNALIA \ FELICITER 

Appendix Ottoboniana des Petrus Sabinus, welche bis zum Jahre 151.3 
fortgeführt ist (s. CIL. VI praef. p. XLV) ; Mazocchi f. 23', der Z. 2 
ANNALIA hat. 

b) (= 1205) non longe a tribus columnis (dem Vespasianstempel) hoc anno 

(1509) multa marmora e/fossa fuere cum ingenti base marmorea, in qua 
erat haec inscriptio forma circulari cum litteris incisa: 

VICENNALIA IMPERATORVM; 

ab alia vero parte visebantur sacerdotes sculpti taurum sacrificantes 
Franc. Albertinus (1510) f. 5' (daraus Mazocchi f. 23 u. A). 

Die Fassung vicennalia imperatorum ist auffallig, und es ist mir höchst 
wahrscheinlich, dass Albertinus dasselbe Monument gesehen hat wie der Au- 
tor der Appendix Ottoboniana: nur hat er seine Aufmerksamkeit mehr den 
Reliefs zugewandt, die Inschrift aber wie gewöhnlich flüchtig abgeschrieben. 
Das noch erhaltene Postament hat eine Säule von über 1 m. Durchmesser ge- 
tragen: ein gleiches werden wir von der ingens basis des Albertinus vermuten 
dürfen. Die Errichtung beider Denkmäler würde in das Jahr 303-304 n. Chr. 
fallen. Ihren Platz haben wir ihnen auf den Wangen der grossen Freitreppe 
welche vom Forum zur Curie hinaufführte, angewiesen. 

2) Die Basilica Aemilia. Das von den Architekten des 15'" Jhdts. 
mit grossem Interesse studirte, unter dem Namen ' foro Boario ' bekannte 
Gebäude, über welches ich Annali 1884 p. 323 ff. gehandelt habe, stand, wie 
durch die Zeichnung des cod. Escorialensis nunmehr gesichert ist, parallel 
der Ostfront von S. Adriane, etwa durch Strassenbreite davon getrennt (vgl. 
TJB 1889 S. 247). An seiner Zugehörigkeit zur Westfront der Basilica Aemilia 
ist daher nicht mehr zu zweifeln: Schwierigkeit macht die Einordnung der 
von Sangallo u. A. gezeichneten Reste in einen Bau, der das Pendant zu der 
gegenüberliegenden Basilica Julia gebildet haben muss. Der Grundriss der 
Ecke, das sicherste am ganzen .Bau bei S. Adriane, ist sehr verschieden von der 



282 CH. HÜLSEN 

Ecke der Julia: und im Aufriss scheinen die zierlichen, im Verhältnis zu dem 
mächtigen Bukranienfriese fast schwächlichen Halbsäulen kaum zu passen 
zu der massigen Pfeiler-und Säulenordnung der Forumsfront der anderen. Die mir 
wahrscheinlichste Lösung dieser Schwierigkeiten giebt Tf. 2: ich glaube dass das 
von den Sangallo, Fr. di Giorgio u. s. w. gezeichnete Gebäude ein Vorbau vor der 
Westfront der B. Aemilia gewesen ist. Die Intervalle der drei (oder vielmehr fünf) 
Thüren desselben sind kleiner als die welche wir (der Porticus Julia entspre- 
chend) für die Arkaden der Aemilia nach der Forumsseite zu annehmen müssen. 
Man war daher gezwungen, statt der entsprechend massigen Pfeiler die schwä- 
cheren kannellirten Halbsäulen zu wählen, welche auf Postamente gestellt wer- 
den mussten um die gleiche Stockwerkshöhe zu erreichen. So entstand an der 
Westfront (und wahrscheinlich auch der Ostfront) ein saalartiger Vorraum, 
dem wir wohl den Namen ' Chalcidicum ' geben dürfen. — Sollte nicht am 
Ende die vielbehandelte Stelle bei Vitruv V 1, 4: Sin autem locus erit am- 
plior in longitudine, chalcidica in extremis constituantur uti sunt in Julia 
Aquiliana hierdurch Licht empfangen? Dass von einem bekannten, bedeuten- 
den, höchst wahrscheinlich stadtrömischen Monument die Rede ist, zeigt die 
Art der Anführung. Die Basilica Julia an der Südseite des Forums hatte, wie 
Jordan II, 1 S. 256 richtig hervorhebt, in extremis keine Bauten, die Chalci- 
dica genannt werden könnten. Aber nicht unmöglich scheint es, dass die mit 
Cäsars Gelde und als Pendant zu der Julia an der Südseite von Äemilius 
Paullus neuerbaute Basilica (Jordan I, 2 p. 394) von Vitruv Basilica Julia 
Aemiliana genannt sei. 

G. Friedrich, die Parabase im Curculio des Plautus (Fleckeisen u. Masius 
Jahrbücher für Philologie 143, 1891, S. 708-712) 

will die zuletzt von Jordan (Hermes XV S. 116 ff.) besprochene Stelle Cure. 
461-486 (1) dadurch in Ordnung bringen, dass 472 als Einschiebsel hinausge- 



(1) ich setze die hauptsächlich in Betracht kommenden Verse 470-485 
vollständig her: 

470 qui periurum cönvenire völt hominem, ito in cömitium: 
qul mendacem et glöriosum, äpud Cloacina6 sacrum. 
dttis damnosös maritos süh basilica quaerito. 
ibidem erunt scorta exoleta quique stipulart solent : 
symbolarum cönlatores äpud forum piscärium. 

475 in foro infumö boni homines ätque dites ambulant : 
in medio proptär canalem ibi östentatores meri. 
cönfidentes gärrulique et mdlevoli suprä lacum, 
qui dlteri de nlhilo audacter dtcunt contumÜiam 
et qui ipsi sat habent quod in se pös^it vere dlcier. 

480 süb veteribus ibi sunt qui dant quique accipiunt faönore. 
pöne aedem Castöris ibi sunt subito quibus credäs male, 
in Tasco vico ibi sunt, homines qui ipsi sese vSnditant. 
in Velabro uÜ pistorem uü lanium uel härtlspicem 
vel qui ipsi vortdnt vel qui aliis, üt vorsentur, praebeant. 

485 ditis damnosös maritos äpud Leucadiam O'ppiam. 



VIERTER JAHRESBERK IlT IKliER TÜI'OGRAPIIIK DKli STADT ROM 283 

\virfeii, und die Schlussvcrse so geordnet werden: 

482 in Tusco vico ibi sint homines qui ipsi sese venditant; 
485 (litis damaosos maritos apud Leucadiam quaerito, 

483 in Velahro vel plstorem vel lanium vel harmpicem, 

484 vel qui ipsi vortant vel qui aliis, iit vorsentur, praeheant. 

hamit fällt der von Jurdjin a. a. 0. S. 128 zuerst erkannte Wortwitz, welcher 
mit vortant-vorsentur auf die Statue des Vortuninus in vico Tusco anspielt, 
völlig ins Wasser : auch die Vermutung apud Leucadiam quaerito statt a. L. 
Oppiam ist durch das S. 712 gesagte nicht hinreichend begründet. Ich stimme 
vielmehr J. darin bei, dass v. 483 und 485 Interpolationen aus späterer Zeit 





\ öO 



]aV 



CARCER 



A 






FORVM 
PISCARIVM 



Sau 



/Ci^OACin; 





IANV$^ 



DDnaPDDnD 



T.CONCORDI/E. 



^CVRTIV,S\X7 



.TABERNyS,NOVy°t, > 



~.\0 





T. 



T. 5AT^VRN I 






N VÖ 



-iud. Dann wird die topographische Anordnung der ganze Parabase, wie die 
beigefügte Planskizze verdeutlichen mag, einfach verständlich. Im Allgemeinen 
scheint mir Jordan die Stelle aufs glücklichste behandelt zu haben, nur hätte 
•n- noch schärfer hervorheben sollen, dass der Vers 472 : 

ditis damnosos inaritos sub basilica quaerito {^) 



(0 Dass dieser Vers mit Capt. 811: quoriim odos subbasilicanos omnes 
abigit in forum « unlöslicli verbunden» sei, hat Jordan S. 134 ff. mit Ptecht 
geleugnet. Die Captivi spielen doch nicht in Rom ; und sollte das Publikum, 
für das Plautus seine Stücke schrieb, eine Anspielung nicht verstanden haben. 
\veil sie sich auf eine in Rom selbst noch fehlende, aber beispielsweise in den 
•arapanischen Städten zu findende Einrichtung bezog ? 



19 



284 CH. HÜLSEN 

uns ein wertvolles Indiciura für die Abfassungszeit der « Parabase » giebt. 
Denn die « basilica " welche zwischen dem Cloacinae sacrum (i) und forum 
piscarium genannt wird, kann keine andere sein, als die Fulvia-Aemilia, und 
daher muss diese Einlage (als « Couplet n taxiert sie Fr. richtig S. 712) jünger 
sein als das Jahr 575/179. Dass sie älter sein wird als 619/135, hat Jordan 
a. a. 0. sehr wahrscheinlich gemacht. 

Ein Entdeckung, auf welche Hr. Middleton Werth legt (ihre Nicht- 
berücksichtigung wird Eichter ausdrücklich vorgeworfen, Classical revieio 1889 
p. 136) betrifft die kleine zwischen Vespasians-und Concordienterapel gelegene 
aedicula {Remains of. ^. Ä. I p. 340 f.) Man hatte sie bisher nach dem 
Funde einer Inschrift (CIL. VI 1019) als Kapelle der jüngeren Faustina 
bezeichnet (*) : Middleton weist darauf hin, dass die linke Seitenwand des Back- 

(1) Fr. sa.gt S. 709 : ' Jordan vermutet das Gl. sacr. in unmittelbarer Nähe 
der ßednerbühne. Es ist mit weit mehr Wahrscheinlichkeit beim Eintritt der 
Cloaca rnaxima in die Area des Forums zu suchen, in der Nähe des Argile- 
tum '. Dass Jordan später (Topogr. I, 2 S. 398) den Ort des sacellum fast genau 
mit den gleichen Worten bezeichnet hat, hätte angeführt werden sollen : in 
der That sind Jordans beiden Ortsbestimmungen sehr wohl mit einander ver- 
einbar, wie die obige Planskizze beweist. Dass das Sacrum Cloacinae in der 
Nähe der Tabernae novae lag, zeigt die allbekannte Stelle Liv. III 48 (Appius 
Claudius und Virginia): höchstens könnte man zweifelhaft sein ob mit dem 
" Eintritt ins Forum " die von uns angezeigte, oder etwa eine bei x zu 
verstehen sei. Aber abgesehen davon, dass man bei letzterer Annahme mit dem 




inosque . . purgatos m eo loco qui nunc sigyia Veneria tloacinae 
habet. Diese Einigung aber fand auf dem Comitium statt (Jordan a. a. 0. 
Anra. 116). 

(2) Middleton p. 266 sagt freilich ' a small marble pedestal of a statiie 
of the eider Faustina, dedicated by a viator [a messenger) of a Quaestor 
aerarii Saturni \ weiss also nicht dass der Beiname Pia nur der jüngeren 
Faustina zukommt, was jedem der ein Semester lang Epigraphik getrieben hat, 
geläufig sein sollte. Gleichsam als Compeusation für diesen epigraphischen 
Schnitzer hängt M. aber die gelehrt aussehende Note an: ' see also Gudius 
Ant. Inscrip. p. 12-5, and txoo inscriptions in the Vatican Museum, in the 
long gallery \ Wem mit letzterem Citat gedient sein soll, fragt man verge- 
bens : schlägt man das erste auf, so findet man die beiden dummen Ligoriani- 
schen Fälschungen C. VI, 1942*. 1944*. Nachdem die Inschriften der Stadt 
Rom, ächte wie falsche, im VI. Bande des Corpus kritisch gesichtet vorliegen, 
sollten dergleichen testimonia doch aus den antiquarischen Werken ver- 
schwinden, wie die weiland Citate aus dem Fabius Pictor und Berosus des Annius 
von Viterbo. Aber die dicken Folianten der alten Inschriftensammlungen 
scheinen auf gewisse Gemüther ihren Reiz noch nicht verloren zu haben, und 
häufige Citate aus Gruter und Muratori für specimina eruditionis der Verfasser 
statt für das, was sie sind, Beweise vom Gegenteil, angesehen zu werden 
Middletons Buch enthält eine Menge solcher scheingelehrter Citate , die. 
beim Nachschlagen sich auflösen wie das obige. — Wie es mit M.'s epigra- 
]ihischen Kenntnissen steht, mag seine Ergänzung der Inschrift des Claudius- 
bogens (2,301), zeigen, die er als Engländer doch mit einiger Rücksicht hätte 
behandeln sollen: TL Clau\dio Drusi f. Caes. \ Augu[sto Germanico Pio\ 
pontific\_i max. tr. p. IX \ cos. V. im[p. XVI. p- p- ) senatus po[p. q. Rom. 
quod I reges Brit\anniae sine | ulla iactu[ra domuerit | gentesque blarbaras\ 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 285 

steinbaus angelehnt sei auf das Basament des Vespasianstempels ('): ein Stück 
des Ablaufes derselben sei sogar rauh gelassen, woraus die Gleichzeitigkeit 
beider Bauten folge. Damit hat es seine Eichtigkeit : und für die Entstehung 
des Ziegelbaus Ende des 1'®" Jlidts. giebt einen Beweis ein Stempel, den ich 
auf dem obersten in situ befindlichen Ziegel der einstmaligen Thürwöl- 
buug constatirt habe. Man liest darauf (im Kreis) 

j-EX-Fir/ 

VTR I N 

( / 

Herrn Dr. Dressel verdanke ich den Nachweis, dass dies ein Fragment des 
sonst nur aus einer Abschrift Fabrettis bekannten Ziegels XV, 384: 

EX FI oc E • M 
C • SATRINI ■ CLEMENTIS 

ist, welcher wahrscheinlich aus dem Ende des l^en Jhdts. stammt. Das kleine 
Monument mag also wohl seiner Gründung nach in die flavische Zeit zurück- 
giehen. Aber wenn Middleton weiter behauptet, dass es dem Titus errichtet 
und identisch sei mit der in der ' Notitia reg. IX ' (muss heissen reg. VIII) 
erwähnten aedes Divi Titi, so ist das, angesichts der Eaumverhältnisse, un- 
glaublich. Armer Titus, der sich mit diesem Kellergewölbe neben dem 
Prachtbau für den divus Vespasianus begnügen musste! Vielleicht wird die 
kleine Kapelle den viatores quaestorii ab aerario gehört haben, wie die sog. 
' Schola Xantha ' den scribae Ubrarii aedilium curulium, und von denselben 
in verschiedenen Zeiten mit Dedicationen an Mitglieder des Kaiserhauses ge- 
schmückt sein. 

Von dem TJB. 1891 S. 285 besprochenen Relief des « Vestatempels » 
existirt, wie mich Hr. Fr. Hauser freundlich belehrt, eine Zeichnung in einem 
Codex des Berliner Kupferstichkabi-nets (besprochen bei Hauser, neuattische 
Eeliefs S. 32 n. 39). Eine Pause, nach welcher beistehende Zinkographie 



primus indic[io subegerit. — Viel mehr grobe Schnitzer in einen so be- 
kannten Text [CIL. VI 920; Dessau, S3^11. 216). hineinzubringen ist kaum mög- 
lich! Dem alten Famiano Nardini, den M. als Gewährsmann citirt, kann 
man einige davon nachsehen, aber im Ganzen hat er es vor 250 Jahren besser 
gemacht als der Author of Ancient Borne in 1888; die ganz unsinnige 
letzte Zeile z. B, kommt allein auf M.'s Rechnung. 

(^) Der Grundriss auf M.'s Forumsplan ist in diesem Detail nicht correct, 
da die Ziegelwand an das Basameut nicht nur anlehnt, sondern direct auf den 
Ablauf aufsetzt. Das richtige hat z. B. die schöne alte Aufnahme von Ange- 
lini und Fea. 

(2) Etwas anderes als ein in der ofiBziellen Stadtbeschreibung angeführter 
Tempel ist natürlich die von Subalternen des Aerars geweihte Kapelle. Dass 
die Form des Basaments in der Cella des Vespasianstempels auf ein dort aufge- 
stelltes Doppelbild schliessen lässt, ist von Früheren bemerkt; M. geht darüber 
hinweg. 



286 CH. HÜLSEN 

« 

hergestellt ist, verdanke ich der Güte 0. Puchsteiiis. — Hauser a. a. 0. hat 
vermutet, dass ein Stück des Originals erhalten sei in dem Berliner Frag- 
ment Skulpt. - Katalog n. 899, welches von Heydemann (10'«^ Hall. Winckel- 
nianns-Programm, 1885) als " Pflege des Dionysoskindes '^ erklärt war (i); ebenso 
war ihm die Beziehung zu dem Florentiner Pielief nicht entgangen. Aber das 
Dilemma welches er aufstellt: «entweder liegt (in der Zeichnung) eine thö- 
richte Ergänzung, oder ein Pasticcio vor » scheint mir die nächstliegende 
Annahme, dass nämlich die beiden Stücke in der That von einem und 
demselben antiken Eelief herrühren, ohne zwingenden Grund von der Hand 
zu weisen. Ein Pasticcio, schon um 1470 (und damals hat Ant. da Sangallo 




d. A. das Stück bereits beim Lateran gezeichnet, s. TJB 1891 S. 286) ist mir 
nicht recht wahrscheinlich. — Die Erklärung des Ganzen wird dadurch freilich 
nur rätselhafter: « Vesta" (?) - Tempel im Hintergrund, Gruppe der eleusinischen 
Gottheiten (auf diese beziehtauch Kern Mitth. d. Ath. Instituts 1892 S. 134 
die beiden Frauen), endlich Gestalten aus dem dionysischen Kreise — sind 
eine sehr bunte Gesellschaft; die Discussion aber gehört nicht in den 
Rahmen dieses topographischen Berichtes. 



(1) lieber das Berliner Fragment schreibt mir Puchstein: «Nach er- 
neuter Prüfung des Originals habe ich bemerkt, dass der Baum am Rande 
vollständig modern ist. Die sonst für antik gehaltenen Teile rühren von Ab- 
meisselung und Ueberarbeitung anderer Reste her : d. h. man hat eine ursprüng- 
liche, aber wohl bestossene Partie des Reliefs an dieser Stelle teils abge- 
meisselt, teils zu einem Baumast zugestutzt und dazu dann ein grilsseres Stück 
eines Baumes ergänzt. Die überarbeitete Partie kann nicht von einer Tholos 
herrühren, wohl aber von der Darstellung eines der Nymphe überreichten 
Diojiysoskindes ». 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 287 

0. Richter: Zur Erinnerung an F. 0. Schulze (Centralblatt der Bauverwaltung 

n. 53 S. 571 f.) 
widmet dem Verstorbenen, dessen grosse Verdienste um die topographische 
Forschung auch TJB 1891 S. 265 f. hervorgehoben sind, warme Worte 
der Anerkennung, und publiziert zwei i. J. 1887 von Schulze entworfene, bisher 
(s. Richters Aufsatz Jahrb. d. Instituts 1889 S. 1-17) nicht herausgegebene 
Rekonstruktionsperspektiven (Rostra und Templum Divi Juli). 

Die Kaiserfora. 

Eine Rekonstruktion des Trajansforums in zwei photographisch ver- 
vielfältigten Blättern hat Hr. Architekt Rauscher erscheinen lassen : das eine 
Blatt stellt das eigentliche Forum mit der Südfassade der Basilica Ulpia, das 
andere den Trajanstempel und die Säule mit den umgebenden Gebäuden dar. 

Das Räthsel wohin Trajan die ungeheuren Erdmassen, welche behufs 
Vorarbeiten für Forum und Basilika vom Quirinal abgegraben werden mussten 
(er. 850.000 cbm) abgelagert habe, versucht Lanciani {Bull, comun. 107. 108) 
zu lösen. In der Nekropole vor Porta Salara liegen zwei Schichten von Grä- 
bern übereinander: die unteren aus dem Ende der Republik oder Anfang 
der Kaiserzeit, die oberen hadrianisch oder später. Dass die untere Schicht 
absichtlich durch Aufliöhung des Bodens vergraben sei, hat nach L. genaue 
Beobachtung der Funde (z. B. in Vigna Bertone beim Grabe der Lucilia Polla) 
ergeben. Da keine area libera dem Trajansforum näher liege als diese, welche 
mit ihm durch zwei grosse bequeme Strassenzüge {Alta Semita; Vicus portce 
Collinae und Vicus longiis) verbunden sei, habe es hohe Wahrscheinlichkeit 
dass die besagten Erdmassen nach dorthin abgefahren worden seien. 

Kapitol. 

Bei den Arbeiten für das Victor-Emanuel-Denkmal sind wiederum Reste 
der alten Hügelbefestigung gefunden: das neue Stück, 6 Lagen aus rotem un'i 
gelbgrauem Tuff von zusammen .8,60 m. Höhe, ist er. 2,50 m. lang, und liegt 
zwischen Via Giulio Romano und der Front des Denkmals, er. 4 m. über dem 
Niveau von Piazza Venezia (Marchetti Notizie 200, Bull, comun. 145. 146 
Beide Berichte differiren wieder einmal in den Zahlenangaben !) 

Ein anderes Stück der « Servius " -Mauer ist weiter westlich, auf der 
Grenze von casa Jannetti, via delle Tre Pile 7 und casa Lugari (via Tor dei 
Specchi) zum Vorschein gekommen: es liegt in derselben Richtung wie das 
bekannte Stück in dem Gärtchen an der Via delle tre Pile. Bei Casa Jan- 
netti fand man Reste von elegant ausgestatteten Privatbauten mit dekorativen 
Wandmalereien und Marraoipfiaster (Marchetti Notizie 229 f.). 

An der Westseite des Denkmals ist, etwa 4 m. unter dem Niveau von 
Via Giulio Romano, ein überwölbter Raum mit Ziegelwänden (3,30 X 2,25 m., 



288 CH. HÜLSEN 

Höhe 2,50) und rohen sehr verlöschten Fresken freigelegt worden. Von einem 
ähnlichen darüber gelegenen waren nur Spuren erhalten: hinter demselben 
führt ein in den Tuff gehauener Gang nordwärts in den Hügel hinein (ein 
anderer nicht damit zusammenhängender ist 3 m. tiefer gefunden). Unter dem 
Schutte fand man eine Statuette (0.36 hoch) der Fortuna oder Abundantia 
(Kopf, r. Arm und oberer Teil des Füllhorns abgebrochen). Die Basis trägt die 
Inschrift (von mir revidirt): 

PER VOCe5 SANCTO DEO SABAZI 

PEGASI • D • 

SACERDOT ATTIA CELERINA • D * 

Sancto Deo Sabazi Attia Celerina d{onum) d{edit), per voce{m) Pegasi sa- 
cerdot{is). Auch hier lautet der Dativ des Götternamens Sabazi (wie in der 
ebendort gefundenen Inschrift des M. Furius Clarus Notizie 1889 p. 225, 
Bull, comun. 1889 p. 437, in der stadtrömischen C. VI, 142, der jetzt in 
London befindlichen CIGr. 8523 b) : der Nominativ also Sabazis, wovon Sa- 
bazius in der gewöhnlicheren Verbindung JuppUer Sabazius nur abgeleitetes 
Adjectivum ist (Gatti Notizie 343 vgl. 43; Bull, comun. 364). 

In der Nähe fand man, unter den Schuttmassen welche (zum Teil jeden- 
falls von oben, dem Plateau des Juno-Tempels, herabgestürzt) sich bis zur 
Höhe von 15 m. an der Bergwand aufgebaut haben, eine Marmorbasis (0,75 
m. hoch, 0,53 br., 0,41 dick), mit der Inschrift {Notizie p. 407): Flaviae Epi- 
cha[ridi] \ sacerdotiae \ deae virgini caelestis \ praesentissimo numini \ loci 
montis Tarpei \ Sextia Olympias h{onesta) f{emina) \ et Chrestina Dorcadius 
h{onesta) f{emina) \ honorificae feminae \ coniugi luni Hyl[a)e sacerd{otis)\ 
una cum sacratas et canistrariis \ dignissimae. Auf der linken Seite: dedi- 
cata I idib{us) Nov{embribus) \ Aemiliano et Basso co{n)s{ulibus {= 13. Nov. 
259 n. Chr.). So hat der im Museum der Diocletianstherraen von mir nachver- 
glichene Stein; der Text ist Z. 3. 4. durch Schuld des Concipienten oder des 
Steinmetzen verwirrt: es müsste heissen virginis . . . praesentissimi numinis; 
auch das falsche sacratas Z. 10 fällt demselben zur Last. Der Gebrauch von 
Mons Tarpcius für den ganzen Capitolinus entspricht der späten Zeit, aus der 
die Inschrift stammt: so hat ihn z. B. das Verzeichnis der sieben Berge im 
Anfang der Notitia (Jordan 2,566 ; vgl. I. 2, 7. 130). 

Gleichfalls in der Nähe ist, 7 m. unter modernem Terrain, eine antike 
Strasse mit Lavapflaster aufgefunden, welche nach Westen zu anstieg, mit 
Resten von Privatgebäuden aus Ziegeln und Travertin {Notitie 406). 

Die sonstigen Funde beim Victor-Emanuel-Denkmal {Notizie iS. 313. 343- 
348 besonders zahlreiche Ziegelstempel, vgl. oben S. 260) sind wenig bedeutend: 
die Wiederauffindung der grossen Tafel CIL. VI, 467, welche 1659 an ihrer 
alten Stelle bei S. Giorgio in Velabro ausgegraben, dann in den Pal. Chigi bei 
SS. Apostoli gekommen und seit Ende d. 17'«" Jhdts. verschwunden war 
{Notizie p. 345), ist bereits Notizie 1885 p. 187 erwähnt. 



VIERTER JAHRESBERICHT l EBER TOPOGRAI'HIE DER bTADT ROM 



289 



Palatin. 

Zwei Statuen, Jünglins^e in phrygischer Tracht, der eine mit erhobener 
der andere mit gesenkter Fackel (Höhe 0,50 resp. 0,45 m.), gefunden 1886 am 
Nordabhange des Palatin zwischen S. Teodoro und dem Clivus Victoriae {No~ 
tizie 1886 p. 123 cf. 57) sind publiziert von der Gräfin E. Caetani-Lovatelli ('), 
bull, comun. p. 226-234, mit Tf. X). Die Vf. schliesst (wie schon Lanciani Not- 
1886 p. 128) auf die Existenz eines kleinen Mithräums an dieser Stelle. Dass 
die Räume, in welchen die Statuen gefunden sind, nicht mehr zu den Kaiser- 
palästen, sondern zu Privathäusern am Abhang des Hügels gehörten, glaube 
ich auf Audollents [Revue de Vhistoire des rüigions XXA'^III, 1893 p. 145) 
zweifelnde Frage antworten zu dürfen. 

J. Führer (Rom. Mitteil. S. 158 f.) weist eine Stelle aus der Passio 
S. Philippi episcopi Heracleae (Ruinart Acta Mart. sine. p. 440; Acta SS. 
Octohr. IX p. 545 ff.) nach, welche den Untergang des Eliogab aliums 
(jedenfalls des berühmten palatinischen; vom Capitol ist unmittelbar vorher 
die Rede) durch Feuer bezeugt. 

Ueber eine schon vor geraumer Zeit am Palatin gemachte interes- 
sante Ausgrabung wird erst jetzt in den Notizie (p. 44-48; von D. Marchetti) 



'ANA 




CI RC V3 



MAX I/AV;5. 



(1) ein anderer Aufsatz derselben Verfasserin i giardini dl Adone [Nuova 
Antologia ser. 3. vol. 40 fasc. 14 p. 262-268) behandelt das Thema vom my- 
thologischen Gesichtspunkt aus. Die Adonaea auf dem Palatin werden erwähnt 
aber richtig bemerkt, dass wir sie genauer anzusetzen nicht im Stande sind. 



290 



CH. HÜLSEN 



berichtet. Auf einem Grundstück in via dei Cerchi [u. Aö.proprietä Loreti) ragen 
über der Erde Ziegelmauern hervor, welche schon von Thou {le palais dm 
Gesars tav. 2 n. 53) und Canina verzeichnet sind (auf dem Plan von Lanciani- 
A''isconti, und infolge dessen auch bei Middlcton, fehlen sie). Die älter'-n 
rechnen sie zu den Bauten des Circus und bezeichnen sie als ' Pulvinuni ": 
die im Jahre 1888 angestellten Ausgrabungen haben dagegen gezeigt, dass wir 
es mit den Resten eines Privathauses zu thun haben. Der Haupteinganv 
desselben muss nach der den Circus Maximus nra-dlich begränzenden Strasse 
geführt haben, deren Pflaster in Via dei Cerchi an verschiedenen Stellen 
Gonstatirt worden ist (i), nach rückwärts berührt das Haus fast die Kaiserban- 




ten, namentlich die Halle dt-s sog. ' Paedag"l;ium '. Die anderen Bäume. 
Vestibül und Atrium sind bisher nur ungenügend erforscht, auch die Säulen- 
stellung im ' Atrium ' von M. nur als hypothetisch gegeben. Von den dr^'i 
tlahinter gelegenen Sälen ABC ist der rechte siehrr als Triclinium zu b-- 
zeichnen. Dieser Raum, in seinem vorderen Teile 5,60, rückwärts 6,15 m. breit. 
8, 15 ra. tief, bis zum Gewölbescheitel 11,50 m. hoch, ging durch zwei Stock- 
werke: 5,35 m. über dem Boden sind Travertinconsolen für die Balken der 
Zwischendecke in die Wände eingelassen. Die untere Hälfte der Wände isl 
mit Fresken geschmückt, welche das Hauptinteresse des Fundes ausmachen (i) 

(1) auf unserer Planskizze sind die Reste des Circus Maximus nach Ca- 
nina eingetragen, demzufolge die Via dei Cerclii auf dem Fundament der 
letzten Stufeureihe laufen würde. Die neueren Funde {Kathie 1876 p. 101 
13«. 184. 185; l^^TT p. 8. 110.204) scheinen das zu widerlegen — leider i.-<t 
bisher nichts zusammenhängendes über dieselben, insbesondere kein Phin 
veröffentlicht, und unsere Kenntnisse über das grüsste aller römischen Schau- 
s^ebäude sind nach wie vor recht dürftig. 

0) Die obenstehenden Umri>skizzen können wenigstens eine allgemeiii-- 
Vorstellung von den Fresken geben: genügend sind sie ebensowenig wie dl.- 
Autotypieen in den Notizie der/U scavi, doch Avar es mir mit Rücksicht auf 
den notwendigen Abschluss dieses Berichtes nicht möglich sie durch besser-- 
zu ersetzen. Photographicen in grossem Format liat im Auftrage des Mini- 
steriums der Photograph Felici (Via Babuino 7<i) aufgenommen. 



VIERTER JAHRESBERICHl- rillKH TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



291 



Die Dekoration der Wände bcrührl sich, wie überhaupt die spätere rö- 
mische Wandmalerei (Mau Ö. 458 f.) am meisten mit dem « zweiten n 
porapejanischen Stile: nur dass in unserem Falle die Absicht einer den 
Raum vergrössernden lUusiunsmalerei noch besonders deutlich wird durch 
die lebensgrossen, auf einer scheinbar um den ganzen Eauni laufenden 
niedrigen (er. 0,30 m.) Stufe (') st-.'licnden Figuren, dergleichen sich auf pompe- 
janischen Wänden bisher nicht gefunden haben. Der unterste Streifen fehlt 
überall (yielleicht bestand er ans einem wirklichen IMarmorbelag?), die Ma- 
lerei beginnt mit einer perspectivisch zurücktretenden P'läche von er. 30 cm- 
Breite, hinter der sich eine Sclieinarchitektur von reichen, doch keineswegs 




phantastischen Formen aufbaut. Iin Vorraum blickt man nach beiden Seiten 
scheinbar in eine Nische, welche nach der Tiefe zu mit je drei Säulen auf 
hohem gemeinsamen Postament deki'rirt ist: die Bekrönung der Nische ist 
verloren gegangen. Im Haupti-acin ist die Mitte der Seitenwände hervorgeho- 
ben durch einen ähnlichen Nischenbau mit flachem Bogen; rechts und links 
davon, über dem Sockel der Säulen (dessen Farbengebung Alabaster nachahmt) 
eine scheinbare Öffnung mit Durchblick ins Freie, auf eine Eundmauer mit 
reichem Gesims; sodann zwischen zwei Säulen ein oben gradling abgeschlos- 
senes, von dunkelen Pilastern eingerahmtes Feld, in dessen oberer Hälfte 
! eichte figürliche Darstellungen (auf dem besterhaltenen ein Hippokamp) sich 
befanden. 

Auf der erwähnten scheinbaren Stufe stehen nun an jeder Langwand vier 
lebensgrosse (1,60-1,80 m. hohe) Figuren: Sklaven, welche sich anschicken 
den zum Mahle geladenen Gästen ilire Dienste anzubieten. Im Vorraum links 
der Tricliniarch mit dem Stabe in der Linken eilig auf den Eingang zu- 
schreitend, während der Gestus seiner Rechten die Gäste zum Eintreten einlädt. 
Von der correspondirenden Figur r., die gleichfalls eilig auf die Thür zuging, 



(') Diese Stufe ist lei(b 



unseren Abbildungen niclil kenntlich. 



292 CH. HÜLSEN 

ist nur ein Teil des rechten Beins erhalten : daneben auf dem scheinbaren Podest 
ein Paar soleae (fehlen auf unserer Figur). Marchetti vermutet, der Dargestellte 
sei der servus a pedibus gewesen, der den Gästen das Schuhwerk abzunehmen 
hatte. Die Figuren im Hauptraume links (S. 290) sind vollständig erhalten: 
die zum Teil zerstörten rechts (S. 291) scheinen ihnen ziemlich entsprochen 
zu haben. In der Mitte ein Sklave, der eine Blumenguirlande (der Gestus 
der Figur auf der r. Wand ist undeutlich, schwerlich hielt sie eine Frucht') 
hält, um einen der Gäste zu schmücken; daneben, nach dem Eingange zu, ein 
anderer mit einer Serviette (mappa), nach der Rückwand ein dritter (auf der 
r. Wand ganz zerstört) mit einer Büchse, wahrscheinlich für Wohlgerüche. Alle 
tragen ärmellose Tuniken und sind unbeschuht. Auf dem scheinbaren Podest 
zwischen den Figuren liegen resp. stehen noch mehrere Geräte : links zwischen 
1 und 2, eine Art Wedel, dessen Griff in einen Reh-oder Ziegenfuss ausläuft; 
zwischen 2 und 3 eine Cista mit offenem Deckel, wohl auch für Wohlgerüche; 
rechts zwischen 1 und 2 ein kurzer dicker Stab mit kugeligem Knopf (?), für 
den ich ebenso wenig eine Erklärung weiss, wie Marchetti. 

Was die Epoche der Malereien betrifft, so hat C. L. Visconti {Bull, comun- 
p. 189) wahrscheinlich das richtige getroffen wenn er sie in die Zeit der An- 
tonine setzt. Das sorgfältige Ziegelmauerwerk der Wände passt dazu eben so 
gut wie für die epoca severiana, der es Marchetti p. 45 vermutungsweise 
zuschreibt (Stempel scheinen leider nicht gefunden zu sein). — Wenn man 
bedenkt, dass die Geschichte der Wandmalerei des zweiten Jahrhunderts in Eom 
zwischen Hadrian und Severus eine grosse Lücke aufweist, dass die erstere 
Epoche nur durch ein Beispiel (das Haus in Villa Negroni), die zweite durch 
zwei (untere Piäurae der Exedra des palatinischen Stadiums und Excubitorium 
der Vigiles in Trastevere) repräsentirt wird (Mau Wandmalerei S. 456-62), so 
kann man das Schicksal der eben besprochenen nur bedauern : aufgedeckt für 
kurze Zeit im J. 1888 (bei Gelegenheit der Anwesenheit des deutschen Kaisers) 
vier Jahre später, mit einer sehr summarischen Beschreibung, die z. B. nicht 
einmal die Farben des Originals angiebt, in kleinen fast unkenntlichen Auto- 
typieeu publiziert, sind sie jetzt «der besseren Conserviruiig halber» wieder 
mit Erde verschüttet. Möglicherweise wird einmal eine spätere Verwaltung, 
die Bilder wieder freilegen — in welchem Zustande ? vielleicht erzählt davon 
einer der folgenden Jahresberichte. 

Die südlichen Stadtteile. 

Auf Piazza Bocca della Veritä sind interessante Reste alter Cloaken ge- 
funden worden, über welche Visconti {hüll, comun. 261 f.) und Lanciani (a. a. 
0. 279-283) berichten. Der Hauptstrang, ganz aus Tuff ohne Verwendung von 
Peperin und Travertin, ist 5,75 m. hoch, 1,95 m. breit und mit einem Tonnen- 
gewölbe von 1 m. Radius überdeckt. Der Scheitel der Wölbung liegt 4,41 m. 
unter dem Pflaster von Via della Salara (s. den Durchschnitt Tf. XV fig. 1). 
Der Kanal schneidet die Via della Salara unter einem Winkel von 39°, biegt 
dann fast rechtwinkelig um und mündet er. 50 m. südlich von der Cloaca ma- 
xima in den Tiber. Zwei kleinere Zuflüsse (1,10 und 0,86 m. weit) sind 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 293 

zwischen Via della Salara und Tiber constatirt: alle diese Anlagen müssen, wie 
sich aus ihrer Orientirung ergiebt (vgl. TJB. 1889 S. 107) älter sein als der 
grosse Brand von 560/194, welcher die Gegend inter salinas et portam Tri- 
geminam verwüstete (Liv. 42, 47). Zwischen den beiden Zuflüssen sind die 
Fundamente eines sehr alten rechtwinkeligen Gebäudes aufgedeckt, über dessen 
Bestimmung Lanciani bis jetzt sich noch nicht geäussert hat. Weiter aufwärts 
hängt dieser Cloakenstrang zusammen mit einem 1873 in Via della Greca gefun- 
denen, welcher dann um West-und Südseite des Palatins herumging (Via di 
S. Gregorio) und das Thal zwischen Palatin und Caelius entwässerte. S. o. S. 275. 

In der Institutssitzung vom 5. Februar (Mittheilungen S. 108) habe ich 
einige Beobachtungen von Puchstein und Koldewey über den Rundtempel 
auf Piazza Bocca della Veritä mitgeteilt. Unter den in der Nähe des Tempels 
liegenden Architekturfragmenten fanden P. und K. eine sehr alte Säulenbasis 
aus Tuff mit runder Plinthe : solche sind bisher in Rom nirgends gefunden, 
wohl aber an den etruskischen Tempeln von Falerii und Alatri. Die römi- 
sche Basis wird wahrscheinlich einem älteren, die Stelle des jetzigen Mar- 
morbaus einnehmenden Rundtempel angehört haben. Den Versuch diesen 
älteren Bau auf Grund von Spuren in den existirenden Fundamentblöcken 
zu rekonstruiren (als Peripteros von 28 Säulen) haben Petersen und Lanciani 
a. a. 0. bekämpft. Eine Diskussion ist an dieser Stelle vor Veröffentlichung der 
von P. und K. aufgenommenen Zeichnungen, die wohl in einem grösseren 
Zusammenhange erfolgen wird, nicht thunlich. 

Die sonstigen Funde auf Piazza Bocca della Veritä (Bull. 62 und 283; 
Notizie 23. 111. 112) sind von keinem allgemeinen Interesse. 

Wenig südlich unter dem neuen Kloster der Suore della Caritä di S. Vin- 
cenzo de' Paoli in Via della Salara, ist ein kleiner Altar mit der Inschrift 
Herculi \ sancto \ sacrum ( g ö v ö f ö — die Siglen bezeichnen die drei Na- 
men des Dedicanten ; oder G.. . . v{otum) f{ecit) — gefunden worden {Notizie 
48, Bull, comun. 182). 

Auf der Höhe des Aventin, zwischen dem Priorato di Malta und der 
Bastion Pauls III, hat man mit den Pundamentirungsarbeiten eines grossen 
neuen Benediktinerklosters (S. Anselmo) begonnen : es sind dabei zahlreiche 
Reste von Privatbauten (u. A. ein Zimmer mit wohlerhaltenem Mosaik in 
Chiaroscuro: Orpheus und Centaurenkampf), ferner viele und weitverzeigte in 
den Hügeltuff eingeschnittene Gänge gefunden worden [Notizie p. 314. 408. 477). 

Dass zwischen S. Saba und S. Balbina im Jahre 1879 Reste des Grabens 
der servianischen Befestigung (Breite 8,20 m.) constatirt sind, bemerkt Lan- 
ciani Bull, comun. p. 233. 

E. Dressel, Scavi sul monte Testaccio [Bull, comun. p. 48-58 mit. Tf. V). 
berichtet über elf i. J. 1881 im Auftrage der Commissione archeologica co- 
munale unternommenen tasti, welche eine grosse Zahl Scherben mit Fabrik- 



294 CH. HÜLSEN 

marken und aufgemalten Inschriften geliefert haben. Die Entzifferung der 
letzteren, meist sehr schwierigen Stücke giebt interessantes Material zur 
Geschichte des Berges, welche Dressel bereits Annali delV Istituto 1878 p. 118 ff. 
dargestellt hatte. Zwei Punkte wurden insbesondere bestätigt 1) die Anhäufung 
hat begonnen vielleicht in den ersten Dezennien der Kaiserzeit und gedauert 
bis in die Mitte des dritten Jhdts ; 2) die Amphoren stammen zum grössten 
Teile aus Spanien (die neuerdings CIL. XII p. 700 geäusserten Zweifel sind 
ungerechtfertigt): auf den 1881 gefundenen Bruchstücken las Dressel 66 
Mal den Namen der Stadt Astigi, 34 mal Corduba, 22 mal Hispalis, 35 mal 
wird der fiscus rationis pat'^imoni provinciae Baeticae genannt. 

Eine interessante bisher nicht publizierte Notiz über Funde in den C a- 
r acalla-Thermen giebt Middleton, Rematns of ancient Rome 2 p. 163 nach 
Mitteilungen von Lanciani und Aitchison. Bei den Ausräumungsarbeiten im 
grossen Bassin des Frigidariums fand man massenhafte {an immense quantity 
amounting to many tons) Eeste eiserner Träger, die aus zwei vernieteten 
Teilen (Querschnitt —\\— ) bestanden und in Bronzehülsen steckten. Es wird 
vermuthet, dass sie ein Gitterwerk bildeten, welches in flacher Wölbung den 
Eaum grossenteils überspannte, und dessen Zwischenräume mit Gusswerk aus 
leichtem Material, Tuff-oder ßimssteinbrocken, ausgemauert waren. Die Con- 
struction, schon vor 1700 Jahren die modernste Monier-Bauweise vorbildend, 
entspricht genau den Worten des Spartian {vita Caracallae c. 9): opera Romae 
rehquit thermus nominis sui eximias, quarum cellam soliarem architecti ne- 
gant posse ulla imitatione qua facta est fieri. Nam ex aere vel cypro can- 
celli subterpositi esse dicuntur, quibus cameratio tota concredita est, et tantum 
est spatii, ut id ipsum fieri negent potuisse docti mechanis (i). Auffallend 
ist freilich, dass das Frigidarium überdeckt gewesen sein soll, Avelches in 
seiner Eigenschaft als kaltes Schwimmbad dessen am allerwenigsten bedurfte. 

Von dem was sonst in M.'s ausführlichem Paragraphen über die Cara- 
callathermen (2, 158-177) steht, rst das neue meist nicht richtig und das rich- 
tio-e nicht neu. Der erste Satz lautet: the baths of Caracalla are shoum 
by some of the stamps on the bricks, dated 206 A. D., to have been begun 
during the lifetime of Severus — ein überraschender neuer Aufschluss, bei 
dem man nur bedauert, dass Hr. M. den Text jener raren brick-stamps nicht 
veröffentlicht hat: das Consulat von 206 n. Chr. {Albino et Aemiliano) ist 
bisher auf Ziegeln unerhc-rt. Leider findet man bei näherem Zusehen wieder 
carbones pro thesauro : Hrn. Middletons liederliche Excerpte haben ihm die 
marca di cava einer Granitsäule (2), welche dies Datum in der That enthält, 
aber für den Beginn des Thermenbaus natürlich gar nichts beweist, in einen 
Ziegelstempel verwandelt. — Die wirklich für die Chronologie des Baus be- 

(1) von interlaced bars of gilt bronse, wie M. angiebt, steht bei Spartian 
nichts: seine Worte sprechen durchaus dafür, dass die Metalltcile in der Con- 
struction selbst lagen und im fertigen Bau nicht sichtbar waren. 

(2) publiziert, in einem fast unkenntlichen Facsimile bei Burgess, topo- 
qraphy of Rome I S. 468, besser bei Bruzza Annall 1870 n. 279 (Wilmanns 
2778)." 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 295 

weisenden interessanten Stempel CIL. XV 269 b, welche wegen der nach der 
Ermordung Getas geänderten Legende (i) nach 212 fallen (Dressel C. a. a. 0. 
und Annali. 1878 p. 144 f.) sucht man dagegen bei ihm vergebens. — Ueber 
den südlichen Teil der Thermen (Caldarium) haben die Ausgrabungen von 
1878-81 manches wichtige neue gelehrt: jedoch sind die kurzen und aller 
Zeichnungen entbehrenden Berichte in den Notizie degli scavi (1878 p. 346 
1879 p. 15. 40. 114. 141. 314; 1881 p. 57. 89) gänzlich ungenügend, und Hr. 
M. hätte sich durch eine etwas vollständigere Darstellung ein Verdienst er- 
worben. Was er giebt, ist leider grossenteils uncorrect. Dass der äussere Theil 
der grossen Caldariums-Rotunde nicht, wie seit Palladio allgemein angenomnif n 
wurde, eine einfache Wiederholung der inneren Hälfte ist, liegt freilich nun- 
mehr zu Tage: wenn aber Hr. M. behauptet, the loalls are very much thin- 
ner than those of the other half of the rotunda so muss ihn eine flüchtige 
Tnspection der Reste oder eines seiner schlechten Croquis irregeführt haben. 
Mit etwas Aufmerksamkeit sieht man leicht, dass die äussere Rundung genau 
die gleiche Stärke hat wie die innere, und dass die Nische am westlichen 
Ende, die M. apsidenartig aus dem Rundbau vorspringen lässt (Fig. 76 p. 160), 
in der That gänzlich in der Mauerdicke liegt. Ganz abenteuerlich ist aber 
die Hypothese M.'s dass der ursprüngliche Bau überhaupt mit einer geradlinigen 
Front abgeschlossen habe und das Caldarium mit einer Halbkuppel über- 
deckt gewesen sei ! ! Die Reste selbst, namentlich die von Durm (Baukunst 
der Römer S. 189) zuerst erkannten Ansätze der Stichkappen über den grossen 
Fenstern, widerlegen das vollkommen. Verblüifend ist nur die Bestimmtheit, 
mit der als Resultat einer baulichen Analyse {the exüting remains very 
strongly suggest) vorgetragen wird, was jeder Tourist mit zwei offenen Augen 
als Unsinn zu erkennen im Stande ist. 

Aber von welcher Qualität M.'s Studien über die existing remains 
sind, zeigt zur Genüge die schon oben (S. 268) berührte Figur, welche die 
section through the peristyle darstellen soll (S. 296). Der Text sagt: over the 
dooncuy is an interesting exam.ple of one of the numerous sham ' relieving 
arches '. The upper pari ofthis arch, behind the marble frieze, icos omitted, 
and only the lower part ever ivas conslnicted . . . , The Omission of the upper 
pari of Ulis arch shoivs that the builders liad no delusions as to its being 
of any constructional use '. In Wahrheit sitzt über jedem der sechs Portale 
denen M.'s Figur entspricht, der vollständige Halbkreisbogen aus Ziegeln 
noch in der Wand. Die Photographie (S. 297) lässt das deutlich genug 
erkennen um mir jede weitere Kritik der M.'schen Zeichnung zu ersparen. 

Caelius. 

P. Germano, the house of the martyrs John and Paul {American Journal 

of Archaeology VIII p. 25-37) 
setzt die TJB, 1890 S. 108 erwähnten Mitteilungen fort und entliält: VI secon- 

{^) OPVS DOLIARE EX PRAEDIS 

AVG5 2n FIG C TER TIT 

Dass ursprünglich avgg nn stand, zeigen andere Exemplare {CIL. XV 269 a). 



296 



CH. HULSEN 



dary parts of the house (unbedeutend). — VII the paintings: Beschreibung 
der Fresken aus heidnischer und frühchristlicher Epoche. Der TJB. 1889 S. 261 
erwähnte Genienfries ist auf Tf. IV-YI in Lichtdruck wiedergegeben. 

Bei einem Anbau für das Hospital von S. Giovanni in Laterauo, nach 







Via della PeiTatella zu, fand, man 2,20 m. unter dem modernen'Boden, Keste 
eines eleganten Privathauses aus der Kaiserzeit, dessen Front nach Norden 
gerichtet war (Portikus mit Basen von 0,69 m. Dm., Kapitelle u. a.). Notizie 
p. 264. 

ESQUILIN. 



Der östliche Teil des Esquilin {Reffio quinta) ist, wie auch im vorigen 
TJB. bemerkt, jetzt gänzlich unergiebig: nur unbedeutende Funde von Zie- 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 297 

gelraauerii und Gräbern aus später Zeit in Via Ariosto verzeichnen die No- 
tizie p. 343. 

Die TJB. 1890 S. 111 erwähnten Fresken eines bei S. Eusebio gefunde- 
nen Grabes (vgl. C. L. Visconti Bull, comun. 1889 p. 340 ff.) habe ich im 




verflossenen Sommer bei günstigerem Lichte prüfen und die Lesung der In- 
schriften nunmehr so feststellen können: 

Oberer Streifen: ////\ NIO • SFOA (//NIV • S • FA/// Yisc.) 

Unterer Streifen: Q_: I'ABIO M PANIO (M • I'AN Yisc.) 



298 CH. HÜLSEN 

Dadurch verschwindet die auifallende Aifinalie der Endungen -nlus in der 
oberen, -nio, -bio in der unteren Zeile, und die Orthographie scheint einer hö- 
heren Altersansetzung als ich a. a. 0. versucht hatte, noch bis ins 3*'' Jhdt. 
V. Chr. hinauf, günstig zu sein. Die obere Zeile wird zu ergänzen sein M. 
F]anio, S{ex.) Fa . . . (zwischen F und \ geht die Spitze der Lanze des einen 
Kriegers durch). 

Eine grosse Mauer aus Tuflfblöcken, entdeckt auf dem kleinen Platze 
zwischen V. Merulana, Giovanni Lanza und V. dello Statuto, wird beschrieben 
Notizie p. 264; die Kichtung derselben war senkrecht auf Via Merulana. 

Reste eines prächtigen Baues (Portikus mit bunten Marmorsäulen u.a.), ge- 
funden zwischen dem Seiteneingang von S.Martino ai Monti und Via Gio. Lanza, 
werden beschrieben Notizie p. 342 (Fortsetzung 1893 p. 116). Einige Ziegel 
tragen den Stempel CIL. XV, 31. Die Not. a. a. 0. ausgesprochene Vermutung 
dass diese Reste zu den Trajansthermen gehörten, hat neuerdings Lanciani 
(Bull, comun. 1893 p. 26 if.) berichtigt. Es sind vielmehr Ruinen eines vor- 
nehmen Privathauses etwa aus dem 2-4. .Jhdt., vermutlich der domus Equitii, 
welche von Papst Silvester I (314-335) zum Teil dem heil. Martinus geweiht 
wurde. Bis auf Papst Symmachus (498-51-1] blieb, wie es scheint, ein Teil der 
Räume zu Wohnzwecken erhalten: als dann die jetzige Basilika erbaut wurde, 
hat man diese älteren Teile, bis auf geringe k<jllerartige Reste, bis zur Höhe 
des Kii chenfussbodens verschüttet. Die allmähliche Zerstörung des Baus lässt 
sich, wie Lanciani Bull, comun. a. a. 0. ausführt, an den verschiedenen Schich- 
ten noch in sehr interessanter Weise constatlren. — Bei Gelegenheit dieser 
Ausgrabung fand man u. A. das Fragment eines Travertincippus, dessen Inschrift 
Lanciani ergänzt: 



imp. ca 
ex pr 



E S A Rj autjHstus 
' V A Ti ö iu publicum 
itiiit 



Er bildet offenbar das Pendant zu dem in der Nähe gefundenen TJB. 1889 
S. 28L 

Eins der bekannten archaischen Gräber, aber schon durchsucht und nur 
mit ärmlichen Resten der Grabbeigaben, ist gefunden neben Palazzo Bran- 
caccio, an der Ecke von Via Gio. Lanza und Via delle Sette Säle (Notizie 
p. 229); Vasenscherben ähnlicher Epoche liinter der Apsis von S. Martine ai 
Monti {Notizie p. 264). 

LANCiAm, singolare scoperta in via Cavour {Ball, comun. p. 285. 286; vgl. 

Notizie p. 88). 
beschreibt eine Senkgrube {pozzo nero) welche in Privatgebäuden am Abhang 
des Esquilin unter S. Pietro in Vincoli {iiel punto ovo le vie Giovanni Lanza 
e di S. Lucia in Seid cadono nella via Gaconr: s. den Plan TJB. 1891 



VIERTER JAHRESBERICHT TIERER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 2!»9 

S. 306) gefunden ist. Lanciani Scigt, dass diese Anlage die erste der Art sei, 
die er bei seiner langjährigen Ausgrabungsthätigkeit gesehen habe. Einige 
Ziegel tragen die Stempel CIL. XV 464 und 500, beide vom J. 123 n. Chr. 

Unbedeutend sind die Funde unter dem Neubau der Scuola di appli- 
cazione per gli ingegneri bei S. Pietro in Vincoli (grosse Fundamentmauern 
aus Tuff, 14,55 von der Ostseite der Kirche und dieser parallel; Ziegelmauern 
n. s. w.). Notizie p. 264. 312. 

Das Gleiche gilt von den unter dem neuen Gebäude der Religiosi Oblati, 
zwischen Via S. Pietro in Vincoli und Via dei Serpenti aufgefundenen Mauer- 
und sonstigen Resten {Notizie p. 312). 

Lanciani, gli edifizi della prefettura urbana fra la Tellure e le terme di 
Tito e di Traiano (Ragionamento letto il giorno 19 febbraio nella 
riunione delVIstltuto archeologico Germanica tenuta in onore del comm. 
G. B. de Rossi). Bull, comun. p. 19-37 

knüpft an die von Gatti und mir Bull, comun. 1891 p. 342-368 bekannt ge- 
machten Fragmente (vgl. TJB. 1891 S. 278) von Edicten der Stadtpräfecten an, 
welche grossenteils in Via della Polveriera gefunden sind. Lanciani nimmt an, 
dass von solchen und ähnlichen Aktenstücken, deren Originale in der Registra- 
tur des Stadtpräfecten lagen, Abschriften auf Marmor in einem dem Publicum 
zugänglichen Lokal aufgestellt wurden. Die Inschrift von Skaptoparene (TJB, 
1891 S. 305) lehrt uns, dass der kaiserliche Bescheid auf die Bittschrift jener 
thrakischen Gemeinde angeschlagen war in porticu thermarum Traianarum. 
Dasselbe Lokal bezeichnet genauer die von Lanciani selbst Bull, comun. 1882 
p. 161 publizirte, jetzt von ihm etwas anders ergänzte Inschrift: 



salvis d 

porti 

secreta 



uice sacr 

congruen' 

pe 



D • NN • INCLyTIS SEMPER AVGG 
CVM • SCRINIIS TELLvRENSIS 
RH TRIBVNaLiB • ADHERENTEM 
RIVS BeLLiCIVS • VC • PRAEF • VRE 

A IVDICANS RESTITVTO 
TER VRBANAE SEDIS HONORE 
RFECIT 



Der stein ist gefunden im Garten der Padri Maroniti von S. Pietro in Vin- 
coli, in unmittelbarer Nähe der Titus (= Trajans) thermen und der Via della 
Polveriera. Das Amtslokal des Stadtpräfecten wird demnach zu suchen sein 
in dem Terrain zwischen Via S. Pietro in Vincoli, della Polveriera, del Co- 
losseo, dell'Agnello. Auch sonst fehlt es in diesem Gebiete nicht an epi.gi-a- 
phischen Funden, welche mit der Stadtpräfectur in Beziehung stehen: am 
interessantesten unter ihnen ist ein Stein, welcher gleichfalls die öffentlich 
aufgestellte Marmorcopie eines im Archiv liegenden Schriftstücks repräsentirt. 

20 



300 OH. HÜLSEN 

nämlich das Edict des Turcius Apronianus (Präfekt 363/64 n. Ch.) über den 
Verkauf des Schlaclitvielis nach Gewicht {CIL. VI 1770). Statt der im Corpus 
gegebenen etwas unklaren Ortsangaben bringt L. aus den Collectaneen des Ti- 
motheus Balbanus (1465, s. meine Mittheilung bei De Eossi Inscr. Christ. 11, 1 
p. 389) die Angabe bei: in ecclesia S. Mariae in monislerio prope S. Petri 
ad vincula, und weist nach, dass diese Kirche gegenüber von S. Pietro in 
Vincoli gelegen habe (2). Auch das kleine von Gatti Bull, comun. 1890 p. 176, 
und von mir in diesen Mittheilungen 1890 p. 46 veröffentlichte Stück eines 
Marmorplans mit Namensbeischriften kann sehr wohl, wie Lanciani p. 37 
vermuthet, von einem grösseren in äev porticus lejum angeschlagenen Dokument 
herrühren. Nicht zufällig ist auch die Auffindung der drei vom Stadtpräfekten 
d. J. 355 n. Chr. Fabius Pasifilus Paulinus gesetzten Basen ' in ipso trivio 
euntibus a bustis Galileis ad S. Petri in vincula ' ' nella crocevia di S. Pietro 
in Vincoli ' (i) ; wogegen der Umstand, dass mancherlei Ehrenschriften für 
Präfekten oder Familienangehörige derselben {CIL. VI 1674: Aemilia An- 



(1) Der Stein, jetzt im Treppenhause des Conservatorenplastes, auch von 
mir revidirt. Dass Z. 2 Anfang CVM und nicht gvm steht, bewies auch ein 
von L. in der Institutssitzung vorgelegter Abklatsch. Die früheren Vorschläge 
L.'s. [porticum le'jgum und Mommsens [telraste^gum werden dadurch beseitigt. 

(2) Auch die zweite Basis des Turcius Apronianus (C. VI 1771), über die 
Entschädigung der suarii aus dem canon vinarius, sucht Lanciani in die Reihe 
der in der Stadtpräfectur aufgestellten Documente zu ziehen, ist aber in der 
Behandlung derselben wenig glücklich. Der Stein ist allein abgeschrieben von 
Jucundus in ' quodam sacello extra portam montis 3Iali ' d. h. vor porta An- 
gelica. An einen lapsus memoriae des Jucundus zu denken ist ganz unnötig: 
mir scheint es viel naheliegender zu schliessen, dass, wie von dem Edict des 
Claudius Julius Ecclesius Dynamius de fraudibus molendinariorum eine Ab- 
schrift bei den Mühlen auf dem Janiculum aufgestellt war, so auch der von 
Jucundus im transtiberinischen Gebiete gesehene Stein eine bestimmte locale 
Beziehung hatte. Lag etwa in der 14'<^" Region der caynpus pecuariusf — Lan- 
ciani aber fährt fort: ma si ammetta pure il fatto della translazione dal Cispio 
al Monte Vatienno. Rimane sempre indubitata la provenienza da S._ Pietro 
in Vincoli. Infatti Vuno e Valtro documento sono incisi in lastre di marmo 
di uguale larghezza, vale a dire ehe ogni Linea contiene in media Vistesso 
numero di leitere o di spazii {il secondo editto n. 1771 era forse piü largo 
di 'iO centimetri). Diese frappirende Uebereinstimmung erklärt sich sehr ein- 
fach daraus, dass n. 1771 nur in der einzigen Abschrift des Jucundus, ohne 
Zeilentheilung, überliefert ist, und dass Henzen für den Druck im Corpus die 
Zeilenlänge nach der vorhergehenden n. 1770 gerichtet hat. Die Folgerangen 
L., s. über die Aufstellung der Documente (p. 26. 27: considerando che i due 
cditti 1770 e 1771 sono incisi in lastre di uguale larghezza,_ e probabde 
che quella parete fosse divisa in compartimetiii o spazii capaci di contenere 
(iascuno due o tre di queste lastre di misura uniforme) werden damit hinfällig. 

(3) Auch hier geht L. entschieden zu weit in dem Bestreben, von Prä- 
fecten gesetzte Ehrenbasen unbekannten Fundorts, wie CIL. VI 1155. 1156 
mit der von ihm behandelten Localität in Beziehung zu setzen. Dagegen fehlen 
bei L. zwei neue Funde aus dieser Gegend: Insclirift eines \praef. urbis v. 
c. e']t inl. [vice sacra iudi]cans, gefunden beim Bau der neuen Schule Vittorino 
da Feltre in via della Polveriera; Basis eines... lulianus v. c. praef. iirbis, 
gefunden neWarea deqli orti qiä Massimo a Nord del Colosseo {Aotizie 1888 
p. 275; Bull. com. 1888 p. 209). 



A'IERTER JAHRESIiERICHT lEBER TOPOGRAPHIE DER STAI;T ROM 301 

dronica neptis urhi jiraefecti; 1714: Tjirannin Anicla Juliana, Gattin des 
Q. Cliidius Hermogenianus Olybrius) in der Nähe der Titustliermcn und der 
Kirche S. Pietro in Vincoli gefunden resp. zuerst abgeschrieben sind, von Lanc. 
selbst mit Recht als minderen Belangs bezeichnet wird. 

Das Resultat von Lancianis Untersuchungen über das Local des secreta- 
rium tellurense führt aber weiter zu Folgerungen über die Lage des uralten 
Tellus-Tempels selbst. Lanciani hatte diesem früher (z. B. Bull, comun. 1882 
p. 163) die Reste unter Torre dei Conti zugeschrieben : jetzt nimmt er diese 
Meinung, gewiss mit Recht, zurück, und vermuthet, dass der Tempel viel näher 
der Kirche S. Pietro in vincoli und der Via della Polveriera gesucht werden 
müsse. Zur genaueren Ortsbestimmung fehlen uns bisher die Mittel. Lanciani 
bringt zur Lösung des Problems zwei Argumente bei ('): erstens einen Bericht 
über Ausgrabungen die um 1550 bei der kleinen Kirche S. Andrea in Portu- 
gallo (s. d. Plan TJB. 1891 S. 291) gemacht sein sollen. Da Ligorius (cod. 
Paris. 1129 f. 307) der einzige Gewährsmann für die Detailangaben betr. 
Plan des Tempels, Inschriften mit dem Namen der Tellus u. s. w. ist, bleibt 
ihre Verwendbarkeit höchst zweifelhaft : und nicht besser steht es leider mit 
dem zweiten Zeugnis, auf welches L. grösseres Gewicht legt, dem angeb- 
lich auf antiker Tradition beruhenden Kirchennaraen S. Salvatore in Tellure {^). 
Allerdings gab eine kleine Kirche, deren im 12'8n bis IS*^"* Jhdt. öfter er- 
wähnte Beinamen an in Tellure anklingt, aber die einzigen wirklichen Zeugen, 
die Mirabilien in dem Kapitel de locis quae inveniuntur in passionibus mar- 
tyrum i^), der Turiner Kirchenkatalog (■*), endlich Poggio de varietate fortu- 
nae i^), von dem vielleicht Albertinus {^) abhängig ist, bezeugen ganz unzwei- 
deutig, dass die Kirche im Thale zwischen Palatin und Kapitol, genauer zwi- 
schen S. Teodoro und der Consolazione gelegen gewesen ist. Auch haben 
sie keineswegs die Namensform in Tellure, sondern de Ludo, in Tellude, 



(1) über das Fragment FÜR. 6 und die von Elter daran geknüpften sehr 
beachtenswerthen Combinationen (s. TJB 1891 S. 305) spricht sich L. über- 
haupt nicht aus. 

{-) wenig correct ist was Armellini chiese di Roma p. 171 über diese 
Kirche beibringt. Er behauptet, sie werde in qualche codice chiamata in Tel- 
lure und citirt dafür Marangoni delle cose gentilesche p. 268 (da stehen nur 
zwei Citate auf Marliani und Albertinus; s. u.) sowie den Katalog des Nie. 
Signorili, in dem der Kirchennamen überhaupt nicht vorkommt. 

(3) p. 617 Jord. : in Tellure id est in canapara ubi fuit domus Telluris. 
Ueber Canapara und S. Maria in Canapara vgl. Jordan 2, 150 ; Armellini 
chiese di Borna p. 530. 

(*) Der Katalog nennt p. 54 ed. Arm. S. Salvatoris de ludo zwischen 
S. Anastasia und S. Cesareo in Palatio d. h. gerade in der Canapara, und nicht 
wie Lanciani S. 33 behauptet a casaccio — was gar nicht die Art dieses wich- 
tigen Dokuments ist ! 

(3) p. 505 des Abdrucks in Sallengres Thesnur. vol. I nach Erwähnung 
des Achtsäulentempels (Saturn): ex adverso aedes erat Telluris, cuius nulla 
extant vestigia; Salvatorem in tellumine hodie vocant, pro tellure tellumen 
corrupto vocabulo dicentes. 

(ö) p. 33' ed. 1 523 (nach Erwähnung des Conservatorenpalastes) : non 
longe a quo erat templum Telluris, tibi nunc est ecclesia S. Savatoris intra 
Tellure. 



302 CH- HÜLSEN 

in Tellumine. Diese Kirche scheint Anfangs des Ißteu Jhdts, vielleicht uia die 
Zeit des sacco di Roma, spurlos verschwunden zu sein: jedenfalls wird sie 
später nie mehr erwähnt. Wohl aber taucht, nachdem durch Fulvius Marliani 
u. a. die antiken Zeugnisse über die Lage des Tellus-Tempels in Carinis 
bekannt geworden sind, eine Kirche S. Salvatoris in Tellure gegenüber 
S. Pietro in Yincoli auf(i), welche die älteren Verzeichnisse nicht kennen. 
Es ist ohne Zweifel eine willkürliche Umtaufe des Kirchleins S. Salvatoris 
de tribus imaginibus (über welches Armellini p. 223 zu vergleichen ist): 
ebenso hat die Kirche S. Pantaleo de tribus foris durch falsche Gelehrsam- 
keit der Astygraphen des Ißten u. 17ten Jhdts. zu ihrem traditionellen Bei- 
namen noch den in tellure bekommen, der natürlich ohne jede Gewähr ist. 
Beide Namen aber schleppen sich dann durch die topographischen Bücher 
als Zeugnisse für die Lage des Tempels fort. Dass sie noch in den neusten 
Untersuchungen eine ganz ungerechtfertigte Rolle spielen, kann man aus 
Becker Top. S. 525. 528; Urlichs röm. Topogr. in Leipzig S. 118; Jordan 2, 
S. 38L 489 ersehen. Wann werden wir einmal eine ordentliche Roma ex 
ethnica sacra bekommen, die gründlich aufräumt mit diesen Scheinzeug- 
nissen, welche für die römische Topographie ebensoviel Confusion anrichten, 
wie die falschen Neutaufen von Orten für die antike Geographie ? — Die 
Reste zweier kleinen mittelalterlichen Kirchen, welche Lanciani p. 33. 34 
unweit der Salita di S. Pietro in Yincoli constatirt hat, können sehr wohl 
anderen unter der zahlreichen Kultusgebäuden dieser Gegend angehört haben 
(Lanc. S. 32 Anm. 1 zählt zehn solche auf). — Wenn wir aber auch fürs 
erste auf eine genaue Lokalisirung des Tellus-Tempels verzichten müssen, so 
bezeichnet doch L.'s. Aufsatz jedenfalls einen grossen Fortschritt in unserer 
Kenntniss der schwierigen Topographie der vierten Region. 

VlMINAL. 

Unter des Kirche S. Lorenzo in Panisperna und dem früheren Kloster- 
gebäude, jetzt R. Istituto Chimico, sind allerlei Reste von Privatbauten (Ziegel 
und Tuffreticulat), Mosaikfussböden, Abzugskänale im Hügeltuflf u. s. w. ge- 
funden {Notizie p. 475-477). 

QUIRINAL. 

Die Hoffnung, dass die Arbeiten für die ausserhalb der Mauer östlich des 
Prätorianerlagers zu erbauende grosse Poliklinik auch archaeolngisch und to- 
])ographisch interessante Reste zu Tage fördern würde (TJB. 1889 S. 277) hat 
sich bisher nicht bestätigt; die Funde des letzten Jahres {Notizie p. 42. 50. 
112. 160; Bull. comun.\). «2. 83. 188) sind von der gleichen öden Bedeutungs- 
losigkeit wie die TJB. 1890 S. IIG; 1891 S. 312 erwähnten. 

(1) Ich finde keine ältere Erwähnung als in der von <!. Ferrucci ver- 
schlimmbesserten Ausgabe von Marlianis Topographie (Venet. 1588 1. IIL 
cap. 12); in dem ächten Marliani (1534. 1541) fehlt gerade der Satz mit dem 
angeblichen Kirchennamen. Daraus schreiben dann die späteren (auch Torrigio 
historia di S. Teodoro p. 248 f.) ab. 



VIERTER JAHRESBERICHT (lEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 303 

Nachgrabungen im Terrain dea neuen * Grand Hotel ' (zwischen Via Venti 
Settembre und Piazza delle Terme, über der ersten runden Exedra des nörd- 
lichen Peribolus der Thermen, s. d. Plan TJB. 1891 S. 310) geben Lanciani 
Bull, comun. p. 275) Anlass zu einigen hypsometrischen Bemerkungen. Dem- 
nach tiel hier der Nordabhang des Quirinals in älterer Zeit, vor der Ein- 
ebnung durch die diokletianischen Bauten, merklich steiler ab. Den tiefsten 
Punkt bezeichnet etwa der Fontanone deWAcqua Feiice, wo bei 4.50 m. Tiefe 
das terreno vergine noch nicht erreicht war. 

Unter der neuen Kirche der PP. Maristi an der Ecke von Via Cernaia 
und Via Palestro, ist in einer Tiefe von 12 m unter dem Pflaster ein weitver- 
zweigtes Netz von Latomien im HügeltufF gefunden {Notizie p. 265. 406). Lan- 
ciani {Bull, comun. p. 283-285) verknüpft diese mit gleichzeitigen (unter dem 
Terrain der englischen Botschaft, früher Villa Torlonia bei Porta Pia) und 
älteren Funden ('), und betont die Wichtigkeit welche sie für Bestimmung 
des Laufes der fossa aggeris Serviani haben (Vgl. Canevari atti dei Lincei II, 
2 p. 434). 

Gering ist auch der Ertrag, den die Fortsetzung des Baues der neuen Banca 
Nasionale in der gleichnamigen Via gewährt hat (Notisie 164. 312. 406.477). 
Erwähnenswert ist die Constatirung grosser Mauern aus Tuffquadern welche 
Not. p. 313 vermutungsweise in Verbindung gebracht werden mit ähnlichen 
vor acht Jahren an der Salita del Grillo gefundenen (Bull, comun. 1886 p. 305). 
Ziegelbauten aus der Kaiserzeit, sieben Meter unter modernem Boden (Stempel 
CIL. XV, 479« V. J. 123 u. A.) erwähnt Marchetti Bull, comun. p. 148. 
149. — In der Nähe fand man eine Marmorplatte mit folgender Inschrift : L. 
Virio Lupo fuliano pr{aetori) | allecto inter quMestor{ios) \ legato prov{in- 
ciae) Lyciae Pamphyliae | Illvir. cap{itali) VIvir. equitum Romanor{um) 
Salio Collino, patrono optimo | lilncomparabili Colonicus li\bertus\. Der Stein 
ist jetzt im Museum der Diocletiansthermen {Notizie p. 159; Bull, comun. 365). 

Lanciani, Porta Salutare {Bull, comun. p. 271-275; tav. XV fig. 2). 
beschreibt einen unter Casa Crawshey zwischen Via Quattro Fontane, Via 
dei Giardini, Via Venti Settembre gefundenen Treppenaufgang (11 in den 

(1) Eine Notiz über solche Latomien die, weil an einem etwas versteckten 
Orte gedruckt, allen Neueren entgangen zu sein scheint, mag trotz ihrer hand- 
greiflichen Aufschneidereien ein Plätzchen finden. Sie steht in den alVistanza 
di Mauritio Bona von Giacomo Mascardi 1625 verlebten ' Gase maravigliose 
delValma cittä di Roma \ Auf S. 76 sagt der Vf., bei Erwähnung der Diocle- 
tiansthermen und der Kirche S. Maria degli Angeli : ' dentro di esse terme si 
trovano motte vie, e porte, come quelle sotto l Antoniane, dove io sono stato 
un gran pezzo dentro, e mi e stato (detto) dopo da un venerando frate, che 
vi sono grotte, e secrete di sotto, che vanno Vuna in Campidoglio, e Valtra 
a S. Sehastiano, e la terza va di sotto il Tevere in Vaticano; ma non vi 
sono mai stato, e desiderarei molto di andarvi; e mi mostrd benenella vigna 
dietro alla Botte certa grotta, dove una sera con altri io volsi entrare, et 
andammo secondo il giudizio nostro da mezo miglio a man dritta; ma 
perdonaretemi che mi e forza di tornare indietro ehe saria troppo errore 
passare cosl belle cose in silenzio. 



304 CH. HÜLSEN 

Tuff geschnittene Stufen, je 0,21 hoch, 2,90 breit, die Seitenwände aus Qua- 
dern von 0,59 m. Höhe). Tutta Vopera e manifestamente anteriore alla re- 
pubblica e mi sembra costituire Ja linea (Timione fra le mura cli Servio e 
il Gampidoglio vecchio, sagt Lanciani. Das letztere wird man billigen können, 
in dem Sinne dass der Treppengang von einem Thore der Serviusmauer, welches 
wir im Zuge der Via Quattro Fontane vermuten müssen, auf die Quirinals- 
höhe geführt habe. Dass aber diese Reste in die Königszeit ziirückreichen, 
wird mau angesichts der durchgehenden Anwendung des nachdecemviralen Fuss- 
masses von 0,29 m, ebenso wenig zugeben wie den Namen Porta Salutaris. 
Nach den schönen Erörterungen Wissowas (Hermes 1891, vgl. TJB 1891 S. 312 
137 ff.) ist dafür Porta Quirinalis zu setzen. Wissowas Aufsatz ist Lanciani 
ebenso unbekannt geblieben, wie die Bemerkungen TJB. 1890. S. 119 ff. Von 
älterer Litteratur hätte bei Besprechung des Nymphaeim ßarberinianum die 
kleine Broschüre des L. Holstenius: Vetiis pictura Nymph'aeum referens 
(Romae, Typis Barberinis 1676 fol.) nicht fehlen sollen. 

Dass in zwei Bildwerken der Sammlung Ludovisi, einem schon zum 
alten Bestände gehörigen archaischen Kopf (Schreiber S. 59) und dem neuer- 
dings in der Villa selbst gefundenen schönen Marmorthron {Bull, comun. 1887 
tav. XV) als Reste des kolossalen Kultbildes der Venus Erycina zu er- 
kennen sind, welches vermutlich 181 v. Ch. aus Sicilien nach dem Tempel 
prope p ort am C ollin am übergeführt ist, hat Petersen (Rom. Mittei- 
lungen S. 32-80, bes. S. 77) überzeugend dargethan. 

Das Marsfeld. 

Regio VII {Via lata). Bei Anlage des neuen ancensore von Piazza 
di Spagna nach Trinitä dei Monti stiess man im Vicolo del Bottino auf eine 
grosse antike Ziegelmauer {Notizie p. 343). 

Im vorigen TJB S. 315 ist der Bericht über eine i. J. 1740 bei 
Palazzo Fiano gemachte Ausgrabung erwähnt, welchen Lanciani Bull, 
comun. 1891 p. 18-23 als ganz neu gegeben hatte. Er hat dabei (ebenso 
wie ich) eine beachtenswerthe Stelle in Venuti's Roma antica übersehen, 
welche seine Aufstellungen zum Teil corrigirt. Negli annni scorsi, sagt 
Venuti (tom. II p. 82 ed. Piale) volendosi rifabbricare dal Duca di Fiano le case 
che prima dicevansi ' del Letterato ' in faccia al suo palaszo, ove era la detta 
memoria di marmo (die auf Demolirung des Bogens bezügliche Inschrift 
Alexanders VII) /"« ritrovato il basamento deWarco composto di gran tra- 
vertini, e una colonna lavorata a scuUura di tre figure che si conserva nel 
detto palazzo, e nel nuovo muro vi fü rimessa la memoria di Alessandro VIP. 
Es erhellt daraus, dass der i. J. 1740 ausgegrabene Pfeiler nicht der westli- 
chen sondern der östlichen Seite des Monuments angehörte (*). Ueber den 
Verbleib der sculpirten Säule weiss ich nichts anzugeben. 

(!) Auch Ficoroni vestigia di Roma I p. 8 (1744) spricht von una parte 
delVossatura {delVarco) che P alla metä di questa via del Corso nelVangolo 
a sinistra dlcontro a quello del Palazzo de' Duchi di Fiano. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE IjER STAUT ROM o05 

Lanciani, Porticus Vipsania {Bull, comwi. p. 279-279). 

Unter dem Pflaster der Via della Rosa (am östlichen Ende der erwei- 
terten Piazza Colonna) fand man einen Ziegelpfeiler mit Bogen (vgl. Notizie 
p. 313) der zu demselben grossen Gebäude gehört, wie die von Lanciani Iti- 
nerario di Einskleln p. 33 if. (vgl. TJB. 1891 S. 315) behandelten. Höchst 
wahrscheinlich haben wir darin Reste der Porticus Vipsania [P. Gyptiani bei 
den Regionariern) zu erkennen, welche sich an der Ostseite der Corso von 
S. Silvestro in Capite bis zur Aqua Virgo (unter Pal. Sciarra) erstreckte. 
Oestlich von ihr dehnten sich die Gärten des Agrippa {Vipsaniae laurus: Mar- 
tial. I, 108, 3 vgl. V. 20: campus, porticus, umbra, Virgo, thermae) aus: und 
in der That ist in der ganzen Zone von S. Claudio bis Fontana Trevi kein Rest 
eines bedeutenden römischen Baus gefunden (die ungenauen Angaben Armel- 
linis, cMese di Roma p. 277, über antike Reste unter S. Maria dei Crociferi 
werden corrigirt; es handelt sich da um einen Bau aus der Verfallzeif. 

Regio IX {Circus Flaminius). Nördlicher Teil. Auf Piazza del- 
rOrologio, an der Ecke von via dei Banchi vecchi, stiess man auf Ziegelmauern 
aus guter Kaiserzeit {Notizie 408). 

Im kleinen Garten des Senatspalastes, nach Via dei Staderari zu, sind, 
4,10 m. unter dem jetzigen Niveau, Reste der thermae Neronianae-Alexandrinae 
(Ziegelmauern und Granitsäulen) gefunden {Notizie p. 265). 

Das Pantheon. 

L. Beltrami, Notizie degli scavi p. 88-90 {vgl. Rendiconti dei Lincei289 f.). 
R. Lanciani, la controversia sul Pantheon. Bull, comunale p. 150-159. 

E. GuiLLAUME, Le Pantheon d' Agrippa. Revue des deux mondes tom. 112 

fasc. 3 (aoüt) p. 562-581. 
A. Michaelis, das Pantheon. Preuss. Jahrbücher 1893 S. 208-224. 
0. Richter, das Pantheon. Archäol. Anzeiger 1893 S. 1-5. 

F. Adler, Vortrag in der Berliner archäologischen Gesellschaft Maisitzung 1893 

(Pteferat Wochenschrift für klassische Philologie 1893 n. 27 S. 753 ff. = 
Berliner philologische Wochenschrift 1893 n. 33. 34 S. 1078 0".; Deutsche 
Litteraturzeitung 1893 n. 27 S. 858 f.). 
J. Dell, das Pantheon in Rom. Lützows Zeitschrift für bildende Kunst 1893 
S. 273-278 (i). 

(1) ein auf der Wiener Philologenversammlung gehaltener Vortrag Dells 
über das gleiche Thema ist mir bisher nicht zugänglich. Die zahlreichen Auf- 
sätze in Zeitschriften, welche aus zweiter Hand, besonders nach Guillaume 
und Lanciani, berichten (z. B. Builder n. 2598, November; AudoUeut revue 
de rhistoire des rdigions 1893 p. 13.3-144) können hier nicht aufgezählt 
werden. — Hoffentlich knüpft sich an die neuen Entdeckungen kein uner- 
freulicher und unnützer Streit über die Priorität. Auch den Aufsatz des Hrn. 
F. Bongioannini, il Pantheon di Agrippa {Nuova Antologia vol. 41 p. 87-101), 
der hav'iptsächlich beweisen will, dass Chedannes Resultate eigentlich der 
italiänischen ' Ammin istrazione ' verdankt werden, können wir bei Seite lassen, 
da er zur Sache nichts wesentliches beibringt. 



306 CH. HÜLSEN 

Wenige moderne Forschungen über römische Baugeschichte haben auch 
in weiteren Kreisen so grosses Interesse erregt, wie die über das Pantheon, 
welche uns das überraschende Resultat geliefert haben, dass dies Gebäude, 
welches wir gewohnt Avaren als die grossartigste Manifestation des architekto- 
nischen Könnens der Römer, als die höchste, wenn nicht einzige Leistung der 
augustischen Epoche zu betrachten (v. Sybel, Weltgeschichte der Kunst S. 385), 
mehr als ein Jahrhundert jünger ist. Ganz neu sind zwar die Zweifel an dem 
augustischen Ursprung des Pantheons nicht. Zuerst war es H. Dressel, der 
auf Grund seiner Forschungen über die Ziegelinschriften des Pantheons {Bull. 
delV Instituto 1885 p. 69 ; CIL. XV p. 9) entschieden ausgesprochen hat : muros 
huius aedificii nee primos esse nee aetate Agrippae extructos, sed saeculo 
altero refectos vel certe novo opere latericio indiictos. Im Sommer 1890 hat 
sodann der österreichische Architekt H. Dell den Bau untersucht und neu 
aufgenommen: sein Resultat, dass die ganze Rotunde ein hadrianischer 
Neubau sei, hat er schon damals in Rom ausgesprochen, und ist nur durch 
äussere Verhältnisse bisher nicht zur Veröffentlichung seiner Studien gelangt. 
Das Verdienst aber die ganze Frage öffentlich wieder aufgenommen und das 
Interesse für dieselbe auch weiteren Kreisen vermittelt zu haben, gebührt dem 
französischen Architekten Chedanne, welcher, unabhängig von den eben ge- 
nannten Vorgängern, im Winter 1891/92 nicht nur das ganze Gebäude mit 
minutiöser Genauigkeit aufgenommen hat, sondern auch in der glücklichen Lage 
war, mit Erlaubnis des italiänischen Ministeriums über die Konstruktion 
desselben sehr viel eindringendere Studien zu machen als irgend jemand vor 
ihm. Chedannes zahlreiche und durch ihre meisterhafte Darstellung fesselnden 
Originalstudien waren im Mai 189o in Villa Medici ausgestellt: ihre Ver- 
öffentlichung wird in den Restaurations des monuments antiques, wie wir 
hoffen und wünschen bald, erfolgen. Vor dem Erscheinen derselben bleibt jede 
Besprechung der einschlägigen Probleme provisorisch: im folgenden sollen 
hauptsächlich die sicheren neuen Resultate kurz resümirt werden. Sie be- 
treffen erstens die Konstruktion, zweitens die Geschichte des Pantheons. 

1. Die Konstruktion des Pantheons. Chedannes Arbeit begann 
mit einer sehr detaillirten Neuaufnahme des Grundrisses. Mancherlei Berich- 
tigungen, die sich dabei zu den bisher bekannten ergaben, führten ihn zu der 
Überzeugung, dass die von bedeutenden französischen Autoritäten (namentlich 
Viollet-le-Duc) aufgestellte These, es seien beim Pantheon Konstruktion und De- 
koration ohne innere Beziehung, und die letztere recht willkührlich auf die 
erstere aufgetragen, nicht haltbar sei, dass vielmehr Konstruction und Deko- 
ration ein untrennbares Ganze bildeten. Den strikten Beweis dafür konnte 
natürlich nur eine Untersuchung des Hochbaus in allen seinen Teilen liefern. 
Erwünschte Gelegenheit dazu bot der Umstand, dass infolge des Eindringens 
von Feuchtigkeit die unteren Kassettenreihen der Kuppel über der westlichen 
Nische (mit dem Grabe Victor Emanuels) Beschädigungen zeigten, die eine 
Reparatur notwendig machten. Auf Chedannes Anregung wurde die Ziegel- 
konstruktion mehrerer Kassetten der untersten und der nächstfolgenden Reihe 
blosgclegt (die Abbildungen S. 307 zeigen die freigelegten Teile, deren Aus- 
dehnung wie man sieht, gering ist). Piranesi hat hier, entsprechend den 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



307 



Nischen des Untergeschosses, grosse halbkreisförmige Enstlastungsbögen an- 
gegeben, welche ohne jede Eücksicht auf die Kassettendekoration in die 




HAVPTACHSE 




Kuppelschale eingezogen sind. Sie müssten nach ihren Dimensionen etwa 
bis zur Höhe der zweiten Kassettenreihe reichen, bis wohin sich jedoch die 
Untersuchung nicht erstreckt hat. Dass die bei Z zu bemerkenden etwa in 



308 CH. HÜLSEN 

der geforderten Eichtung lagernden Ziegel den unteren Theilen eines solchen 
Bogens angehören ist kaum möglich. — Neu und interessant ist. dass in der 
Sehne dieses vorauszusetzenden grössern drei kleine Halbkreishögen ange- 
bracht sind (Beltrami Notizie degli scavi 89). Diese liegen genau senkrecht 
über den Intercolumnien der unteren Nischen : und zwar folgen die kleineren 
Bögen nicht der Steigung der Kuppel, sondern stehen genau vertikal. Die 
zwischenliegenden Teile bestehen aus horizontalen Ziegelschichten, welche mit 
einer Neigung von 1:10 nach innen aufgemauert, und duich einen besonders 
festen schwarzen Puzzolanmörtel verbunden sind (i). 




Die höheren Schichten der Kuppel, in welche Piranesi (und nach ihm 
z. B. Canina und Durm) ein höchst complicirtes System von Pappen und Stre- 
bebogen eingezeichnet haben, sind durch die neuesten Untersuchungen (wie 



(1) Dass « die ganze Kuppel aus horizontal geschichten Ziegeln von 2 
Fuss im Quadrat besteht » (Richter Arch. Anz. S. 1) ist ein Irrtum: die ofBziellen 
Jielation (Beltrami a. a. 0) giebt nur an dass la costruzione della cupola sia 
statu iniziata a strati orizzontali di laterizi collegati con malta di poz- 
zolana nera molto tenace. Adler hat jener Behauptung aus statischen und 
bautechnischen Gründe sogleich widersprochen. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



309 



obige Abbildungen zeigen) bislier nicht berührt worden. Das Interesse, wel- 
ches dieser vollkommenste Rundbau aller Zeiten stets erregt hat, und das Dun- 
kel, welches bisher über der Konstruktion der Kuppel schwebte (s. Durni Bauk. 
d. Römer S. 184.; v. Sybel Weltgeschichte d. K. S.38><) mag erklären, wenn 
in beistehender Figur ein Vorschlag zur Lösung gemacht wird mit Hülfe eines 




Dokuments, dem auch in den neuesten Untersuchungen, wie mir scheint, nicht 
die gebührende Aufmerksamkeit geschenkt wird. Ich meine eine Zeichnung 
A. da Sangallos des Jüngeren (üffizien), welche H. v. Geymüller in den Docu- 
ments inSdits sur les thermes d^Agrippa etc. fiig. 7 in vorzüglicher Heliogravüre, 
Lanciani ancient Rome in the light of recent discoveries p. 24 'in Zinkogra- 



310 CH. HÜLSEN 

phie herausgegeben hat. Die Figur S. 308 wiederholt die Zeichnung San- 
gallos so weit sie sich auf das Pantheon bezieht (mit Weglassung der 
kleinen Grundriss-und Aufrissskizze für S. Peter). Sangallo zeichnet über 
der ' finestra della ritonda ' eine Zone von grossen halbkreisförmigen Back- 
steinbogen, darüber, in einem Abstände von vier braccia {= ni. 2,32) drei hori- 
zontale Schichten grosser ' tegole \ Die Construction der Pantheonskuppel 
dürfte demnach der sog. ' Minerva Medica ' und dem ' tempio della Tosse ' 
ähnlich, und die Stabilität der Kuppelschale mehr der vorzüglichen Bin- 
dekraft des Mörtels, als einem fein durchdachten System von Tragebögen und 
Rippen zu verdanken sein. Den horizontalen Plattenringen haben wir einen 
Abstand von 2,59 m. {= 10 Fuss) gegeben : die Zwischenräume zwischen ihnen 
und den nach dem Lichtring zu aufstrebenden Backsteinrippen sind mit Guss- 
gemäuer ausgefüllt zu denken. Dass solches beim Pantheon vorhanden ge- 
wesen sei, bezeugt ausdrücklich Winckelmann (i), welcher zwar nicht Augen- 
zeuge der Posischen Restauration (1747) gewesen, aber doch wenige Jahre 
später nach Rom gekommen ist und über die Details wohl unterrichtet sein 
konnte. 

Kehren wir zu unserem Referat über Chedannes Forschungen zurück. 
Nachdem er die enge Beziehung der Bogeuconstruction im Kuppelansatz zu 
der über den Nischen des unteren Stockwerks erkannt hatte, richtete er seine 
Aufmerksamkeit auf die Construction der unteren Cylinderfläche und der zwi- 
schen ihr und der Kuppel liegenden, mit P. Posis Dekoration verunzierten 
Attika. Es wurde auch hier an mehreren Stellen der Putz abgeschlagen, und 
der Ziegelkern des Rundbaus blossgelegt. Was man dabei fand, bestätigte aller- 
dings im Wesentlichen die schon früher von Piranesi und Isabelle {les edifices 
circulaires pl. 14. 14'') gegebenen Details, lieber den drei Intercolumnien der 
grossen Nischen z. B. kamen die doppelten flachen Entlastungsbögen aus 
Ziegelwerk {^) aufs neue zu Tage. 

Ueber diese Untersuchungen Gh. 's ist bisher nur sehr summarisch be- 
richtet worden: hier treten die Forschungen Dell's, allerdings einstweilen auch 
nur in einem ganz kurzen Resume veröffentlicht, ergänzend ein. 

Dell hat besonders die Konstruktion der die Seitennischen überdeckenden, 
aus grossen bipedales hergestellten Gewölbe genau untersucht. Er kommt zu 
dem Resultat, dass sie " in der Form von kegelförmigen Tonnen ausgeführt 
sind, deren Axen ansteigen, deren Scheitel HS horizontal liegen, und deren 

(1) Osservazioni sulVarchitettura degli antichi nach Fea's Uebersetzung 
der Kunstgeschichte Bd. III S. 28-29: La maniera piü ordinaria (die grossen 
Gewölbe leichter zu machen) era di empiere le volle con delle scorie del Ve- 
suv io . . . . 6'i osserva chinramente questa specie di scorie in antichi edifizj, 
e ne fumno trovate nel Panteon allorche in qiiesti ultimi tempi fä restaurato. 

(2) Dass diese zusammen mit dem sie überspannenden grösseren Bogen 
die hauptsächlichsten Träger der Kuppel gewesen seien (Richter a. a. 0) hat 
Adler (Wochenschr. S. 754) mit Recht zurückgewiesen. " Die Kuppellast ruht 
vielmehr auf den acht Tonnengewölben, welche nach aussen durchbinden, 
und wieder durch acht hohle Hauptpfeiler abgestützt sind » . Durm (Baukunst 
d. Römer S. 187 f.; s. auch Sybel a. a. 0. S. 386) vergleicht die Pantheons- 
Construction mit der des Kölner Doms. 



VIERTER JAHRESBERICHT l'EBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



311 



Spitze S in der Axe des Rundbaus SM sich befindet". Die Reihen aus <,^rossen 
Plattziegeln mussten ursprünglicli eingebaut werden, ihre Stempel sind bestim- 
mend für das Alter des Denkmals; da die hier vorkommenden alle aus der 
Zeit des Hadrian sind, so ist damit entschieden, dass die ganze Rotunde nicht 
aus dem Ite», sondern aus dem Anfange des 2ten Jahrhunderts n. Chr. stammt. 




2. Damit kommen wir auf die neuen Resultate für die B a u g e s c h i c h t e 
des Pantheons. Hr. Dell hatte sich seiner Zeit begnügen müssen die an 
zahlreichen zum Theil sehr schwer zugänglichen Stellen des Baus sichtbaren 
Ziegelstempel zu prüfen: im J. 1892 hat man sich dazu verstanden, an meli- 
reren Stellen in situ befindliche Ziegel, die zweifellos der ursprünglichen 



312 CH. HÜLSEN 

Konstruktion angehören (}), herauszunelimen. Der Befund bestätigt vollkommen 
die obige Ansetzung. Die Notizie degli scavi p. 89 f. verzeichnen: 

1) in den kleinen Entlastungsbögen über dem Gebälk der Nischen: 

ROSCIAN I DOJvIt AGäHOB 

(Isiskopf zwischen Palme und Sistrum) 
CIL. XV, 276; etwa 115-120 n. Chr. 

2) in dem grossen Halbkreisbogen über der ersten Nische r. vom 

Hauptaltar : 

C • AQVILI • APRILIS EX PRAEDI 
CAES • BIPEDALE DOLIA 

(Pinienzapfen) 
CIL. XV, 3G2.; zwischen 123-125 n. Chr. 

3) in den kleinen Entlastungsbögen im Kuppelansatz : 

DOL ANTEROTIS SEVERI 
CAESARIS N 

(ein Exempl. mit Stierkopf in der Mitte, ein anderes mit Hahn) 
CIL. XV, 811 b.c; um 123 n. Chr. (2) 



(1) Adler Wochenschrift (f. klass. Phil. 754) hat die Zulässigkeit des 
chronologischen Schlusses bestreiten wollen, weil, « selbst angenommen dass 
1000 Ziegelstempel des 2*61' Jhdts. gefunden wären, und dass diese wieder das 
Ergebnis aus 10000 mehr oder weniger zerstörten Ziegeln darstellten, diese 
insgesammt nur Vss ", o der Ziegelhaut des Riesenbaus (die A. auf 38000000 be- 
rechnet) repräsentirten".— Leider geht Adlers Rechnung von einer falschen Basis 
aus. In der " Ziegelhaut des Riesenbaus » sind zwei sehr verschiedene Bestandteile 
zu unterscheiden : die aus kleinen Dreieckziegeln hergestellten Verkleidungen 
des Gussmauerwerks des Cylinders, die er. '^ao der Gesammtoberfläche umfassen, 
und die aus grossen Plattziegeln hergestellten Entlastungsbögen, Pavimente und 
Deckenwölbungen (in den halbrunden im Mauerwerk des Cylinders ausgesparten 
Räumen). Was die Dreieckziegel des Pantheon betrifft, so sind weder bei den 
neusten Ausgrabungen, noch in früherer Zeit inschriftlich bezeichnete zu Tage 
gekommen (der Prozentsatz der gestempelten ist bei ihnen überhaupt ge- 
ringer als bei den grossen Platten). Die inschriftlich bezeichneten sind sämtlich 
grosse Platten, deren Gesamtzahl am Pantheon nicht in die Millionen, wenn 
auch wohl in die Zehntausende geht. Wenn nun im vorliegenden Falle, die 
an zwanzig, immer constructiv bedeutsamen, Stellen aufs Gerathewohl heraus- 
genommenen Platten hadrianische und nur liadrianische Stempel zeigen, ist 
der Beweis für hadrianisclien Ursprung vollkommen erbracht, auch wenn die 
Zahl der ermittelten Inschriften nur 1 "o oder noch weniger beträgt. Vgl. die 
methodologischen Erörterungen Dresseis Bull. deWlst. 1885 p. 109. 

(2) Dies ist jedenfalls der von Adler a. a. 0. mehrfach erwähnte « Septi- 
mius Severus-Stemiiel ". lieber die richtige Interpretation und Zeitbestimmung 
vgl. Dressel CIL. XV p. 237. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 313 

4) in den grossen Halbkreisbögen in der unteren Zone der Kuppel: 

DOLaR salvi ANTEROTIS 

(Pinienzapfen) 
CIL. XV 1406; Anfang des 2ten Jhdts n. Chr. 

5) in der unteren Mauer des Tambours, Eundraum hinter der ersten 
Kapelle rechts vom Eingang: 

APRILIS • CN DOMITI AGATJOBYLI 

(Stierkopf zwischen zwei Palmenzweigen) 
CIL. XV 1106^; zwischen 115-120 n. Chr. 

6) Rundraum hinter der ersten Kapelle links vom Eingang: 

TEG DOL • DE • FIG • IV.IÄ. PROCV, 
FLV • NEG 

(bärtiger Kopf) 
CIL. XV 649 a ; 123 n. Chr. 

Es wird nützlich sein, damit die in früheren Zeiten in den Mauern des 
Pantheons constatirten Ziegelstempel, wie sie im 15tei Bande des CIL. pu- 
bliziert sind, zu vergleichen. 

A. Hauptbau, in der äusseren Eundmauer des Tambours: 
inter Coronas prmam et mediam : 

CIL. XV 19«, 1: Bmt{iana) M. R{:u)t{ili) L{upi) | Ha{std) a. 114 
Vopiisco) COS. 

2 Expl. 



20 Z-, 4: Brut(iana) M. R{utüi) L{iipi) 3Iessal{a) a. 115 

et Ped{one) \ cos. 

in Corona media: 
316 a, \: L. BruCtidius Augustalis fec. \ opus do- c. 123-126 

liarae 

2 Expl. 

811 a\;b: 7 dol{iare) Anter otis Sev er i{ani) \ Caesarisn. c. a. 123 

inter coronam ultimam et tholum meridiem versus : 
315, 1: ex figlmis Marcianis \ C. Calpetani Fa- 

voris I doliare. aet. Iladrian 

B, Vo rbau, Obergeschoss, unter dem Fenster des obersten Stockwerks: 

1103, a, \: C. Domiti Diomedis EndL> d. Iten jhdts 



314 CH. HÜLSEN 

nella camera cieca quasi alVincontro delVoratorio del Sagramento : 

315, 1 : ex figlinis Marcianis \ G. Calpetani Favoris] 

doliare aet. Hadrianae 



377, b, 6: Bruttidi Augustalis opus doliar{e) er. 123-126 

C. Inneres, gefunden bei den Posischen Eestaurationen 1747, also wohl 
überwiegend aus der Attika. Alle nur auf Piranesis Abschrift stehend. 

276, 1 : Rosciani Doinil{i) Agathob{uli) 115/120 



315, 5 : ex figlinis Marcianis | C Calpetani Fa- 

voris I doliare aet. Hadrianae 



811, b, 7: doUiare) Anterotis Severi{ani) \ Caesa-\ 

ris n. [ er. 123 

811, /", 40 : doliare | Anterotis | Severi{ani) Cae{saris) ) 

Also auch hier fast nur Stempel aus hadrianischer Zeit: der einzige ältere 
findet sich merkwürdiger Weise im obersten Stockwerke des Vorbaus. 

Ein ganz anders mannigfaltiges Bild ergiebt die Gruppe von Ziegelstem- 
peln, welche i. J. 1882 aus den Verbindungsmauern zwischen Pantheon und 
Agrippathermen, aus den Fussböden und Deckenwölbungen zu Tage gekom- 
men sind. Einige davon hat Lanciani Notisie 1882 p. 356 publiziert: ich gebe 
auch hier meinen Auszug aus CIL. XV, doch bei dem beschränkten Eaume 
nur die Nummern : 

saec. I med.: 1284, 1 

inter a. 60-93: 1000 a, 1 

saec. I ex.: 635 a, 1 

aetatis Traianae: 314, 1; 695, 1 

paulo post 108 : 1008, 1 

inter a. 100112 5 : 1075 b, 32 

a. 114: 19 a, 2 

a. Wo-120: 274, 1 ; 275, 1 ; 1106 h 5; 1107, 1 

a. 117: 25 c, 5. 6. 

paulo ante a. 120: 1118 b, 9 

c. a. 120: 1112, 1 

inter a. 120-129 : 1347, 2 

a. 123 : 465 b, 5 ; 563 A, 63 , 810 b, 8 

er. a. 123 : 649 a, 1. 2 ; 693, 1. 2 ; 811 a, 2-4. b, 9. 10. d, 24; 1035, 1 ; 1037 a, 
1. 2. b, 12; 1038, b,Z; 

a. 123-125: 361, 1. 2; 377 b, 2; 

a. 123-128: 833, 1. 2 

a. 127: 129, 2; 

aetatis Hadrianae: 315, 3. 6; 1382, 1; 697, 1 

a. 145-150 : 617, 1 ; 

saec. II medii : 422, 1 ; 2075 

aetatis M. Aureli : 424 a, 1 (?) 

aetatis Commodianae: 155, 2; 157, 1 



VIERTER JAHRESBERICHT UE15EK TOPOGRAPHIE DER STAIjT ROM 315 

aetatis Severianae: 401, 1 ; 767, 1 (?) 

aetatis Garacallae: 408«, 2 ; e, 98 ; 424 0, 1 (?) 

Dagegen zeichnet sich durch chronologische Geschlossenheit eine 
dritte Gruppe aus : die 1872/73 bei Erbauung der Casa de Pedis in Via 
Pie' di Marino aus einem mächtigen Ziegelpfeiler der Thermen gewonnenen. 
Auch von diesen hat Lanciani (notisie degli scav> 1881 ]). 280) nur eine Aus- 
wahl veröffentlicht : einige mehr Descemet, der sie fälschlich den fondations 
du temple de la Minerve zuschreibt. Dressel im 15^*^" Bande des CIL. ver- 
zeichnet die folgenden Stempel, zum grossen Teil in mehreren Exemplaren 
(Lanciani a. a. 0. spricht von cento cinquanta bolli che io stesso ho trascritto 
nel vivo delle mura della casa de Pedis). 

a. 123: 76,2. 80,1. 89,1. 227,1.205,1. 267.2. 210, b, 10. 272,1. 359,1. 
378, 1. 393, 2. 454,^, 10. 607, 2. 608 a, 2. 692. 1. 810 a, b, 9. 
c, 14. 1113, 2. 1299, 1. 1384, 2. 1477, 2. 1191. 

c. a. 123: 174, 1. 813 a. 

a. 127: 1431, 1. 

Eine überraschende chronologische Einheitlichkeit zeigen also sowohl 
die Ziegel der letzten Gruppe als auch die uns speziell interessirenden aus der 
grossen Rotunde, welche sämtlich aus dem Körper der Mauer selbst entnommen 
sind. Anders ist es mit der zweiten Gruppe, bei der es sich grossenteils um 
Fussbodenplatten und fii^ori di posto gefundene Ziegel handelt : hier zeugen 
die zahlreichen über einen Zeitraum von mehr als 100 Jahren sich erstrecken- 
den Stempel sowohl von Reparaturen, wie von Verwendung älterer Materialien. 
Aber der hadrianische Ursprung nicht nur der gewaltigen Pantheonsrotunde 
sondern der ganzen anstossenden Baulichkeiten in der Xordhälfte der Agrippa- 
thermen ■wird meines Erachtens durch diese inschriftlichen Denkmäler zweifellos. 
Nun aber erheben sich neue Probleme für die Geschichte des Pantheons: 
wie steht der Hadrianische Bau zu dem ursprünglichen des Agrippa ? was ist von 
letzterem noch nachweisbar ? wie ist das Verhältnis der Vorhalle zum übrigen 
Bau zu beurteilen ? 

Beginnen wir mit der letzten Frage, in der freilich zunächst ein unlös- 
bares Rätsel vorzuliegen scheint. Die Vorhalle trägt auf ihrem Gebälk die 
allbekannte Inschrift: M • agrippa • COS • tertivm fecit, welche uns in das 
Jahr 27 v. Chr. verweist. Der Boden der Säulenhalle aber steht genau auf dem 
des hadrianischen Baus, während dem augustischen die gleich zu envähnen- 
den Reste in 2 m. grösserer Tiefe zugeschrieben werden. Wie ist es mög- 
lich, zwei in ihren Niveauverhältnissen so verschiedene Bauten für gleich- 
zeitig, und zwei im Niveau gleiche für hundert Jahr verschieden alt zu halten ? 
Dass in Agrippas Bau eine Treppe von der Vorhalle nach dem tiefer gelege- 
nen Hauptraum hinabgeführt habe, oder dass die Säulen der Vorhalle auf 
hohen Postamenten gestanden hätten, zwischen denen später nur der Boden 
aufgehöht sei, hat Richter mit Recht als unmöglich bezeichnet : aber seine 
eigene Hypothese ist nicht besser (i). 

(1) Richter stellt die Vermutung auf, weder der Bau des Hadrian noch der 
des Agrippa hätten eine Säulenvorhalle gehabt : zur Front des hadrianischen Baus 
gehöre der Giebel des Vorbaus, der « auf den breiten Pfeilerstreifen des Vorbaus 

21 



316 CH. HÜLSEN 

Ganz neuerdings ist es Chedanne gelungen, auch für dieses Räthsel die 
Lösung zu finden, und den Beweis zu liefern, dass die Gestaltung des Pantheons- 
giebels, und damit der Fassade, nicht die ursprüngliche sein kann. Schon 
längst war die im Vergleich zur Breite unverhältnissmässige Höhe des Tym- 
panons bemerkt worden. Eine minutiöse Aufnahme aller einzelnen Teile, beson- 
ders der Consolen des Giebelgesimses, hat nun Hrn. Chedanne den Beweis 
geliefert dass diese Stücke vor ihrer jetzigen Verwendung schon eine andere 



ruhte, also in richtigem Verhältnis zu den ihn tragenden Stützen stand »; dieses 
Fronton sei in nicht näher bestimmbarer Zeit, zwischen Hadrian und Severus. 
durch die Vorlegung der Halle mit ihren mächtigen Granitsäulen verdeckt worden. 
Ich weiss nichf ob'' Richter versucht hat, diese Fassade aufzuzeichnen um ihren 
Effekt zu beurteilen. Die Höhe bis zum Ansatz des Froutons beträgt (nach 
Isabelle) 23 m., die Breite jener Wandstreifen IV2-2 m.; von einem " richtigen 
Verhältnis " kann also keine Rede sein ; ebenso wäre der Eindruck der viel 
zu niedrig sitzenden Nischen neben der Thür kein erfreulicher. Dass das Fronton 
u zur Aufnahme plastischen Schmucks " in irgend einer Zeit gedient habe, 
wie R. annimmt, wird durch die Construction des Gesimses ausgeschlossen. 
Uebrigens haben die beiden Frontons der Vorhalle und des Vorbaus keines- 
wegs, "wie es nach Desgodetz scheinen könnte und wie auch z. B. Lanciani 
Notizie li'Sl annimmt, identische Proportionen und parallele Giebelschrägen : 
auch dies ist durch Chedannes Untersuchungen ausser Zweifel gestellt. — 
Ferner irrt Richter in dem was er über die angewendeten Materialien sagt. 
Er behauptet dass die grossen Granitmonolithen nicht aus der Zeit des Agrippa 
sein könnten « weil m"an sich dieses Materials zur Zeit des Augustus noch 
nicht bediente". Gründe für diese kategorische Behauptung sucht man ver- 
gebens (trotzdem condensirt sie sich bei Dell S. 275 zu dem Satze: " Prof. 
Richter hat bewiesen, dass man Granit in Agrippas Zeiten noch nicht ver- 
wendete "'). Dass die Säulen aus Granit verschiedener Sorten (teils rotem teils 
grauem) bestehen, hat seinen Grund (wie Adler Wochenschr. S. 757 bemerkt hat) 
darin, dass die zwei östlichen erst gelegentlich der Restauration unter Ale- 
xander VII hier ihren Platz gefunden haben; sie stammen aus den benach- 
barten Nerothermen bei S. Eustachio. Wenn übrigens die Thatsache unzwei- 
felhaft feststeht, dass die Architekten des Augustus fünf grosse Granitobelisken 
in die Hauptstadt überführten und dort aufstellten — wesshalb soll man ihnen 
die Fähigkeit absprechen, auch sechzehn Monolithen wie die des Pantheon 
für den Schmuck der Agrippathermen hingeschafft zu haben (vgl. Adler a. a. 0.)? 
Ebenso Avenig beweist was weiter gesagt wird : " noch auffälliger ist, dass 
die Säulen . . . nicht aus gleichartigem Material bestehen : die granitenen 
Säulenschäfte ruhen auf Basen von Marmor, diese wieder auf Postamenten 
von Travertin, und haben ^Marmorkapitelle . . . das ist nicht die Bauweise der 
Zeit des Augustus, über die wir z. B. durch die Ueberreste am Tempel 
des Mars Ultor und am Castor-Tempel genügend unterrichtet sind", (iranit- 
schäfte hat man jederzeit mit Basen und Kapitellen vim iMarmor verbunden, 
wovon z. B. das Trajansforum ein sprechender Beweis ist; Basen aus Granit 
kenne ich in Rom nur aus der allcrspätesten antiken resp. frühmittelalterli- 
chen Zeit; Kapitelle aus demselben Material überhaupt nicht. — P2ndlich 
Richters Annahme, die Agripjia-Inschrift habe ursprünglich unter dem jetzt 
verbauten Giebel der Vorhalle gestanden und sei später versetzt worden, 
bezeichnet Adler mit Recht als seltsam, da « die Inschrift nicht auf einer 
Platte, sondern auf dem Friese, und, da dieser mit dem Architnive aus einem 
Blocke geschnitten ist, auf dem Gebälke excl. Geison sitzt. Dieses (lebälk 
von 1,25 m. Dicke und 2 m. Höhe ist hinten vollständig bearbeitet, es kann 
also von einer Versetzung keine Rede sein«. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STAUT KOM 317 

gehabt, dass sie zum Giebel eines zelinsäuligcn l'ronaos (vmi denselben Ax- 
weiten wie der jetzige) gehört haben. Ausgrabungen, die rechts und links von 
der Front der Vorhalle gemacht wurden, haben die Fundamente für noch 
zwei weitere Säulen in grösserer Tiefe constatirt. Diese zehnsäulige Fassade 
müsste man demnach dem ursprünglichen Bau des Agrippa zuschreiben. Wie 
war nun dieser im Inneren gestaltet ? Darüber gehen die ^Meinungen bisher 
weit auseinander. Chedanne hat an einer Stelle (in der linken Hälfte des 
Raumes, unweit vom Grabe RafFaels) das moderne Marmorpaviment aufnehmen 
lassen, wobei in einer Tiefe von 2,15 m. Reste eines zweiten Fussbodens 
von Marmor, und wieder einen Meter tiefer ein drittes Paviment gefunden 
wurde. Zwischen beiden Pflasterungen fand man ' alcuni frammenti di pUtiira 
decorativa appartenente agli ultinii tempi della Repubblica o ai primi del- 
rimpero, ed un lollo di mattone inedito, ma che pare esso pure dei primi 
tempi deWimpero' (nach brieflicher Mitteilung Dresseis ein Fragment mit 

/ 8 1 E N I • \l 

welches er aus paläographischen Gründen dem Anfange des It*^» Jahrhunderts 
zuteilen möchte; natürlich nur ^r«eißr propter, di-ä,i& sicher datirtes aus der 
Zeit fehlt). Diese Untersuchungen haben aber eine so geringe Ausdehnung 
srehabt — es handelt sich um Versuchsgräben von wenigen Quadratmeter 
Oberfläche — dass mau besser thun wird die daran geknüpften, zum Teil sehr 
weittragenden Combinationen vorläufig zurückzustellen (}). 

Dagegen haben die neuesten Untersuchungen noch eine viel behandelte 
Frage wieder aufgenommen und ihrer Lösung näher gebracht, nämlich nach 
der ursprünglichen Dekoration der Attika. Die bis ins 18'« Jhdt. erhaltene, 
über welche wir besonders durch Desgodetz und die Zeichnungen des Cod. 

(1) So behauptet Lanciani [lull, comun. S. 157 f.), das untere Paviment 
habe eine starke Neigung vom Centrum nach der Peripherie gezeigt, woraus 
sich ergäbe dass die Wasserableitung ähnlich wie im Colosseum geregelt und 
darauf berechnet gewesen sei, das durch ein Oberlicht in der Mitte des Daches 
einfallende Regenwasser abzuführen. Sehr überzeugend sagt dagegen .Vdler 
(a. a. 0. 755): «wie unwahrscheinlich ist es, dass ein erfahrener Architekt 
bei einem Hypaethralbau das Gefälle des Fussbodens so anordnet,^ dass die 
Fundamente der Umfassungsmauern stets feucht gehalten werden. < Jerade das 
Gegenteil ist das rationelle Verfahren : Sammlung des Tagewassers in der Glitte 
und senkrechte Ableitung nach unten um die Kloake zu erreichen, genau so, 
Avie es heut im Pantheon der Fall ist». — Michaelis denkt sich das ur^iprüngliche 
Pantheon des Agrippa nach Analogie griechischer Bauten (Arsinoeion auf 
Samothrake; Tholos von Epidauros) mit einem inneren Kreise vi>n Säulen, 
über deren Kapitellen die Karyatiden des Dionysios gestanden hätten, und 
einem Zeltdach aus Holzconstruction. Der Vorscnlag hat viel ansprechendes, 
besonders wegen seiner einfachen Lösung der Schwierigkeiten, welche die 
bekannte Pliniusstelle bisher geboten hat. Dass aber anderereits auch ge- 
wichtige Bedenken entgegenstehen, hat M. selbst nicht verkannt. « Man ent- 
schliesst sich schwer " sagt er S. 221 « dem grossen Räume von -13 ' 2 m. 
Durchm. in seinem Mittelstück nur eine Gesamthöhe von etwa 14-15 m. zu- 
zuweisen d. h. wenig mehr als die Höhe der Vorhalle » — der Durolisohnitt 
giebt in der That fast unglaubliche Höhenverhältnisse und jedenfalls hätte 
Richter nicht Michaelis Hypothese als " sichere Thatsache für die Bauge- 
schichte des Pantheons » hinstellen sollen. 



318 CH. HÜLSEN 

Chigian. P. VII, 9 genau unterrichtet sind, stammte, wie wohl mit Recht an- 
genommen wird (') aus der Zeit des Septimius Severus. Hierüber hat naineul- 
lich Dell in dem oben angeführten Aufsatze bei Lützow gehandelt. Eine sehr 
genaue Aufnahme der die Nischen überdeckenden Bögen bringt ihn zu Rekon- 
struktionen der Dekoration der Agrippa (letztere auf unserer Figur S. 311 
angedeutet) und Severus. Dell verwirft die Adlersche Ansicht, dass die Karya- 
tiden des Diogenes über den Säulen der unteren Nischen gestanden hätten; 
er führt statt dessen zwei einfache Pilaster bis zum Bogen der Wölbung und 
schliesst die Zwischenräume durch ein Bronzegitter. Auf die weiteren techni- 
schen Fragen hier einzugehen verbietet der Raum und die Anlage dieses 
Jahresberichtes. 

Hr. Dell hat seine Forschungen auch auf die benachbarten Teile der 
Agrippathermen ausgedehnt, und namentlich über den grossen 1881 '82 frei- 
gelegten Saal interessante Resultate erzielt, welche die Rekonstruktion von 
Blavette {Mel. de VEcole Frangahe 1885 tav. I) völlig modifizieren. Der 
Raum sei vielmehr mit Kreuzgewölben, vielleicht in Verbindung mit Stichkap- 
pen, gedeckt gewesen. Wir sehen dieser Publikation ebenso wie der Chedan- 
ne's mit Interesse entgegen und hoffen im nächsten Jahresberichte auf beide 
zurückkommen zu können. 

Südlicher T h e i 1 der regio IX. 

Marchetti, avanzi clei portici Pompeiani (Bull, comun. p. 186-148). 
beschreibt Reste unter dem Hause Via Monte della Farina n. 14-27 an der Ecke 
von Via dei Barbieri. Dort sind er. 3 m. unter dem moderneu Strassenpflaster 
Reste einer Halle aus kolossalen Granitsäuleu (1,30 Dm., 4,0 m. Axenabstaud) 
erhalten, welche Marchetti dem westlichen Umgange der Porticus Pompeiana 
zuschreibt. Ausser Fragmenten der Säulen sind in situ die Plinthen aus Tra- 
vertin-und Marmorblöcken (0,70 hoch, 1,60 Seitenlänge), ferner eine Rinne aus 
Marmorblöcken (2,50 m. lang. 0,75 breit, 0,30 dick) zur Ableitung des Regen- 
wassers, endlich Reste einiger Treppenstufen erhalten. 

Zu den Pompejusbauten gehört auch die in den Fundamenten des Hauses 
Via dei Chiavari n. 34 (3,75 m. unter modernem Terrain) gefundene grosse 
Granitsäule (0,92 m. Dm.) und die sonstigen dasselbst bemerkten Architektur- 
fragmente {Notizie p. 318). 

Auf dem Terrain der deniolirten Kirche S. Maria dei Calderari fand man 
bedeutende Reste von Tuff-und Ziegelmauern, welche vermutlich zur ' Crypta 
Balbi"" gehören [Notizie p. 265). Eine Verwertung dieser Funde ist in der 

(i) Dafür sprechen die Inschrift auf den unteren Streifen des Gebälks 
der Vorhalle und der Stil der Dekoration selbst. Dagegen sollten nicht, wie 
es bei Michaelis u. A. der Fall ist, als chronologische Zeugen die « Ziegelstempel 
aus der Zeit des Severus» figuriren, die man i. J. 1747 hinter den Platten 
des Steinmosaiks gefunden habe. Der Stempel welcher gemeint ist : dol. An- 
terotis Severiiani) Caes. n. gehört in Wahrheit in die Zeit des Hadrian; 
s. 0. S. 312 Anm. 2. 



VIERTEK JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 319 

längst versprochenen Arbeit Lancianis (TJB. 1890 S. 126) über die Bauten des 
Baibus zu erwarten. 

Grabungen auf der nahen Piazza Benedetto Cairoli haben, ausser dem 
oben (S. 260) besprochenen Sklavenhalsband allerlei 8kulpturen-und In- 
schriftenfragmente ohne topographisches Interesse zu Tage gel'irdert {Notizie 
p. 21. 43. 100; Bull, comun. 57-01. 82. 83. 179), u. A. eine Marmorbasis 
mit der Inschrift: Faltonio Probo \ Ahjpio v. c. praef. urb. \ patrono prae- 
stantissimo. Der Geehrte (vgl. CIL. VI 1185. 1713) war Stadtpräfekt im J, 
391 n. Chr. (Gatti Bull, comun. 179, vgl. Notizie p. 110). Bemerkenswert 
ist die relativ grosse Zahl von griechischen Fragmenten, welche in dieser Ge- 
gend zu Tage gekommen sind (diesmal Bruchstücke von drei, wie es scheint 
nicht sepulcralen, Inschriften; vor vier Jahren die Inschrift der '.-/rlotfa'»; ffiV- 
XoSog vgl. TJB. 1889 S. 265). 

Der Tiber und die Brücken. 

Aus dem Tiberbett bei Ponte Gestio kommt ein kleine Travertinbasis 
mit der archaischen Inschrift : 

AESCOLAPIO 
DONVM-DAT 
LVBENS-MERITO 
M • POPVLICIO • M • F 

{Notizie p. 267) ; aus den bei S. Paolo abgelagerten Schuttmassen der Bagge- 
rungen der letzten Jahre eine ähnliche: 



— -rvb VEL 

DONVM DAT 
AISCOLAPIO MERITO 
L V B E N S 

(Vaglieri Notizie p. 410; die Originale jetzt im Thermen-Museum). Beide 
hatten ohne Zweifel (wie andere früher im Tiberbett gefundene: Notizie 1890 
p. 33) ihren ursprünglichen Platz in dem berühmten Aesculaptem pel auf 
der Insel. 

Die vier im letzten Jahre neu gefundenen Tibercippen gehören sämtlich 
der Termination des Jahres 54 v. Chr. an und tragen die Inschrift {CIL. VI 
1234): P. Serveilius \ C. f. \ Isauricm \ M. Valerius M. f. \ M." n. Mcssall{a) 
cens{ores) \ ex s. c. termin{averunt). Ein solcher ist gefunden auf dem rechten 
Ufer beim Ponte della Pipetta, ein zweiter bei der Tiberinsel unweit ponte 
Gestio im Flussbett, ein dritter verbaut in ein modernes Vignenthor auf den 
prati di Castello beim sog. Montesecco ; der vierte, gleichfalls beim ponte 
Ripetta auf dem r. Ufer gefunden, stellt den Namen des ^"ak'rius Messala vuran 
{Notizie p. 160. 234. 266. 316; Bull, comun. p. 369). 



320 CH. HÜLSEN 

Unter dem Pons Cestius fand man im Tiberbette einen o^rossen recht- 
winkeligen Travertinblock (m. 0,80 X 0,65 X 0,50) mit der Inschrift: 



NERO • CLAVDivs' Ai. f. drusus 

\ . ■ 
T-QviNCTivs-T ■ F cnspinus 

EX S. C 

R E s T I /tuerunt 



Die Inschrift stammt aus dem I. 745/9 und zwar, da Drusus am 14ten Sep- 
tember starb, vermutlich aus der ersten Hälfte des Jahres (Borsari N'otiziep. 266). 
Welchem Gebäude oder Monument die Restitutionsinschrift ane^ehört, lässt sich 
nicht einmal vermuten. Auch dieser Stein ist jetzt im Thermen-Museum. 

lieber den Mittelpfeiler des pons Probi (fälschlich von den alten To- 
pographen pons Sublicius genannt) zwischen Aventin und S. Michele giebt 
eine kurze Notiz (aus dem Ubretto di memorie des Ingenieurs V. Bevilacqua, 
welcher im J. 1878 die Zerstörung der Reste leitete) C. L. Visconti, Bull, 
comun. p. 261. 262. Danach bestand derselbe aus grandi massi di peperino, 
del tutto simile a quelli che formano i cunei della cloaca Massima. 

Bei den Baggerarbeiten am Ponte Sisto sind wiederum drei von den mit 
Inschriften versehenen Pilastern des Brückengeländers zu Tage gekommen. 
Einer ist ein besser erhaltenes Exemplar des TJB. 1889 S. 329 gegebenen: 
Victor iae Augustae \ comiti dominorum \ principumque nostrorum \ S.P.Q.R.\ 
curante et dedicante | L. Avr. Avianio Symmaco v. c. \ ex praefectis urbis; 
Die Lesung wird in Z. 3 und 6 etwas berichtigt. — Neu sind zwei kleinere Basen: 
votis I quinquennalibus \ domininostri \ Fl{avi)Valentis Jllax{imi) | vict{ons) 
ac triumf{atoris) \ semper Augusti; und: \votis'\ qu\inquennaUbus] \ dom[ini 
nostri^ \ Flyavi) Val[entiniani] \ Max{im,i) vic[t{oris) ac triumf{atoris)] \ sem- 
p[er Augusti']. Die bisher gefundenen ähnlichen Basen nannten die Decenna- 
lien beider Kaiser [Notizie p. 50. 234; Bull, comun. p. 74. 367): Sie sind 
jetzt sämtlich im Thermen-Museum aufgestellt. 

Marchetti, frammento di un antico pilastro per misurare le acque del Te- 
vere {ßull. comun. p. 139-145, mit Tf. VI). 

bespricht einen gelegentlich der Baggerarbeiten beim Ponte Sisto gefundenen 
Travertinblock, welcher auf einer pilasterartig bearbeiteten Fläche folgende 
Zeichen vertikal untereinander eingegraben trägt: 



VI 



VII 



-L 
I 



Der Abstand der beiden Striche über und unter VII beträgt 0,296 m., also einen 
römischen Fuss; das Zeichen unter der VII repräsentirt denselben, in vier 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 321 

Viertel geteilt: unzweifelhaft hat Marchetti mit Recht Jas Stück als Rest eines 
Pegels zur Messung der Tiberhöhe erklärt. Er sucht weiter nachzuweisen, dass 
der Block dem Unterbau eines der Pfeiler des pons Valentinianus angehört 
habe : genauer sei sein Platz sul rostro a poppa di una ddle pile del ponte 
gewesen. Auffallend ist, wie M. selbst zugiebt, dass man einen solchen Platz, 
statt eines möglichst geschützten, für Anbringung der Scala gewählt habe : doch 
meint er, dies könne, ebenso wie der Umstand dass die Zählung von oben statt 
von unten beginnt, in einer besonderen Bestimmung des Pegels begründet 
sein. 

Die Regulirung des Tiberbettes bei der Engelsbrücke, welches von 68 
auf 104 m. verbreitert wird, hat es notwendig gemacht, den ponte S. Angelo 
an seinen beiden Enden zu verlängern, wodurch diese bedeutendste antike 
Brücke Roms ihren ursprünglichen Charakter so gut wie ganz verlieren wird 
fs. TIB. 1889 S. 287). Mit Recht sagt Lanciani che le belle scoperte . . sono 
ben lontane dal mitigare il senso di rammarico prodotta dalla mutilazione 
del monumento ! Über die Entdeckungen des letzten Jahres berichten : 

BoRSARi, delle recenti scoperte relative al ponte Elio ed al sepolcro di Adriane 

{Notizie p. 411-428, vgl. 230-233). 
C. L. Visconti, Bull, comun. p. 263-266. 
Lanciani, Ponte S. Angelo {Bull, comun. 1893 p. 14-26). 

Unter Beiseitelassung der mannigfachen interessanten Aufschlüsse für die 
Geschichte der Engelsbrücke und des Castells im Mittelalter und der Re- 
naissance stelle ich kurz das für die antike Topographie wichtige zusammen. 

1) Die Brücke. Während die bisherigen Rekonstruktionen (Piranesi 
ant. IV tab. 6 ; Canina edifizj IV tnb. 239) meist sieben Bogen (drei grössere 
im Flussbett, je zwei kleinere unter den Zufahrtsrampen an beiden Seiten) 
in symmetrischer Anordnung geben, zeigt sich jetzt, dass die Rampe nach 
der Seite des Marsfeldes zu beträchtlich länger gewesen ist (26,40 m.), als 
nach dem rechten Ufer (i). Auf der Marsfeldseite findet sich noch ein 
achter Bogen (*), der allerdings wegen seiner Kleinheit (3 m. Breite, 1,40 
Radius) gegen die übrigen zurücktritt. Die Steigung der Rampen war bei- 
derseitig sehr bedeutend, 15 °to, die Breite der Brückenbahn ist 10,95 m. 
wovon 4,75 m. auf die mittlere Fahrbahn, je 3,10 auf die Fussgängersteige 
(aus grossen Travertinplatten) entfallen. Die Rampe des linken Ufers ist vor- 
züglich erhalten, da sie seit mehreren Jahrhunderten (wahrscheinlich seit 
der Restauration Nicolaus V 1450) gänzlich verschüttet gewesen ist. Nur die 
Geländer, aus Travertinplatten, hat man im M. A. völlig abgenommen: von 
diesen ist auf dem rechten Ufer ein Stück, samt dem Endpilaster aus 



(') Das Niveau des Marsfeldes liegt 9,78 m. über Null des Ripettapegels. 

(2) Die Authenticität der Münze Eckhel DN. VI, 512; Tf onaXAson Ar chit 
numism. n. 64, welche die Brücke siebenbogig darstellt, wird durch die neuen 
Entdeckungen wohl definitiv widerlegt. 



322 



CH. HÜLSEN 



ÖI^UOjip 




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Mole. "5 Ha clrlan.1 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 323 

Mirmor, erhalten (i). Die befremdende Angabe Piales {dei ponti delVantica 
Roma p. 17), dass Anfang dieses Jhdts ' essendos l sfondata parte della 
strada che porta al Vaticano, sotto il muro del Castello . . . apparve sotto 
la strada, nello sfondo la contimiazione dei grandi archi di travertino. 
colla stessa magni/icenza e costruzione di quelli del ponie \ woran dann 
F. die nicht weniger sonderbare V^ermutung knüpft, dass die Brücke nicht 
senkrecht auf den Haupteingang des Mausoleums, sondern mit. einer Biegung 
weiter nach dem Vatican zu gegangen sei, muss irrig sein. 

2) Das Mausoleum des Hadrian. Zwischen der Quaimauer des 
rechten Ufers, von der bedeutende Reste constatirt wurden, und den Funda- 
menten des quadratischen Unterbaus der Moles Hadriani sind parallele Mauern 
aus Gusswerk, im Abstand von 3 m., mit Gewölben gleichfalls aus Gusswerk, 
gefunden, welche bestimmt waren den colossalen Druck des Massivs teilweise 
abzuleiten. Eine dazwischen gefundene Cloake war eingedeckt mit Ziegeln 
mit den Stempeln : 

OP • DOL • EX • PR • C • IVLI ' STEHAN 

APRO • ET • CATVL • COS a. 130 



(CIL. XV n. 1212a), und 



SEX . IVLIVS 
PRISCVS- FEC 



Der letztere Stempel scheint bisher unbekannt : der figulus könnte identisch sein 
mit dem Julius Priscus, der auf Inschriften der 0/ficina Fauniana {ex praed. 
Faustinae Aug. n.; vielleicht eher der älteren als der jüngeren) vorkommt 
{CIL- XV, 211). Einige in der Nähe gefundene Bleiröhren mit den Inschriften 
/.y/ANlCETil und NVJWISIVS-SVCCESSVS- FEC • lagen nach Borsaris Bericlit 
fuori di posto, sopra terra di scarico e quindi topogra/icamente parlando 
non hanno importanza alcuna. 

Bei Demolirung der modernen Umfassungsmauer des Castells (aus der 
Zeit Urbans VIII) fanden sich, in der Verlängerung der Brückenaxe. Reste 
einer antiken Einfriedigung des Mausoleums: eine grosse Travertinschwelle, 
auf der zwei seitliche Pfeiler noch wohl erhalten waren, während von zwei 
entsprechenden mittleren nur die Standspuren constatirt werden konnten ; daran 
seitlich anschliessend Fundamente aus Peperinquadern, wahrscheinlich für 
ein Bronzegitter {^). 

(1) In dieser Balustrade (nicht wie Borsari will, in der Quaimauer) war 
ohne Zweifel die Bauinschrilt des Hadrian CIL. VI 937, welche lo Dondi ' in 
capite pontis S. Petri in tahulis magnis marmoreis, ex utroque latere , sah, 
eingelassen, ähnlich wie die bekannten des Pons Cestius-Gratiani. Lanciani 

a. a. 0. p. 19. , , • , n j. 

(2) Borsari's Analyse der Reste spricht hinlänglich für sich selbst: er 
hätte es besser unterlassen, sie durch Berufung auf die ' mittelalterhche Be- 
schreibung der Engelsbarg von Petrus Mallius ' zu stützen, ^'i^^ '^^ fo-'f 
wertloses Except aus den Mirabilien c. 20. 21 sei, haben Jordan lop. ^,4Zi t. 



324 CH. HÜLSEN 

Von Wichtigkeit für die Architektur des Oberbaus ist ein rundes Fries- 
stück mit Bukranien und Laubgewinden (1,88 m. lang, 0,82 hoch, 0,37 dick; 
der Stein, jetzt im Kreuzgang der Diokletiansthermen, von mir revidirt). Da 
die Krümmung des Stücks etwa auf einen Bau von 14 m. Dm. schliessen 
lässt, wüsste ich dafür nur einen geeigneten Platz, nämlich den Fries des 
kleinen Oberbaus, welcher die Basis für die Kaiserstatue bildete, und wel- 
chem F. 0. Schulze bei der von uns TJB 1889 S. 138 (vgl. S. 143) versuchten 
Eekonstruktion aus rein ästhetischen Rücksichten einen Durchmesser von 
15 m. gegeben hatte (i). — Einige Sculpturfragmente (Kopf einer weiblichen 
Kolossalstatue, von einer Gesamthöhe von über 5 m.; männlicher Kolossalkopf, 
dem L. Aelius Caesar ähnlich ; Pferdekopf und Silensmaske, beide von entspre- 
chend kolossalen Dimensionen: Not. p. 231; vgl. Rom. Mitteil. S. 195) weist 
C. L. Visconti [Bull, comun. 1. c.) dem bei der Gotenbelagerung von 537 zer- 
störten Statuenschmuck des Mausoleums zu; Borsari bezweifelt dies, der Fund- 
umstände halber: die Stücke sind nämlich auf dem linken Ufer, Piazza di 
Ponte, verbaut gefunden in eine Mauer aus dem löte» Jhdt., brauchen also 
keineswegs vom Mausoleum auf dem anderen Ufer herzustammen. 

3) Das Tiberbett und seine antike Regulirung. Mit diesem 
beschäftigt sich vornehmlich der an dritter Stelle genannte Aufsatz Lan- 
cianis (nach dessen Tf. I der Durchschnitt S. 322). Während die moderne Ti- 
berregulirung den Fluss in ein einziges Bett mit fast senkrecht abfallenden 
Wänden zwängt, hatten die alten Ingenieure das Flussbett dreifach abgestuft, 
um für die sehr wechselnde Wassermenge (die bei grossen Hochfluten bis 
aufs vierzehnfache des gewöhnlichen Quantums steigt) stets angemessenen 
Raum zu bieten (2). Die unterste Rinne, für Niederwasser, bei hat der En- 
gelsbrücke eine Weite von 66,5 m.; die folgende Stufe, für gewöhnliches 
Hochwasser, 97,5 m.; die oberste, für aussergewöhnliche Ueberschwemmun- 



und de Rossi inscr. Christ. II 1 p. 221 überzeugend nachgewiesen. .Jordans 
vor zwanzig Jahren ausgesprochene bescheidene Hoffnung dass « der Bericht 
des ' Canonicus Mallius ' nicht mehr als Grundlage architektonischer Rekon- 
struktionen benützt werden wird » ist, wie man sieht, nicht in Erfüllung 
iregangen. Bei Borg,itti (TJB 1890 S. 137), Borsari, Lanciani ßull. comun. 
1893^ fristet dieses' Scheindokument immer noch ein gänzlich unverdientes 
Ansehen. 

(1) Borsari glaubt, dass der Block ursprünglich zum Friese des qua- 
dratischen Basaments gehört habe ; die Rundung komme von späterer Bearbei- 
tung, als man den Block zur Decoration des torrione Borgia benutzt habe (Bor- 
gatti Castel S. Anfjelo pag. 103. 129 Taf. 17 fig. 29). Aber der Stein zeigt 
nicht die geringsten Spuren von späterer Ueberarbeitung; auch hat der neu- 
gefundene Fries grössere Dimensionen als der noch bis Ende des IS^en Jhdts. 
an Ort und Stelle befindliche (Höhe des ersten m. 0,82, des zweiten 0,60; 
T)istanz der Bukranien von Mitte zu Mitte beim ersten 1,60, beim zweiten 0,80; 
vgl. 'J'JB. 1889 S. 140 f.). 

(2) Der Tiber bringt bei gewöhnlichem niedrigem Stande '5,40 m. über 
Null des Ripettapegels) pro Secunde 165,25 cbm. Wasser. Bei der Ueber- 
schwemmung vom Dezember 1870 (17,22 m. ü. Null) steigerte sich dies Quan- 
tum auf 1894, 49 ehm., bei der höchsten bekannten im Dezember 1598 (Was- 
serstand 19,55 m. ü. Null) sogar auf 2314, 80 cbm. 



VIERTER JAHRESBERICHT UEBER TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 325 

gen 13") m. Die Brücke bot bei niedrigem Wasserstande drei, bei gewöbnli- 
chem Hochwasser fünf, bei ausserordentlichem acht Öffnungen für den Durch- 
fluss. L. führt aus, wie grosse Vorteile dieses System (ein ähnliches hatte 
übrigens z. B. Vescovali für die moderne Regulirung 1876 vorgeschlagen) dem 
jetzt adoptirten gegenüber besitzt. 

Das RECHTE TiBERUFER. 

Die TJB. 1890 S. 137 publizierte Inschrift der Sentia, Schwiegermutter 
des Augustus wird correcter von Gatti {Bull, comun. p. 72) gegeben 

SE N T I a-lK bonis 
MATER • scrJ iboniae 
c A E s ''ans 

Damit fällt die von mir a. a. 0. aufgestellte Vermutung über den Vater der 
Scribonia. 

Wenig stromabwärts vom Ponte di Ripetta sind Bleiröhren gefunden, 
von denen die eine den Namen ivliae • avg • F , die anderen die Ziffer CXXX 
trägt {Notizie p. 23). 

Nachzutragen ist, dass die beim Bau des neuen Justizpalastes gemachten 
Funde (vgl. TJB. 1889 S. 287) von Villenresten u. a. graphisch dargestellt 
sind in der Monographie des Architekten Calderini, II Palazzo della Giu- 
stizia Dl Roma (1890 49 SS., 19 Tf. fol. max.). Tafel XIII giebt einen Plan 
der zwischen Piazza Cavour, Via Ulpiano, Via Triboniano und der Queraxe 
des neuen Gebäudes gefundenen Reste : der Text p. 47 sagt nur: ' fra le quote 
12,00 e 9,00 (über Null des Ripetta-Pegels) si e trovata una rete di muri 
antichi rivestiti in parte delVopus reticulatum. Questi sono stati demoliti 
fino alla loro origine, che per molti scendeva fino alla quota 6,00 \ 

Grabungen beim Hospiz von S. Cosimato in Trastevere haben allerlei 
Mauerreste, Marmorpaviment u. dgl. freigelegt, welche zum Teil schon der 
frühchristlichen Zeit angehören [Notizie 265. 315. 348). 

Reste einer römischen Villa, 400 m. vor Porta Portese werden beschrie- 
ben Notizie p. 116. 117. vgl. 412; ein Gräberfeld aus dem 4/5 Jhdt. in der- 
selben Gegend Bull, comun. 183. 

Dezember 1893. 

Ch. Hülsen. 



FUNDE. 



üeber die Terramare von Castellazzo di Paroletta NW. 
von Parma, mit der nicht genau nordsüdlichen Orientierung ihres tra- 
pezförmigen Grundrisses, mit Wall und Graben, und einer Brücke am 
Südende der Längsaxes. oben R.M. 1891,156 und namentlich Moii. 
aiit. d.Liticeil, p. 121) (^). Von dem entsprechenden Nordausgang 
finden sich dagegen nur Reste späterer Zeit, und an den Enden der 
Queraxe sind sie nur zu vermuthen, allerdings auch deshalb weil, 
wie eine Begräbnissstätte aussen neben dem Südausgang, so eine 
andre an der Westseite sich findet. [Ich darf hinzufügen, dass Pi- 
gorini bei neuerer Untersuchung jene erstere Nekropole nicht allein 
von Graben und Damm umgeben gefunden, sondern auch die Aschen- 
urnen nicht auf das Erdreich sondern auf Pfahlbauten aufgestellt, 
also die Todtenstadt ein Abbild der von den Lebenden bewohnten. 
Und in dieser letzteren fand er von der Längsaxe und dem Ostwall 
begränzt und von der Queraxe halbiert eine Area doppelt so lang 
als breit, also ein templum, festgelegt bei der ursprünglichen Li- 
mitation, wieder von Damm und Graben umgeben, und doch wohl 
Einheit der Cultus bedeutend. Dasselbe Factum wurde alsbald in 
einer zweiten kleineren Terramare (Colombare di Bersano) consta- 
tiert vgl. Rend. dei Liticei 1893, p. 995]. 

Geringere Reste solcher Art von Jesi — im Laufe der Zeit 
höher gelegte Hütten — und Vecchiazzano, beide in Reg. VIII, 
s. N. 93, 191 und 238, ebda 92,437 in Ognissanti in Reg. X mit 
Fragment eines zweischneidigen Rasiermessers, dessen eigenihüm- 
liche Form durch ein andres von Peschiera treffend erläutert wird. 



(1) Die Verbreiterung des Grabens im Süden fijrade da wo die Brücke 
liinüber<(eführt haben soll, scheint kaum damit erklärt, dass man die Brücke 
verlängert habe, um mit geringerer Steigung die Höhe des Dammes zu gewinnen. 



FUNDE 327 

Eine Urne in Hüttenform jüngerer Bildung, welche bei Vel- 
LETRi in einem kegelförmigen, mit Steinen ausgesetzten Brunnen- 
grab gefunden wurde, veranlasste Barnabei N. 93, 198 seine und 
Cozza's Ansichten über die Entwickelung der jenen urne cajmnne 
zu Grunde liegenden Vorbilder darzulegen, mit Vergleichung noch 
heut üblicher Hütten. Der Uebergang von runder zu ovaler und 
rechteckiger Form drängt sich dem Beobachter im Museum der 
Villa Giulia oder der Abtheilung Vetulonia im Museo Etrusco von 
Florenz ja unmittelbar auf, und auch die dem Dache aufgologten, 
am First überstehend gekreuzten Hölzer wird wohl mancher schon 
so verstanden haben wie hier ausgeführt wird. 

In Este {N. 93, 89) hat Prosdocimi eine Anzahl Gräber der 
2. bis 4. Periode aufgedeckt und mit gewohnter Ausführlichkeit 
beschrieben. Hervorzuheben ist eine bronzene ' situla ' S. 97 fiof. 2. 
(nicht ganz klar die rechtsseitige Verbiegung) a cordoiii in Va- 
senform, die ziemlich nahe kommt, wie es scheint, dem Berliner 
Bronzegefäss Mon. ined. X T. XXIV a = Martha A. E. S. 100, und 
ein bronzener sehr zerstörter Kelch auf hohem Fuss mit zweima- 
liger Anschwellung. 

Von den schon früher (1891 S. 361 und 1892 S. 233) erwähnten 
Stelen in Bologna hat jetzt Brizio die wichtigsten N. 93, 177 ff. 
abgebildet. Aus den ebenda mitgetheilten Funden in altitalischen 
Gräbern (Plan. S. 182) hebe ich zwei Bronzecisten a conloni hervor, 
wegen der in ihnen bemerkten Verstärkung durch ein Strohgeflecht 
mit Holz (vgl. Schumacher, eine praenestinische Ciste S. 36), ein 
bronzenes Praesentierbrett ähnlich dem TV. 89 T. I, 44 abgebilde- 
ten (vgl. Arch. Anz. 1891 S. 167 n. 35), endlich ein Bronzeamulet 
in Form einer kleinen Axt, die durch den auf der Stilkrümmung 
sitzenden Vogel sich dem geometrischen Stil zuweist und durch die 
Art wie das Beil an dem Stil sitzt noch an die alten Keltäxte erinnert, 
während das Beil selbst schon die zulezt aus dem Kelt entwickelte 
und als Amulet oft gebrauchte Form hat. Eine Axt wie die hier 
nachgeahmte, auch mit dem Vogel an gleicher Stelle trägt der 
Krieger der etruskischen Stele von Fiesole welche aus der casa Buo- 
narotti (Dütschke II p. 425, wie auch ebenda 426) in das Museo 
Etrusco gekommen ist. Die Befestigung des Beiles am Stiel ist genau 
wie an dem Amuletbeil, verkannt bei Micali Mon. T. LI, 1 = Martha 
A. E. S. 368, daher der von letzterem Aviederholte Irrthum Micalis, 



328 E. PETERSEN 

die Axt für eine Lotosblume zu halten. Den Vogel habe ich selbst 
1890 so wenig gesehen wie Dütschke, aber das Amulet lässt mich 
nicht zweifeln, dass Micalis Zeichn3r sich nicht täuschte (^). 

Von Interesse ist es, .V. 92, 458 aus dem Boden von Florenz, 
m. 4.75 tief unter einem römischen Fussboden, ein Ossuar des Villa- 
novatypus mit ein paar Fibeln hervorgehen zu sehn. Ebenda, an einer 
S trassenecke eingemauert, ist durch Milanis Spüreifer ein altetrus- 
kischer Cippus entdeckt , sehr ähnlich einem längst bekannten 
(bei Inghirami Mus. Elr. VI t. P 5), wobei Milani einiges von seinen 
Ansichten über etruskische Dinge mittheilt, geneigt Aehnlichkeiten 
derselben mit vorderasiatischen lieber aus direkter Verbindung als 
durch die genugsam vorhandenen Zwischenglieder zu erklären. 

Im Aprilheft iV. 93 S. 143 wird, nachdem N. 92, 381 der durch 
die Separatpublication Falchis, (s. oben 1892 S. 332) überholte 
riassimto seiner andern Ausgrabungen gegeben war, Genaueres über 
den tumulus, die cuccuniella della petriera gemeldet, was der 
Hauptsache nach von mir schon R. M. 91 S. 230 flf. berichtet war: 
eine ältere untere und eine spätere obere Kammer, die vier Wände 
der oberen senau über denen der unteren stehend, diese aus wei- 
oberem sorgfältiger bearbeitetem, jene aus härterem roher belasse- 
nem Material. Zur oberen Kammer ein langer, durch die Erd- 
schüttung führender Gang mit zwei seitlichen Kammern vor dem 
Eingang ins Hauptgemach. Dieses durch vorkragend sich verengende 
Steinringe gedeckt (-), darin die Reste von Steinbetten, und auch in 
dem unteren Gemach Einzapfung von Bett(?)pfosten im Fussboden. 
Falchi aber konnte auch den ja freilich nothwendigen Zugang zur 
unteren Kammer constatieren, und namentlich über die Ausstattung 
der oberen Kammer berichten, die ich ja nicht mehr vorgefunden 



(') V<rl. die fast übereinstimmende Axt aus Cumae oder Capua Annali 
1889 t. V. 22*, die wohl keinen Vogel je hatte, da der Löwenkopf am oberen 
Ende auf einen andern Stil weist. Zur Verzierung mit dem A'ogel vgl. -die 
von Hoernos, Mittheill. der praehist. Commiss. 1893 S. 102 gesammelten 
Gegenstände, die sich einerseits der Menschengestalt, andrerseits jener Beil- 
form nähern und auch mit jenem Vogelornaraent verbinden z. B. Fig. 2G. 28, 29. 

(2) Wenn allein li3 Schichten, die ich zählte, den Uebergang vom Qua- 
drat zum Kreis bildeten, und jede von ihnen nach Falchi 20 cm. hoch ist, so 
ergicbt sich nicht ein halbkugelförmiger sondern ein stark kegelförmiger 
Durchschnitt dieser Decke. 



KI NUK 320 

habe: Reste>on vier Steinbettcii (') und vior nackten {?) weiblichen 
(alle?) Figuren, steif auf dem Kücken liegend, - doch wohl auf jenen 
Betten (Abbild. S. 158) -; ausserdem eine 85 cm. hohe und 18 cm. 
dicke Säule mit zwei aufrechten Greifen in Relief; ferne." Kc- 
lieffragmente eines Löwen an einem Kapitelle (?), eines Pferdes 
auf einer Platte, alles ungewisser Bestimmung ('), aber die Zeit 
zu erkennen wichtig, die auch nach Vasensclierben und einem aussen 
in den Grabhügel eingebetteten Grabe (S. 146) - es sollen neuer- 
dings mehr gefunden sein - den Gräbern a circoli gleichzeitig ist. 
Die Ausfüllung des unteren Grabes und namentlich die auch von 
mir (oben. 91 S. 231 ff.) angegebene gleiche Beschaffenheit der 
Ausfüllung und der Zwischenschicht zwischen den Mauern der oberen 
und der unteren Kammer macht es klar dass die untere Kammer 
eingestürzt war, bevor die obere erbaut wurde, nicht beide einmal 
ein Ganzes bildeten. Auch hat Falchi in jener Füllmasse Steine ver- 
mauert gefunden, deren Schnitt denken Hess, sie hätten einer ähn- 
lichen Decke angehört wie sich später über der oberen Kammer 
wölbte. 

Wie aber diente dabei der Pfeiler in der Mitte der unteren 
Kammer? Nach Falchi S. 159 era forse destimio a raff'orsare la 
copertura\ Selbstverständlich, aber doch gewiss nicht so dass sie 
mit dem Scheitel des Gewölbes zusammentraf; sondern wie bei der 
aus dem Tuff geschnittenen, von einer centralen Säule getragenen 
Decke des Grabes von Bomarzo, Martha Ä. E. S. 163, J/. 1. D. I. I 
T. XL, 3. Sowohl der Pfeiler wie die Wände trugen Plattenlagen, 
welche vorkragend und, nach Falchis Beobachtung, aus dem Qua- 
drat in die Kreisform übergehend sich allmählich zusammenschlös- 
sen, so dass der Scheitel der Scheinwölbung rings in der Mitte 
zwischen Wand und Pfeiler lag. Vielleicht ergiebt genauere Beob- 
achtung bei der verheissenen Fortsetzung der Untersuchung noch 
weitere Anhaltspunkte zur Bestätigung oder Berichtigung dieser 

(') Man begreift schwer dass ein so merkwürdiger Fund wie der eines 
ganzen unter diesen Betten im J. 1882 gemacht und in dem amtliclien Be- 
richt beschrieben worden [N. 93 S. 155), ohne dass bis jetzt weder in den No- 
tizie noch in Falchis Vetulonia davon eine genügende Beschreibung gescliweige 
denn Abbildung gegeben ist. 

{-) Das erhaltene Bett soll vier 70 cm. hohe und 12 cm. dicke in Tatzen 
ausgehende Säulen gehabt haben (S. 155). 



330 E. PETERSEN 

Auffassung. Die Füllmasse aus der unteren Kammer völlig auszu- 
räumen ist unerlässlich., da in ihr natürlich am ehesten Theile der 
eingestürzten Decke vorauszusetzen sind, und zudem der Fussboden 
durch weitere Einzapfungen deren Zweck wird erkennen lassen. 

Aus CoRNETO hat Milani {N. 92, 473) für- sein Museo Etrusco 
ausser einer' späteren drei altetruskische Sculpturen erworben : Stücke 
von jenen, Tarquinii vorzugsweise eigenen, Grabverschlussplatten, 
von denen Gherardini N. 81 S. 366 sechs aufzählte. Milani, der, 
Semper, Stil I- 4J5 folgend, in den Reliefs die Nachahmung alt- 
oslgriechischer Metallvorbilder erkennt, giebt eine Liste von neun, 
bildet S. 473 das bedeutendste der neuerworbenen ab und verheisst 
eine Publication. 

Funde in zwei Gräbern a buca mit sfg. Vasen wie R. M. 88, 
t. VI, und dreien a camera mit attischen (Hermes zwischen zwei 
Frauen ; Hoplitenkampf ) und campanischen Vasen : Kantharos 
mit drei Narkissos ähnlichen Figuren in Relief beschreibt Heibig 
iV.93, 113. 

In Orvieto ist Mancini beständig thätig in der nördlichen 
Nekropole. aber die kurzen Berichte N. 92,405 und 93,237 260 
bringen nichts Neues. Mit Dank zu begrüssen ist Prof. D. Car- 
della' s von fleissigen. Früheres berichtigenden Erläuterungen beglei- 
tete Herausgabe ( Le 'pMiire della tomba Etrusca degli Hescanas, 
Roma 1893) der bisher nur durch Beschreibung Gamurrinis N. 83. 
237 bekannten Gemälde aus dem Grabe der Hescanas, wie man 
es nach mehrmals darin wiederkehrender Namensinschrift benennt. 
Unfern den von Conestabile herausgegebenen Golinischen Gräbern, 
sind sie diesen auch stil- und z. Th. wenigstens inhaltsverwandt. 
Denn an der Thürwand rechts kommt auf einer Biga gefahren ein 
Mann im weissen Mantel (T. II D) dem au der r. Nebenwand 
vorausgeht ein unterweltlicher Dämon, mit einer Sehriftrolle in der 
Linken, mit der Rechten einen Jüngling anweisend, der mit Schreib- 
tafel in der L., Griffel in der R. zuhörend vor ihm steht; weiter 
ein nach 1. eilendes Mädchen das zwei Knaben anzutreiben scheint 
die in Mänteln, je in einer Hand einen Stab aufstützend, mit der 
andern sich umfassend, sich küssen. Ihnen entgegen ein Mädchen 
mit Kranz in der L. Wiederum nach 1. zwei Musiker und ein Herold, 
und dann nach r. nicht den Musikern, sondern den vorhergenaun- 
teu entgegeugeliend, eine stattliche Frau zwischen Jüngling und 



KINDK 331 

Mädcbeu T. III. Von dur Hiiitorwand sodaim ist leider grade das 
vviclitio:ste Mittelstück nur ziiiii Theil eihalteu : zum ersten Mal, so 
viel ich sehe, ein Grabmal, weiss und, wie Cardella zu erkennen 
glaubte, kegelförmig, auf mäandergeziertem Sockel, also den alt- 
attischen ähnelnd, drüber hangend ein Ziegenbein (Fell?), rechts 
noch ein Fuss eines r. Stehenden, 1. der Untertheil einer in weissen 
Mantel mit Borten gekleideten Figur, die mit gekreuzten Beinen 
stehend sich an das Grabmal gelehnt zu haben scheint. Wie von 
1. eine zweite wenig deutliche Mantelfigur dem Grabe naht, so 
wird es auch r. gewesen sein, denn weiter kommt von jeder Seite 
eine weibliche Flügeltigur mit Geräth zu Todtenspenden. Die letzten 
Figuren r. und 1. sind dagegen die Fortsetzung der Nebenseiten: 
rechts ein an der Spitze der Yorbeschriebenen voranschreitender 
Jüngling (II C). 1. ein Bursch mit Kanne (II A) der sich nach 
links, d. h. der verlorenen Darstellung der 1. Nebenseite wendet, 
die, wegen jener Figur und des an der Thttrwand links erhaltenen 
Tisches mit prächtigem Geschirr und zwei Bäumen und zwei 
Dienern daneben (II E) nach sonstigen Analogien, ein Mahl ent- 
halten haben wird. 

In Syrakus hat P. Orsi jY. 93, 168 einen Eingang der von 
Dionysios herstammenden Ringmauer,. Vz kilom. westlich des Haupt- 
einganges der Barriera dl scala greca (Holm-Cavallari T. VI 
114 S. 73, Lupus T. I, 100) genauer untersucht und als mit jenem 
andern zusammen eine Art von ' Dipylon ' bildend nachzuweisen 
versucht, zur Ordnung des Verkehrs eines für Ein- das andre für 
Ausfahrende bestimmt. 0. schliesst dies aus der auf c. 150 Meter (^) - 
soweit reicht freilich eine Puhrmannszuruf leicht -jedes Ausweichen 
verbietenden Enge der tief eingeschnittenen, von zwei 30 cm. hohen 
Fusssteigen eingefassten Fahrstrasse, so wie aus der innerhalb wie 
ausserhalb des Thores bald sich vollziehenden Einigung beider Wege. 
Die tiefen Huftritte werden freilich ebenso wie die ausgefahrenen 
Eadgeleise hier wie anderswo nicht künstlich gemacht sondern 
Wirkung langen Verkehrs sein. Fragwürdig ist die Anwendung der 
griechischen Bezeichnungen, das widerspruchsvolle oS(k (hiuhioi 
xkf^a^ auf jenen Weg. wie aHcad nvh] auf das Thor, da doch der 

I») Eine 8tc>iii-uni; von 10 M. (Orsi S. 172) auf 150 eririebt aber wolil 
nicht 30" sondern etwa ?." Neigungswinkel der Bahn. 

22 



332 E. PETERSEN 

eigentliche Durchgang normal zur Mauerfiucht ist, endlich von 
tTTctTÖiiiTred'og oder via lata auf die Strasse draussen vordem 
Thor. Denn eine Menge von Geleisen nebeneinander in einer Breite 
von 100 Metern auf nacktem Fels sind, wie die nebeneinander lau- 
fenden Kamelspfade im Orient, eben der Beweis, dass eine bestimmt 
limitierte geschweige denn eine Kunststrasse fehlte. 

S. 122 berichtet Orsi ferner über Vasenfunde von Syrakds, aus 
G-räbern zwischen Achradina und Porto piccolo : locale Imitationen 
korinthischer Gefässe. Für eine sinnlose Imitation muss ich auch 
den S. 123 abgebildeten Skyphos halten, worauf einerseits dreimal 
Zweikampf eines Hopliten mit einem gerüsteten Weibe dargestellt 
ist, das zweimal ganz einer streitbaren Athena mit Schlangenägis 
gleicht (z. B. bei Gerhard A. V. I. CXXI, 1), das dritte mal haupt- 
sächlich durch den nur bis an die Kniee reichenden Chiton sich 
von der Göttin unterscheidet. Aehnlich mit Helm und Aegis ver- 
sehene, sonst waffenlose langbekleidete Frauen auf der Rückseite, 
fünf an der Zahl, tanzend um Hermes, muthen eben so fremdartig 
an, mag man an Athena denken oder an Amazonen ('). 

Aus Ruvo meldet Jatta N. 93, 73 theils von früher gefundenen, 
jetzt zusammengefügten Vasen, theils von einem completen Grabfund. 
Unter ersteren eine Amphora mit Volutenhenkeln und tragischer 
zweitheiliger Scene : links ein thronender König, der einen von Her- 
mes oder einem Herold herbeigeführten bärtigen Krieger anhört, 
rechts eine Erinnys zwei Frauen zusehend, deren eine steht, die 
andre sitzend ein Parazonium hält. Jatta hat richtig erkannt, dass 
die Sitzende sich den Tod zu geben vorhat, in folge der dem König 
gemachten Enthüllung, aber der Gedanke an Kanake - sie wäre in 
einem früheren Moment dargestellt als auf der Hydria Arch. Zeit. 
1883 T. 7 - stösst auf Schwierigkeiten, nicht allein in der Bärtigkeit 
sondern mehr noch der Rüstung des vermeintlichen Makareus. Auch 
will mir scheinen dass die Kalpis, auf welche jene Erinnys den 



(') Gegen Amazonen auf der Vorderseite spricht vor allem das lange 
Kleid (s. Corey, de Amazonum antiquissimls figuris Ö. 45 und 88 ; gegen 
Athena mehr noch die dreifache Wiederholung als das kurze Kleid der einen, 
da solches selten vorkommen soll nach Corey, a. 0. (Kelebe Campana) und 
Furtwängler im Mythol. Lex. S. 2213, 41 ; auf der Rückseite gegen beide 
der Tanz. 



FINDE 333 

einen Fiiss setzt, im Draraa eine Bedeutung gehabt habe müsse, 
wie z. B. bei Orestes, Bellerophon. Sollte sie vielleicht, nach der 
bekannten Sitte Kinder in Gefässen auszusetzen, dazu gedient haben 
das Kind darin hinauszutragen (Ovid, Her. XI 67) ? Und der bärtige 
Krieger, könnte er nicht ein für Makareus Eintretender sein? 

Von andern Darstellungen seien kurz erwähnt : Todtencult am 
Heroon, Praueuleben, Aphrodite im Bade kauernd. 

N. 93 S. 242 dann ein intaktes Frauengrab aus Tutfplatten, 
darin von Bronze eine Schale mit zugehörigem Dreifuss, ein Kessel 
mit eisernem Dreifuss, verschiedene Vasen — auch eine flüchtige 
sfg. Malerei — und eine Anfora a colorL Theseus vor Poseidon 
darstellend, ähnlich wie M. I. d. L T. LH aber vermehrt um zwei 
Nebenfiguren, einen Alten und eine Frau, und Poseidon nicht thro- 
nend sondern stehend, Theseus mit umgehängtem Schwert und einem 
undeutlichen Gegenstand in der Hand, Muschel oder Schachtel, drin 
Jatta sich den Ring denkt. (Vgl. aber den verwandten Typus Wien. 
Vorl. 90/91 T. VIII). 

In S. Maria (Capua) konnte ich eine zu praktischen Zwecken 
unternommene Grabung vor ihrem Abschluss, aber als doch bereits 
manches was man beobachtet hatte nicht mehr recht sichtbar war, 
in Augenschein nehmen. Durch die Nachbarschaft des fondo Pat- 
turelli, der Stätte des viel besprochenen Heiligthums (s. Beloch Cam- 
panien S. 353) hatte die Sache ein gewisses Interesse. Man wollte 
nämlich hier nah bei einander zwei mal drei runde Brunnenschachte 
gefunden haben. Von der einen Triade war kaum noch eine Spur 
eines Schachtes sichtbar, von der andern dagegen noch einigermaassen 
das Beieinander aller drei, von denen aber nur einer mit Tutfqua- 
dern ausgesetzt gewesen, und nur zum kleinsten Teile noch war, 
die obere Mündung mit Falz für den Deckel, Der Schluss, dass 
hier eine Terracottafabrik gewesen sei, wie man solche schon früher 
zur Anfertigung der unzähligen bei jenem Heiligthum gefundenen 
Weihgeschenke vorausgesetzt {Bidletl. 1876, 187), in welcher 
Voraussetzung man durch einen ähnlichen Fund etwas bestärkt 
worden war {Bull. 1878 S. 25), dieser Schluss hatte einigen Anhalt 
an dem noch jetzt verarbeitungsfähig befundenen Thon. welcher 
einen der Schachte füllte, sowie an einer Anzahl von Terracotta- 
fragmenten, Figuren, Lampen und besonders Formstücken, nur eine 
war vollständig, die in einem anderen der Schachte gefunden wa- 



334 E. PETERSEN 

ren ('). Eioe klare Vorstellung, namentlich auch von dem Zweck von 
Canälen, welche die Arbeiter von zweien der Schachte unten abgehend 
mit dem Bohrer zu tasten meinten, war nicht zu gewinnen, und der 
ganze Befund zu einer weitergehenden Nachforschung wenig einladend. 

Einige mitgefundeue Stücke einer grossen nolanischen Vase 
Hessen, zusammengelegt, Theseus nackt neben einer Säule mit ge- 
zücktem Schwerdt nach r. gegen den Miuotauros vordringend er- 
kennen, also um dieselbe Zeit^ das dritte Beispiel dieser Darstel- 
lung am selben Orte {IV. 93, 120). 

Ich habe dann einen durch Bahnbruch erzwungenen Aufent- 
halt in S. Maria benützt um die besonders an Vasen reiche Samm- 
luncr S. Pascales in Ciirti zu mustern. Was ich darin erwähuens- 
werth fand beschreibe ich kurz im Anhang. Hier sammele ich noch 
einige Nachrichten von Gräbern späterer Zeiten. 

In BücciANO (Benevent) N. 93, 52 sind Gräber a culla 
gefunden : das Skelett auf gestampftem Kiesbett mit Bronzewaffen, 
roth-und schwarztthonigen Vasen, auch rfg. der späten Art. 

Noch jünger sind Gräber von Cascia (Sabina) N. 93, 214: ein 
mit Steinplatten geschlossener Gang führt zu einer Grotte : in deren 
Rückwand drei wiederum geschlossene Grabnischeu, deren Inhalt bis 
auf wenige Reste von Thon und Bronze ausgeraubt war. 

Eine Grabkammer römischer Zeit ist in Tarent geöffnet 
N. 93, 252, darin der Sarkophag, wie schon öfter, mit einer ins 
Innere führenden Bleiröhre für die Libationen. 

In Reggio, wo allerhand Architekturreste unten am Hafen 
(Thermen, Agora) und oben auf der Höhe von S. Salvatore und 
südwestlich von den Salesiane zu Tage gekommen, hat man zwei 
der jüngst mehrfach behandelten Kohlenbecken mit den langbär- 
tigen Köpfen gefunden, ob vollständig, gelang mir nicht zu erfahren 

Die zu verschiedenen Zeiten, besonders 1851, gefundenen Reste 
eines römischen Tempels in Verona hat S. Ricci ein Zögling der 
neu erblühenden Archaeologischen Schule Italiens gesammelt TV. 93, 
14 und den epigraphischen und numismatischen Theil eingehender 
in den Monumenti antichi der Lincei behandelt. 

('} Ebenfalls wolil eher der Ausscliuss einer für den Cultus arbeitenden 
Fabrik als die Abla^cerung aus dem Heiligthum selbst sind die in Cagliari 
(N. 93, 255) in der Laguna S. Gella, an einer von Pallisaden eingefassten 
Stelle aus dem Wasser gezogenen Terracottenmassen. 



FI'NDE 335 

Die weitere Untersuchung des schon im Plan TV. 92, 64 ange- 
deuteten Gebäudes abseits vom Tempel auf dem Grossen S. Bernhard 
lässt dasselbe als ein Wachthaus, vielleicht auch Hospiz erkennen 
Unter den darin gefundenen Waffen ist das wohlerhaltene Eisen eines 
Pilum 1. 87 cm., vorn 38 mm. dick, hinten quadratisch 27 X 27 mm., 
hohl mit noch darin haftendem Theile des Holzschaftes. Das Ge- 
wicht beträgt 1305 gr. Auch ein Ring mit Karneol fund sich, mit 
dem Bilde eines Jünglings (Phrixos?) auf einem Widder, und einer 
daneben stehenden nach r. gewandten weiblichen Fi<rur. 

Die statuarischen Funde in Rom, beim pons Aelius N. 92,417 
und auf dem Palatin N. 92, 417. 93, 162, sind bereits R. M. 92, 195 
und 93, 95 angegeben. Ein Theil davon ist in dem Thermenmuseura 
aufgestellt, ebenso wie ein par an der via Ardeatina N. 93, 195 gefun- 
dene Stücke, darunter ein weibliches Standbild, im Typus der ' Pudi- 
citia ' des Braccio nuovo, von roher Arbeit, doch geeignet zu zeigen, 
wie falsch an dieser der mit der Rechten zur Wange geführte 
Zipfel — eine späte künstlichere Variation des cirxu nuQeiäun- — 
als mit dem über den Kopf gezogenen Mantel zusammengehend er- 
gänzt ist, wobei die r. Hand durch ein Loch im Gewand gesteckt 
sein müsste. 

Von anderen neueren Erwerbungen desselben Museums erwähne 
ich das Fragment eines grossen historischen Reliefs mit Tempel- 
giebel (Matz und v. Duhn n. 3519), endlich das Stück eines in zier- 
lichstem Archaismus gearbeiteten Frieses (1. Schnitt, rechts Bruch) 
1. 65 cm., h. 18 ohne, 27 V2 mit dem ionischen Zahnschnittgesims. 
Links steht eine weibliche Figur mehr in Rückansicht, mit der L. 
die siebensaitige Leyer spielend mit der R. in die grosse zehnsai- 
tige Kithar greifend, welche ein Eros mit hochragenden Flügeln 
in beiden Händen trägt; weiter rechts eine weibliche (?) Figur nach 
r., welche eine Tafel hält ungefähr wie die Muse beim ApoUon des 
Archelaos, in der vorgehaltenen R. vielleicht einen Griffel, zu dessen 
Befestigung ein Bohrloch dienen möchte. 

üeber einige Stücke der Sammlung des Marchese Chigi die, 
nicht wie das Musenrelief in der villa Cetinale, sondern in seinem 
Palast in Siena aufgestellt, mir durch die Liberalität des Besitzers 
in freiester Weise, doch bei knapper Zeit, zugänglich war, s. d, 
Äppeadice. 



APPENDICE. 



1. COLLEZIONE DI S. PASCALE ALLE CURTI 
PßESSO S. MARIA DI CAPUA. 

(una * significa che la fotografla puö aversi dall'Istituto). 

Grazie airospitalitä ed alla perfetta liberalitä del cav. Pascale posso dare 
ua succinto elenco dei vasi della sua collezione, che mi parvero piü notevoli. 
L'interesse principale della collezione consiste nell'essere composta quasi esclu- 
sivamente di oggetti trovati in Campania, e la maggior parte nel luogo stesso, 
alle Curti e presso S. Maria, e da queste localitä (v. la pianta XII nel libro di 
J. Belocli Campanien) si deve intendere che provengano se non si danuo altre 
indicazioni. Avendo io sulle terrecotte riferito ai signori Kekule e Winter qiii 
non ne parlo, neppure dei vetri, degli ori, delle monete nh di un anello con 
due parole osche. Dei bronzi poi provenienti da Vico Equense suUa penisola 
sorrentina non noto che alcune classi, come orci e secchie di forma uguale ai 
vasi descritti da Schumacher Beschr. d. Samml. mit. Bronzen e riprodotti a 
tav. IX, 12, X 22. (Cf. Annali 1880 p. 225). La palmetta con la quäle Tansa 
suole attaccarsi al corpo dell'orcio cresce da due o tre volute sovrapposte 
l'una all'altra. 

1. Un cavalletto Feuerbock (cf. gli esempi trovati nel veneto, a Este, 
Bologna, nelFEtruria meridionale e nella Campania raccolti da Hoernes nelle 
Mütheill. der praehist. Commiss.I 1893 p. lUj simile a quello di Palestrina 
(Annali 1879 tav. C 4), il quäle e piü lungo, cm. 78 contro 60, ma meno alto, 
cm. 18 contro 28, ed ha separate le due parti unite in quello di S. Pascale 
(S. Prisco). 

2. La parte superiore di un candelabro a quattro braccia, due per sospen- 
dervi lampade, due per applicarvi le candele. Queste ultime due hanno la ben- 
nota forma di candelabri etruschi di cui Fuso venne illustrato dalPaffresco 
della tumba Goliui, Conestabile Pitt. mnr. t. XI. Cf. la figura n. 5. 



2 MEfel^TE fcAl/E 






II V. Dulin negli Ännali dul 1879, 123 nego candelabri preromani esser 
trovati nella Campania, ma Ann. 1880 p. 343 revoco, notando un candelabro 
trovato a Nola, e sospetto l'origine Campana di quelli non rari in Etruria. 



APPENDICE 337 

S'intcnde pui elie non mancano strigili specchi — senza fjraflito fijjurato — 
(lai manichi piatti. 

3. Alla toletta pare servisse anche un oggetto 1. cm. 17 a guisa di stecca 
cou le estreraitä formate l'una a stuzziciorecchi, Taltra da coda di rondine, 
forse per pulire le unghie. Un altro esemplarc ha le due parti sei^arate, 
ügnuna 1. cm. 8 ma sospese insieme ad un anello a guisa della greca iL. 
Oggetti simili ma di forma piü elegante spessissimo si sono trovate a paia 
nelle tombe di AUife, descritte dal eh. Dressel negli Aniiali 1884 pag. 212 
tav. P 9, 10, Due altri l'uno lungo cm. 11, l'altro cm. 28, hanno solo il 
bidente, l'uHimo con lama tagliente alFaltra estremitä, come due di Allife 
(1. 1. 1* 6, 7) e un terzo di Capua (ivi 8) la cui lama si termina in stuzzici- 
orecchi. Lo stesso si supporrä anche per quello di S. Pascale. II Dressel 1. 1. 
p. 242 sgg. riconoscendo siffatti oggetti aver servito alla cura delle unghie, 
per quella lama ossia coltello vorrebbe pensare piuttosto alla barba che non 
alle unghie. La lama pern in tutti gli esemplari citati sta normalmente alla 
.stecca, credo, per dare piü forza al taglio, come conviene per le unghie. 

Fra i vasi noto in primo luogn varie specie piü antiche. 

4. Anfora grossa, alta cm. 27 di creta giallo-chiara con al coUo una 
zona di cerchielli con centri raarcati. Le anse stanno in zona larga divisa come 
in metope e triglifi, con cerchielli centrati piü grandi, e tutta questa zona on 
strisce parallele in alto e in basso. Tutto il vaso e imitazione manifesta d'un 
vaso di bronzo simile a quello raffigurato Mon. ined, d. L Xtav, X'' 1. (14 ponti 
cf. Bullett. 1874 p. 242, 

5. Orcio ornato sulle spalle e sulla pancia di zig-zag e linee orizzontali. 

6. Vaso a guisa di anfora con la pancia di forma ellittica, ma che 
invece delle due anse ne ha una posta a traverso della bocca. E il piü antico 
di numerosi vasi piü svelti della stessa collezione (tipo Heydemann Vas. Mus. 
Naz. Neapel, t. III 27) con la stessa unica ansa sulla bocca ma curvata a 
guisa di staffa, mentre in questo esemplare arcaico ha piuttosto forma di 
Iriangolo depresso, Ed un altro indizio della remota antichitä sono le quatiro 
punte che si elevano sul margine. 

7. Vasi simili ai ciprii per forma ed ornato. 

8. Orcio di bucchero, piuttosto bruno che nero, rinforzato alla pancia 
con bastoncini verticali a rilievo, alternanti piü lunghi e piü corti (cf. il bic- 
chiere di bronzo Mon. Ined. X, t. X"" 5 e 6 e il vaso di bucchero di Allife 
Ann. 1884 tav. 0, 16). 

9. Anfora, genere italico, con anse a rotelle come Heydemann t. II 73, 
ma di forma piü arcaica. AI collo quattro fogli a croce, sulla spalla viticcio, 
sulla pancia corsa di quadrighe, gli aurighi parte rivolgono le teste, i cavalli 
parte si cuoprono. 

10. Lekythos alta 11 cm. Sulle spalle due lepri correnti; sulla pancia 
dae occhioni con frammezzo naso con sopraciglia(') (Vico). 

(') Cosi pure sui fogli coi quali le anse si attaccano al vaso di bronzo 
di Karlsruhe (Schumacher t. IX, 23) non sono fiori di lotos con vulute, beiisi 
occhi, nasi, sopraciglia di grifi, la cui idea venne suggerita si dalla forma delle 



338 E. PETERSEN 

11. Tazza con figure nere di lavoro trascurato: dalle due anse proveu- 
gono palmette, e fra esse c'e una quadriga in corsa verso destra (Vico). 

12. Idria a flg. nere, le anse orizzontali con estremitä ricurve come Imi- 
tate da modello di bronzo. Sülle spalle donna, Achille, Troilo con due cavalli, 
Polissena senz'idria. Sulla pancia la lotta di Ercole col Tritone. Sulla raritä 
di vasi a figure nere cf. v. Duhn, Bullett. 1876 p. 174. 

13. Grande lekythos con pittura trascurata a fig. n., cammina a d. Apollo 
citaredo seguito da una donna e da Bacco barbato ; gli vanno incontro una 
donna e Mercurio di foggia arcaica guardando a d. (Taranto). 

14. Orcio: donna, alla fontana, sta col pie s. su d'una altura (la vasca), 
ove un orcio di forma piü elegante del n. 14 e sottoposto alla testa di leone. 

15. Nasiterno, orcio dalla bocca triloba: una donna in piedi fra due sedute. 

16. Altro simile alto cm. 10. Sotto il piede graffito il monogramma p. 336 n. 4. 
Su fondo bianco: Amazzone con due lancie a cavallo verso d. 

Vasi a figure rosse. 

17. Idria grande del secolo V, bella di fattura e di disegno, ornata di 
ovolo alle labra, e di un quadro a fregio sulle spalle, iiicorniciato sopra come 
sotto da bottoni di lotos incatenati, a destra e a sin. da una specie serapli- 
cissima di meandro. Vi e rappresentata la liberazione di lo. Nel centro 
cioe lo trasformata in una vacca corre verso sin. accompagnata da un 
uomo barbato con pelle e cappuccio. Egli ha tutto il corpo pieno di occhi, 
ed alzando una clava con la sin. fa un gesto con la destra dalle dita stese 
verso Mercurio, il quäle barbato e coperto di clamide e petaso piii a destra 
fra una colonna a sin. ed un altare a d. lo insegue tirando la spada. II san- 
tuario di Giunone oltraccio si rappresenta con la sacerdotessa, riconoscibile 
meno dallo scettro che dalla y.Uh xariofxadit]. Stanno guardando la scena al- 
l'estremitä sin. Giove, il quäle, poggiandosi sul bastone, alza la destra, e Giu- 
none a destra, con ambedue le mani alzate. E la rappresentazione piü ricca 
del tipo piü antico presso verbeck K. M. II p. 476, 14-18. 

18. Stamnos del sec. V, alto cm. 41. 

A)Donne al bagno. In alto l'iscrizione Me/.iaxE (v. p. 336 n. 2). A sin. 
due ignude ritte in piedi con un bacino sopra alto piede, presso il quäle si 
vede una colonna, frammezzo di hn-o. La donna a sin. si poggia con ambedue 
le mani sul margine del '/.ovn'iQtor, l'altra con sola la sin., tenendo uno spec- 
chio nella destra. Una terza ignuda con strigile nella destra abbassata sta 
verso un altro Aoi;T>;oto»' a d., e le sta di faccia una piccola ragazza vestita 
offrendole un vaso, la cui forma si veda sul vaso molto simile presso Tischbein 
IV, 30 nella mano della fante. Uno specchio sospeso in alto. 

B) Dopo il bagno: due donne vestite, l'una portando uno specchio, salu- 
tano un giovane munito d'hnazio e di lungo bastone (Vico). 



foglie, siniili a teste, che dalle anse in luogo delle corna dei grifi. Cf. Mus. 
Greg. (B) I, t. VII, 5 a, Schumacher IX, 22 : la testa di Sileno aggiunta agli occhi 
non piü intelligibili e un apotropaion sull'altro. 



APPENDICE 330 

19. Anfora iiolana del scc. V. 

A) Un «jiovane ignudo sta versij d. coii protosi ^'li uXriigs; di forma ovale 
c )n biichi per le dita. Egli ha deposto il vestito sopra una stele che gli sta 
diotro con iscrittovi verticalmente xooroi (v. p. 336 n. Ij. 

B) Ti'ispcttore come pare. 

20. Altri) simile alte col copcvcliio cm. 55, e seiiza cm. 40. 

A) Procedono verso d.: 1 in testa una donna estatica, dai capelli corti, ve- 
stita di Chitone dorico, abbassando la d. col tirso, alzando la s. con cantaro: 
2 Sileno liricine ; 3 Bacco barbato, il quäle rivolgendosi a sin. offre il suo can- 
taro, come pare, non a 4, dunna maestosa vestita di chitone con fiaccola (J.) 
ed orcio (s.), bensi a 5, Sileno tibicine. 

B) Una donna in chitone ionico, imazio e-£uffia sta verso d. poggiandu 
un tirso sul suolo. Le sta incnntro un Sileno ignudo con tirso, presentando 
un cantaro, che sarä vuoto : poiche dietro la donna viene altro Sileno appor- 
tando l'otre piena. 

21. Stamnos * del sec. V, alto cm. 40 A) quattro donne, tre a d., la 
terza (da s.) rivolgendo la testa, s'incontrano con la quarta; 1 porta la lira 
nella d. abbassata, mentre protende la s. pare per aver da bere ; dietro 2 cioe, 
suonante le tibie, sta 3 che alza alla propria bocca un cantaro ompito come 
pare da 4 che porta l'enochoe nella destra. La quarta sola e vestita d'imazio, 
mentre le altre tre hanno il chitone dorico senza manto. Su B quattro figure 
simili, ma di disegno piü trascurato. 

22 e 23. Due stamnoi * nolani del sec. V, coi rispettivi coperchi alti 
cm. 37. Trovati insieme evidentemente formano una pariglia. magnifica per 
tecnica e conservazione, ma con quella mancanza di spirito e d'invenzione. 
caratteristica per questa classe di vasi, difetto manifesto p. e. uel disegno del 
vestiario come delle figure esclusivamente di profilo. 

22 A) una tibicine verso d. fra uomo a s. e giovane a d., tutti coronati 
di una specie di Corona, identica forse alla cosi detta Corona tortills. Sono 
tutti inspirati da Bacco, come sono anche i tre giovani del rovescio B, con 
corone, scifi, e bastoni. 

23 A) come B) tre donne, due verso d., la terza verso s. tutte incoronate, 
1 con tralce, 2 con tirso e cantaro, 3 con fiore. 

24 e 25. Altro pajo, simile in tutto meno la conservazione. giacche son 
ricoiuposti ma senz'alcun supplemento moderno, alti coi coperchi cm 46. 

24 A) un giovane, la cui capigliatura, coi ricci pendenti sulla fronte, 
sente un po' dell'arcaico, si pone indosso la spada frammezzo del padre a s., 
munito dello scettro, di lungo chitone ed imazio, e la madre che tiene pronta 
lancia e scudo ornato di un serpe. Piü a d. un giovane poggiato sul ba- 
stone. 

B le stesse persone, pare, in situazione alterata, dopo la spedizione : nel 
mezzo il barbato con lo scettro e la donna che, rivolgendogli la testa, se ne 
va con orcio e patera, i giovani, ora tutti e due ammantati. guardando tran- 
quillamente da d. e s. 

25 A) quattro donne in processione verso d. inebriate di vino e mu- 
sica, 2 e 4 (da sin.} rivolgendo le teste ; 1 2 3 vestono chitone ionico ed imazio, 



340 E. PETERSEN 

4 Chitone dorico solo ; 1 suona le tibie, 2 la lira, 3 porta tirso nella d. e pa- 
tera nella s., 4 due fiaccole. 

B) Quattro donne piü calme, a due e due. 3 (da s.) sola con imazio, 1 
tirsofora, 2 con scifo sulla d., 3 tibicine, 4 con fiaccola. Alla spalla di 3 i due 
lembi del chitone sono fermati con ago (cf. questo Bull. 1892 p. 335). 
26 e 27 terzo pajo di vasi simili ai precedenti ma piii piccoli. 

26 A=B) Uli giovane, poggiando la s. sul bastone e con manto avvol- 
tato al braccio s. sta tranquillo frammezzo a due donne eccitate. 

27 A=B) Tre donne di cui la prima tiene uno specchio, che pare voglia 
prendere la seconda, la terza un alabastru. 

28 e 29 quarto pajo simile. 

28 A^B) Tre donne con Corona, alabastro e canestro posto in terra. 

29 A=B) Un giovane con clamide e petaso insegue una ragazza fuggente, 
come se ne fugge un'altra dietro il giovane. 

30. Cratere *nolano ricomposto senza suppleinento, con le anse giü sotto 
una grcca. Sotto il margine della bocca una benda di lotos e palmette, sotto 
la quäle girano due strisce con figure, la superiore meno alta deirinferiorc. 
Su quest'ultima si vedono tutfintorno undici figure palest riebe 1 (gir. a d.) 3 

5 7 10 sono ispettori; 2 verso d. porta un disco, 4 e 6 saltano con gli «Ar?/()6c 
(4 piü in basso, 6 in alto), 8 e 9 due pancraziasti stanno per aggrapparsi come 
lottatori, ma nello stesso tempo alzando, alnieno quello a sin., il pie sin. nel 
modo caratteristico pei pancraziasti, 11 si pulisce con la strigile. 

Nel fregio inferiore havvi su A) una ragazza fuggente verso s. inseguita 
da un giovane armato, ed altra ragazza fuggente verso un uomo che sta pog- 
giandosi sul bastone ; su B) son cambiate le parti ed e una donna alata che 
perseguita e due ragazzi che fuggono, Tuno verso un uomo con bastone. 

31. Idria alta cm. 31. II quadro incluso da palmette a sbieco di sopra 
e greca di sotto contiene un giovane con clamide e stivali, e con petaso alla 
nuca e due lance sta verso d. fra due donne averse ma con le teste rivolte 
verso di lui. 

32. Ariballo con rappresentanza simile di uomo e donna ed iscritto KAAOS. 

33. Ariballo con grande testa di Minerva (Vico). 

34. Coppa alta 5 cm. Int. Pigmeo ignudo panciuto con una barbula al 
mento e dal membro grande corre a d. con un sasso nella sinistra. 

35. Altra simile. Due donne, l'una di faccia all'altra, quella a sin. con 
orcio e patera; l'altra con cuffia tiene un arco nella sinistra. Fra le teste 
l'iscrizione inintelligibile n. 3 a p. 336. 

36. Bicchiere in forma di testa di ariete mirabilmente modellata a. cm. 21- 
La testa color di creta con poca vernice agli occhi ed alle orecchie. L'ansa 
si attacca sotto il collo, ed al margine una striscia nera con palmette, alta 
cm. 7, chiude la rappresentanza: giovane seduto dinnanzi a Minerva in piedi 
ed armata di scudo e lancia. 

37. (J'e poi una quantita di quei bei vasi, tutto ncri meno una finissima 
Corona a rilievo al collo, con doratura piü o meno conservata, idrie, anche 
piccolissime, scifi, nasiterni (un tale alto cm. 15 da Vico con dipintovi sulla 
pancia un cantaro rosso su tre^gradini bianchij. 



AWI'ENDICE 311 

Tutto iiero poi, di buona fattura un vaso come HeyJ<jinanii tav. I, 21,e 
Uli altro simile ma senza anse c di forma piü pressa, le due parti che s'in- 
nestano ruiia neiraltra uguali; una lampa come Heydemann tav. III 180, ma 
a due becchi, distanti m. 175; fiiialmente un kothon (v. Colli<:^non nel Dictionn. 
des antlq. s. v.) a piede alto e decorato con Stabornament attorno alla bocca 
e con una testa sopra un lato. 

Vasi del secolo IV e III, fra essi tre riferibili alla favola di Amimone. 

38. Idria alta cm. 28 di creta sottilissima quasi come carta con collana 
di perle originariamente dorate. Nettuno assiso a s. si rivolge verso Ami- 
mone, come pure fa Amore ritto fra il dio e la Danaide seminuda di cui egli 
tocca la mamella d. come per accendervi le sue flamme. La Ninfa h seduta 
poggiando 11 gomito s. sull'idria posta sopra uu rialzo (v. Overbeck, Atlas 
XIII, 10). Ultimo a d. ma rivolgendosi verso s. (mossa comune a tutte e quattro 
le figure, come di fatto a moltissime altre anche nella scultura). Pane giovane 
con la pelle. La composizione a fi'egio come le piü antiche, e le figure, in 
composizione un po' diversa, si ripetono con aggiunte due donne sopra il 

39 cratere, non rotto, alto cm. 46, le cui anse stanno giü in una striscia 
di ende. A) Xel centro Amimone, seminuda ritta, quasi come le ben note statue 
di Ninfe ovvero Danaidi, solleva Tidria per raccogliervi l'acqua fiuente dalla 
testa leonina che sta non troppo dritta sopra una rocca simile a quello dcl 
vaso Overbeck. Atlas XIII, 6. Accanto alla fontana, guardandola h assiso Net- 
tuno, che ne fu il Creatore, mentre Amore vola verso Amimone per inco- 
ronarla. Sono presenti inoltre al lato destro una donna vestita (Venere ?), 
un'altra seminuda (Pitho ?) con Pane giovane al sinistro. 

B) Ercole giovane in piedi sta dinnanzi a Minerva seduta, presenti inoltre 
un giovane in piedi a d. e a s. una donna seduta con lirso (Calvi). 

40. Cratere alto cm. 39, con le anse in alto: Nettuno ed Amimone con 
sette figure, per lo piü satiri, attorno. La composizione, a quadro piuttosto 
che a fregio come Overbeck, Atlas XIII 14 e 11. — Sul rovescio tre giovani 
ignudi (Demanio di Calvi, Petrulo). 

41. Lekythos panciuta, alta cm. 35. II quadro policromo con bianco (p. e. 
la carne delle donne) e porpora (p. e. le cintole), oltre la vernice adoprata 
in tutte le gradazioni dal nero al giallo chiaro, h incluso da ovolo fsopra) e 
fiori di lotos e palmette (sotto) e due striscie identiche ai fianchi. Esso presenta 
quattro figure (v. il lucido zincotipato qui appresso) : un vecchio re dai ca- 
pelli e barba bianca, mettendo il pie s. sopra un rialzo sparso di fiori e pog- 
giando Tavambraccio s. sulla coscia s. — mentre con Tomero s. sostione lo 
scettro posto sul rialzo — parla con due donne quasi uguali di apparenza con 
questa differenza che, mentre con una mano ciascuna pare adorni i capelli, 
con l'altra la prima rifiuta semplicemente una proposta fatta dal re, la seconda 
pare si studii a farlo cambiar d'opinione. Nel mezzo delle tre figure sta un altro 
rialzo bianco, sul quäle io ho creduto riconoscere una piccola bcnda. Per Tom- 
falo di üelfo la forma non h abbastanza regolare; credo dunque che sia un 
tumulo. Sarebbe Creonte con dietro il custode e le due figlie di Edipo secondo 
l'Antigona di Sofocle dopo il primo stasimo ? Non credo, perchö sono quasi 



342 



E. PETERSEN 



maggiöi-i le differenze che le coincidenze. Bisogna trovare la storia di un 
vecchio re venuto da fuori, come Creonte neH'Edipo Coloneo, per conseguire 




iion so quäle cosa riferibile alle due sorelle e alla tomba. Ma tale storia io non 
rho trovata. (Demanio di Calvi). 

42. Idria alta cm. 48, ristaurata in bianco. Quindi h lacunosa la scena 
raffiguratavi, riprodotta qui appresso dal lucido. Amore con ali lunghe e con 




H 



Cents 



APPENDICK 



343 



ciuffo alla nuca sta a sin. cuoprendosi con la maiiü s. <,'li occlii dal sole (') 
{((noayoniöy), guarJando a d., ove sopra un rialzo pieno di fiori sono assisi, al>- 
bracciandosi con un braccio ciascuno, e stringendosi l'altra mano, una donna a 
sin. e un uomo, di etä giovanile pare, a destra, che si guardavano l'uno l'altro. 
Di una donna che sta a destra rimane la parte inferiore. Forse Venere cd 
Adonis con Peitho ed Amore accanto. Cf. il vaso a rilievo di Pietroburgo, 
descritto da Furtwängler 1. 1. p. 487,5. 

43. Idria con palmette al collo e Corona d'alloro suUe spalle. Sotto l'ansa 
verticale vi sono palmette che si diramano fin sotto le orizzontali. Sulla pancia 
a sin. una donna con cintola alle cosce come l'Antiopa del gruppo e l'Elettra 
di un altro gruppo e la Flora, tutte farnesiane (2). Essa, tirando con la d. il 
manto sulle spalle in avanti, offre una benda a due giovani (Dioscuri?) con 
pilei bianchi, con clamide e lance e Tanteriore anche con la spada. 

44. Ariballo: donna assisa sul suolo su cui si poggia con una mano, 
mentre con Taltra alzata riceve TAmorino che dall'alto vola giii venendole 
da dietro. 

45. Orcio trovato a Vico, alto cm. 34 (Abbozzo fatto nella creta molle, 
Vor Zeichnung, poco visibile, Firide delFocchio sempre disegnata con lineola 
verticale). Una Corona d'ellera al collo e onde sopra il piede incladono la scena 
qui riprodotta dal lucido, essa pure dedotta, credo, da una tragedia. A sinistra 
un altare e su base anticamente contorniata in bianco un simulacro, arcaico 




Q-) Si confrontino i tipi di Amore riferitiaPrassitele, Benndorf nelBulk-tt. 
d. comm. arch. 1876 p. 85 e Furtwängler Meisterw. p. 538. 

(2) II Furtwängler 1. c. p. 552 vorrebbe altribuire a Prassitelo una figura 
con siffatta cintura (fig. 104) citando per confronto la Diana gabina. In quc.^ta 
perö come in altre statue di Diana la cintola, nascosta sotto la parte so]>ra- 
vanzante del chitone sarä piü in alto. Finora la moda rappresentata nclle 
statue farnesiane e nel vaso 43 deve ritenersi posteriore a Prassitele. 



344 



E. PETERSEN 



di Artemis come pare, con arco e saette nelle mani. Che sia crudele il nume 
come la Taurica o TAricina, ce lo indica la testa (di donna) tagliata sospesa in 
alto. E la stessa sorte si prepara, credo, alla donna, la quäle, ornata di Corona 
bianca e, come la Giunone Ludovisia, di una vitta di sotto, ma con le mani legate 
al dorso, da due ragazzi vien condotta alla sacerdotessa (?) che la sta aspettando 
accanto alFidolo. I due ragazzi, Tuno tenendo il legame, coramossi di compas- 
sione, se non m'inganna la loro apparenza, e la nobile e simpatica figura della 
donna legata fanno credere che dessa per una peripezia imminente stia per 
esser riconosciuta sia madre sia sorella dei ragazzi (^). Ma se la sacerdotessa (?) 
pure sarä partecipe deirimpreveduta gioja come Ifigenia, o tutt'al contrario da 
sacrificante si farä vittima non ardisco affermare. NeirAntiope euripidea c'era 
qualche cosa di simile. Meglio forse il quadro corrisponde a Melanippe j; 
&eafiü)Ti5 dello stesso poeta (intorno a questo si confronti Wünsch nel Rhein. 
Mus. 1894 p. 79 e 105), ovvero a un'altra versione della medesima favola 
conservataci da Diodoro 4, 67, nella quäle si avrebbe il personale e il luogo 
requisito : due donne rivali, Autolite (Theano) rcgina e madre supposta, Arne 
(Melanippe) vera madre dei gemelli Eolo e Beoto. Senza esitare poi desurae- 
rei dalla versione d'Igino (Euripide) il culto della Diana Metapontina, perche 
il locale dell'altro dramma pure e Metaponto. Diodoro stesso fornisce il con- 
flitto fra Autolite ed Arne, quest'ultima periclitante, ma mediante la peripe- 
zia Arne salvata, Autolite uccisa. II racconto di Diodoro ammette che i figli 
adottati fino ad un certo moraento si siano creduti figli di Autolite, ma diffi- 
cilmente che Arne non gli abbia conosciuti come i suoi. E come in tal caso 
Autolite loro avrebbe dato l'ordine di legare Arne, se questa poteva svelare 
il secreto? In ogni caso non conosco altra favola piü corrispondente. 




»Cr,»» 



■ I I i - 



(1) La lacuna a destra a causa di un pezzo di ferro ossidato attaccato 
al corpo dei vaso. 



AI'l'ENDICE 345 

46. Idria alta cm. 55. oriuita di oiide sotto la bocca e sopra il piede, di 
palmette al collo o di rabeschi sulle spallo. Sotto le anse orizzontali due j^anili 
teste bianche; suUa pancia la scena qui riprodotta da un lucido dovuto al 
sig. F. Winter. Dalla sin. un giovane con la spada ignuda nella destra, la guaina 
nella s. perseguita una donna che sta tranquilla come pare, e senza rivolgere 
la testa verso il persecutore, sopra nii carro, i cui due cavalli non caniminano. 
Hia con teste abbassate stanno conie iiiolto stanclii e forse anclie ricalcitranti 
(cf. il rilievo deirurna etrusca presse Micali Mon. antichi t. XXVIII). La donna 
mettendo la s. suir«Vrt;| pare che dia ordine al ragazzo conduttore di stimo- 
lare i cavalli, mentre sul braccio d. sostiene una ragazza che, rivolgendosi 
verso il persecutore, protende le mani con manifesto desiderio di essere ricon- 
giunta col genitore. Giacche tale sarä il dranima familiäre, i parenti in dis- 
sidio come Giasone e Medea, ma qui una figlia [e viva e inenata via per 
forza dalla madre, imminente per5 la Vendetta del padre. La storia mi rimase 
incognita (S. Prisen). 

47. Aufora alta con anse a torsione e palmette al di sotto. Ciascun latu 
ha una figura, A) di guerriero con corazza (non uguale ma simile a quella del 
Museo di Karlsruhe Schumacher n. 713 tav. XIII, 14, e piü simile a quella di 
un guerriero su vaso simile presso Tischbein 1, 10), con grande elino e lancia 
sulla quäle e sospeso una pelta (v. Heydemann, Vas. M. Naz. 592 e Tischbein 
III 42) se non sia piuttosto una stendarta come sugli aifreschi pestani (Mon. 
Ined. VIII, XXI) e ima benda, aggiunta alla stendarta puranche su quegli 
affreschi come su vasi p. e. Tischbein III 48. Gli va incontro una figura 
imberbe con veste lunga cinta e clamide, con elmo alato in testa con Torcio 
nella sin. e coppa nella destra. La crederei femminile e piü somigliante a 
Roma (^) che non a Minerva ? 

48. Simile, A) Minerva, che sta con le gambe incrociate o poggiando il 
gomito s. sullo scudo, con la destra porge una Corona. 

B giovane verso s. come la dea. 

49 terzo simile, A) Satiro che sta ballando rivolta la testa, B) figura 
ammantata. 

50. Ci sono diverse idrie e cratei'i (trovati a Casagiove vicino a Caserta) 
con dipintivi giovani e donne, clii ritto, chi seduto attorno una stele sepol- 
crale; laddove mancano del tutto le anfore con lo heroon ed attorno le per- 
sone unite al culto del defunto. 

51. Numerosi sono poi i vasi del tipo Heydemann tav. II 77 a e meglio 
Furtwängler Berlin t. VII, 311, con anse fatte dietro modello di bronzo, ed 
il bottone del coperchio non di rado in forma di altro vasettino uguale di 
forma, e perfino con un terzo vasettino sul coperchio del secondo. Poi ]>iatti 
per pesce con vari generi di pesci dipintivi sopra, fino a cm. 37 di diametro. 
crateri (le anse in alto) con teste grandi, p. e. di Ercole coperta della testa 
di lione, idrie fino a cm. 26 di altezza, scifi con rappresentanze indifterenti. 
alabastri. 

(1) V. Catalogiie of greek coins British Mus. Italy p. 101 n. 94 sgg. Cfr. 
Imhoof-Blumer Wien. Num. Zeitschr. 1871 p. 44. 



346 E. PETERSEN 

52. Lncerne con iscrizioiii romaiie o greche. 
a = CLL. 8053, 46 gn (e Kaibel inscr. gr. 2405, 181 py) 
h = ivi 126, abf; peru ho notato le lettere equidistanti 
c =^ 150 con una lettera di piü, cioe mnovcerwv 
de^ 166 d) con solo popiu con lettere arcaiclie 
e) (presso il sig. Morelli) con pobii [nie) 

B1T[ 

/' con M V s grafflte nella creta molle g con a P i s t i 

MON XINOX 

due altre pure del sig. Morelli provenienti dallo scavo sopradetto a p. 383 
h dal becco largo con cinque bucchi, l'uno accanto all'altro, e cinque ma- 
schere guardanti i bucchi, vale a dire le fiamme, 13 5 barbate, 
2 4 imberbi, comiche. Di sotto E r o Y 

COLOS 

i monolicnos con iscrittovi fra il becco e il tondo roma ed intorno al 
tondo, decorato di una Corona, con lettere formate da punti a rilievo 

IPAMPHIL-VSBENICNVS. Di Sotto R D . 

2. ANTICHITÄ DEL MARCHESE CHIGI A SIENA. 

Nella breve visita che nell'autunno del 1892 feci alla Villa Cetinale per 
esaminare il rilievo dalle Muse (v. sopra p. 62 e tav. II III) poteva dare un'oc- 
chiata anche ad 

1 una statua di Diana, bei tipo (I'rassitelio ?j del sec. IV ma di lavoro su- 
perficiale. Ha subito molte rotture e qualche detrimento, ma tranne le braccia 
di moderno c'e poco. La dea, succinta sotto le mammelle e con un panno, 
legato intorno alla vita, sta sulla gamba s., piegando la destra. Poggia la 
mano s. sulla coscia; il braccio d. di ristauro e abbassato. La testa, rotta ma 
sua, ha i capelli annodati sul vertice (cf. Furtwängler. Meisteric. p. 665, 1. 

Una bella raccolta di bronzi vasi terrecotte ed alcune sculturc fu radu- 
nata dal nobile amatore deH'arte antica nel suo palazzo di Siona. Qui segue 
quanto una giornata dell'autunno scorso mi permise di notare sulle piü im- 
portanti fra le sculture, un rilievo di terracotta, e qualche vaso. Di questi 
Ultimi meno n.7 non ho veduto che le parti anteriori. 

C e r a m i c a . 

2 3. Anfore siraili ai calcidesi, alte cm. 30 e 32. AI collo benda di fiori 
lotos, sulle spalle Stahornament, sulla pancia di 

2 due Sirene l'una di faccia all'altra (le teste pcr(^ non son rivolte), le 
ali dipinte con nero, bianco, porpora; su 

3 un barbato vestito e un giovane si guardano. Disegno trascurato. 

4. Idria, per quanto potetti giudicare, non vedendo che la facciata del 
vaso mancante del collo. Sulle spalle avanzo di bottoni lotos incatenati. Sopra 
una quadriga diretta verso d. sta a sin. un uomo con cetra colossale, a d. una 
donna dai capelli Innghi ricciuti, con in mani le redini. Accanto al carro una 
ragazzina. Viene incontro alla quadriga un barbato frammezzo a due donne- 



AI'I'KNDICK 347 

Incoronato di ellera (Bacco) co-li porj^^e la desira cliiusa tcnondo non so flu.- 
Piü addiotro, ossia a d. due figure l'una quasi co])erta dall'altra; ed ultimo 
a d. dinanzi ai cavalli resta la parte inferiore di Mercurio coi talari. 

5 6 due amfore della classe raccolta dal Düinmler in questo Bull. 
1888, p. 174. Evvi qualche ristauro. 

5 cavalli alati corrono verso sin. 

6 grande sirena con molti graffiti. 

7 kylix a figure rosse* del anno 440 incirca, 

A) Giove insegue una ragazza; a destra due sorelle spaventate, a sin. 
una terza sorella e il genitore. 

B) ungiovane con la spada insegue una donna; due ragazze spaventate 
a d. e a sin. un barbato e una donna. 

8. Rilievo di terracotta a guisa di tempio etrusco, alto con la base cm. 48 
senza cm. 39, dal tetto molto sporgente largo cm. 30, e con la trave maestra in 
ciraa del tinipano. Dentro le duecolonne sono sedute due uguali figure di donna 
velata. Ciascuna con la sinistra sostiene un'oca contro il petto, ma la destra 
riposa nel grembo. A sin. e a destra poi stanno due ragazzine l'una (a sin.) 
tibicine, l'altra liricine. Cosi tutta la composizione ci rammenta degli ex voto 
della meter (v. Conze neWArch. Zeit. 1880 p. 1 sgg.) specialmente per la 
duplicazione della medesima figura (Conze p. 3, tav. II, 8, cf. Friedericbs- 
Wolters Gvpsabg. n. 1133) la cui identitä non lievemente viene raccomandata 
dalla Minerva doppia, non quelle pubblicate da Gerhard, Zwei Minerven ma 
l'arcaica pubblicata neH'Ephemeris 1890 tav. 1. 

S c u 1 1 u r a . 

9. Testa * di atleta imberbe copia d'un originale del 400 incirca. Delle 
mie fotografie sulla p. 348 si riproduce soltanto il profilo. II marmo e greco, 
ed h di ristauro la raaggior parte del naso e del mento. Misura il mento 
mm. 65 ^naso (fino all'arco sopacigliare) = fronte fino al presuntivo limite 
della chioma). La fronte ha le forme assai accentuate. Le orecchia battute, 
gli occhi non troj^po aperti e l'espressione morosa mi fanno credere che sia 
un pugillatore. 

10. Testa, replica se non ra'inganno dell'Esiodo di Wolters {Jahrbuch 
1890 p. 213). Non buona nh di lavoro nb di coaservazione ha di singolarc, 
credo, le parti esteriori degli occhi con le parti attigue della fronte assai 
prominenti. 

11. Testa di giovane piü grande di natura. II mento misura mm. 77 = 
naso (fino alle palpebre somme)= fronte. II lavoro e discreto, la conserva- 
zione buona, ma tanto la fisonomia quanto lo stile mancano di un carattere 
determinato. I capelli son trattati in modo singulare, forse si puu dire pitt"- 
resco, quäle si ritrova nella testa magnifica del Museo capitolino, dallo Heibig 
(Führer, Z. d. Kaiserbüsten 81) con errore manifesto dichiarato Constanzio 
Chloro, laddove di fatto h un ritratto di grau lunga superiore a tutti gli allri 
riuniti in quella stanza. La testa Chigi si dice proveniente dalla Sicilia. 

23 



US 



E. PETERSEN 




n. 9 



12. Testa di donna giovane qui riprodotta dalla mia fotografia *, la qualc 
fa vedere che dal labro superiore si estende il supplemento moderno, conu- 
prendente naso, occhi, fronte e buona parte dei capelli fra i due nastri della 
cuffia. II resto rassomiglia alla Saffo Albani (v. Jahrbuch 1890 T. 3) e piü 
fors'3 alla testa della figura Cepparelli riprodotta presso Furtwängler Meisterw. 
p. 102(1). II marmo h greco alquanto corroso. 

13. .Statuetta di donna *, vestita di chitone ionico con sopra messovi un 
cliitone dorico aperto ai due fianchi, ove gli orli corrono giü a zig-zag, raa 
sbagliati in cio che gli orli inferiori continuano Vapoptygma invece del 
panno che gli sta addietro, sbaglio che mi face dubitare un momento deH'an- 
tichitä. Marmo italico, lavoro non molto diligente. 

14. Statuetta di Minerva * che trovata si dice a Cerveteri e da Castel- 
lani passij al Marchese Chigi, alta cm. 68, dalla gola fino alle ginocchia cm. 48, 



(') La statua senza capo sembra una replica della ' Hera di Alcamenc ' 
(Bullett. 1889 p. 65. Cf. Furtwängler 1. c. p. 117). 



Al'l'ENDICE 



349 




11. 12 



riprodotta a p. 350 sg. di faccia e di dietro. Vestita di cliitone ionico con 
sopra messo il peplos di 0. Müller (v. Boehlau de re vestiaria p. 45, cf. ivi 
f. 21 22 35 e Studiiiczka, Beiträge p. 80, 34 e p. 93) il quäl soprabitn pep» 
qui e ripiegato ed in parte doppio. La dea avanza il pie d. sollevando colla 
s. l'abito (chitone e soprabito) mentre l'avambraccio d. alzato ma perduto puo 
supplirsi e con la lancia e con l'elmo. Mancando cioe la testa, e possibile 
che non ne sia stato coperto, perche sul ' crobilo ', conservato alla nuca della 
statua, dell'elmo non si vede traccia alcuna. L'egida fregiata dai soliti ser- 
penti, che staccandosi con la parte davanti, una da ciascuna punta, e diie in- 
crociate da sola le due punte intime sul petto (cf. Furtwängkr 1. c. p. 10, 3), 
si arricciano simmetricamente, questa egida h di uguale grandezza sul dorso 
come sul petto, ove le due estreniitä si uniscono sotto il gorgoneion, che f'a 
da fermaglio come nella Partenos di Fidia. 

E un'opera molto sottile e graziosa, e non senza importanza, essendo una 
prova assai certa di eclecticismo e mescolanza di stile. Di stamjta non gi- 



350 



E. PETERSEN 



nuina arcaica cioe e il soprabito doppio, differeiite anche da quello della Diana 
pompeiana (v. Bull. 1888 t. X p. 288). Di arcaismo ugualraente non genuino sono 
quei tanti gruppi di pieghe a ziq-zag ; cosi pure la forma dell'egida, troppo corta 
addietro, e divisa sul petto. Ne allo stile arcaico convengono le pieghe del chitone 
ionico visibili alla manica e al di sotto del manto o di dietro, ove, rotta gran 
parte del manto, il chitone adesso e piü visibile che non doveva esservi anti- 
camente. V. Furtwängler Meisterw. p. 48. 




n. 14 



Le proporzioni sono piii svelte, gli omeri piü stretti, lo anche piü larghe 
che non sogliono in statue di donne arcaiche originali, assai ben conosciute 
dopo gli scavi di Delo e delTacropoli di Atcne. 

II marmo, nonostante la grana piü fina del solito, mi parve greco, e 
greco potrebbe essere anche il lavoro, di quegli stessi tempi cui appartengono 
certe figure di Minerva alata, raccolte dal eh. Imhoof-Blumer nella Wiener. 
Numism. Zeitschr. 1871 p. 1 sgg, Fra esse sono di carattere spiccato arcai- 
•stico una sullo statere di Agatocle p. 43 tav. V, 2, un'altra sopra moneta di 



APPENDICE 



351 



bronzo della Beozia tav. V, 1, contemporanea all'antecedente secondo espone 
il dotto editore a p. 46, e la terza sopra uno statere del re Pirro p. 43, 
tav. V, 9. Cf. anche la Minerva su moneta tessalica, Gardner Types Xu, 36. 
In ogni caso la statuetta Chigi h di qualche importanza anche per la 
quistione mossa da W. Gurlitt, Analecta graeciensia, die grosse eherne Atkena 
des Pheidias, ove pnbblica la descrizione di una Minerva di bronzo, alta 30 
piedi, che fino al 1203 stava a Bizanzio nel foro di Costantino. Secondo uno 




n. 14 



scolio di Arethas ad Aristide (ed. Dindorf II p. 710) questo sarebbe il colosso 
sull'acropoli di Atene, ex voto per le vittorie riportate sui Medi (Paus. 1, 28, 2 
ed. Jahn-Michaelis). Ma quantunque la corrispondenza del materiale e della 
grandezza sia favorevole all'ipotesi di Arethas e di Gurlitt, propenso ad attri- 
buire a Fidia giovane uno stile arcaico assai, l'ipotesi non puo stare perchc 
la Minerva bizantina con la sinistra pigliava il vestimento, l'altra invece lo 
scudo sia in alto sia collocato snlla base.L'uno indubitatamente esclude l'altro, 
ed h irapossibile unire le duc azioni, come vorrebbe Gurlitt. Non raeno pos- 



352 E. PETERSEN, APPENDICE 

sibile per5 il conato di Furtwängler, Meisterw. p. 740 di sostituire lo scudo al 
panno pigliato dalla mano sinistra di Minerva, contro il significato non ambiguo 
delle parole di Nicetes : rwf ^e ^siQcSy t] /xeV haii r« avvenrvyfiiva ttjs ia&iJTog 
ccye'areXXe in A, piü chiare ancora in B »/ /xfV dgiaregec rec awsaqiyfMevu 
uovxcc ravrrjg dviavQsv. Seppure fosse l'unico esempio di Minerva in tal modo 
rappresentata (v. Furtwängler 1. c. p. 739, 2) dovrebbe lasciarsi stare. Ma ecco 
quäl secondo la statuetta Chigi, che anche per il crobilo e ferse per la man 
destra corrisponde assai al colosso bizantino, giustaraente dal Gurlitt supplito 
con la lancia. Questo colosso, vista la concordanza con la statuetta cliigiana, 
forse con uguale probabilitä potrebbe attribuirsi all'arte arcaistica dei tempi 
alessandrini che non al secolo sesto quinto. 

Petersen. 



SITZüNGSPßOTOCOLLE. 



8. December: Festsitzuncr zum Gedächtiiiss AVinckelmanns. 
An Stelle des erkrankten ersten Sekretars eröffnet Herr Hülsen 
die Sitzung und gedenkt des fünfzigjährigen Dortorjubilaeums Theo- 
dor Mommsens, zu dem das Institut ihm am Tage selbst (8. No- 
vember) bereits seine Glückwünsche dargebracht hatte. Lanciani: 
Ueber Ausgrabungen auf dem Palatin im 16. 17. und 18. Jhdt. 
S. Mitteilungen 1894 S. 3. 

22 December: Petersen: Bronzen von Perugia. S. Mitth. 1S94. 



Zum Palilienfeste wm'den ernannt zu ordentlichen Mit- 
ffliedern die Herren Eduard Dobbert und Adolph Harnack 
in Berlin, Gregor G. Tocilesco in Bukarest; zu c orre spen- 
diere n den Mitgliedern die HeLT3n Otto Kern in Berlin, 
Erich Pernice in Greifswalde, Julius Ziehen in Frankfurt a. M., 
Robert Loeper und Maximilian Mayer in Athen, AVolfgang 
Reichel in Wien, Almerico Meomartini in Benevent, Lucas 
Jelic in Spalato. 

Am Winckelmannstage wurden ernannt zu ordentlichen 
Mitgliedern die Herren Wilhelm von Christ in München, 
M. Auguste Geffroy in Rom, zu correspondierenden Mit- 
tT-liedern die Herren Maxime Collignon in Paris, Willem 
Pleyte in Leydeu, Carl Sittl in Würzburg. 



INHALT. 



W. Amelüng, Frammento del fregio del Partenone S. 76-78. 

n Zeus in Villa Albani S. 184-187. 

H. Bulle, Bestrafimg der Dirke S. 246-250. 
A. Erman, Obelisken roemischer Zeit (Taf. VII. VIII) S. 210-218. 
H. Graeven, La raccoüa di antiehitä di G. B. Bella Porta 

S. 236-245. 
Ch. Hülsen, Das Comitium und seine Denkmäler in der repu- 
blikanischen Zeit (Taf. IV) S. 79-94. 
» Le iscrmoni del colombario di Villa Pamßli S. 145-165. 
» Vierter Jahresbericht über Topographie der Stadt 
Rom S. 259-325. 
A. Mau, Scavi di Pompei (Tav. I) S. 3-61. 
" Aggiunta S. 97. 

" Ancora la basilica di Pompei S. 166-171. 
A. Michaelis, La raccoÜa de Courcel a Cannes S. 172-183. 

n Ein verlorenes attisches Relief S. 201-209. 

K. Patsch, Zur Verwaltung des Illyrischen Zolles 192-200. 

» Die Garnison von Praeneste S. 219-221. 
Th.Preger, Ueber einen Torso der Galleria Lapidariai^2X.N . VI) 

S. 188-191. 
E. Petersen, Le Muse Chigiane (Tav. II. III) S. 62-75. 
Disco di ferro S. 226-235. 
» Ama^sone madre ? S. 251-259. 

Fzmde S. 95-97. 326-335. 
" Appendice S. 336-352. 

E. Samter, Le jntture del colombario di villa Pamfili S. 105-144. 

« Altare di Mercurio e Maia S. 222-225. 

Sitzungsprotocolle und Ernennungen S. 98-104. 353. 



Tav. I. 




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VII. VIII 










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